dovessero portare il peso delle loro iniquità, si odiavano a morte,
l'uno contro l'altro combattendo si dilaniavano, il Papa in mezzo, ora
soffia di qua, ora di là e _mangia i frutti del mal di tutti_;
della debolezza altrui ingagliardendosi, mettendo il piè dove altri
lo ritraeva, intero, fermo, procedente come il destino inflessibile in
breve troviamo avere condotto tanto oltre l'edifizio della sua
prepotenza, che ormai più poco gli manca a mettere il tetto.
Niccolò I 15 anni dopo Sergio bandisce potere la Santa Sede
disporre a suo libito delle corone però che i principi non fossero
atti allo esercizio della loro potestà senza la sagra del Papa;
vietava al clero giurare vassallaggio nelle mani al principe; la
Chiesa romana si affermava giudice universale: 1. in materia di
scritti--2--in tutte le cause ecclesiastiche dell'universo in prima
istanza ed in appello--3--su le leggi civili da approvarsi in quanto
si accordavano co' canoni, se no da respingersi--4--intorno alla
condotta dei principi a fine di laudare gl'incolpevoli, e deporre i
rei. E' fu in grazia di siffatta potestà venutagli proprio da
sè, che intimava il re Lotario ripigliasse a sua legittima sposa
Teutberga, e ripudiasse Valdrada non moglie ma adultera; rispondeva
Lotario avere licenziato Teutberga avendone ottenuta licenza da due
concili di Aquisgrana, e di Metz, i quali non solo ne avevano
conosciuto, ed approvato le cause, ma la stessa Teutberga, più
volte liberissima, e scongiurata di palesare il vero lo confessava; e
le cause erano gravissime; prima di tutte avere ella commesso incesto
con Uberto suo fratello chierico di perduti costumi: anzi ella
medesima mandava lettere al Papa con le quali protestava sentirsi
sazia del mondo, volere ridursi a vita di continenza; le nuove nozze
del re con Valdrada di suo pieno consenso; perchè le sturberebbe
ella per lunga prova infeconda? _avere fatto disegno di recarsi a Roma
per aprire al Papa i suoi segreti affanni_. Questa ultima profferta e'
sembra che avesse dovuto accettarsi come il miglior partito per
iscoprire il vero; ma non fu così; Niccolò riscrisse: la sua
testimonianza non valere niente; non permetterle il viaggio di Roma;
il suo posto allato al marito; la sua sterilità non dipendere da
lei, bensì dal marito (il Papa, non potendo egli trovarsi sotto il
letto degli sposi, lo avrà ricavato dallo Spirito Santo). Ad ogni
modo se desidera vivere in continenza non le si nega; basta, che
Lotario prometta osservarla egli stesso cominciando dal rimandare
Valdrada. I concili di Aquisgrana e di Metz come conciliaboli
dannò, dei vescovi, che ci avevano preso parte, alcuni ritolse in
grazia, altri punì. Morto Niccolò e subentratogli Adriano,
Lotario gli si volse umilmente supplicandolo essere accolto nella
comunione dei fedeli, gli concedesse l'andata a Roma: ottenuta
licenza, andò: veruno gli si si fece incontro, e fu costretto
(questo ricordano gli storici chiesastici con esultanza) a ripararsi
dentro certo albergo assegnatogli fuori delle mura, vicino alla Chiesa
di San Pietro, il quale non _era stato manco spazzato_: negarongli la
messa; solo dopo alquanti dì il Papa lo ammise dentro Roma, e
dicono, gli amministrasse la eucarestia unicamente dopo che gli ebbe
fatto giurare, che aveva osservato il comandamento del Papa Niccolò
di astenersi da ogni commercio con la concubina Valdrada, ed essere
risoluto di ora in avanti di rompere qualunque vincolo con lei; dicono
altresì che Lotorio giurasse; e se questo accadde merita biasimo
meno lui che lo pronunziò, che quello il quale lo costrinse a
prestarlo.--Nè verosimile era per altra parte, che Lotario si fosse
astenuto da conversare con Valdrada; le cose vietate tanto più
appetite; e tranne il divieto del Papa lontano chi valente a impedire
il re? Gli stessi vescovi del suo regno affermavano il divieto papale
tirannide; la prima moglie non dissentiva le seconde nozze a Lotario.
