Leone Primo di una spinta maestra mandò innanzi gl'interessi della

Chiesa di Roma però che inducesse Valentiniano III a decretare ver

un vescovo si attentasse a innovare senza il consenso del vescovo di

Roma; le costituzioni della Chiesa romana avessero forza di legge

nelle altre chiese. Trovando poi con Marciano il terreno più

morvido, lo condusse fino a decretare la pena di morto contro

qualunque esercitasse cerimonie pagane: già siamo a 455 anni dopo

Gesù, e voltandoci addietro non vediamo ormai il punto donde il

Cristianesimo piglia le mosse; la Chiesa di Cristo si raffida meglio

nelle manette, che nella parola; e intanto, che ella si arrabatta ad

averle di suo lo piglia in presto dal Despota. Il _verbo_ alle mani

del Papa già è fatto mannaia. Ai tempi di questo Papa, Attila

mosso alla ruina di Roma atterrito dalle parole di lui si arresta sul

Mincio, e l'hanno per miracolo; poco dopo sopraggiunge Genserico, il

quale non curate le invenie del vecchio imbelle nabissa la città

dei Cesari, e lo hanno per meritato castigo alle colpe dei Romani.

Così con la Chiesa di Roma non si vince, e non s'impatta. Del

miracolo nel caso di Attila parlano bravamente tutti gli scrittori

chiesastici; ebbe monumento dipinto da Raffaello nelle logge Vaticane,

e scultorio in San Pietro per opera dello Algardi; del fatto di

Genserico o tacciono, o si attentano a sostenere che anco lì un po'

di miracolo ci fu, dacchè, intercedente Leone, tre chiese andarono

immuni dal saccheggio; e a fin di conto quantunque il sacco durasse

quattordici giorni, e quattordici notti, bruciassero fabbriche,

votassero case, le chiese spogliassero, anzi con mirabile vicenda le

reliquie di tre religioni la pagana, la giudaica, e la cristiana in un

fascio rapissero, il tetto dorato del Campidoglio arraffassero, le

gemme a Eudosia imperatrice ghermissero, a Leone fino i vasi di

argento, dono di Costantino, strappassero, molte migliaia di Romani di

entrambi i sessi, o per piacevole aspetto, ovvero per talento utile

pregiati, menassero in cattività, gli scrittori chiesastici, ed

anco qualcheduno non chiesastico sostengono, che molti mali Leone il

_grande_ prevenne, e _grande_ senza fallo egli fu, ma nell'arte di

estendere l'autorità sua sotto colore di fede ortodossa, e di

ecclesiastica disciplina.

La uguaglianza dei vescovi fra loro prescritta dallo Evangelo ed

osservata nei primi secoli della Chiesa non può rivocarsi in

dubbio. San Paolo scrivendo ai Corinti afferma sè _in nulla_

inferiore agli altri Apostoli[1], anzi rinfaccia apertamente San

Pietro di non camminare diritto nelle vie del Vangelo. «Cristo,

insegna santo Agostino, affidò la Chiesa non al solo Pietro, e

nè principalmente a lui, bensì indistintamente ed ugualmente a

tutti gli Apostoli[2].»--La uguaglianza fra i vescovi attestano i

SS: Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Cirillo ed altri parecchi,

sicchè il Concilio di Aix la Cappella con le parole medesime di San

Cipriano sentenziava: «tutti gli Apostoli hanno ricevuto con Pietro

uguale partecipazione di potestà, e di onore[3].» Da capo

Cipriano parlando a nome di 87 vescovi dell'Affrica rimbrotta Stefano

vescovo di Roma: «veruno tra noi presume chiamarsi _vescovo dei

vescovi_, nè adopera minacce tiranniche per obbligare i suoi

colleghi ad obbedirgli, però che ogni vescovo in virtù della sua

potestà è libero nel voto, e nell'amministrazione[4].» Ancora

Cornelio successore di Stefano avendo accolto alcuni scomunicati della

chiesa affricana San Cipriano lo ammonisce con gravi parole a non

alterare la disciplina ecclesiastica onde a cotesti perduti non abbia

a parere l'autorità dei vescovi di Affrica minore della sua[5].

