Ferrara, Ancona, e Bologna contro la religione dei patti non restituiva,
serbandole per addentellato a futura vendetta, od a suo totale esterminio;
la morte amica gli troncò il travaglio di sopportare vita umiliata e
cotidiana ignominia; lasciava ai successori una fiera eredità; nè gli
eventi smentirono i presagi.--Sorse ad ambire la corona langobarda
Desiderio duca di Toscana; gli emuli gli oppongono Rachis; ma la consegna
delle tre città desiderate a patto che ricacci l'infesto monaco in
convento: si compie l'accordo, e il monaco reale si rincantuccia, ma la
morte irrigidisce la mano a Stefano mentre ei la sporge per agguantare la
mercede; allora Desiderio al nuovo Papa la nega, o non si estimasse
obbligato a mantenere a Paolo le promesse fatte a Stefano, o come credo
piuttosto, perchè passata la festa si leva l'alloro. Ribollono le ire
sacerdotali e non potendo ricattarsi con le armi, si dà mano alle frodi,
arti nei principi, nei preti poi arti ed istinto, e riescono; sobillati i
duchi di Spoleto, e di Benevento ribellansi; Desiderio discernendo il sasso
dal balestratore si apparecchia a vendicarsi su Roma; il Papa spaventato
ricorre da capo per sussidio a Pipino; ma questi reso inerte dagli anni non
risponde, Paolo ne muore di rabbia; gli va dietro Pipino. Nuovi attori, e
dramma medesimo. Totone, e Passivo duchi langobardi accorsi a Roma fanno
eleggere Papa il fratello loro Costantino; ne piglia ombra Desiderio, il
quale cospira con Cristoforo primicerio, e Sergio sacellario della sede
pontificia; per tradimento di Grazioso custode delle carte Raciperto entra
in Roma con la gente langobarda, e mettono le mani addosso a Costantino ed
ai fratelli; i Romani riputandosi liberi aizzano a fare da Papa un
pretocolo, Filippo, menandolo alla basilica lateranense in mezzo agli urli:
«San Pietro lo elesse!» Può addirittura affermarsi che San Pietro
non ci entrava per nulla, e così anco credè Sergio, il quale postosi
davanti a Filippo gli disse: «che se non si riduceva al suo monastero e
subito, guai a lui!» E l'altro mogio mogio rifece i passi verso il
convento e più non parve fuori; allora dopo un gran tramestio fu eletto
Papa Stefano siciliano figliuolo di Olivio, il quale cominciava a
dimostrarsi vicario di Cristo strappando gli occhi e la lingua a Teodoro
vescovo fautore di Costantino, e poi lasciandolo morire di fame e di sete
nel monastero del monte Scauro; anco a Passivo svelse gli occhi; gli occhi
e la lingua a Gracilis tribuno di Alatri amico al Papa deposto; Valdiperto
sacerdote, che aveva messo su prete Filippo a farsi avanti pel papato, ebbe
a scontare la colpa con la perdita della lingua, e degli occhi. Nè
Costantino stesso la passò più liscia; a lui pure strapparono gli
occhi, e moribondo per l'orrendo strazio lasciarono a rotolarsi nel sangue
nella pubblica via. Il Fleury nella storia ecclesiastica ci assicura che
questo Papa dabbene era stato in certa guisa alunno di Papa Gregorio III;
se lo avesse avuto in delizia il carnefice che mai di peggio egli avria
potuto commettere?
