La rabbia crebbe nel re langobardo alla stregua, che la potenza scemò;

Ferrara, Ancona, e Bologna contro la religione dei patti non restituiva,

serbandole per addentellato a futura vendetta, od a suo totale esterminio;

la morte amica gli troncò il travaglio di sopportare vita umiliata e

cotidiana ignominia; lasciava ai successori una fiera eredità; nè gli

eventi smentirono i presagi.--Sorse ad ambire la corona langobarda

Desiderio duca di Toscana; gli emuli gli oppongono Rachis; ma la consegna

delle tre città desiderate a patto che ricacci l'infesto monaco in

convento: si compie l'accordo, e il monaco reale si rincantuccia, ma la

morte irrigidisce la mano a Stefano mentre ei la sporge per agguantare la

mercede; allora Desiderio al nuovo Papa la nega, o non si estimasse

obbligato a mantenere a Paolo le promesse fatte a Stefano, o come credo

piuttosto, perchè passata la festa si leva l'alloro. Ribollono le ire

sacerdotali e non potendo ricattarsi con le armi, si dà mano alle frodi,

arti nei principi, nei preti poi arti ed istinto, e riescono; sobillati i

duchi di Spoleto, e di Benevento ribellansi; Desiderio discernendo il sasso

dal balestratore si apparecchia a vendicarsi su Roma; il Papa spaventato

ricorre da capo per sussidio a Pipino; ma questi reso inerte dagli anni non

risponde, Paolo ne muore di rabbia; gli va dietro Pipino. Nuovi attori, e

dramma medesimo. Totone, e Passivo duchi langobardi accorsi a Roma fanno

eleggere Papa il fratello loro Costantino; ne piglia ombra Desiderio, il

quale cospira con Cristoforo primicerio, e Sergio sacellario della sede

pontificia; per tradimento di Grazioso custode delle carte Raciperto entra

in Roma con la gente langobarda, e mettono le mani addosso a Costantino ed

ai fratelli; i Romani riputandosi liberi aizzano a fare da Papa un

pretocolo, Filippo, menandolo alla basilica lateranense in mezzo agli urli:

«San Pietro lo elesse!» Può addirittura affermarsi che San Pietro

non ci entrava per nulla, e così anco credè Sergio, il quale postosi

davanti a Filippo gli disse: «che se non si riduceva al suo monastero e

subito, guai a lui!» E l'altro mogio mogio rifece i passi verso il

convento e più non parve fuori; allora dopo un gran tramestio fu eletto

Papa Stefano siciliano figliuolo di Olivio, il quale cominciava a

dimostrarsi vicario di Cristo strappando gli occhi e la lingua a Teodoro

vescovo fautore di Costantino, e poi lasciandolo morire di fame e di sete

nel monastero del monte Scauro; anco a Passivo svelse gli occhi; gli occhi

e la lingua a Gracilis tribuno di Alatri amico al Papa deposto; Valdiperto

sacerdote, che aveva messo su prete Filippo a farsi avanti pel papato, ebbe

a scontare la colpa con la perdita della lingua, e degli occhi. Nè

Costantino stesso la passò più liscia; a lui pure strapparono gli

occhi, e moribondo per l'orrendo strazio lasciarono a rotolarsi nel sangue

nella pubblica via. Il Fleury nella storia ecclesiastica ci assicura che

questo Papa dabbene era stato in certa guisa alunno di Papa Gregorio III;

se lo avesse avuto in delizia il carnefice che mai di peggio egli avria

potuto commettere?

In Francia a Pipino succedono i figliuoli Carlo, che poi fu detto

magno, e Carlomanno. Stefano chiede a Desiderio le città promesse,

e questi gli fa capire che innanzi di avere si ammannisca a rendere;