Anco nel quarto secolo quel grande luminare della chiesa San Girolamo

predicava: «La Chiesa di Roma non differisce dalle altre. Un

vescovo sia in Roma o in Gubbio, in Costantinopoli o a Reggio, in

Alessandria o a Tanis possiede merito, e sacerdozio uguali; inopia, o

dovizia non fanno divario, tutti sono a pari titolo successori degli

Apostoli[6].»

[1] II. XII. 11.

[2] Contra Gennad. l. 1. n. 22.

[3] Con. t. 24. p. 1318.

[4] Con. t. p. 786.

[5] Epis. 55.

[6] Epis 101 _ad Evag_.

Chi dei due il vescovo di Roma, o quello di Costantinopoli fu primo a

pretendere la monarchia della chiesa? Arduo a sapersi, ma poichè

entrambi ormai col cuore gonfio di superbia procedevano appartati

dalle vie del Signore è da credersi che ambedue concepissero pari

consiglio: però sarà manifesto come il vescovo di Roma,

esecrando in quello di Costantinopoli il titolo di _monarca_, ne

usurpasse indi a breve per sè il titolo e le prerogative. Il

Concilio di Costantinopoli concedeva titolo di primate al vescovo di

Roma, i secondi onori all'altro di Costantinopoli; di qui la origine

dello screzio, il quale crebbe quando il Concilio di Calcedonia,

invano contrastante Leone il grande, non alla giurisdizione romana di

lui, bensì a quella della sede bizantina sottomise i vescovi di

Eraclea, di Gerusalemme, e di Antiochia. E poichè signoria non pate

compagnia, dallo screzio si venne alle contumelie e alle armi; la

Chiesa di Cristo unita per la virtù degli Apostoli si divide come

la sua veste giocata a dadi dai crocifissori; di lui dopo un mezzo

secolo, sedendo papa Osmida, si riconciliano gli animi, ma non per

durare; al contrario la contesa si rinfocola più acerba di prima,

volendo i vescovi bizantini estendere la propria giurisdizione sopra

l'Illirico, l'Epiro, l'Acaia, la Macedonia, e la Bulgaria.--

Però mentre da un lato il vescovo di Roma innanzi di patire, che

l'emulo suo si avvantaggi pure di una oncia, manda la Chiesa a

rifascio, egli s'industria accaparrarsi qualche o titolo o preminenza

che lo ponga in vista delle genti; e davvero bisogna confessare che la

infallibilità non sia dote di Papa, o almanco non fu di Papa

Simmaco, quando nel Concilio detto delle _Palme_ gli bastò il cuore

di fare chiarire _impeccabile_ chiunque tenesse la sede romana;

difatti, se non tutti, per certo la massima parte dei Papi potrieno

definirsi gli _Apolli di Belvedere dei sette peccati mortali_. Calisto

Papa fu ladro, per quanto si legge nei _Filosofumena_ attribuiti a

Santo Ippolito, e ripreso dal suo padrone Carpoforo fu messo alla

macina. Urbano VI per ira, che sette cardinali si fossero palesati

avversi alla sua elezione, menatili a Genova li strangolava: nè

corrono anni molti che gli scheletri infelici furono rivenuti nei

sotterranei della Badia di San Giovanni dove quel truce si condusse ad

abitare. Avari tutti, ma fra di loro porta il vanto Giovanni XXII. Chi

più brutto di nefande libidini di Alessandro VI? Chi più pigro o

scandaloso di Giulio III? Superbo di Gregorio VII? Giulio II beveva

come un lanzo e bestemmiava come un vetturale. Insomma bisogna

confessare che se il petto del Papa è proprio stanza dello Spirito

Santo egli si trova pessimamente alloggiato sopra la terra. Silverio,

e Vigilio contendono del papato, prevale Silverio in virtù della

pecunia fornitagli dal re dei Langobardi; proteggono Vigilio femmine

infami, Teodora, e Antonina, quella moglie a Giustiniano, questa a

Belisario. Cotesto o Papa od Antipapa promette accettare i capitoli

favorevoli alla dottrina di Eutiche negante in Cristo la persona umana

per contrapposto a Nestorio, che gli negava la divina, se Giustiniano

lo sovviene a vincere l'avversario Silverio; aiutato ci arriva, e fa

spegnerlo a tradimento; ma poi o si pente, o piglia a tedio la

suggezione, sicchè non osserva il patto; relegato in Sicilia da

Teodora, minacciato da Giustiniano di un Concilio a Costantinopoli

accetta da capo i capitoli di Eutiche: la viltà, come succede, gli

fruttava obbrobrio, non concordia, anzi la Chiesa nel suo pontificato

si lacerò peggio di prima; allo scisma delle chiese orientali si

aggiunsero quelli della Illiria, delle Spagne, delle Gallie, e

dell'Affrica; si separarono altresì dalla comunione di lui Toscana,

Istria, Umbria, Liguria, e Venezia; lo scomunicò San Paolino

patriarca di Aquileia in un Concilio dei suoi suffraganei.

