Papa si oppose a che Liutprando usurpasse Ravenna, ed anzi non
quietò se prima con esortazioni, e con profferte di soccorsi non
ebbe mosso Orso doge di Venezia a ripigliarla ed a restituirla
all'esarca; la quale cosa intendendola come si manifesta menerebbe
alla conclusione, che il Papa dannava in altrui quanto per sè
sosteneva buono; il panno mostra la corda; egli non pativa aumento di
potenza nei Langobardi, e poichè per allora non la poteva pigliare
per sè procurava la rendessero al greco imperatore, come quello a
cui debole essendo e remoto si poteva con più agevolezza a tempo ed
a luogo cavare di mano. Perché i Veneti non si tenessero Ravenna
non fie difficile indovinare; fatti i conti più volte, essi avranno
trovato che cavavano più utile dare, che tenere Ravenna a cagione
dei traffici loro in oriente, i quali avrebbero sofferto forse
irreparabile danno se si fossero accapigliati co' Greci: lo interesse,
ch'è la più salda canapa per filare legami fra gli uomini, in
cotesto tempo teneva stretti insieme Veneti e Greci; di vero Gregorio
si pose in balìa ai Veneti per disperato, essendo prima ricorso a
Carlo Martello, che al non volere (stando egli allora in procinto di
rompere guerra ai Salici ed agli Aquitani) dava colore onesto di non
potere, però che Liutprando gli avesse salva la vita sul campo di
battaglia e per giunta adottato il suo figliuolo Pipino, onde Gregorio
III successore di Gregorio II, il quale di coteste lustre s'intendeva,
appena seppe Carlo Martello sviticchiato dalla guerra salica, ed
aquitana, lo tentò da capo mandandogli solenne ambasceria con
lettere, e doni. Ancardo preside degli oratori lo avrebbe chiarito
meglio a voce; fra i doni, le catene, e le chiavi di San Pietro; fiero
e pure unicamente verace simbolo di quanto il Papato operò per la
Italia, fornì le catene allo straniero onde la incatenassero:
chè le chiavi poi fossero consegnate a San Pietro per serrare e
disserrare il cielo e lo inferno le sono novelle, ma che con esse in
mano il Papa ricordi avere sempre aperto, funesto portinaio, e maligno
le porte della nostra Patria allo straniero è verità: infamia
immortale a cui il Papato ebbe compagni Eufemio di Messina, Ludovico
il Moro, e il conte di Cavour. Le lettere sonavano in questa sentenza:
«Noi siamo afflitti vedendo come la poca sostanza avanzata pel
sostentamento dei poveri, e per le luminare delle Chiese[1], ormai sia
dispersa per la violenza di Liutprando, e d'Ildebrando suo nipote, i
quali tutti i poderi di _San Pietro_ devastarono, il _bestiame_ si
portarono via.» Tanto profonda si radicò nei preti la tenerezza
del bestiame che Papi, Vescovi, e Curati non altramenti si adattino a
chiamare i fedeli, che col titolo di _gregge_.--
[1] Ricordisi che uno degli scopi della falsa donazione di San
Pietro sono queste _luminare_
Ciò la prima, la seconda lettera diceva questo altro: «I
Longobardi ci pigliano a scherno irridendo: o non avete chiesto aiuto
a Carlo? Venga egli via a trarvi di affanno; e questo ci accuora meno
per noi, che per voi considerando come sì potente figliuolo non si
avacci a sovvenire la sua madre spirituale, la Santa Chiesa. Caro
figliuolo, sappi che il principe degli Apostoli potrebbe molto bene
difendere la sua Chiesa e vendicarsi dei suoi nemici da sè, ma se
ricorre a te lo fa proprio per mettere a prova il cuore di un suo
figliuolo. Qui bisogna scegliere tra San Pietro, e Liutprando: ora
all'amicizia del principe degli Apostoli vorrai tu preferire quella
del re dei Langobardi[1]?»
[1] _Epist. 5 Greg._ t. 6 Conc. p. 1472.
Quanto alle segrete profferte di Ancardo si ha per certo, che si
versavano sul cacciare via d'Italia ogni traccia di subiezione allo
imperatore, conferendo a lui Carlo col titolo di Consolo la protezione
di Roma. Che cosa Carlo avrebbe deliberato ignoriamo: secondo la
natura dei Franchi vuolsi credere che potendo fare senza danno,
all'opposto con profitto, sariasi mostrato sconoscente, ma la morte lo
colse, e dopo lui, indi a breve, Gregorio III.
