Chiesa di Roma però che inducesse Valentiniano III a decretare ver
un vescovo si attentasse a innovare senza il consenso del vescovo di
Roma; le costituzioni della Chiesa romana avessero forza di legge
nelle altre chiese. Trovando poi con Marciano il terreno più
morvido, lo condusse fino a decretare la pena di morto contro
qualunque esercitasse cerimonie pagane: già siamo a 455 anni dopo
Gesù, e voltandoci addietro non vediamo ormai il punto donde il
Cristianesimo piglia le mosse; la Chiesa di Cristo si raffida meglio
nelle manette, che nella parola; e intanto, che ella si arrabatta ad
averle di suo lo piglia in presto dal Despota. Il _verbo_ alle mani
del Papa già è fatto mannaia. Ai tempi di questo Papa, Attila
mosso alla ruina di Roma atterrito dalle parole di lui si arresta sul
Mincio, e l'hanno per miracolo; poco dopo sopraggiunge Genserico, il
quale non curate le invenie del vecchio imbelle nabissa la città
dei Cesari, e lo hanno per meritato castigo alle colpe dei Romani.
Così con la Chiesa di Roma non si vince, e non s'impatta. Del
miracolo nel caso di Attila parlano bravamente tutti gli scrittori
chiesastici; ebbe monumento dipinto da Raffaello nelle logge Vaticane,
e scultorio in San Pietro per opera dello Algardi; del fatto di
Genserico o tacciono, o si attentano a sostenere che anco lì un po'
di miracolo ci fu, dacchè, intercedente Leone, tre chiese andarono
immuni dal saccheggio; e a fin di conto quantunque il sacco durasse
quattordici giorni, e quattordici notti, bruciassero fabbriche,
votassero case, le chiese spogliassero, anzi con mirabile vicenda le
reliquie di tre religioni la pagana, la giudaica, e la cristiana in un
fascio rapissero, il tetto dorato del Campidoglio arraffassero, le
gemme a Eudosia imperatrice ghermissero, a Leone fino i vasi di
argento, dono di Costantino, strappassero, molte migliaia di Romani di
entrambi i sessi, o per piacevole aspetto, ovvero per talento utile
pregiati, menassero in cattività, gli scrittori chiesastici, ed
anco qualcheduno non chiesastico sostengono, che molti mali Leone il
_grande_ prevenne, e _grande_ senza fallo egli fu, ma nell'arte di
estendere l'autorità sua sotto colore di fede ortodossa, e di
ecclesiastica disciplina.
La uguaglianza dei vescovi fra loro prescritta dallo Evangelo ed
osservata nei primi secoli della Chiesa non può rivocarsi in
dubbio. San Paolo scrivendo ai Corinti afferma sè _in nulla_
inferiore agli altri Apostoli[1], anzi rinfaccia apertamente San
Pietro di non camminare diritto nelle vie del Vangelo. «Cristo,
insegna santo Agostino, affidò la Chiesa non al solo Pietro, e
nè principalmente a lui, bensì indistintamente ed ugualmente a
tutti gli Apostoli[2].»--La uguaglianza fra i vescovi attestano i
SS: Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Cirillo ed altri parecchi,
sicchè il Concilio di Aix la Cappella con le parole medesime di San
Cipriano sentenziava: «tutti gli Apostoli hanno ricevuto con Pietro
uguale partecipazione di potestà, e di onore[3].» Da capo
Cipriano parlando a nome di 87 vescovi dell'Affrica rimbrotta Stefano
vescovo di Roma: «veruno tra noi presume chiamarsi _vescovo dei
vescovi_, nè adopera minacce tiranniche per obbligare i suoi
colleghi ad obbedirgli, però che ogni vescovo in virtù della sua
potestà è libero nel voto, e nell'amministrazione[4].» Ancora
Cornelio successore di Stefano avendo accolto alcuni scomunicati della
chiesa affricana San Cipriano lo ammonisce con gravi parole a non
alterare la disciplina ecclesiastica onde a cotesti perduti non abbia
a parere l'autorità dei vescovi di Affrica minore della sua[5].
Anco nel quarto secolo quel grande luminare della chiesa San Girolamo
predicava: «La Chiesa di Roma non differisce dalle altre. Un
vescovo sia in Roma o in Gubbio, in Costantinopoli o a Reggio, in
Alessandria o a Tanis possiede merito, e sacerdozio uguali; inopia, o
dovizia non fanno divario, tutti sono a pari titolo successori degli
Apostoli[6].»