allora Stefano si volta da capo in Francia, ma quinci tira un vento,

che arruffa ogni suo concetto, imperciocchè i nuovi re, come suole,

procedessero tra loro piuttosto avversi che emuli: affermano, che

Desiderio facendo fuoco nell'orcio attendesse a mettere male fra loro

e sarà, chè certo Desiderio stinco di santo non era; Bertrada

madre, pensosa del presente, e spaventata del peggio si adopra ad

accordare gli animi per via di maritaggi; abbia Ermengarda, figlia a

Desiderio, Carlomagno sposa, e Adelchi, figlio di Desiderio, conduca

in moglie Gisla sorella di Carlomagno; Papa Stefano puntando a mandare

a monte ogni cosa notava simili nozze opera del demonio; contennenda e

vile la stirpe langobarda, indegna imparentarsi con la illustre casa

di Francia, odiosi a Dio i connubi con gente straniera male invocando

la legge mosaica regolatrice della Chiesa di Cristo; e poi, egli

aggiungeva, è celibe Carlomagno, ovvero vedovo? non è detto: che

quello che Dio congiunse non deva separare l'uomo? Tuttavia il

matrimonio di Adelchi giunse a frastornare il prete, questo di

Carlomagno no; ormai le consuete minaccie, e i tiri pure consueti di

scomuniche, di salute eterna perduta, di San Pietro supplice o

riottoso non provavano più: ogni cosa si logora nel mondo, la paura

ugualmente che il coraggio. Nemici potenti contro Desiderio erano

presso il Papa Cristoforo e Sergio, come vedemmo promotori della

elezione di Stefano, nè posavano un momento da assillarlo perchè

Bologna, Ancona, e Ferrara consegnasse il re langobardo a Roma, il

quale avendo per pecunia vinto Paolo Afiarto Camerario questi rese coi

suoi tranelli sospetti Cristoforo e Sergio, per altra parte venuti a

tedio al Papa per la troppa protervia loro: forse anco vegliava su

cotesti capi la Provvidenza invendicata. Afiarto per terminare di

abbattere gli emuli già crollati persuade a Desiderio venisse a

Roma sotto colore di visitare la chiesa e la tomba dei santi apostoli

extra muros. Desiderio accompagnato da fanti e da cavalli, dopo

venerata la sacra tomba, fa ressa di essere accolto.

Cristoforo, e Afiarto intorno al Papa; quegli per respingerlo, questi

per ammetterlo; ciondolando il Papa l'uno e l'altro apparecchia le

armi per isgararla di forza; il Papa di un tratto si consiglia recarsi

egli medesimo a conferire con Desiderio fuori delle mura, e, invano

dissuaso dal Primicerio, va: mentre favellano insieme querelandosi

scambievolmente, il primo per la ingiuria della diffidenza mostrata,

il secondo pel danno delle città non restituite, ecco giungere

novelle che il Primicerio e il Camerario si accapigliano: nè la

vittoria poteva pendere incerta parteggiando i Romani pel Camerario

come quello, che inteso ad accordarsi con Desiderio sembrava

assicurare a Roma anni di pace; il Papa agguindolato da Desiderio

rientra sbuffando in Roma, ed intima a Cristoforo e a Sergio chiudansi

in monastero o vadano a giustificarsi al cospetto suo e del re dei

longobardi; poi gli abbandona in mano di Afiarto, che gli accieca; il

padre ne muore, sopravvive il figliuolo per discendere nel sepolcro

con morte più infelice in virtù del sacerdotale odio di Afiarto.