Zaccaria Papa su i primordi del sacerdozio sfidato degli aiuti
_franchi_ si umilia a Liutprando, che stanco anch'egli dalle fatiche,
e rotto dagli anni per ottenere pace concede al Papa i patrimoni della
Sabina, di Narni, di Osimo di Ancona, e la Valle grande nel territorio
di Sutri con altre grazie non poche; e promette sospendere la guerra
contro Ravenna. Morto Liutprando succede Rachis, e questo sobillarono
i preti così che ormai lo adoperavano dolcissimo arnese ai loro
disegni: però i preti non appresero mai l'arte di seminare con la
mano, e non col sacco, onde per indiscretezza guastano il gioco, e
ciò appunto accadde con Rachis, il quale si rese monaco a Monte
Cassino scappando dai roncigli del prete per la porta della religione;
gli successe il fratello Astolfo, che subito si palesò terreno da
non piantarci vigna: allora Zaccaria, prevedendo da lungi la mala
parata, si volta a Pipino col quale la fortuna gli ammannisce
occasione capitale.
Pipino figlio di Carlo Martello per renunzia di Carlomanno, e per
violenza esercitata da lui in danno di Grifone entrambi germani, si fa
signore del reame dei Franchi; la cosa gli desta l'uzzolo del titolo,
come in altri il titolo mette il prurito della cosa; vuole essere re;
e poi vivendo la schiatta venerata dei veri re, come non sono
ereditari il valore, e la sapienza, così nè manco codardia, e
stoltezza, così ci era da temere, che un qualche generoso spuntasse
fuori da cotesta schiatta a mettere il tallo sul vecchio; avanzava la
morte, ma subita, perchè tenendo in mano l'aspide intirizzito non
sai quando rinfocolato ti arriverà col morso: pigliano vizio
gl'indugi. Ostava alla deposizione di Childerico III la fede dei
Baroni che gli si reputavano, ed erano legati per giuramento; Pipino
propone mandisi a consultare il Papa, inclito per fama di sapienza;
nella ignoranza universale _chierico_ voleva dire _sapiente_; e come
la presenza diminuisce la reputazione, la lontananza l'aumenta,
però i responsi di Roma tenuti per giunta ai precetti del decalogo;
piacque il partito e si spedirono a Roma san Burcardo vescovo di
Visburgo, e Fubrado cappellano del palazzo. Il quesito questo: «chi
ha da essere re di un popolo, o quegli che avendo il titolo non ne
possiede la capacità e la potenza o viceversa?» Naturalmente il
Papa non fu col diritto, bensì con la forza; anzi per appiccare lo
addentellato invece di parere il Papa dettò un decreto, ed invece
di parole declarative egli le adoperò imperatorie; chiesero un
consiglio ed egli diede un permesso; ci aggiunse per fare vie più
solenne l'atto la necessità della consacrazione, e di vero una
volta consacrò Pipino a Soissons con la moglie Bertrada _san_
Bonifacio arcivescovo di Magonza; e notai a posta una volta, perchè
come se il chiodo non reggesse lo ribadirono con una seconda
consacrazione.
Reca conforto a cui scrive storie considerare come le offese fatte
alla giustizia sebbene approdino da prima, e poi per certi fini a
coloro, che le commettono, tuttavia contengano in sè il seme di
futura vendetta: se ciò preordini la Provvidenza, o porti seco la
natura delle cose mi è ignoto, però si vede espresso come nel
mondo fisico del pari che nel morale non possano disprezzarsi certe
norme senza pericolo di ruina di concetti e di opere: così Pipino
chiedendo la consacrazione della sua colpa al Sacerdote venne a
farglisi soggetto, e gli diè il bandolo a creare la enorme dottrina
che al Papa spettasse concedere, e torre le corone; il Papa poi non
pensò che un giorno in virtù della sua sentenza avrebbe perduto
il dominio temporale, che si augurava confermare con quella. Di vero,
se i difensori del Papato si avvisano chiedere con qual diritto
presumete togliergli il governo dei popoli, e voi rispondete: con
quello medesimo onde Zaccheria ne spogliò Childerico: e notate che
nè manco gioverebbe la ragione, che non è eterno un Papa, e
morto uno sciagurato gliene surrogano altro virtuoso, imperciocchè
lo stesso poteva succedere nella stirpe di Childerico, la quale non si
spegneva mica con lui, al contrario egli aveva un figlio per nome
Teodorico, ed entrambi deposti furono chiusi in carceri separate;
negò il sospetto la consolazione di starsi uniti ai miserrimi; il
primo nel monastero di Siziù, il secondo in quello di Fontanelle;
allora prigioni i monasteri, soprastanti i frati.