In Francia a Pipino succedono i figliuoli Carlo, che poi fu detto
magno, e Carlomanno. Stefano chiede a Desiderio le città promesse,
e questi gli fa capire che innanzi di avere si ammannisca a rendere;
allora Stefano si volta da capo in Francia, ma quinci tira un vento,
che arruffa ogni suo concetto, imperciocchè i nuovi re, come suole,
procedessero tra loro piuttosto avversi che emuli: affermano, che
Desiderio facendo fuoco nell'orcio attendesse a mettere male fra loro
e sarà, chè certo Desiderio stinco di santo non era; Bertrada
madre, pensosa del presente, e spaventata del peggio si adopra ad
accordare gli animi per via di maritaggi; abbia Ermengarda, figlia a
Desiderio, Carlomagno sposa, e Adelchi, figlio di Desiderio, conduca
in moglie Gisla sorella di Carlomagno; Papa Stefano puntando a mandare
a monte ogni cosa notava simili nozze opera del demonio; contennenda e
vile la stirpe langobarda, indegna imparentarsi con la illustre casa
di Francia, odiosi a Dio i connubi con gente straniera male invocando
la legge mosaica regolatrice della Chiesa di Cristo; e poi, egli
aggiungeva, è celibe Carlomagno, ovvero vedovo? non è detto: che
quello che Dio congiunse non deva separare l'uomo? Tuttavia il
matrimonio di Adelchi giunse a frastornare il prete, questo di
Carlomagno no; ormai le consuete minaccie, e i tiri pure consueti di
scomuniche, di salute eterna perduta, di San Pietro supplice o
riottoso non provavano più: ogni cosa si logora nel mondo, la paura
ugualmente che il coraggio. Nemici potenti contro Desiderio erano
presso il Papa Cristoforo e Sergio, come vedemmo promotori della
elezione di Stefano, nè posavano un momento da assillarlo perchè
Bologna, Ancona, e Ferrara consegnasse il re langobardo a Roma, il
quale avendo per pecunia vinto Paolo Afiarto Camerario questi rese coi
suoi tranelli sospetti Cristoforo e Sergio, per altra parte venuti a
tedio al Papa per la troppa protervia loro: forse anco vegliava su
cotesti capi la Provvidenza invendicata. Afiarto per terminare di
abbattere gli emuli già crollati persuade a Desiderio venisse a
Roma sotto colore di visitare la chiesa e la tomba dei santi apostoli
extra muros. Desiderio accompagnato da fanti e da cavalli, dopo
venerata la sacra tomba, fa ressa di essere accolto.
Cristoforo, e Afiarto intorno al Papa; quegli per respingerlo, questi
per ammetterlo; ciondolando il Papa l'uno e l'altro apparecchia le
armi per isgararla di forza; il Papa di un tratto si consiglia recarsi
egli medesimo a conferire con Desiderio fuori delle mura, e, invano
dissuaso dal Primicerio, va: mentre favellano insieme querelandosi
scambievolmente, il primo per la ingiuria della diffidenza mostrata,
il secondo pel danno delle città non restituite, ecco giungere
novelle che il Primicerio e il Camerario si accapigliano: nè la
vittoria poteva pendere incerta parteggiando i Romani pel Camerario
come quello, che inteso ad accordarsi con Desiderio sembrava
assicurare a Roma anni di pace; il Papa agguindolato da Desiderio
rientra sbuffando in Roma, ed intima a Cristoforo e a Sergio chiudansi
in monastero o vadano a giustificarsi al cospetto suo e del re dei
longobardi; poi gli abbandona in mano di Afiarto, che gli accieca; il
padre ne muore, sopravvive il figliuolo per discendere nel sepolcro
con morte più infelice in virtù del sacerdotale odio di Afiarto.
Veramente Cristoforo e Sergio pagarono la pena del taglione, nè
meritavano meglio; _tamen_ i Papi sogliono in ogni caso e sempre
manifestare a quel modo la propria gratitudine. E' fu in mezzo al
gaudio della lusinga di riavere le tre città ricordate, ed anco per
ovviare ogni rinfacciamento a cagione dello strazio del Primicerio
devoto alla Francia, che Stefano disdicendosi scriveva ai figliuoli di
Pipino, Desiderio essere stato suo refugio, e porto di salvezza contro
le macchinazioni del Primicerio, e degli aderenti suoi; Adelchi
principe eccellentissimo; diritto nelle vie del Signore, che Dio
conservi, avere puntualmente restituito alla Chiesa di Roma le
_giustizie_ di san Pietro. Però ei si era affrettato troppo a
cantare _alleluia_, che Desiderio immaginando avere con la morte del
Primicerio, e del figlio messo tal bietta tra Francia e Roma da non
potersi cavare più si rifiutava alla consegna delle sospirate
città; onde il Papa, tenendosi per uccellato, disdette le lodi,
tornava ai vecchi oltraggi aggiungendone parecchi di nuovi. Il mondo
è tavoliere dove la fortuna gioca le partite mutando ogni tantino i
pezzi; muore Stefano, muore Carlomanno. Al Papa ostile ai Franchi
subentra Adriano parzialissimo loro, e segno manifesto di mutata
temperie fu prima richiamare dallo esilio, e restituire in libertà
gli avversari dell'Afiarto; poco dopo bandiva gli amici di questo,
quindi sotto pretesto di ambasceria spediva Afiarto a Desiderio, ma
giunto a Ravenna ordinò lo sostenessero; colà lo processarono, e
condannarono; Adriano, scrivono gli storici ecclesiastici, aborrendo
dal sangue mandò celeri messi affinchè gli salvassero la vita, i
quali non attesi da Leone arcivescovo di Ravenna mise a morte
l'Afiarto con inestimabile amarezza di Adriano: ipocrisie vecchie non
credute mai, e rinnovate sempre; i trasgressori si riprendono, e
premiansi; qualche volta punisconsi per fingere meglio; ma a iniquo
comando non mancò mai esecutore pessimo, che cupidità vince
esperienza, e il fato che minaccia tutti nessuno teme per sè.