Ora quello intimargli alla sprovvista in pubblico così strano
giuramento sotto la impressione della paura di trovarsi respinto di
chiesa o non è vero, o fu estorto per potere infierire sopra la
memoria del re, che morto indi a breve in Piacenza di febbre maligna
Adriano bandì ciò essere avvenuto per castigo di Dio dello
spergiuro commesso poco anzi da Lotario prima di ricevere l'ostia
consagrata.
Lo scisma della Chiesa di Oriente prese inizio nel pontificato di
Niccolò, in quello di Adriano crebbe, nè mai più le Chiese in
modo durevole accordaronsi, nè possono: cause apparenti, e fino ad
un certo punto vere, la cocciutaggine greca a non consentire la
procedenza dello Spirito Santo dal padre, e dal figliuolo; le nozze
legittime vietate dal Papa ai preti; la disputa se Dio il pane azzimo
o piuttosto il lievitato aborrisse; il digiuno settimanale; il sangue
degli animali per cibo agli uomini reietto o no; i latticini permessi
o vietati la prima settimana di quaresima; l'anello, la barba; il
battesimo amministrato mercè la effusione dell'acqua, o per via
d'immersione, ed altre cosiffatte cianciafere, arzigogoli, e
ciammengole; e così affermo; perchè eccetto il celibato, ch'è
cosa seria, delle rimanenti parrebbe avesse dovuto reputarsi dal Papa
faccenda suprema quella dello spirito santo, e non ne fu niente,
imperciocchè la disputa non si accese mica subito tra i Greci e i
Latini, bensì tra Greci e Franchi. Leone III lasciava, e persuadeva
Carlomagno a lasciar correre; ma Carlo qui si palesava prete, Leone
uomo di stato: troppo più della procedenza dello spirito santo
premeva a lui che i Bulgari si dichiarassero soggetti alla romana, e
non alla greca giurisdizione; proprio per non guastarsi per causa di
lana caprina Leone concesse che al Credo aggiungessero il _filioque_;
ma questo si ponga in sodo che non prima del 1274 il concilio di Lione
ordinò che il _filioque_ ci aveva a stare come articolo di fede; e
chi negasse: allo inferno; e così sia, ma tu pensa, che per 1274
anni i Cristiani andarono in luogo di salute senza credere che lo
spirito santo procedesse anco dal figliuolo, ovvero traboccarono a
casa del diavolo per colpa dei Papi che avevano a parlare chiaro, e
invece gingillarono quasimente 13 secoli senza sapere che pesci
pigliare.
Causa vera dello scisma l'odio antico dei due popoli, impazienti entrambi
di servire, entrambi cupidi di dominare; l'uno superbo dell'antica, e
l'altro della nuova sede imperiale; ambedue guasti dalla vana scienza donde
la presunzione, e il sofisma. Da prima a Costantinopoli prevalse Ignazio
amico a Roma, poi Fozio infestissimo; da capo Ignazio galleggia con
esultanza infinita di Adriano II, il quale bandisce Ignazio santo e lo
imperatore Basilio scellerato omicida del suo benefattore, Michele III non
ascrisse all'albo dei Santi, ma ci mancò un'_ette_; e così durò
finchè egli visse; lui morto torna in fiore Fozio per tracollare senza
riaversi più una seconda volta: ma o corte, o popolo, o Ignazio, o Fozio
accordavansi tutti nel respingere il primato latino: i ministri del Papa
furono vilipesi e sostenuti in carcere; la Bulgaria congiunta alla Chiesa
di Bisanzio; di Spirito Santo non si parlò più; i Papi arrovellandosi
ingrossano i bargigli; alla stregua inviperiscono i Greci; di contumelie un
diluvio. Quando l'accetta dei Normanni si piantò diritto nel cuore della
Puglia, e Roma si accordò con loro ad ungerla coll'olio santo a patto di
fare a mezzo, il Patriarca Michele Cerulario greco ebbe a sgombrare da
cotesta contrada; ma in partendo ammoniva il gregge ad aborrire le romane
eresie; il Papa di rimbecco spedì fino a Costantinopoli i suoi legati
per iscomunicare il Cerulario, i quali di fatti andarono e deposero
l'anatema sopra l'altare di Santa Sofia; le formule si conoscono; oggi
mettono la gente di buono umore, allora facevano drizzare i capelli; dopo
coteste ingiurie atrocissime, talora, secondo la necessità stringeva,
Roma si accostava a Costantinopoli, o questa a quella, ma ognuno stava
fisso al chiodo, massime poi, che la temeraria improntitudine dei Papi
contro i Reali di Lamagna sbigottì i Reali di Costantinopoli.