Il Papa (era morto Zaccheria, e successogli Stefano II, ma non fa
caso) nonostante le carezze franche non ottiene schermo contro
Astolfo, eccetto parole, e questo re dalle mani grifagne, rotta la
tregua stabilita coll'imperatore assalta Eutichio esarca di Ravenna
alla sprovvista; gliela piglia; poi lo esarcato, nè si ferma lì,
chè cercando briga con Roma la intima a pagargli come a signore di
Ravenna il tributo del soldo d'oro a testa: nicchiando i Romani a
suggestione del Papa egli muove con lo esercito a Roma, occupa il
contado, i poderi pontifici devasta dopo averli insieme con gli altri
saccheggiati. Stefano con molte lamentazioni si volta a Costantino
Copronimo, figlio di Leone scomunicato, e maledetto come eretico
perchè continuatore dell'odio paterno contro le immagini: ma
necessità non conosce legge, ed anco per meno la Chiesa smette
l'ira non l'interesse; il Copronimo tribolato dai Bulgari invece di
soldati manda oratori; al malcondotto Papa non avanzano che i soccorsi
di Francia, ma nè i Romani memori della barbarie del vetusto Brenno
li volevano, nè i Franchi consentivano venire; allora apparve il
sommo delle sacerdotali arti; preci solenni a cafisso, e processioni,
e tutti i santi avvocati, il Papa attorno scalzo con su le spalle
certa immagine di Gesù dipinta proprio in paradiso dagli angioli a
tempo avanzato, e il popolo dietro anch'egli scalzo, gemendo, e
pregando, tutti coperti di cenere, quantunque non sia mai rimasto
chiarito che abbia che fare la sordidezza con la misericordia di Dio;
la pace rotta da Astolfo pendeva da un braccio della croce come il
rospo che il villano impicca ad un ramo di fico. Dopo questo
ammanimento Stefano ruppe in una predica, appo cui le scapigliate
arringhe dei nostri agitatori del popolo parrebbero tisane di
camomilla, alla quale la perorazione questa: «Dio volere ad ogni
costo si ricorresse per soccorso a Pipino.» Mosse l'ambasceria
romana per Francia con lettere ortatorie punto meno veementi alla
Baronia di Francia, perchè venisse a difendere la giustizia di
Cristo; di promesse, e soprattutto di benedizioni non faceva a
risparmio, per la rimessione dei peccati non ci era nè anco da
pensarci, solo che venissero in Italia alla difesa del Papa
tornerebbero innocenti come se uscissero allora allora dall'alvo
materno; per ogni scudo speso in questo mondo in pro della santa
Chiesa nell'altro ne riceverebbero centomila, e più. A Brottegando
abate di Gorza caporale degli oratori il Papa commise in segreto, caso
mai Pipino non potesse venire mandasse egli inviati a pigliarlo
affinchè non lo impedisse Astolfo: a voce si sarieno messi più
facilmente d'accordo.
Intanto arrivano i nunzi dello imperatore a cui era preposto Giovanni
Silenziario, i quali in compagnia di Stefano si fanno a trovare
Astolfo in Pavia, ed insieme gli chiedono renda Ravenna, e le terre
dell'esarcato e della pentapoli ghermite; gli si rimborseranno le
spese della guerra. Astolfo con grande sdegno rinfaccia il Papa, che
intimando altrui a rendere terra si tenga Roma principalissima delle
italiche ville: che pietà nuova pei Greci la è questa? Forse
Liutprando, ed egli Astolfo non avere combattuto contro i Greci per
irrequieta ressa di lui Stefano, e degli antecessori suoi? Ponessero
giù ogni speranza; non volere rendere un filo di paglia, e tregua
alle parole.