Intanto volto appena l'anno Carlomagno repudia Ermengarda o per
talento di nuove nozze, o, come si disse, per insanabile infermità
della donna; al tempo stesso stende la mano sul capo dei nepoti
dichiarando proteggerli; alla madre loro parve vedere in cotesta mano
gli artigli di uccello grifagno, e fuggissi ricoverando co' figliuoli
nelle terre langobarde, e seco va Kunaud duca di Aquitania ribelle al
re: inoltre o volontario o costretto Carlomagno in quel torno si
travagliava nella guerra di Sassonia; questi tre successi forniscono a
Desiderio causa, ed opportunità di vendetta, sicchè propone ad
Adriano consacri re di Francia i figliuoli di Carlomanno, stringano
lega insieme, e si abbia finalmente in premio Ferrara, Ancona, e
Bologna. Adriano non dà nella pania, ed era cosa vulgare
guardarsene: senza fede Desiderio, vicino, e cupido di primato sopra
la universa Italia, Carlomagno lontano, cupido anch'egli, ma travolto
in perpetue imprese, e distratto dalle cure di vastissimo impero:
Adriano preferì questo, ed inviò messi a Carlomagno svelandogli
le insidie; profferendosegli isvicerato, e forte eccitandolo a
scendere in Italia per tutela della Chiesa, e di sè; Carlo commosso
dal pericolo raccolto l'esercito si presenta allo sbocco delle Alpi,
che trova sbarrato alle Chiuse di Susa. Qui tradimento vinse virtù.
Che approdò ad Adelchi armato di mazza di ferro avventarsi sopra
l'esercito dei Franchi menandone strage? E che avere ridotto Carlo a
tale che ormai disperato di superare le Chiuse pel giorno prossimo
deliberava la partenza? Martino diacono di Ravenna perigliandosi
traverso le Alpi giungeva in tempo per additare ai Franchi un sentiero
sconosciuto e indifeso; di lì passò parte dello esercito nemico,
il quale colto i Longobardi alle spalle, mentre gli altri gli
assalivano di fronte li mandò in rotta. Vel dissi già e lo
ripeto adesso, se le chiavi del Papato valgano ad aprire il paradiso
ignoro, o piuttosto so che non l'aprono, ma questo altro è certo,
che la tradita Patria esse aprirono allo straniero; lascio le chiamate
dei Papi che non contenti di aprire le porte ai Franchi, c'intromisero
le bestie di Lamagna, e perfino i Saraceni; ma oltre Martino diacono
guidatore dei Franchi per le Alpi la storia rammenta un Patriarca di
Aquileia, e il vescovo di Bressanone entrambi scorta nequissima dei
duchi di Austria nel Trevisanato, e nel Cadore. La corruzione, e
l'astio d'accordo col tradimento minarono il dominio langobardo.
Desiderio preso a Pavia mandasi prigione al monastero delle Corbie in
Francia; Adelchi scampato alle armi franche, ed alle insidie più
mortali dei suoi ripara in Costantinopoli; cascano in mano di Carlo la
cognata, e i nipoti; nè altro fu udito di loro; agli storici tutti
cotesto silenzio sa di sangue; solo al Manzoni tenerissimo di Carlo
perchè pupillo del Papato piace diversamente; mostrando ignorare
ch'è grande l'ombra del trono per coprire delitti; e il tremore
tace, mentre la piaggeria per poco che ne abbia argomento india i
potenti anco scellerati. Carlo richiesto di confermare la donazione di
Quierey lo fece _riservandosi l'alta sovranità sopra le terre
donate alla Chiesa;_ _non che il diritto di confermare la elezione del
Papa_[1]. Gli storici chiesastici sostengono questa seconda donazione
più ampia della prima, e non pare, almeno a giudicarne dalle
lettere di Adriano a Carlo nelle quali muove perpetua querimonia ora
di città non consegnate, ed ora di signoria angusta, e contesa.