Nè sotto questo Papa audacissimo la scomunica si tenne nel cerchio
delle cose spirituali; bensì proruppe fuori fino a scomunicare
Carlo il Calvo là dove si fosse attentato impadronirsi del regno
del suo nipote Lotario; ma gli si rivoltorno contra con maniere e
più con parole acerbe parecchi vescovi francesi, tra i quali
Incamaro arcivescovo di Reims lo riprese con questi sensi, che
voglionsi raccomandati alla meditazione di chi legge: «la conquista
dei regni della terra si opera in virtù di armi, e di vittorie non
già con le scomuniche dei vescovi e dei Papi; nè tu puoi essere
ad un punto _vescovo_ e _re_ e i predecessori tuoi hanno retto la
Chiesa non già lo stato.» Ed aggiungeva per ultimo: «il Papa
non ci darà mai ad intendere, che ce ne andremo allo inferno se
respingiamo il re ch'ei ci vorrebbe imporre sopra la terra.» Ma il
Papa vie più s'intorava, e ribellava il vescovo di Laon contro
Carlo suo zio, nè, secondo il costume, osservando regola o misura
il proprio figliuolo gli aizzava contro; a questo modo infranti i
vincoli che la natura e Dio posero tra gli uomini di un tratto il Papa
si volge blando allo scomunicato e si profferisce pronto a
riconoscerlo imperatore. Donde la causa della stupenda voltabilità?
Luigi II cadeva infermo di male di morte; niente più Adriano aveva
a sperare da lui; tutto a temere da Carlo: qui il panno mostrava la
corda; di Cristo non già, di Mammone vicario il Papa.
Il fine a cui mira questo epitome delle usurpazioni ecclesiastiche non
desidera la storia di Giovanni VIII, che per danaro incorona Carlo il
Calvo imperatore; non delle guerre tra Carlo e Carlomanno figliuolo di
Luigi il germanico; non delle violenze esercitate dal Papa a' danni
della stirpe di Carlomagno benefattore dei preti; e non delle troppo
più maligne insidie di lui; solo avverti come Giovanni, mentre
atterrito dalle armi di Carlomanno lascia a precipizio Roma per
ripararsi a Troyes, e colà raccolto un Concilio promuove la
dottrina del primato del Papa, e dei vescovi sopra tutti i principi
della terra, con supplicazioni raumilia Carlomanno, ed ottiene da lui
l'ufficio di vicario imperiale nella Lombardia. Passano parecchi Papi
senza infamia; unico vanto; viene Formoso scelleratissimo, il quale
oltre i Saraceni chiamò in Italia Arnolfo alemanno per contrapporlo
a Berengario; dopo morto, i suoi nemici ne cavano dallo avello il
cadavere, e spogliatolo dello ammanto pontificio, e mutilato delle
dita lo precipitano nel Tevere, donde lo estrae Gregorio IX, e lo
restituisce alla cristiana sepoltura. Stefano VI, che menò strazio
sì disonesto di Formoso è strangolato, poi a sua posta torna in
onore, mercè Sergio III.