Pelagio I considerando come argomenti spirituali non bastassero a

sottomettergli i vescovi avversari s'industriò adoperarci il

terrore delle armi; e sembra persuadesse Narsete a sovvenirlo; ma

scomunicato dai vescovi si rimase attendendo a raccogliere le sostanze

della chiesa streme e disperse nel perpetuo disegno di primeggiare

sopra i suoi uguali. Pelagio II rifatto di forze torna ad insistere

nel concetto di primazìa, ma poichè i vescovi di occidente

riparansi sotto la tutela dei Longobardi, egli disperato di venirne a

capo con le proprie facultà si raccomanda a Childerico re dei

Franchi di Austrasia, il quale lo trastulla e lo delude.

Intanto se il vescovo di Roma si arrabattava a prevalere sopra i suoi

uguali nè manco il vescovo di Costantinopoli rimaneva con le mani

alla cintola, e in certo Concilio radunato per giudicare di un vescovo

di punto in bianco si piglia il titolo di _Universale_. Questi fu

Giovanni digiunatore. Se Pelagio saltasse su i mazzi non è da dire;

vomitò ingiurie a bocca di barile, e per ultimo in nome di san

Pietro buttò all'aria tutti gli atti del Concilio. Troppo più

fiero di lui Gregorio magno, però, che stemperati in ogni mala

cosa, nella violenza delle parole turpi, i Pontefici non conoscano

confine: vale il pregio considerare quello, che Papa Gregorio magno

non aborrisse proferire contro questo patriarca usurpatore del titolo

di _Universale_: «tu stai di casa vicino al diavolo, e quanto

presumi è scelleraggine espressa; tu proprio ammannisci la ruina

del sacerdozio il quale venne istituito da Dio per dare l'esempio

della umiltà.... Veruno dei miei predecessori patì mai portare,

o lasciare portare questo titolo profano, conciossiachè dove mai un

patriarca si appelli _universale_ venga a mancare negli altri il nome

di patriarca. Per me credo che accordarti siffatto _scellerato_

titolo, e mandare in perdizione la fede sia tutt'uno.--Se la tua

santità chiama _papa me o non capisce, che viene a confessare lei

non essere tale, poichè io divento per suo consentimento

ecumenico?--Se un vescovo si chiamerà universale andrà di certo

a precipizio la Chiesa_[1]». Però mentre Gregorio astia al

Digiunatore il nome, s'ingegna agguantare per sè la cosa; per

costringere il Patriarca ad umiltà egli primo s'intitola _servo dei

servi di Dio_, e così si sottoscrive nella lettera, che gli

spedisce, ma intanto si mette coll'arco del dosso a dilatare la

primazìa della sua fede sul mondo cristiano, massime in occidente,

e nelle sue epistole si dichiara _aggravato dalla cura, e dalla

sollecitudine di tutte le chiese_, la quale cosa, ch'è mai se non

la presunzione d'imporsi ecumenico agli altri vescovi?

[1] _Epist_. 32. 80. C. 4. Il testo preciso della lettera 18. l. V.

di papa Gregorio al patriarca Giovanni merita grave

considerazione, ed è questo: «tu togli a tutti l'onore

dovuto e lo concentri in te; così facendo tu ti proponi a

modello _colui che disprezzando le legioni degli Angioli suoi

uguali tentò elevarsi a singolare altezza onde non più

soggetto ad alcuno potesse dominare a tutti_. Egli disse: mi

solleverò fino al cielo, mi collocherò sopra le nubi più

alte, sarò simile all'Altissimo.... industriandoti tu a

prevalere sopra i tuoi fratelli con quel titolo superbo non è

lo stesso che tu dicessi:--salirò al cielo, porrò il mio

trono sopra gli astri?... Che potrai rispondere a Gesù Cristo

giudice quando con questo titolo di universale procuri

assoggettarti tutti i fratelli? Tu che brami essere chiamato non

solo padre ma _padre universale del mondo_. Respingi respingi da

te tanto perfida suggestione.»--E ciò perchè questo

titolo voleva pigliare egli; sputava insomma su la pietanza

perchè altri schifandosene la lasciasse mangiare tutta a lui.