[1] Raccomando la lettura di questa nota composta da scrittore
cattolico; voglia bene mandarla a mente chi legge però che su
quella fondino massimamente i chiesastici i diritti di Roma sopra
gli stati pontifici «la occultazione, o fabbricazione di
documenti non si può negare, ma si fecero per promovere
l'autorità temporale del Papa non già nelle cose intrinseche
della religione; nè si ha per certo che i Papi ordinassero
simili fraudolenze; si deve credere, che ciò si partisse da
amici troppo zelanti come per ordinario succede. Non dubbia la
falsità della donazione di Costantino; sconosciuto l'autore, ma
gli eruditi tutti anco cattolici la confessano (v. Pietro De Marco
Arcivesco. Paris _de ficta donatione Costantini_). Le Decretali
dei primi Papi fino a Siricio apparvero verso la metà del
secolo nono, e furono chiarite false da tutti i critici, e gli
eruditi; poco dopo il Concilio di Trento, non lo negarono nè
anco i Cardinali Baronio (ann. an. 865) e Bellarmino (de roman.
Pontif. b. 2) Autore Isidoro peccatore o mercatore aiutato da un
monaco, entrambi spagnuoli; le divulgò Riculfo vescovo di
Magonza devotissimo ai Papi. Niccolò I e i successori vennero a
capo di farle ricevere da' vescovi, e da tutti se ne pretese la
osservanza dai Principi, ed ebbero luogo nelle Collezioni del
diritto canonico; anco Graziano le pose dentro la sua collezione,
e così diventarono testo nelle scuole, e nelle università;
parecchi Concili le citarono, e le confermarono autentiche; per
esse venne mirabile incremento all'autorità dei Papi nelle cose
ecclesiastiche, _civili e politiche_. Il dotto padre benedettino
Coustan intorno alle medesime così ragiona: che Isidoro in
grazia di cotesta _frode_ abbia bene meritato della Chiesa io non
dirò; quindi ne furono rilassati, e sciolti quasi i nervi della
disciplina, scombussolati i diritti dei vescovi, la soverchia
credulità dei cattolici messa in canzone, le leggi dei giudizi
manomesse, ec.»
Il Papa, non più era Adriano, bensì Leone, ma non fa caso;
mutansi Papi come cavalli di posta, il carro prosegue il suo viaggio.
Contro lui si levano i nipoti di Adriano chiamandolo a morte; per
ventura, malconcio e rotto della persona, ripara nel convento di santo
Erasmo; quinci cauto si parte, e va in Germania i suoi devoti
artatamente spargono il grido che privo dai nemici di occhi e di
lingua per divina intercessione gli aveva ricuperati. Leone e
Carlomagno conferirono insieme a Paderborn, e stabilito quanto era da
farsi tornano di conserva in Italia: da prima il re convocati i Romani
intima loro ad esporre le accuse contro Lione, e giudicarlo; di faccia
ai ferri parati a tagliare la gola a cui si attenta dire, gli
accusatori tacciono, i giudici dichiarano non potere giudicare chi Dio
pose giudice a tutti; ma Leone con gran voce esclamò: aborrire ogni
privilegio volersi purgare, l'avria fatto il dì veniente; alla
dimane salito in bigoncia stese la mano su gli evangeli e si
affermò innocente delle colpe appostegli dai Romani. Tanto
bastò, e pel:
_rotto della cuffia
E' se ne uscì più chiaro della stella_.
I preti intonarono le litanie, laudando Dio, la Vergine, e i Santi.
Venuto il giorno di natale il re dopo avere udito messa si conduce a
piè dello altare per farci orazione (non si sa chi lo impediva di
pregare Dio dal suo posto); mentre sta per rialzarsi il Papa gli pone
sul capo la corona gemmata, e sopra le spalle il manto di porpora
dando la intonatura al popolo che con triplice grido esclamò: «A
Carlo Augusto coronato dalla mano di Dio, grande, e pacifico
imperatore dei Romani vita, e vittoria.»