Corriamo in fretta, ed in punta di piedi su questo moticcio di fimo, e
di sangue, che si chiama papato; invano l'ornarono, anzi l'oppressero
di titoli santi, e di cerimonie splendidamente religiose; egli è
uno spargere acqua nanfa nella stanza mortuaria. Due meretrici danno,
e tolgono il pontificato ai loro bertoni, e talora col pontificato gli
tolgono la vita.
Benedetto IV regna pochi mesi; pochi giorni Leone V, cacciato da
Cristoforo, il quale a volta sua, dopo sette mesi, si trova sbandito;
e non è il peggio. Marozia consacra papa Sergio III, e Teodora
Giovanni X; ma la Marozia soffoca co' guanciali Giovanni bagascione
della madre Teodora: e dopo Leone VI e Stefano VII ovvero VIII di
così brutte ferite cincischiato dai Romani, che egli per colpa
della sua deformità non si attentava di comparire in pubblico.
Marozia con le sue benedette mani accomoda sopra la cattedra di san
Pietro il proprio figliuolo Giovanni avuto da lei adulterando con papa
Sergio III: e fu infelice consiglio per ambedue, imperciocchè
Alberico figlio legittimo di Marozia, lei e il turpe fratello
imprigionati, quantunque non papa regge da principe Roma. Nè questo
Alberico si contenta disfare Papi, ma presume farli altresì; di
vero suo figlio Ottaviano, che primo mutò nome, fu eletto papa e si
chiamò Giovanni XII; di lui sappiamo questo, che fino di Sassonia
aizzò contro Berengario re d'Italia lo imperatore Ottone; questi
però, nonostante la grazia in cui teneva Giovanni commosso dalle
molteplici e tutte infami accuse, raduna una sinodo a Roma e lo cita a
comparirvi per dire sue discolpe; ma costui fugge in Anagni, e
s'inselva _a guisa di fiera_[1]. La Sinodo lo depose: moltissime le
accuse fra le quali precipue, avere ordinato un diacono nella stalla,
ed un vescovo di dieci anni, come pure celebrato la messa senza
comunicarsi; vivere in concubinato con tre donne, una delle quali
già concubina del padre suo; tolto gli occhi a Benedetto compare, i
genitali a Giovanni Cardinale; darsi a cacce come selvaggio; comparire
di tutt'arme armato al pari di masnadiero; sprofondarsi in
commessazioni in compagnia di male femmine; bestemmiare peggio di
un'eretico: il matutino omettere, le ore canoniche non recitare!... E
così durò, finchè Ottone rimase, voltato, ch'ebbe le spalle;
Giovanni rientra in Roma; una sinodo, aveva deposto lui, un'altra
sinodo depone Leone, che fugge senza voltarsi indietro per riparare
presso Ottone; quivi muore, e gli va dietro Giovanni Papa, morto come
si disse di una solenne batosta sul capo datagli dal demonio; ma come
fu vero da un marito, il quale coltolo nel letto con la propria moglie
gli spaccò il cranio.
[1] Platina Vita di Giovanni XII; «senz'aspettare il giudizio
fuggì su quel di Anagni, ed a _guisa di fera_ si stette un
tempo per coteste selve nascoso.»
Benedetto V eletto senza licenza di Ottone si confessa in fallo, e
risegnato l'ufficio fugge via; col favore di Ottone torna Giovanni
XIII ferocissimo, il quale per vendicarsi del bando a cui lo avevano
condannato i Romani decapita il prefetto, e dodici tribuni, con atroci
strazi lacera parecchi maggiorenti fra i cittadini; lui cessato
ritorna in ballo Benedetto per farsi strozzare da Bonifazio VII, il
quale all'omicidio aggiungendo il furto spoglia le chiese di Roma, e
va in Costantinopoli, donde partitosi in breve mette le mani addosso a
Giovanni XIV assunto al pontificato nella lontananza di lui, e lo fa
morire di fame.
Ora i Romani, vinta la pazienza, condotti da Crescenzio, si ordinano a
repubblica; lui eleggono console; Gregorio V rimena in Italia Ottone
tedesco, e disfatta la repubblica, tronca il capo a Crescenzio; contra
la religione del patto di morte atroce fa morire Giovanni, assunto
papa mentre egli stava lontano a macchinare col tedesco Ottone la
servitù della Patria.