Difatti Bonifazio III, successore di lui, timoroso, che altri lo

prevenisse a pigliare per sè il titolo di universale non istette a

perdere tempo e indusse lo imperatore Foca a concederglielo; donde tu

vedi come anco questo nome da cui tirano tanta superbia i Papi di Roma

non si diparta da istituzione divina, ma al contrario sia dono

d'imperatore, e di quale imperatore!

Ribelle al suo principe, trucidatore di lui, e della imperiale

consorte, e di otto figliuoli innocentissimi, di persona deforme, di

aspetto sinistro, nella crapula sprofondato e nella lussuria; codardo

così, che a ragione Maurizio quando lo seppe tale esclamasse:

«ahimè! se vile per certo diventerà assassino.» Le stragi

che menò questo feroce non mai precedute da giudizio, e precedute

sempre da atrocissimi tormenti; occhi e lingue strappati, mani e piedi

recisi; arsi a lento fuoco, o disfatti dal flagello; l'anfiteatro

contaminato da membra tronche: insomma tale non dirò da disgradarne

Nerone, bensì da stargli a pari. Nondimanco il papa Gregorio gli

manda epistole gratulatorie perchè «la benignità della sua

religione fosse giunta al fastigio dello impero; si rallegrino i

cieli, la terra esulti e delle opere sue pietosissime il popolo della

repubblica universale fin qui afflitto spietatamente meni

tripudio[1].» e terminava poi profetandogli, che dopo lungo e

prosperoso regno se ne sarebbe volato ritto ritto come un cero nel

celeste impero. E' sembra, che il dono della profezia non fosse per

anco piovuto addosso al vescovo di Roma, dacchè Foca abbandonato da

tutti dopo ogni maniera vilipendii, e strazii ebbe il capo mozzo, e le

ceneri del suo corpo, dato alle fiamme, furono disperse al vento. Il

clero già tanto non so se io mi abbia a dire o abbietto o truce,

pago di leccare il sangue esaltava il nuovo imperatore Eraclio con

ressa supplichevole chiamandolo al trono, che avrebbe purificato dalla

ignominia. Tale fu Foca imperatore il quale inalzava il vescovo di

Roma alla dignità di ecumenico.

[1] _Epis._ 38 b. XI.

Innanzi di procedere raccattiamo per via un fatto strano come quello, che

chiarisce la inanità dei nostri moderni uomini di stato, e la sfrontata

ignoranza di loro. Gelasio I papa, imperando Zenone, bandiva la Chiesa

avere a governarsi libera nello stato; e prima di lui Sinesio vescovo di

Tolemaida così ammaestrava il clero cristiano: «per esperienza vi

è chiarito come porre insieme Principato e Sacerdozio sia un mettere

all'aratro un'asino con un bove. Gli Egizi e gli Ebrei furono un dì

governati da sacerdoti, ma poi il Signore separando questi due generi di

vita dichiarò l'uno sacro, l'altro politico; questo unì alla materia,

quello a se; i Principi ai negozi; alle orazioni noi. Perchè

congiungerete quello che Dio separò? Perchè imporci un carico impari

alle nostre spalle? Se abbisognate di protezione volgetevi a cui fu

preposto alla esecuzione della legge. Avete bisogno di Dio? Andate dal

vescovo. Scopo del vero sacerdote la contemplazione la quale mal si accorda

con l'azione[1].» Il testo famoso di Gelasio e la lettera di Gregorio

III a Lione l'Isaurico occorrono significati, anzi copiati[2] nella

epistola ottava scritta da Nicolò I papa a Michele III imperatore:

«concedo prima di Gesù Cristo taluni essere stati re, e sacerdoti

insieme, ed il demonio ha imitato questo nella persona degl'imperatori

pagani, i quali erano altresì _sommi pontefici_, ma apparso colui che fu

re e sacerdote vero, lo imperatore non si appropriava più i diritti del

sacerdozio, _nè più il pontefice usurpò nome regio_.Imperciocchè

quantunque tutti i sacerdoti sieno schiatta sacerdotale ad un

punto e regale, Dio però consapevole della umana debolezza, e

desideroso di salvare i suoi in virtù della umiltà volle separare gli

uffici dei due poteri per modo che gl'imperatori cristiani, abbisognassero

dei Pontefici per la vita eterna, ed i Pontefici andassero soggetti

agl'imperatori nelle cose temporali. Colui pertanto che serve Dio non

s'intrometta nelle cose del secolo, come colui che attende alle cose del

secolo non s'intrighi nelle cose divine. A questo modo ognuno dei due

ordini rimane circoscritto nei termini della modestia, ed ogni vocazione

è applicata a ciò che le appartiene[3]».

[1] _Epist_. 121.

[2] V. lib. _de Anathemate_ di papa Gelasio.

[3] Epis. 8.

Ora se vuoi conoscere come il Papa allora instasse su cosa dalla quale

ripugna adesso, la ragione ti comparisce manifesta. Il sacerdozio in

cotesti giorni sentiva non potersi ordinare a suo modo, e farsi stato

dentro lo stato per riuscire più tardi stato solo e trapotente, se

non si appartava dalla subiezione dello impero, però mostrava

repugnanza dello antico istituto di principato comprenditore eziandio

del sacerdozio per giungere a stabilire un sacerdozio comprenditore

del principato: insomma rovesciare la medaglia. Il quale intento

avendo con pertinacia grande, e con fortuna ottenuto vediamo il Papato

armarsi di leggi atte a camminare compagno a canto lo stato, e se gli

capita, padrone; e di vero prima fu compagno, e poi padrone; per

ultimo anch'ei provò quanto sia vero il proverbio, che chi più

stringe meno abbraccia, e decadde dal superbo concetto di signoria

universa sopra le cose spirituali come sopra le temporali, non già

per migliore senno, o per mutato consiglio, bensì per impotenza, e

smanioso di ragguantare la perduta primazia quando, che fosse. Una

volta egli attese a separare le due potenze, adesso il Pontefice si

ostina a respingere la partizione, e ciò perchè mutava punto di

appoggio alla leva: allora il principato l'aduggiava impedendogli di

farsi potenza; ora che dominazione è fatto separandosi perderebbe

il principato: di qui l'ira, e la minaccia di adoperare le folgori,

che non bruciano più, nè manco i pagliai, per tenere insieme

quello, che sotto pena dei medesimi fulmini si pretese un dì

spartito.--Per me considero la repugnanza del Papato proprio

provvidenziale, imperciocchè là dove la separazione fosse

avvenuta a casaccio siccome propose il barone Ricasoli, uomo per certo

inettissimo allo ufficio che si tirò su le spalle, la Chiesa di

Roma nel modo col quale adesso si trova costituita avrebbe potuto

sovvertire, o turbare a sua posta lo stato; e questo parmi avere con

buoni argomenti chiarito altrove. Carte in tavola; tutte le religioni,

che occorrono dentro lo stato voglionsi libere per ciò che spetta

al foro interno; quando poi presumono intrecciarsi con atti esterni

agli ordini pubblici, come ogni altra cosa civile, cascano sotto le

discipline della _polizia_ nel modo, che la intendevano i Greci.--E

poco, anzi punto, secondo la opinione mia, vale che il sacerdozio ha

da essere libero, dacchè io pure consenta così, ma al tempo

stesso sostengo, che ricondotto alla sua prima istituzione, voglio

dire al suffragio del popolo, parmi manifesto, che il popolo non fie

per eleggere uomini i quali contradicano alle sue leggi; mentre adesso

il clero per suggestione di principe straniero interessato ad

arruffarti le faccende di casa compiace a lui non al principe proprio

e nè manco al suo popolo. La dottrina del suffragio universale ha

da mutare la faccia del mondo; nè rechi amarezza il tristo esempio

di Francia: per ora il tino bolle sicchè i raspi e i fiocini

vengono a galla; lasciate posare e avrete il vino ch'è conforto

dell'anima.