[1] II. XII. 11.
[2] Contra Gennad. l. 1. n. 22.
[3] Con. t. 24. p. 1318.
[4] Con. t. p. 786.
[5] Epis. 55.
[6] Epis 101 _ad Evag_.
Chi dei due il vescovo di Roma, o quello di Costantinopoli fu primo a
pretendere la monarchia della chiesa? Arduo a sapersi, ma poichè
entrambi ormai col cuore gonfio di superbia procedevano appartati
dalle vie del Signore è da credersi che ambedue concepissero pari
consiglio: però sarà manifesto come il vescovo di Roma,
esecrando in quello di Costantinopoli il titolo di _monarca_, ne
usurpasse indi a breve per sè il titolo e le prerogative. Il
Concilio di Costantinopoli concedeva titolo di primate al vescovo di
Roma, i secondi onori all'altro di Costantinopoli; di qui la origine
dello screzio, il quale crebbe quando il Concilio di Calcedonia,
invano contrastante Leone il grande, non alla giurisdizione romana di
lui, bensì a quella della sede bizantina sottomise i vescovi di
Eraclea, di Gerusalemme, e di Antiochia. E poichè signoria non pate
compagnia, dallo screzio si venne alle contumelie e alle armi; la
Chiesa di Cristo unita per la virtù degli Apostoli si divide come
la sua veste giocata a dadi dai crocifissori; di lui dopo un mezzo
secolo, sedendo papa Osmida, si riconciliano gli animi, ma non per
durare; al contrario la contesa si rinfocola più acerba di prima,
volendo i vescovi bizantini estendere la propria giurisdizione sopra
l'Illirico, l'Epiro, l'Acaia, la Macedonia, e la Bulgaria.--
Però mentre da un lato il vescovo di Roma innanzi di patire, che
l'emulo suo si avvantaggi pure di una oncia, manda la Chiesa a
rifascio, egli s'industria accaparrarsi qualche o titolo o preminenza
che lo ponga in vista delle genti; e davvero bisogna confessare che la
infallibilità non sia dote di Papa, o almanco non fu di Papa
Simmaco, quando nel Concilio detto delle _Palme_ gli bastò il cuore
di fare chiarire _impeccabile_ chiunque tenesse la sede romana;
difatti, se non tutti, per certo la massima parte dei Papi potrieno
definirsi gli _Apolli di Belvedere dei sette peccati mortali_. Calisto
Papa fu ladro, per quanto si legge nei _Filosofumena_ attribuiti a
Santo Ippolito, e ripreso dal suo padrone Carpoforo fu messo alla
macina. Urbano VI per ira, che sette cardinali si fossero palesati
avversi alla sua elezione, menatili a Genova li strangolava: nè
corrono anni molti che gli scheletri infelici furono rivenuti nei
sotterranei della Badia di San Giovanni dove quel truce si condusse ad
abitare. Avari tutti, ma fra di loro porta il vanto Giovanni XXII. Chi
più brutto di nefande libidini di Alessandro VI? Chi più pigro o
scandaloso di Giulio III? Superbo di Gregorio VII? Giulio II beveva
come un lanzo e bestemmiava come un vetturale. Insomma bisogna
confessare che se il petto del Papa è proprio stanza dello Spirito
Santo egli si trova pessimamente alloggiato sopra la terra. Silverio,
e Vigilio contendono del papato, prevale Silverio in virtù della
pecunia fornitagli dal re dei Langobardi; proteggono Vigilio femmine
infami, Teodora, e Antonina, quella moglie a Giustiniano, questa a
Belisario. Cotesto o Papa od Antipapa promette accettare i capitoli
favorevoli alla dottrina di Eutiche negante in Cristo la persona umana
per contrapposto a Nestorio, che gli negava la divina, se Giustiniano
lo sovviene a vincere l'avversario Silverio; aiutato ci arriva, e fa
spegnerlo a tradimento; ma poi o si pente, o piglia a tedio la
suggezione, sicchè non osserva il patto; relegato in Sicilia da
Teodora, minacciato da Giustiniano di un Concilio a Costantinopoli
accetta da capo i capitoli di Eutiche: la viltà, come succede, gli
fruttava obbrobrio, non concordia, anzi la Chiesa nel suo pontificato
si lacerò peggio di prima; allo scisma delle chiese orientali si
aggiunsero quelli della Illiria, delle Spagne, delle Gallie, e
dell'Affrica; si separarono altresì dalla comunione di lui Toscana,
Istria, Umbria, Liguria, e Venezia; lo scomunicò San Paolino
patriarca di Aquileia in un Concilio dei suoi suffraganei.