Sopraggiunsero i messi franchi Crodegando vescovo di Metz, e il Duca
Ottavio, nè approdarono meglio; allora costoro con molta destrezza
domandarono ad Astolfo salvocondotto per condurre Stefano in Francia;
anco a lui gioverebbe tenerlo alquanto di tempo lontano: Astolfo
rispose non avere impedito mai il Papa dallo andare e dallo stare; ma
poi chiamato Stefano con grande querimonia si dolse della presa
risoluzione tentando distorlo; e c'intromise eziandio altri autorevoli
personaggi, ma il Papa stette sodo, e Astolfo non si potendo disdire
lo lasciò andare.
Colà il Papa cosparso di cenere, stretto i fianchi di cilizio si
prostrò ai piedi di Pipino scongiurandolo in nome di Dio, e dei
santi a salvarlo dalle mani dei Longobardi, nè volle levarsi da
terra se il re steso prima la mano non lo assicurava di scampo, ma
correndo la stagione iemale inviò a stanza il Papa nel monastero di
San Dionigi. Prima di dividersi, Pipino incerto della permanenza della
corona nella propria famiglia domandava i suoi figliuoli Carlo e
Carlomanno da lui si consacrassero suoi successori, e il Papa: magari!
a patto che l'esarcato ai Longobardi si togliesse, ed alla Chiesa si
donasse: ciò stabilito Pipino convoca l'assemblea dei Baroni a
Quierus per bandire la guerra al re Astolfo; nè questi si rimase
con le mani a cintola, che persuase l'abate di Montecassino a
concedere, che Carlomanno uscisse dal convento, e si recasse fino
lassù a sconsigliare la guerra; il quale andato dimostrava poco
contado avere perduto il Papa, glielo renderebbe Astolfo; l'altro
spettare al greco imperatore; ora che scese di testa erano quelle
smaniarsi per ciò, che era di altri e questi non chiedeva? Se chi
si pone di mezzo paciere sapesse che non vi ha cosa, la quale tanto
arrovelli cui intende commettere ingiustizia quanto udire favellare di
giustizia vado sicuro, che manderebbe la lingua al beccaio: la guerra
fu dichiarata, Carlomanno chiuso nel chiostro di Vienna: non passò
l'anno che lo calarono nel sepolcro; i suoi figliuoli scompaiono: come
perirono essi? Vorrei dirti: domandalo alla tomba, se la tomba
parlasse.--
Delitti, e religione bugiarda. Cristo e il Diavolo legati in un mazzo.
Stefano infermo, o finge per ammanire la guarigione miracolosa, la
quale egli affermò essere accaduta in questo modo: gli erano
comparsi davanti i santi Pietro, Paolo, e Dionisio col diacono e
suddiacono; uno tiene la palma, l'altro lo incensorio. Dopo
ricambiatesi non so quali cerimonie, Dionisio invitava Pietro a sanare
il suo rappresentante in terra non senza adoperarci qualche parola
risentita facendogli specie avesse mestieri dimando; e san Pietro
punto dal rimprovero tingendosi un po' in rosso per vergogna annuì:
la guarigione si fece in meno, che si mette a recitare un _Gloria
Patri_, e san Dionigi accomiatandosi da Stefano gli suggeriva:--sia
con te pace; non temere, presto tornerai alla tua chiesa; ma prima fa
di consacrare un'altare in voto ai due santi apostoli, e vi celebrerai
una messa in riconoscenza della grazia ricevuta. Parve devozione, ed
era alzata d'ingegno affinchè i popoli vi traessero in copia; mossi
dalla novità della cosa, e come avvisarono accadde: colà fra la
moltitudine delle turbe calcate, in mezzo alla universa baronia di
Francia Stefano consacrò da capo Pipino, e la sua moglie Bertrada,
e insieme con loro Carlo, e Carlomanno figliuoli; dalla parte di San
Pietro scomunicando i Francesi tutti qualora si attentassero eleggersi
altri re fuori della stirpe di Pipino. Avvertenza che i Francesi
odierni avrebbero dovuto tenere dinanzi la memoria per non incorrere
nella scomunica nel frequente loro barattare di re. Nè quì si
rimase il Papa, che eccetto la donna dichiarò tutti patrizi romani,
e dicesi ancora che battezzasse Carlo, e Carlomanno; nè meno
generoso Stefano volle mostrarsi co' Francesi, però che in prima
lasciasse il suo pallio alla badia di san Dionigi, e poi insegnasse
loro a non stonare quando cantavano: per la quale cosa importa che i
Francesi si ripongano bene in mente, che se oggi cantano il _Miserere_
in regola lo devono proprio al Papa; ma per avventura e' ce lo tengono
più che non penso, ed è senz'altro per questo che grati al
Papato così tenacemente da ogni jattura il difendono.