Siamo giunti al decimo secolo, e vedemmo fin quì come i diritti
della Chiesa altro non sieno se non delitti; e tuttavia qui pongono i
preti la sorgente del carico divino di reggere il mondo, ed imperare
su Roma, per cui cedere un'iota, o comporsi in pace con la cessione
della minima tra le prerogative loro non possono: bene reputano i
preti i nostri uomini di stato ignoranti, nè veramente hanno torto
(almeno ai dì nostri); in antico era diverso, però Napoli, in
Toscana, e a Parma, in Torino no, dove per piacere al prete di Roma si
dannava a morire in carcere Pietro Giannone proditoriamente arrestato,
e iniquamente tenuto. Pronunziando Baronio cardinale alla santa sede
devotissimo la sentenza di questi primi dieci secoli dichiara così:
«avrebbero meritato il diluvio di fuoco di Sodoma;» e poc'oltre,
come chi da necessità costretto confessa a malincuore, soggiunge:
«mostri i Papi, o piuttosto falsi Papi, di cui i nomi rammentasi
per non lasciare lacuna nella sequela dei Pontefici, però non si
creda mica, che la Chiesa restasse senza capo; mai no; Gesù Cristo
stesso la regolava[1]» Così il dabbene cardinale parlando a
questo modo si dà della zappa su i piedi; imperciocchè verrebbe
a persuaderci due cose; la prima, che quando Cristo prende da sè le
briglie in mano non vanno meno peggio le faccende dei preti, ch'è
quanto dire non potersi in guisa alcuna governare la Chiesa; e l'altra
superflui, anzi dannosi alla Chiesa i sommi Pontefici, se pure è
vero che Cristo governa quando escono Papi o scellerati, o ciuchi. Ma
ora chiariremo se la sentenza del Baronio accordi con la verità.
[1] Anno 908 e 912.
I costumi, e le arti della meretrice Marozia sembra, che assai si
confacessero alla Chiesa di Roma, però che la sua discendenza
cestisse ottimamente in mezzo a lei. Dalla sua famiglia nacque
Benedetto VIII, il quale non potendo in altro modo vincere il
fratello, e il figliuolo di Crescenzio, restauratori della repubblica
romana ricorse ad Arrigo di Baviera, barattando la incoronazione di e
costui a imperatore con la servitù della Patria; pessimo costui in
tutto così, che corse fama in quel tempo essere stato sempre vivo
dannato alle pene eterne dello inferno. San Piero Damiano nella vita
dello abate santo Odilone racconta, che dopo morto, fu vista la sua
anima da un santo vescovo cavalcare sopra un cavallo nero per luoghi
romiti, e domandandole questi perchè cagione così dopo morto
andasse sopra il cavallo nero cavalcando, quello rispose: il danaro
sparso per elemosina ai poveri non avergli approdato avendolo con
rapina raccolto; ne troverebbe il santo vescovo altro in certo luogo
nascoso, lo pigliasse, e lo donasse per amore di Dio, e questo gli
avrebbe fatto gran bene però che da buona fonte venisse.--Anco i
santi non isgabellavano papa Benedetto VIII; nè di lui migliore il
fratello Giovanni XIX, che gli successe comprata a bei contanti la
Vicaria di Cristo, e questo attestano non che altri gli stessi
scrittori chiesastici: egli incoronò imperatore Corrado il
_Salico_, e gli fu servo per dominare spietato; sempre con l'oro, e
per questa volta, anco con un po' di violenza: a Giovanni successe il
nipote Benedetto IV fanciullo di anni, e d'infamia provetto; cacciato
dai Romani, che eleggono in sua vece Silvestro III, egli rientra in
Roma per forza di arme, dove dimorato alquanto, trovando increscioso
il papato, anch'egli a sua posta per ridursi a vita quietamente
vituperevole vende vicariato di Cristo, doni dello spirito santo,
infallibilità, e ogni cosa per un sacco di ossa a Gregorio VI.
