I dottori papisti abbaiando parlano di tre unità, di cui una si è

votata mano a mano dentro l'altra, prima del vescovo, poi del

metropolitano, all'ultimo del papa.--Dunque sul principio, cristianesimo

non fu cattolicismo, e questa ultima forma, che sostenete perfettissima,

non cadde nè anco in mente al suo fondatore: ciò parmi grave, e come

grave contrario alla natura delle cose; perchè gl'instituti umani nei

primordi procedono dirittamente, ma coll'andare del tempo venendosi a

corrompere, egli è mestieri riportarli via via ai loro principii per

mantenerli, la quale considerazione se ha luogo negl'instituti fondati

dall'uomo, quanto non deve apparire maggiore negli altri che emanano da

mente divina?--Il prete pertanto presume saperne più di Cristo, e mentre

da per tutto il tempo logora o corrompe, a Roma poi conserva anzi migliora.

Ancora, vuolsi domandare, perchè accaddero le modificazioni di cui

favellate? Perchè, dice il Papista, secondo il costume degli uomini, e

le qualità dei tempi egli è mestieri mutare.--Tu parli di oro; ma se

questa tua gerarchia si governa co' tempi, il tempo muta e non si ferma

mai, onde nel modo che necessità ti strinse un giorno a cambiare

potrebbe coartarti la quarta volta e la quinta; che se presumi sostenere

come ormai lo edifizio essendo compito veruno abbia da toccarlo più, io

ti avverto che le tue parole ti condannano, imperciocchè questa presente

unità cattolica tu non l'affermi ordinata da Cristo, nè ottima in

sè, sibbene partorita dalla necessità, e dal degenerare che fecero i

cristiani dalla eccellenza antica; insomma buona come rimedio tenuto caro

finchè il morbo dura: certamente quando giaci infermo tu bevi olio di

ricini, ma ricuperato che abbi la salute già non credo che a mensa tu ti

mesca olio di ricini, anzichè vino, e quello a questo tu preferisca.

Peggio se il Papista pretendesse la ultima unità opera di Dio, le

precedenti degli uomini; conciossiachè si abbia a credere più opera

sua quella, che gli uscì dalle mani, e che fatta dagli Apostoli tuttavia

spirava l'alito che ci soffiava con le sue labbra divine, che non l'altra

fabbricata tardi dai sacerdoti presi pel collo, com'essi dicono, dalla

necessità.--Finalmente Tertulliano, e gli altri padri della Chiesa danno

di frego alla dottrina della Curia Romana con la solenne sentenza:

«Quello soltanto è verità, ed è cattolico che prima fu stabilito; eresia

quanto si diparte da lui.»

San Bernardo, domando io, nel concetto dei cattolici che roba egli

è? Santo od eretico? Diavolo! Santo e dei buoni: or bene; egli

rimbrottando il papa Eugenio III così gli favellava: «Quale

Apostolo ha giudicato gli uomini, diviso i confini, distribuito

terre....? Coteste fragili cose terrene hanno per giudici i principi

della terra, ma voi perchè invadete i confini degli altri, e nella

messe altrui ponete la falce?.... _È vietato agli apostoli

dominare_. Ora va ed ardisci usurparti l'apostolato o la dominazione

_intitolandoti apostolico_. O l'una cosa o l'altra ti è interdetta,

e se ambedue presumerai tenere, entrambi perderai[1]» Se però

San Bernardo tu reputi santo, e tu seguilo; se eretico, e perchè

non lo consegni al fuoco eterno?

[1] De consid. leg. e 2 cap. 6.

E quanto San Bernardo dichiara in prosa Dante confermava da parecchi

secoli in rima:

_«Di oggimai, che la Chiesa di Roma,

«Per confondere in se due reggimenti,

«Cade nel fango e sè brutta e la soma_[1].»

[1] Purgat. 16.

Dunque Cristo di cui si vanta Vicario il Papa gli vieta espresso ogni

potestà temporale nel mondo.