Veramente Cristoforo e Sergio pagarono la pena del taglione, nè

meritavano meglio; _tamen_ i Papi sogliono in ogni caso e sempre

manifestare a quel modo la propria gratitudine. E' fu in mezzo al

gaudio della lusinga di riavere le tre città ricordate, ed anco per

ovviare ogni rinfacciamento a cagione dello strazio del Primicerio

devoto alla Francia, che Stefano disdicendosi scriveva ai figliuoli di

Pipino, Desiderio essere stato suo refugio, e porto di salvezza contro

le macchinazioni del Primicerio, e degli aderenti suoi; Adelchi

principe eccellentissimo; diritto nelle vie del Signore, che Dio

conservi, avere puntualmente restituito alla Chiesa di Roma le

_giustizie_ di san Pietro. Però ei si era affrettato troppo a

cantare _alleluia_, che Desiderio immaginando avere con la morte del

Primicerio, e del figlio messo tal bietta tra Francia e Roma da non

potersi cavare più si rifiutava alla consegna delle sospirate

città; onde il Papa, tenendosi per uccellato, disdette le lodi,

tornava ai vecchi oltraggi aggiungendone parecchi di nuovi. Il mondo

è tavoliere dove la fortuna gioca le partite mutando ogni tantino i

pezzi; muore Stefano, muore Carlomanno. Al Papa ostile ai Franchi

subentra Adriano parzialissimo loro, e segno manifesto di mutata

temperie fu prima richiamare dallo esilio, e restituire in libertà

gli avversari dell'Afiarto; poco dopo bandiva gli amici di questo,

quindi sotto pretesto di ambasceria spediva Afiarto a Desiderio, ma

giunto a Ravenna ordinò lo sostenessero; colà lo processarono, e

condannarono; Adriano, scrivono gli storici ecclesiastici, aborrendo

dal sangue mandò celeri messi affinchè gli salvassero la vita, i

quali non attesi da Leone arcivescovo di Ravenna mise a morte

l'Afiarto con inestimabile amarezza di Adriano: ipocrisie vecchie non

credute mai, e rinnovate sempre; i trasgressori si riprendono, e

premiansi; qualche volta punisconsi per fingere meglio; ma a iniquo

comando non mancò mai esecutore pessimo, che cupidità vince

esperienza, e il fato che minaccia tutti nessuno teme per sè.

Intanto volto appena l'anno Carlomagno repudia Ermengarda o per

talento di nuove nozze, o, come si disse, per insanabile infermità

della donna; al tempo stesso stende la mano sul capo dei nepoti

dichiarando proteggerli; alla madre loro parve vedere in cotesta mano

gli artigli di uccello grifagno, e fuggissi ricoverando co' figliuoli

nelle terre langobarde, e seco va Kunaud duca di Aquitania ribelle al

re: inoltre o volontario o costretto Carlomagno in quel torno si

travagliava nella guerra di Sassonia; questi tre successi forniscono a

Desiderio causa, ed opportunità di vendetta, sicchè propone ad

Adriano consacri re di Francia i figliuoli di Carlomanno, stringano

lega insieme, e si abbia finalmente in premio Ferrara, Ancona, e

Bologna. Adriano non dà nella pania, ed era cosa vulgare

guardarsene: senza fede Desiderio, vicino, e cupido di primato sopra

la universa Italia, Carlomagno lontano, cupido anch'egli, ma travolto

in perpetue imprese, e distratto dalle cure di vastissimo impero:

Adriano preferì questo, ed inviò messi a Carlomagno svelandogli

le insidie; profferendosegli isvicerato, e forte eccitandolo a

scendere in Italia per tutela della Chiesa, e di sè; Carlo commosso

dal pericolo raccolto l'esercito si presenta allo sbocco delle Alpi,

che trova sbarrato alle Chiuse di Susa. Qui tradimento vinse virtù.

Che approdò ad Adelchi armato di mazza di ferro avventarsi sopra

l'esercito dei Franchi menandone strage? E che avere ridotto Carlo a

tale che ormai disperato di superare le Chiuse pel giorno prossimo

deliberava la partenza? Martino diacono di Ravenna perigliandosi

traverso le Alpi giungeva in tempo per additare ai Franchi un sentiero

sconosciuto e indifeso; di lì passò parte dello esercito nemico,

il quale colto i Longobardi alle spalle, mentre gli altri gli

assalivano di fronte li mandò in rotta. Vel dissi già e lo

ripeto adesso, se le chiavi del Papato valgano ad aprire il paradiso

ignoro, o piuttosto so che non l'aprono, ma questo altro è certo,

che la tradita Patria esse aprirono allo straniero; lascio le chiamate

dei Papi che non contenti di aprire le porte ai Franchi, c'intromisero

le bestie di Lamagna, e perfino i Saraceni; ma oltre Martino diacono

guidatore dei Franchi per le Alpi la storia rammenta un Patriarca di

Aquileia, e il vescovo di Bressanone entrambi scorta nequissima dei

duchi di Austria nel Trevisanato, e nel Cadore. La corruzione, e

l'astio d'accordo col tradimento minarono il dominio langobardo.

Desiderio preso a Pavia mandasi prigione al monastero delle Corbie in

Francia; Adelchi scampato alle armi franche, ed alle insidie più

mortali dei suoi ripara in Costantinopoli; cascano in mano di Carlo la

cognata, e i nipoti; nè altro fu udito di loro; agli storici tutti

cotesto silenzio sa di sangue; solo al Manzoni tenerissimo di Carlo

perchè pupillo del Papato piace diversamente; mostrando ignorare

ch'è grande l'ombra del trono per coprire delitti; e il tremore

tace, mentre la piaggeria per poco che ne abbia argomento india i

potenti anco scellerati. Carlo richiesto di confermare la donazione di

Quierey lo fece _riservandosi l'alta sovranità sopra le terre

donate alla Chiesa;_ _non che il diritto di confermare la elezione del

Papa_[1]. Gli storici chiesastici sostengono questa seconda donazione

più ampia della prima, e non pare, almeno a giudicarne dalle

lettere di Adriano a Carlo nelle quali muove perpetua querimonia ora

di città non consegnate, ed ora di signoria angusta, e contesa.