Dunque da ciò arguisci, che vissero eziandio Papi i quali non che
cedessero parte dei male acquistati beni venderono altresì il
sacerdozio; ed anco questo si confessa dagli storici cattolici, solo
si aggiunge, che in pena dello errore commesso, la giustizia eterna
dannasse l'anima di Benedetto a vagare sopra la terra in sembianza
mostruosa e piena di spavento; su di che mi stringo a dire come anco
questa la racconti san Piero Damiano; e i santi godono il privilegio
di misurare le melensaggini con lo stato. Dicono, che Gregorio non
sapesse fare nè manco un'o con la canna, e questo è poco male;
peggio questo altro, che anch'egli assai si dilettasse usare il
breviario del cardinale di Retz[1]: fatto sta, ch'ei si tolse un
coadiutore; perciò, oltre il coadiutore, Roma si godè ad un
tratto tre Papi, Benedetto IX, Silvestro III, e Gregorio VI; i Romani
potevano lamentarsi di manco di pecore, non già di pastori.
[1] Al cardinale di Retz trovandosi a Corte cascò di sotto il
roccetto un _pugnale_; onde i Parigini lungamente chiamarono
stiletto il _breviario del Cardinale di Retz_.
Dopo parecchi Papi giunge al pontificato Leone XI nel quale riarde il
concetto della primazia sopra tutti i petenti della terra; costui fu
tedesco, e mandato dallo imperatore Arrigo a reggere Roma; per
arruffare ei piglia il partito dei vescovi francesi convocati a Reims
contro il re Enrico; poco dopo si conduce a combattere contro i
Normanni; le profferte di questi respinge, ed ingaggiata battaglia
prova nemica la fortuna del giorno; di tumido fatto codardo piange, e
trema: ai Normanni par bello, forse anco utile, possedere consacrata
dal vicario di Cristo la terra rapita a taglio di spada.
Qui facciamo sosta ai racconti ed ai fatti esposti ingegniamoci cavare
alcuna considerazione profittevole al nostro assunto; e innanzi tratto
raccomando al lettore tenersi sempre a mente come per me si ricerchino
gli annali ecclesiastici pel fine di chiarire quale abbia davvero il
Papa diritto sopra le terre che accora con la mala signoria, e se
cotesto suo _non possumus_ concedere che i popoli rimangano consolati
da meno reo governo sia tanto bugiardo quanto stupido. Non si nega,
che principi barbari ricorressero a Roma meno per decidere piati, che
per santificare delitti; e questo i Papi fecero sempre purchè il
colpevole fosse il più forte, e nel pagamento della consacrazione
del misfatto non istesse su lo spiluzzico. La primazia usurparono i
Papi con fraude, e con menzogna non già con luce d'intelletto, Roma
antica vinse col ferro proprio, Roma papale col ferro altrui, e
l'aspersorio di proprio: che scienza ebbe Roma? Certo superiore a
molti barbari, ma non a tutti; e poi ella usò la scienza per
rabbaruffare la gente in un pruneto di errore. Nulla in lei viene dal
cielo, e nulla dalla potestà terrena, quando mai questa ultima
valesse a vendere, o a donare popoli come greggi, la quale cosa
risolutamente si nega. Circa a fede, il Papa, in questo successore
genuino di San Pietro, ne dubitò, rinnegò Cristo, e non
confidando più nella virtù della dottrina (noi lo mostrammo) si
appoggiò alle daghe di Costantino, nè a lui solo ma bensì ad
altri come Teodosio il grande, e Valentiniano III, entrambi i quali
misero il catechismo nelle mani ai littori, e reputarono la carcere
più efficace a convertire del pulpito[1]. Non contenti di tanto i
Papi (anco questo abbiamo detto) fecero condannare a morte chiunque
non credesse come loro. Dice bene il de Maistre, che il Papato nei
secoli di mezzo tramandò luce; però tacque ch'ella fu luce di
fascine. Da Costantino è menzogna che il papa avesse doni; nè si
prova gli avesse da Pipino, e da Carlomagno; almeno documenti scritti,
e conosciuti autentici s'ignorano: ad ogni modo non gli conferirono
assoluto dominio; di fatti Carlomagno ed i suoi successori vediamo
esercitare nelle provincie pretese donate al Papa sovrana autorità,
come crearci giudici, ed annullare confische decretate dal Papa. La
Chiesa di Roma prima lusinga i greci imperatori, poi li tradisce, e
sè avvantaggia; sta un pezzo co' Longobardi, e quando li teme,
dentro li scalza con la ribellione, di fuori spinge loro addosso i
carlovingi; balenando questi, si volta ai tedeschi Corrado, ed Enrico.