Le storie ricordano, e non si nega da noi, che a persuasione del Papa,
Pipino spedì fino a tre volte ambasciatori ad Astolfo perchè
consegnasse le torre occupate, e ciò non mica per istudio, che
sangue cristiano non si versasse, ma sì perchè le guerre così
si possono vincere come perdere, ed è prudente tentare ogni via di
venire a capo dei desiderii a man salva, e poi non andava il Papa
esente dal sospetto di cacciare un diavolo con un altro; ma Astolfo
tenne sodo, allora scese le alpi Pipino, ed assediò Astolfo in
Pavia col quale presto venne a patti e furono: restituisse l'esarcato,
e le _giustizie_ di San Pietro, giurasse eseguire l'accordo, in pegno
dello adempimento desse ostaggi; ottenuto tanto, invano supplicato dal
Papa egli tornavasene in Francia.
Oltre il naturale talento che ha l'uomo di rifarsi, cruciava Astolfo
il pensiero del tiro del prete, e della ingratitudine di Pipino; i
suoi antecessori, ed egli per virtù di armi avevano conquistato le
città italiche contro l'imperatore greco, ed ora costretto di
consegnarle al Papa conosceva avere messo sangue, e sostanza a
repentaglio per avanzare altrui: per maggiore cordoglio questo gli
veniva per opera di tale a cui Liutprando aveva salvato il padre in
battaglia, e lui stesso adottato per figlio: però agevole
prevedersi che egli non avria levato la mano finchè gliela
reggevano; di fatti, volte appena le spalle Pipino, Astolfo
tempestando muove a Roma fiducioso di trovare favorevoli i Romani; e
s'ingannò; i Romani sostennero lo sforzo delle armi dei Langobardi
confidando essere soccorsi in tempo da Pipino. Ora se il Papa battesse
mani e piedi perchè costui tornasse non è da dire; scritta una
prima lettera gliela manda per l'abate Fulbrado: invocansi Dio, la
Vergine, e i Santi; lasci ogni cosa e venga via di rincorsa; se
ricusa, o se tarda nel dì del giudizio si aspetti a rendere i
conti, ed ahi! quanto tremendi, imperciocchè Dio nella sua
prescienza creasse proprio apposta lui Pipino onde difendesse lui
Stefano, e _cui Dio predestinava chiamò, e i chiamati sono
giustificati_. Poteva essere giunto a mezza strada il messo, che gli
spedisce dietro Vilcano vescovo di Nomenta con la seconda lettera,
dove ripetute le esortazioni, e minacce medesime aggiunge: avere
obbligo verso i Santi della difesa del Papa; verso Dio dacchè egli
poteva ottimamente provvedere al fatto suo in cento altre mila guise;
ma poichè egli aveva scelto proprio lui Pipino a questo intento
egli non se ne poteva scansare: verso gli uomini a cagione dell'aperta
promessa alla quale venendo meno stesse sicuro, che gliela
squadernerebbe in faccia San Pietro, ed a difendersi non gli
basterebbero arzigogoli. Il Papa tirava, Pipino tentennava, Astolfo
picchiava a doppio; allora Stefano invia la terza lettera con gli
oratori Vescovo Giorgio, Conte Tomarico, ed Abate Verniero; pianti,
omei, supplicazioni, e minacce non mancano; ma per mettere in opera
stimolo nuovo, Stefano s'industria spunzicchiare l'orgoglio franco
scrivendo come i Longobardi jattanti vadano attorno beffando:
«vengano via quei di Francia a liberarvi dalle nostre mani!» e
poi tra un turbine di accuse scappa fuori con questi due appunti:
«i Longobardi dopo essersi ripinzi di vino, e di cibo _mangiano le
ostie consacrate_, ed hanno ammazzato e portato via tutto il _bestiame
della Santa Sede_!