[1] Raccomando la lettura di questa nota composta da scrittore

cattolico; voglia bene mandarla a mente chi legge però che su

quella fondino massimamente i chiesastici i diritti di Roma sopra

gli stati pontifici «la occultazione, o fabbricazione di

documenti non si può negare, ma si fecero per promovere

l'autorità temporale del Papa non già nelle cose intrinseche

della religione; nè si ha per certo che i Papi ordinassero

simili fraudolenze; si deve credere, che ciò si partisse da

amici troppo zelanti come per ordinario succede. Non dubbia la

falsità della donazione di Costantino; sconosciuto l'autore, ma

gli eruditi tutti anco cattolici la confessano (v. Pietro De Marco

Arcivesco. Paris _de ficta donatione Costantini_). Le Decretali

dei primi Papi fino a Siricio apparvero verso la metà del

secolo nono, e furono chiarite false da tutti i critici, e gli

eruditi; poco dopo il Concilio di Trento, non lo negarono nè

anco i Cardinali Baronio (ann. an. 865) e Bellarmino (de roman.

Pontif. b. 2) Autore Isidoro peccatore o mercatore aiutato da un

monaco, entrambi spagnuoli; le divulgò Riculfo vescovo di

Magonza devotissimo ai Papi. Niccolò I e i successori vennero a

capo di farle ricevere da' vescovi, e da tutti se ne pretese la

osservanza dai Principi, ed ebbero luogo nelle Collezioni del

diritto canonico; anco Graziano le pose dentro la sua collezione,

e così diventarono testo nelle scuole, e nelle università;

parecchi Concili le citarono, e le confermarono autentiche; per

esse venne mirabile incremento all'autorità dei Papi nelle cose

ecclesiastiche, _civili e politiche_. Il dotto padre benedettino

Coustan intorno alle medesime così ragiona: che Isidoro in

grazia di cotesta _frode_ abbia bene meritato della Chiesa io non

dirò; quindi ne furono rilassati, e sciolti quasi i nervi della

disciplina, scombussolati i diritti dei vescovi, la soverchia

credulità dei cattolici messa in canzone, le leggi dei giudizi

manomesse, ec.»

Il Papa, non più era Adriano, bensì Leone, ma non fa caso;

mutansi Papi come cavalli di posta, il carro prosegue il suo viaggio.

Contro lui si levano i nipoti di Adriano chiamandolo a morte; per

ventura, malconcio e rotto della persona, ripara nel convento di santo

Erasmo; quinci cauto si parte, e va in Germania i suoi devoti

artatamente spargono il grido che privo dai nemici di occhi e di

lingua per divina intercessione gli aveva ricuperati. Leone e

Carlomagno conferirono insieme a Paderborn, e stabilito quanto era da

farsi tornano di conserva in Italia: da prima il re convocati i Romani

intima loro ad esporre le accuse contro Lione, e giudicarlo; di faccia

ai ferri parati a tagliare la gola a cui si attenta dire, gli

accusatori tacciono, i giudici dichiarano non potere giudicare chi Dio

pose giudice a tutti; ma Leone con gran voce esclamò: aborrire ogni

privilegio volersi purgare, l'avria fatto il dì veniente; alla

dimane salito in bigoncia stese la mano su gli evangeli e si

affermò innocente delle colpe appostegli dai Romani. Tanto

bastò, e pel:

_rotto della cuffia

E' se ne uscì più chiaro della stella_.

I preti intonarono le litanie, laudando Dio, la Vergine, e i Santi.

Venuto il giorno di natale il re dopo avere udito messa si conduce a

piè dello altare per farci orazione (non si sa chi lo impediva di

pregare Dio dal suo posto); mentre sta per rialzarsi il Papa gli pone

sul capo la corona gemmata, e sopra le spalle il manto di porpora

dando la intonatura al popolo che con triplice grido esclamò: «A

Carlo Augusto coronato dalla mano di Dio, grande, e pacifico

imperatore dei Romani vita, e vittoria.»