Pelagio I considerando come argomenti spirituali non bastassero a
sottomettergli i vescovi avversari s'industriò adoperarci il
terrore delle armi; e sembra persuadesse Narsete a sovvenirlo; ma
scomunicato dai vescovi si rimase attendendo a raccogliere le sostanze
della chiesa streme e disperse nel perpetuo disegno di primeggiare
sopra i suoi uguali. Pelagio II rifatto di forze torna ad insistere
nel concetto di primazìa, ma poichè i vescovi di occidente
riparansi sotto la tutela dei Longobardi, egli disperato di venirne a
capo con le proprie facultà si raccomanda a Childerico re dei
Franchi di Austrasia, il quale lo trastulla e lo delude.
Intanto se il vescovo di Roma si arrabattava a prevalere sopra i suoi
uguali nè manco il vescovo di Costantinopoli rimaneva con le mani
alla cintola, e in certo Concilio radunato per giudicare di un vescovo
di punto in bianco si piglia il titolo di _Universale_. Questi fu
Giovanni digiunatore. Se Pelagio saltasse su i mazzi non è da dire;
vomitò ingiurie a bocca di barile, e per ultimo in nome di san
Pietro buttò all'aria tutti gli atti del Concilio. Troppo più
fiero di lui Gregorio magno, però, che stemperati in ogni mala
cosa, nella violenza delle parole turpi, i Pontefici non conoscano
confine: vale il pregio considerare quello, che Papa Gregorio magno
non aborrisse proferire contro questo patriarca usurpatore del titolo
di _Universale_: «tu stai di casa vicino al diavolo, e quanto
presumi è scelleraggine espressa; tu proprio ammannisci la ruina
del sacerdozio il quale venne istituito da Dio per dare l'esempio
della umiltà.... Veruno dei miei predecessori patì mai portare,
o lasciare portare questo titolo profano, conciossiachè dove mai un
patriarca si appelli _universale_ venga a mancare negli altri il nome
di patriarca. Per me credo che accordarti siffatto _scellerato_
titolo, e mandare in perdizione la fede sia tutt'uno.--Se la tua
santità chiama _papa me o non capisce, che viene a confessare lei
non essere tale, poichè io divento per suo consentimento
ecumenico?--Se un vescovo si chiamerà universale andrà di certo
a precipizio la Chiesa_[1]». Però mentre Gregorio astia al
Digiunatore il nome, s'ingegna agguantare per sè la cosa; per
costringere il Patriarca ad umiltà egli primo s'intitola _servo dei
servi di Dio_, e così si sottoscrive nella lettera, che gli
spedisce, ma intanto si mette coll'arco del dosso a dilatare la
primazìa della sua fede sul mondo cristiano, massime in occidente,
e nelle sue epistole si dichiara _aggravato dalla cura, e dalla
sollecitudine di tutte le chiese_, la quale cosa, ch'è mai se non
la presunzione d'imporsi ecumenico agli altri vescovi?
[1] _Epist_. 32. 80. C. 4. Il testo preciso della lettera 18. l. V.
di papa Gregorio al patriarca Giovanni merita grave
considerazione, ed è questo: «tu togli a tutti l'onore
dovuto e lo concentri in te; così facendo tu ti proponi a
modello _colui che disprezzando le legioni degli Angioli suoi
uguali tentò elevarsi a singolare altezza onde non più
soggetto ad alcuno potesse dominare a tutti_. Egli disse: mi
solleverò fino al cielo, mi collocherò sopra le nubi più
alte, sarò simile all'Altissimo.... industriandoti tu a
prevalere sopra i tuoi fratelli con quel titolo superbo non è
lo stesso che tu dicessi:--salirò al cielo, porrò il mio
trono sopra gli astri?... Che potrai rispondere a Gesù Cristo
giudice quando con questo titolo di universale procuri
assoggettarti tutti i fratelli? Tu che brami essere chiamato non
solo padre ma _padre universale del mondo_. Respingi respingi da
te tanto perfida suggestione.»--E ciò perchè questo
titolo voleva pigliare egli; sputava insomma su la pietanza
perchè altri schifandosene la lasciasse mangiare tutta a lui.