Ma Pipino non veniva: ormai di argomenti umani il Papa era giunto al
verde; e' fu mestieri ricorrere ai soprannaturali, che non riescono
mica difficili come ordinariamente si crede; su questa strada basta
avere il coraggio di movere un passo che poi si va innanzi a miglia
senza nè manco accorgersene: il Papa smette pertanto di scrivere, e
comincia San Pietro. Questi piglia le mosse coll'affermare sapersi
nell'universo mondo presente e in quell'altro essere i Franchi suoi
figli adottivi, e primo fra tutti i popoli fino alla consumazione dei
secoli; nè egli parlare in suo nome solo, bensì anco in quello
della Vergine, degli Angioli, dei Troni, delle Dominazioni, dei
Martiri, dei Confessori, di tutta insomma la milizia celeste; e non
parla unicamente al re Pipino, ma bene anco ai baroni, vescovi, abati,
preti, monaci, governatori, all'universo popolo senza pure ometterne
uno solo, e impone a quanti sono, che badino bene di non lasciare
manomettere il gregge di Cristo, il popolo d'Isdraele, altrimente non
ci ha rimedio, le anime loro andranno perdute nel fuoco eterno, ed
egli saperlo di certo; nel regno dei cieli bisogna renunzino a entrare
perchè così aveva disposto la santissima Trinità, e ad ogni
modo era forza fare i conti con lui, che teneva le chiavi del
paradiso, e ci pensassero bene.
Infami e peggio anco a mente degli scrittori ecclesiastici,
imperciocchè la Chiesa sia tolta in cotesta miserabile menzogna a
significare non già l'assemblea dei Fedeli, ma i beni temporali
uniti al Papato, il gregge di Cristo non accenni ad anime, sibbene a
corpi, le promesse materiali della legge antica vadano confuse con le
spirituali del Vangelo, la religione con l'interesse; e quello che per
avventura estimo peggio di questo, affogano scientemente nello errore
gl'intelletti, i quali Dio commetteva al Sacerdote per incamminarli
sopra la via della verità. A cotesti tempi non si sospettavano
frodi, o da pochi; però se dannoso crederle, più esiziale
discrederle, che tra i pazzi è pazzo il savio; ma forse ci prestava
fede Pipino, nè diverso da lui nel credere fandonie Astolfo,
però che si narri ch'ei si raffidasse vincere la impresa, come
quello che portando seco copia di corpi santi dei suoi stati, e
raccolti eziandio dalle terre nemiche immaginava avere sprovvisto il
Papa degli dei tutelari, ed assicuratili a sè. Tornò in Italia
Pipino, vinse da capo Astolfo, e da capo l'assediò in Pavia: quivi
si fece accordo; in mezzo ai negoziati ecco comparire i nunzi greci
Gregorio primo segretario, e Giovanni Silenziario, ed esporre il greco
imperatore legittimo sovrano dell'Esarcato, e della Pentapoli, a lui
averli rapiti con violenza i Longobardi, e poichè riparatore
d'ingiustizie ei si mostrava al mondo non le rincappellasse col dare
al Papa, levandolo allo imperatore, quello che non gli apparteneva.
Pipino rispose, che il principe il quale non basta a difendere il suo
stato ne perde il dominio; ed in questo aveva ragione; egli poi non
essersi mosso per lo imperatore ma per San Pietro a cui aveva fatto
voto di donare tutte le sue conquiste in isconto dei peccati commessi
e per la salute dell'anima sua. Dura fu la legge del vincitore che
Astolfo ebbe a cedere l'Esarcato, la Pentapoli, ventidue città,
Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Jesi, Forlì,
Forlimpopoli, Castrocaro, Montefeltro, Areragio, che ai dì nostri
non sappiamo dove giacesse, Mente-lucano, forse Nocera, Serravalle,
San Mariano, Bobio, Urbino, Cagli, Luceolo, Narni, e Comacchio; le
spese della guerra, la terza parte del suo tesoro, e torni a pagare al
re dei Franchi l'annuo tributo di 12000 soldi di oro di cui la gente
langobarda si era affrancata, regnando Clotario II. Folbrado abate
ricevute le chiavi di queste ventidue città le portò sopra la
pretesa tomba di San Pietro con la facoltà di usufruirle; e ciò
pongasi bene in sodo: _la Chiesa dal dominio utile in fuori su la
donazione di Pipino niente altro ebbe, e così da Carlomagno fino ad
Enrico III._ Anco dopo il mille la potestà temporale, donde i Papi
ricavano adesso fondamento alla libertà del potere spirituale della
Chiesa, non occorre stabilita, epperò eziandio il piissimo tra i
cattolici ha d'accordarsi in questo con noi, o che il potere temporale
non è necessario alla libertà spirituale della Chiesa, ovvero
che per i dieci primi secoli interi la Chiesa non fu libera; nè
cavillare qui giova, delle due cose l'una; il cattolico scelga.