Dopo gli urli il Papa gli si _buttò in ginocchioni davanti_ _e lo

adorò riconoscendolo per suo sovrano_[1], poi lo unse, insieme al

suo figliuolo: Carlomagno offerse subito a san Pietro due tavole di

argento, e calici, e patene con altri arnesi di religione, che valsero

un tesoro; e per istare in pace con tutti di preziosi doni presentava

altresì san Paolo, san Giovanni Laterano, e santa Maria maggiore.

Eginardo nella vita di Carlomagno racconta, ch'ei fu colto alla

sprovvista; della sua incoronazione sapeva nulla; se avesse potuto

addarsene saria rimasto piuttosto senza messa; nè sonano diverse le

altre vite di Carlomagno, chè gli uomini quantunque storici, anzi

soprattutto gli storici appaiono pecore per andare uno dietro l'altro

senza nè sapere, nè curarsi sapere lo perchè. Carlomagno

grandissimo tra i potentati del suo tempo non sembra che avesse a

contentarsi di dignità inferiore ad altro principe; questo sempre

molestamente avrebbe patito, ma poichè buona parte di terra aveva

acquistato a danno dello emulo nè anco era prudenza non mutare

sembianza all'autorità; il Papa eziandio trovava vantaggio nel

baratto, chè di vassallo diventava quasi pari, e il tempo, e la

occasione gli avrieno fornito il destro di levare il quasi: cose

ventilate o ferme erano quelle fino da Paderborn; e di vero non si

comprende come a Roma, stanziandoci Carlomagno, si fosse potuto

mandare a partito il senatoconsulto per eleggere costui imperatore di

occidente tra clero, senatori, e popolo romano senza che egli ne

pigliasse fumo[2]; e se impreparato era come presentò subito san

Pietro e gli altri con doni solenni premio di eccelso favore, molto

più che altri afferma la mercede due cotanti più ricca e parla

di 500 lib. di oro donate a san Pietro, una corona di 50 lib. di oro

tempestata di gemme la quale mercè di catena parimente di oro

appese davanti l'altare del medesimo santo, calici di oro di lib. 22;

dello argento non si parla nè manco. Il Papa si genuflesse una

volta onde altri gli s'inginocchiasse sempre; vendicò la

umiliazione di essersi prostrato ai piedi altrui col costringere gli

altri a baciare i suoi. Su questo fatto più tardi aggiungeremo

parole; intanto mira sotto il piviale del Papa coprirsi la usurpazione

di uno zio delle sostanze degli orfani nipoti, e la ribellione di un

prete contro il suo legittimo principe. La Chiesa esaltò fino al

cielo Carlomagno, anco lui ebbe nome di _vescovo dei vescovi_; morto

lo scrisse sopra l'albo dei santi; vagliamolo, e miriamo un po' che

rimanga di lui dinanzi la storia; egli persecutore del suo sangue,

ladro, forse assassino dei proprii nipoti[3]: sotto pretesto

d'infermità rimanda a vituperio Ermengarda; e ch'ei fosse mendace

lo manifesta Adelardo suo cugino germano, il quale sdegnato del

ripudio della innocente Ermengarda, e mal patendo vedersi dinanzi agli

occhi un'adultero imperiale si ridusse frate nel monastero delle

Gorbie[4]: rotto alle libidini così, che non pago di quattro mogli

traeva seco anco quattro concubine: che più? Lo dico, o lo taccio?

Lo dirò perchè vie più la gente apprenda che pelo abbia

vestito sempre il prete di Roma; correva fama nella sua propria corte

ch'egli con incestuosi concubiti si mescolasse con le proprie

figliuole; che da lui si dilungassero non pativa, qualunque partito di

nozze respingeva, e perchè non le pigliasse il tedio con infame

connivenza tollerava che di ogni sozzura si contaminassero. Tanto

narra Eginardo nella vita di Carlomagno quantunque segretario di

lui[5].

[1] Fleury. Storia Ecclesias. I. 45 P. 21.

[2] Vita di Carlomagno di Petruccio Ubuldino p. 66. Giovanni Diacono

nel libro _Delle vite dei vescovi napoletani_ afferma espresso

come cotesto fatto era stato da un'anno prima stabilito tra Leone

e Carlomagno.