E se i Papi poterono mostrarsi riottosi contro i degeneri re dei
Franchi fino a deporre i vescovi eletti da questi, ed altri eleggerne
a modo loro, e se di fronte agl'inviliti carlovingi farsi dichiarare
dal Concilio di Reims sovrani assoluti della Chiesa universale deve
attribuirsi a questo, che l'imperatore Enrico tenendosi sotto come
vassallo il Papa riputava tornasse in pro suo il credito che egli si
andava, come suo vassallo, acquistando; e veramente per un tempo fu
così. Nelle costituzioni imperiali[2] occorre un'atto in virtù
del quale il diritto di Carlomagno a eleggersi un successore, e a
nominare i Papi di Roma si trasferisce insieme agli altri, in Ottone,
e negl'imperatori tedeschi; tale documento per giudizio universale si
reputa apocrifo; e sembra, che gl'imperatori abbiano voluto
contrastare ai Papi il privilegio di fabbricare carte false; ma se
apocrifo hassi a tenere cotesto atto, certo è poi (e fu accennato
poco anzi da me) che Enrico nella sinodo di Sutri depose tre Papi e
promosse al pontificato il vescovo di Bamberga; certo del pari è,
che lo imperatore pregato o no designava il Papa, e certo altresì
che quattro Papi tedeschi uno dopo l'altro per suo comandamento furono
esaltati alla sede apostolica, senza pregiudizio della parte, che come
di ragione, deve averci preso lo spirito santo. Clemente II di
Bamberga, Meone IX dei conti di Daipurg, Damaso II e Vittore II
bavarese. Grande l'autorità degl'imperatori però che essi
eleggessero a tutti gli uffici ecclesiastici: ed era costume dei
capitoli, cessato il superiore, rimandare l'anello e il pastorale al
principe, che li consegnava in simbolo della autorità ecclesiastica
al nuovo scelto; sovente lo imperatore come colui che poteva, o
credeva potersi fidare in uomini a lui devoti, gli armava di
autorità temporale che unita alla spirituale forniva maraviglioso
fondamento alla propria potenza. I Papi ci si accomodavano e, come
suol dirsi, bevevano grosso, perchè co' Tedeschi andava un nugolo
di monaci e di frati che nei paesi conquistati rizzavano su fondaco di
religione dando in baratto di poco bene terreno fattorie e poderi a
bizzeffe nei regni sterminati del paradiso: vescovi e abati
acquistavano titolo, e dritti di conte ed anco di duca; non più si
dichiarava i beni ecclesiastici formare parte delle contee, ma sì
all'opposto le contee parte dei vescovati; nella Italia settentrionale
le città quasi tutte governate dai visconti dei Vescovi.--Ora
questo stato di cose non poteva durare, chè non si vide mai
mantenersi vassallo chi, volendo, può diventare signore, e la spada
messa in sua mano perchè ti difenda presto o tardi egli
adopererà per soverchiarti; così mostra la esperienza a
tutt'oggi; se fie per mutare domani staremo a vedere.
[1] Cod. _Teod_. XVI. 1. 2 «_Vogliamo_ che tutti i popoli retti
dalla nostra clemenza osservino la religione, che il divino
apostolo San Pietro insegnò ai Romani.»
[2] _Goldat_. 1. _p_. 221.