Difatti Bonifazio III, successore di lui, timoroso, che altri lo
prevenisse a pigliare per sè il titolo di universale non istette a
perdere tempo e indusse lo imperatore Foca a concederglielo; donde tu
vedi come anco questo nome da cui tirano tanta superbia i Papi di Roma
non si diparta da istituzione divina, ma al contrario sia dono
d'imperatore, e di quale imperatore!
Ribelle al suo principe, trucidatore di lui, e della imperiale
consorte, e di otto figliuoli innocentissimi, di persona deforme, di
aspetto sinistro, nella crapula sprofondato e nella lussuria; codardo
così, che a ragione Maurizio quando lo seppe tale esclamasse:
«ahimè! se vile per certo diventerà assassino.» Le stragi
che menò questo feroce non mai precedute da giudizio, e precedute
sempre da atrocissimi tormenti; occhi e lingue strappati, mani e piedi
recisi; arsi a lento fuoco, o disfatti dal flagello; l'anfiteatro
contaminato da membra tronche: insomma tale non dirò da disgradarne
Nerone, bensì da stargli a pari. Nondimanco il papa Gregorio gli
manda epistole gratulatorie perchè «la benignità della sua
religione fosse giunta al fastigio dello impero; si rallegrino i
cieli, la terra esulti e delle opere sue pietosissime il popolo della
repubblica universale fin qui afflitto spietatamente meni
tripudio[1].» e terminava poi profetandogli, che dopo lungo e
prosperoso regno se ne sarebbe volato ritto ritto come un cero nel
celeste impero. E' sembra, che il dono della profezia non fosse per
anco piovuto addosso al vescovo di Roma, dacchè Foca abbandonato da
tutti dopo ogni maniera vilipendii, e strazii ebbe il capo mozzo, e le
ceneri del suo corpo, dato alle fiamme, furono disperse al vento. Il
clero già tanto non so se io mi abbia a dire o abbietto o truce,
pago di leccare il sangue esaltava il nuovo imperatore Eraclio con
ressa supplichevole chiamandolo al trono, che avrebbe purificato dalla
ignominia. Tale fu Foca imperatore il quale inalzava il vescovo di
Roma alla dignità di ecumenico.
[1] _Epis._ 38 b. XI.
Innanzi di procedere raccattiamo per via un fatto strano come quello, che
chiarisce la inanità dei nostri moderni uomini di stato, e la sfrontata
ignoranza di loro. Gelasio I papa, imperando Zenone, bandiva la Chiesa
avere a governarsi libera nello stato; e prima di lui Sinesio vescovo di
Tolemaida così ammaestrava il clero cristiano: «per esperienza vi
è chiarito come porre insieme Principato e Sacerdozio sia un mettere
all'aratro un'asino con un bove. Gli Egizi e gli Ebrei furono un dì
governati da sacerdoti, ma poi il Signore separando questi due generi di
vita dichiarò l'uno sacro, l'altro politico; questo unì alla materia,
quello a se; i Principi ai negozi; alle orazioni noi. Perchè
congiungerete quello che Dio separò? Perchè imporci un carico impari
alle nostre spalle? Se abbisognate di protezione volgetevi a cui fu
preposto alla esecuzione della legge. Avete bisogno di Dio? Andate dal
vescovo. Scopo del vero sacerdote la contemplazione la quale mal si accorda
con l'azione[1].» Il testo famoso di Gelasio e la lettera di Gregorio
III a Lione l'Isaurico occorrono significati, anzi copiati[2] nella
epistola ottava scritta da Nicolò I papa a Michele III imperatore:
«concedo prima di Gesù Cristo taluni essere stati re, e sacerdoti
insieme, ed il demonio ha imitato questo nella persona degl'imperatori
pagani, i quali erano altresì _sommi pontefici_, ma apparso colui che fu
re e sacerdote vero, lo imperatore non si appropriava più i diritti del
sacerdozio, _nè più il pontefice usurpò nome regio_.Imperciocchè
quantunque tutti i sacerdoti sieno schiatta sacerdotale ad un
punto e regale, Dio però consapevole della umana debolezza, e
desideroso di salvare i suoi in virtù della umiltà volle separare gli
uffici dei due poteri per modo che gl'imperatori cristiani, abbisognassero
dei Pontefici per la vita eterna, ed i Pontefici andassero soggetti
agl'imperatori nelle cose temporali. Colui pertanto che serve Dio non
s'intrometta nelle cose del secolo, come colui che attende alle cose del
secolo non s'intrighi nelle cose divine. A questo modo ognuno dei due
ordini rimane circoscritto nei termini della modestia, ed ogni vocazione
è applicata a ciò che le appartiene[3]».