Quantunque ormai per istudio di acquistare potenza i Papi si fossero

avvantaggiati delle cerimonie pagane però che quanto la religione

perdeva di spirituale tanto desiderava ornarsi di forme sceniche, e affatto

materiali, tuttavia verun Papa postergato ogni rispetto più di Gregorio

magno strinse lega col paganesimo. A questo uomo misto singolare di

pedanteria e di forte volere un dì venne in testa di convertire

gl'Inglesi: la causa che lo spinse questa: veduti a Roma alcuni giovani

sassoni-inglesi bellissimi di forma domandò chi fossero e donde

venissero. Gli risposero essere _angli_, ed egli, «angioli sì cui

bisogna liberare dalla schiavitù del demonio; ma da qual provincia

vengono essi?--Dal _Deirè_.--Ci supplicano, soggiunse il Papa, a

salvarli dalla ira di Dio; e come si chiama il capo o principe

loro?--_Ella_.--Alleluia, conchiuse Gregorio, certamente a noi commise il

cielo, che per le costoro terre si abbia a cantare alleluia.»

Bambinesche forme coteste, le quali velavano concetti terribili, che furono

in processo di tempo spedire bolle ai Franchi per consacrare le loro rapine

affinchè essi le suggellassero con la scure, e a lui Papa pagassero il

prezzo del sangue. Mandava Agostino in Inghilterra co' giovani educati

nelle arti della curia romana, e parecchi monaci mascagni, i quali tutti

giunti ad Aix scorati per le molestie della via stanno in procinto di

stornare, ma Gregorio li rimbrotta di poca fede, e li sovviene di lettere

commendatizie pei baroni franchi sbraciando loro a destra, ed a sinistra

d'illustrissimo, piissimo, cristianissimo e via con iscialacquo, che non

mai fu visto maggiore, se ne eccettuiamo quello, che adesso si fa delle

croci dei santi Maurizio, e Lazzaro; gli resse il cuore perfino di scrivere

lettere alla immanissima donna Branechilda salutandola eccelsa per ispirito

inchinevole alle opere buone, e tetragona nel timore dell'onnipotente

Dio[1]. Così andarono innanzi Agostino e i frati sicchè giunti appena

a Cantorbery domandano al re Etelberto: «una terra con tutte le sue

rendite non per loro, ma per Cristo, facendone atto di cessione solenne

affinchè egli Cristo colmi lui re di beni in questo mondo e più

nell'altro.» Doveva parere un po' strano al re Etelberto che per

divenire meglio vestito dovesse cominciare a spogliarsi, pure bebbe grosso,

e donò la prima terra a santo Agostino ed ai suoi monaci, le altre se le

pigliarono da loro: il peggio era che i Sassoni gente dura male consentiva

lasciare le cerimonie vetuste della barbara religione, sicchè non

sapendo che pesci pigliare mandava a Roma per consiglio, e Gregorio lo

ammoniva a far la gatta di Masino, sopporti i sacrifici di vittime, lasci

stare gl'idoli, non tocchi i tempii, si pigli ogni cosa in santissima pace

a patto di appoggiare l'alabarda; e così fu; indi a breve Offa ammazza

Etelberto; dai morti non ci ha modo di cavarne costrutto; i preti si

voltano ad Offa al quale danno assoluzione plenaria a patto che paghi a

Roma un tributo annuale intitolato _danaro di San Pietro_; tale l'origine

di questo danaro, che Cesare Cantù non aborriva ricordare nel Parlamento

italiano come esempio imitabile; un dì lo somministrò alla Curia

romana il tradimento, oggi lo paga il fratricidio. E poichè il prete

tiene assai della natura della Fama di Virgilio, che in andando cresce,

così a cotesti tempi rimoti con celerità spaventosa, egli impose

decime sopra le mercedi degli operai, sopra il soldo dei soldati; che

più? fino sopra il turpe _lucro delle meretrici_. Siccome suole, la

ingordigia troppa adesso aliena gli spiriti; chi paga, e chi non paga; di

più, rotta una maglia aumenta la voglia nei Sassoni di affrancarsi dalla

catena, per la quale cosa cacciano di sede Roberto di Jumieges eletto

vescovo di Cantorbery dal Papa; allora Alessandro II lucchese si lega co'

Normanni, incitato da Ildebrando monaco; questi capo dei frati accattoni,

quegli pure paltoniere e tignoso, onde quando lo menarono intorno a

processione il popolo gli urlava dietro: «va via lebbra; va via

bisaccia.»

[1] Op. t. 4. p 18.

Lo assedio di Roma · 第 17 / 63 段