Dopo gli urli il Papa gli si _buttò in ginocchioni davanti_ _e lo
adorò riconoscendolo per suo sovrano_[1], poi lo unse, insieme al
suo figliuolo: Carlomagno offerse subito a san Pietro due tavole di
argento, e calici, e patene con altri arnesi di religione, che valsero
un tesoro; e per istare in pace con tutti di preziosi doni presentava
altresì san Paolo, san Giovanni Laterano, e santa Maria maggiore.
Eginardo nella vita di Carlomagno racconta, ch'ei fu colto alla
sprovvista; della sua incoronazione sapeva nulla; se avesse potuto
addarsene saria rimasto piuttosto senza messa; nè sonano diverse le
altre vite di Carlomagno, chè gli uomini quantunque storici, anzi
soprattutto gli storici appaiono pecore per andare uno dietro l'altro
senza nè sapere, nè curarsi sapere lo perchè. Carlomagno
grandissimo tra i potentati del suo tempo non sembra che avesse a
contentarsi di dignità inferiore ad altro principe; questo sempre
molestamente avrebbe patito, ma poichè buona parte di terra aveva
acquistato a danno dello emulo nè anco era prudenza non mutare
sembianza all'autorità; il Papa eziandio trovava vantaggio nel
baratto, chè di vassallo diventava quasi pari, e il tempo, e la
occasione gli avrieno fornito il destro di levare il quasi: cose
ventilate o ferme erano quelle fino da Paderborn; e di vero non si
comprende come a Roma, stanziandoci Carlomagno, si fosse potuto
mandare a partito il senatoconsulto per eleggere costui imperatore di
occidente tra clero, senatori, e popolo romano senza che egli ne
pigliasse fumo[2]; e se impreparato era come presentò subito san
Pietro e gli altri con doni solenni premio di eccelso favore, molto
più che altri afferma la mercede due cotanti più ricca e parla
di 500 lib. di oro donate a san Pietro, una corona di 50 lib. di oro
tempestata di gemme la quale mercè di catena parimente di oro
appese davanti l'altare del medesimo santo, calici di oro di lib. 22;
dello argento non si parla nè manco. Il Papa si genuflesse una
volta onde altri gli s'inginocchiasse sempre; vendicò la
umiliazione di essersi prostrato ai piedi altrui col costringere gli
altri a baciare i suoi. Su questo fatto più tardi aggiungeremo
parole; intanto mira sotto il piviale del Papa coprirsi la usurpazione
di uno zio delle sostanze degli orfani nipoti, e la ribellione di un
prete contro il suo legittimo principe. La Chiesa esaltò fino al
cielo Carlomagno, anco lui ebbe nome di _vescovo dei vescovi_; morto
lo scrisse sopra l'albo dei santi; vagliamolo, e miriamo un po' che
rimanga di lui dinanzi la storia; egli persecutore del suo sangue,
ladro, forse assassino dei proprii nipoti[3]: sotto pretesto
d'infermità rimanda a vituperio Ermengarda; e ch'ei fosse mendace
lo manifesta Adelardo suo cugino germano, il quale sdegnato del
ripudio della innocente Ermengarda, e mal patendo vedersi dinanzi agli
occhi un'adultero imperiale si ridusse frate nel monastero delle
Gorbie[4]: rotto alle libidini così, che non pago di quattro mogli
traeva seco anco quattro concubine: che più? Lo dico, o lo taccio?
Lo dirò perchè vie più la gente apprenda che pelo abbia
vestito sempre il prete di Roma; correva fama nella sua propria corte
ch'egli con incestuosi concubiti si mescolasse con le proprie
figliuole; che da lui si dilungassero non pativa, qualunque partito di
nozze respingeva, e perchè non le pigliasse il tedio con infame
connivenza tollerava che di ogni sozzura si contaminassero. Tanto
narra Eginardo nella vita di Carlomagno quantunque segretario di
lui[5].
[1] Fleury. Storia Ecclesias. I. 45 P. 21.
[2] Vita di Carlomagno di Petruccio Ubuldino p. 66. Giovanni Diacono
nel libro _Delle vite dei vescovi napoletani_ afferma espresso
come cotesto fatto era stato da un'anno prima stabilito tra Leone
e Carlomagno.