[1] _Epist_. 121.
[2] V. lib. _de Anathemate_ di papa Gelasio.
[3] Epis. 8.
Ora se vuoi conoscere come il Papa allora instasse su cosa dalla quale
ripugna adesso, la ragione ti comparisce manifesta. Il sacerdozio in
cotesti giorni sentiva non potersi ordinare a suo modo, e farsi stato
dentro lo stato per riuscire più tardi stato solo e trapotente, se
non si appartava dalla subiezione dello impero, però mostrava
repugnanza dello antico istituto di principato comprenditore eziandio
del sacerdozio per giungere a stabilire un sacerdozio comprenditore
del principato: insomma rovesciare la medaglia. Il quale intento
avendo con pertinacia grande, e con fortuna ottenuto vediamo il Papato
armarsi di leggi atte a camminare compagno a canto lo stato, e se gli
capita, padrone; e di vero prima fu compagno, e poi padrone; per
ultimo anch'ei provò quanto sia vero il proverbio, che chi più
stringe meno abbraccia, e decadde dal superbo concetto di signoria
universa sopra le cose spirituali come sopra le temporali, non già
per migliore senno, o per mutato consiglio, bensì per impotenza, e
smanioso di ragguantare la perduta primazia quando, che fosse. Una
volta egli attese a separare le due potenze, adesso il Pontefice si
ostina a respingere la partizione, e ciò perchè mutava punto di
appoggio alla leva: allora il principato l'aduggiava impedendogli di
farsi potenza; ora che dominazione è fatto separandosi perderebbe
il principato: di qui l'ira, e la minaccia di adoperare le folgori,
che non bruciano più, nè manco i pagliai, per tenere insieme
quello, che sotto pena dei medesimi fulmini si pretese un dì
spartito.--Per me considero la repugnanza del Papato proprio
provvidenziale, imperciocchè là dove la separazione fosse
avvenuta a casaccio siccome propose il barone Ricasoli, uomo per certo
inettissimo allo ufficio che si tirò su le spalle, la Chiesa di
Roma nel modo col quale adesso si trova costituita avrebbe potuto
sovvertire, o turbare a sua posta lo stato; e questo parmi avere con
buoni argomenti chiarito altrove. Carte in tavola; tutte le religioni,
che occorrono dentro lo stato voglionsi libere per ciò che spetta
al foro interno; quando poi presumono intrecciarsi con atti esterni
agli ordini pubblici, come ogni altra cosa civile, cascano sotto le
discipline della _polizia_ nel modo, che la intendevano i Greci.--E
poco, anzi punto, secondo la opinione mia, vale che il sacerdozio ha
da essere libero, dacchè io pure consenta così, ma al tempo
stesso sostengo, che ricondotto alla sua prima istituzione, voglio
dire al suffragio del popolo, parmi manifesto, che il popolo non fie
per eleggere uomini i quali contradicano alle sue leggi; mentre adesso
il clero per suggestione di principe straniero interessato ad
arruffarti le faccende di casa compiace a lui non al principe proprio
e nè manco al suo popolo. La dottrina del suffragio universale ha
da mutare la faccia del mondo; nè rechi amarezza il tristo esempio
di Francia: per ora il tino bolle sicchè i raspi e i fiocini
vengono a galla; lasciate posare e avrete il vino ch'è conforto
dell'anima.