[3] Altri ci leva il _forse_, e afferma Carlomagno avere fatto

ammazzare in un giorno i figli di Carlomanno suo fratello, i

principi Merovingi d'Aquitania, e 4500 Sassoni. _Gibbon_ Storia

della Decadenza c. 49.

[4] Fleury, St. cit. I. 45. P. 50.

[5] «nunquam iter sine illis faceret--quæ cum pulcherrimæ

essent e ab eo plurimum diligerentur mirum dictu quod nullam earum

cuiquam aut suorum, aut exterorum nuptum dare voluit, sed omnes

secum usque ad obitum senem in domo sua retinuit dicens: se earum

contubernio carere non posse. Ac, propter hoc, alias felix

adversae fortunæ malignitatem espertus est» Eghinar. in vita

Kar. m. Corre fama che questo Eginardo sposasse Emma figliuola di

Carlomagno e ne vanno attorno drammi e romanzi; a ragione non ci

crede il Gibbon perchè «_un marito avrebbe avuto animo

troppo coraggioso a compire così esattamente i doveri di

storico!_»

Papa Leone si prostra dinanzi a Carlomagno e parve vile; più tardi

il Papa ordinò la gente gli baciasse genuflesso il piede, e fu

superbia satanica: afferma il Baronio cotesta essere costumanza antica

nella Chiesa fino dall'anno 204 dopo G. C., e non è vero niente; se

Maria Maddalena unse i piedi a Cristo, e lo adorò, essendo stata

costei di professione meretrice non poteva mai umiliarsi troppo; ed

anco per lei l'atto fu giudicato soverchio, nè tale che da Gesù

dovesse patirsi, e non lo tacquero; il Papa ne prese l'uso dalle

cerimonie, che i Romani inschiaviti adoperavano verso gl'imperatori;

di vero Plinio nel Panegirico ricorda come fosse lodato Traiano

perchè baciasse amorevole i senatori, mentre i suoi predecessori

davano loro a baciare i piedi: forse temendo, che qualcheduno

reluttante negasse curvarsi al bacio, il Papa sovrappose la croce alla

scarpa; e così sempre la croce manto a coprire ogni reo intento; la

croce calce ad imbiancare senza posa il sepolcro.--

E più di questo merita nota il modo stabilito da Carlomagno per la

elezione del Papa, il quale veramente altro non fece che confermare

l'antico quando gl'imperatori greci dominavano Roma; il popolo e il

clero lo eleggessero, lo imperatore approvasse, e poi si consacrasse;

ma così ustolava il Papa per la voglia di stendere le mani, che

Stefano IV succeduto a Leone senza attendere la conferma dello

imperatore pigliò possesso della sua dignità; biasimato,

incolpava la impazienza del popolo; ma Pasquale che gli subentra

adopera nella medesima guisa, ed ammonito con la scusa medesima si

difende; ma tanto è, di lì aveva a passare; e quantunque Eugenio

II e Valentino Papi avessero ad ottenere prima della sagra

l'approvazione imperiale tuttavia nella formula del giuramento di

fedeltà, che in cotesta occasione pronunziava il popolo verso lo

imperatore posero di straforo la clausula: «salva la fedeltà

promessa al Signore Apostolico.» Di questa clausula messa lì

come un serpe assiderato si valse Papa Gregorio IV aizzando i

figliuoli di Ludovico il Pio contro il padre loro, in ispecie Lotario;

gli contaminò l'esercito, lo costrinse a fare pubblica penitenza,

confessando certa lista di peccati, dettata dal Papa, gli tolse il

nome e l'autorità e d'imperatore; da ciò Sergio II trasse

argomento di emanciparsi facendosi consacrare senza la conferma di

Lotario, il quale sovrano essendo, bene intendeva lo sovvenissero i

preti a ribellarsi al padre, non intendeva i preti si ribellassero a

lui: ond'ei mandò l'esercito a Roma col suo figliuolo Luigi per

mettere il Papa a partito; che su le prime voleva fare e dire, ma

trovato il terreno duro ebbe a scolparsi davanti al concilio, il quale

dopo lunga ambage ne confermava la ordinazione a patto, che egli, e il

popolo rinnovassero il giuramento di fedeltà a Lotario.

Lo assedio di Roma · 第 20 / 63 段