[3] Altri ci leva il _forse_, e afferma Carlomagno avere fatto
ammazzare in un giorno i figli di Carlomanno suo fratello, i
principi Merovingi d'Aquitania, e 4500 Sassoni. _Gibbon_ Storia
della Decadenza c. 49.
[4] Fleury, St. cit. I. 45. P. 50.
[5] «nunquam iter sine illis faceret--quæ cum pulcherrimæ
essent e ab eo plurimum diligerentur mirum dictu quod nullam earum
cuiquam aut suorum, aut exterorum nuptum dare voluit, sed omnes
secum usque ad obitum senem in domo sua retinuit dicens: se earum
contubernio carere non posse. Ac, propter hoc, alias felix
adversae fortunæ malignitatem espertus est» Eghinar. in vita
Kar. m. Corre fama che questo Eginardo sposasse Emma figliuola di
Carlomagno e ne vanno attorno drammi e romanzi; a ragione non ci
crede il Gibbon perchè «_un marito avrebbe avuto animo
troppo coraggioso a compire così esattamente i doveri di
storico!_»
Papa Leone si prostra dinanzi a Carlomagno e parve vile; più tardi
il Papa ordinò la gente gli baciasse genuflesso il piede, e fu
superbia satanica: afferma il Baronio cotesta essere costumanza antica
nella Chiesa fino dall'anno 204 dopo G. C., e non è vero niente; se
Maria Maddalena unse i piedi a Cristo, e lo adorò, essendo stata
costei di professione meretrice non poteva mai umiliarsi troppo; ed
anco per lei l'atto fu giudicato soverchio, nè tale che da Gesù
dovesse patirsi, e non lo tacquero; il Papa ne prese l'uso dalle
cerimonie, che i Romani inschiaviti adoperavano verso gl'imperatori;
di vero Plinio nel Panegirico ricorda come fosse lodato Traiano
perchè baciasse amorevole i senatori, mentre i suoi predecessori
davano loro a baciare i piedi: forse temendo, che qualcheduno
reluttante negasse curvarsi al bacio, il Papa sovrappose la croce alla
scarpa; e così sempre la croce manto a coprire ogni reo intento; la
croce calce ad imbiancare senza posa il sepolcro.--
E più di questo merita nota il modo stabilito da Carlomagno per la
elezione del Papa, il quale veramente altro non fece che confermare
l'antico quando gl'imperatori greci dominavano Roma; il popolo e il
clero lo eleggessero, lo imperatore approvasse, e poi si consacrasse;
ma così ustolava il Papa per la voglia di stendere le mani, che
Stefano IV succeduto a Leone senza attendere la conferma dello
imperatore pigliò possesso della sua dignità; biasimato,
incolpava la impazienza del popolo; ma Pasquale che gli subentra
adopera nella medesima guisa, ed ammonito con la scusa medesima si
difende; ma tanto è, di lì aveva a passare; e quantunque Eugenio
II e Valentino Papi avessero ad ottenere prima della sagra
l'approvazione imperiale tuttavia nella formula del giuramento di
fedeltà, che in cotesta occasione pronunziava il popolo verso lo
imperatore posero di straforo la clausula: «salva la fedeltà
promessa al Signore Apostolico.» Di questa clausula messa lì
come un serpe assiderato si valse Papa Gregorio IV aizzando i
figliuoli di Ludovico il Pio contro il padre loro, in ispecie Lotario;
gli contaminò l'esercito, lo costrinse a fare pubblica penitenza,
confessando certa lista di peccati, dettata dal Papa, gli tolse il
nome e l'autorità e d'imperatore; da ciò Sergio II trasse
argomento di emanciparsi facendosi consacrare senza la conferma di
Lotario, il quale sovrano essendo, bene intendeva lo sovvenissero i
preti a ribellarsi al padre, non intendeva i preti si ribellassero a
lui: ond'ei mandò l'esercito a Roma col suo figliuolo Luigi per
mettere il Papa a partito; che su le prime voleva fare e dire, ma
trovato il terreno duro ebbe a scolparsi davanti al concilio, il quale
dopo lunga ambage ne confermava la ordinazione a patto, che egli, e il
popolo rinnovassero il giuramento di fedeltà a Lotario.