Quantunque ormai per istudio di acquistare potenza i Papi si fossero
avvantaggiati delle cerimonie pagane però che quanto la religione
perdeva di spirituale tanto desiderava ornarsi di forme sceniche, e affatto
materiali, tuttavia verun Papa postergato ogni rispetto più di Gregorio
magno strinse lega col paganesimo. A questo uomo misto singolare di
pedanteria e di forte volere un dì venne in testa di convertire
gl'Inglesi: la causa che lo spinse questa: veduti a Roma alcuni giovani
sassoni-inglesi bellissimi di forma domandò chi fossero e donde
venissero. Gli risposero essere _angli_, ed egli, «angioli sì cui
bisogna liberare dalla schiavitù del demonio; ma da qual provincia
vengono essi?--Dal _Deirè_.--Ci supplicano, soggiunse il Papa, a
salvarli dalla ira di Dio; e come si chiama il capo o principe
loro?--_Ella_.--Alleluia, conchiuse Gregorio, certamente a noi commise il
cielo, che per le costoro terre si abbia a cantare alleluia.»
Bambinesche forme coteste, le quali velavano concetti terribili, che furono
in processo di tempo spedire bolle ai Franchi per consacrare le loro rapine
affinchè essi le suggellassero con la scure, e a lui Papa pagassero il
prezzo del sangue. Mandava Agostino in Inghilterra co' giovani educati
nelle arti della curia romana, e parecchi monaci mascagni, i quali tutti
giunti ad Aix scorati per le molestie della via stanno in procinto di
stornare, ma Gregorio li rimbrotta di poca fede, e li sovviene di lettere
commendatizie pei baroni franchi sbraciando loro a destra, ed a sinistra
d'illustrissimo, piissimo, cristianissimo e via con iscialacquo, che non
mai fu visto maggiore, se ne eccettuiamo quello, che adesso si fa delle
croci dei santi Maurizio, e Lazzaro; gli resse il cuore perfino di scrivere
lettere alla immanissima donna Branechilda salutandola eccelsa per ispirito
inchinevole alle opere buone, e tetragona nel timore dell'onnipotente
Dio[1]. Così andarono innanzi Agostino e i frati sicchè giunti appena
a Cantorbery domandano al re Etelberto: «una terra con tutte le sue
rendite non per loro, ma per Cristo, facendone atto di cessione solenne
affinchè egli Cristo colmi lui re di beni in questo mondo e più
nell'altro.» Doveva parere un po' strano al re Etelberto che per
divenire meglio vestito dovesse cominciare a spogliarsi, pure bebbe grosso,
e donò la prima terra a santo Agostino ed ai suoi monaci, le altre se le
pigliarono da loro: il peggio era che i Sassoni gente dura male consentiva
lasciare le cerimonie vetuste della barbara religione, sicchè non
sapendo che pesci pigliare mandava a Roma per consiglio, e Gregorio lo
ammoniva a far la gatta di Masino, sopporti i sacrifici di vittime, lasci
stare gl'idoli, non tocchi i tempii, si pigli ogni cosa in santissima pace
a patto di appoggiare l'alabarda; e così fu; indi a breve Offa ammazza
Etelberto; dai morti non ci ha modo di cavarne costrutto; i preti si
voltano ad Offa al quale danno assoluzione plenaria a patto che paghi a
Roma un tributo annuale intitolato _danaro di San Pietro_; tale l'origine
di questo danaro, che Cesare Cantù non aborriva ricordare nel Parlamento
italiano come esempio imitabile; un dì lo somministrò alla Curia
romana il tradimento, oggi lo paga il fratricidio. E poichè il prete
tiene assai della natura della Fama di Virgilio, che in andando cresce,
così a cotesti tempi rimoti con celerità spaventosa, egli impose
decime sopra le mercedi degli operai, sopra il soldo dei soldati; che
più? fino sopra il turpe _lucro delle meretrici_. Siccome suole, la
ingordigia troppa adesso aliena gli spiriti; chi paga, e chi non paga; di
più, rotta una maglia aumenta la voglia nei Sassoni di affrancarsi dalla
catena, per la quale cosa cacciano di sede Roberto di Jumieges eletto
vescovo di Cantorbery dal Papa; allora Alessandro II lucchese si lega co'
Normanni, incitato da Ildebrando monaco; questi capo dei frati accattoni,
quegli pure paltoniere e tignoso, onde quando lo menarono intorno a
processione il popolo gli urlava dietro: «va via lebbra; va via
bisaccia.»
[1] Op. t. 4. p 18.