Però quando leggi come nei primi tre secoli la Chiesa si mantenesse

pura non la devi intendere così puntuale che mali esempi non

fossero di già corsi in lei. Il desire ceco tira alla terra, e il

corpo dà perpetua gravezza all'anima; fra i molti fatti comparisce

notabile quello di Vittore I, il quale presumeva imporre ai Vescovi di

Asia l'uso osservato a Roma di celebrare la Pasqua; i Vescovi asiatici

non volendo obbedire egli trascorse al punto di bandirli separati

dalla sua comunione; di che acerbamente lo rimproverava Santo Ireneo

chiamandolo vuoto di carità, e pieno d'ignoranza. Stefano I in

certa questione intorno al battesimo amministrato dagli eretici si

chiarisce avverso alla dottrina di San Cipriano vescovo di Cartagine,

il quale confutandolo lo taccia di leggerino, di gaglioffo, e di

cocciuto presontuoso; e San Firmiliano vescovo di Cesarea ribadisce il

chiodo scrivendo al medesimo Papa: «essere universalmente biasimate

la stupidità, l'arroganza e in modo speciale il difetto di

carità in lui, che sè estima erede di S. Pietro, mentre egli lo

giudica il pericolosissimo fra gli eretici.» E' pare che questo

Papa non avesse troppo fortuna co' santi.

La parola _clero_ viene dal greco, e significa _sorte_, che è

quanto dire i sacerdoti _sortiti_ al servizio dello altare tutti si

consacrino a quello lasciando addietro ogni cura mondana; pari ai

leviti d'Isdraele si contentino delle decime, e delle oblazioni.--La

_tonsura_ poi denota la renunzia ad ogni cosa temporale: tutto si

poneva in comunella tra i cristiani, ed anco dopochè i sacerdoti

per munificenza di Costantino imperatore possederono terre, e

casamenti per lungo tempo ebbero le sostanze comuni: le divisero in

seguito. I vescovi eleggeva il popolo; parecchi fra loro vissero del

lavoro delle proprie mani, e fu cosa degna; oggi si aborrisce parendo,

che Cristo si degradi ad essere trattato da mani che il lavoro

santificò, come se egli stesso con l'opera sua non sovvenisse al

padre fabbro: servi dei servi di Dio non si dicevano quei primi

sacerdoti, ma erano: loro intento procurare il bene meno del singolo,

e di una classe, quanto della intera comunità.--Veramente San Paolo

insegna, che gli anziani, o vuoi _preti_ (che appunto prete suona

anziano) quando fanno bene, e faticano nella parola e nella dottrina

devano reputarsi degni «di doppio onore[1]»; ma avverte

altresì: «quando abbiamo vitto, e vestito contentiamoci[2].»

E queste, nota San Girolamo, erano appunto tutte le ricchezze dei

Cristiani.--Insomma per istringere quanto ci rimane a dire in una sola

sentenza rammenteremo le parole di San Giovanni Crisostomo:--nei primi

secoli della Chiesa preti di oro celebravano in calici di legno,

adesso sacerdoti di legno celebrano in calici d'oro; e di quale legno!

Di quello del quale Gesù Cristo comanda che inetto a fruttificare,

ovvero atto a frutti tristi vuolsi mettere sul fuoco.

[1] A Timoteo. V. v. 17.

[2] Id. VI. v. 8.

I lutti della Chiesa e la ruina d'Italia derivano pur troppo dalla

origine a cui alluse l'Alighieri nostro:

_«Ahi! Costantin di quanto mal fu madre

«Non la tua conversion, ma quella dote,

«Che da te prese il primo ricco padre_.»

Però che se la donazione di Costantino sia ormai confessata una

delle infinite fraudi per cui la curia di Roma avrebbe ad essere

condannata a perpetuo ergastolo come falsaria, tuttavia si ha per

certo, ch'ei si fosse largo a Salvestro vescovo di Roma di protezione,

e di averi, per la quale cosa costui uscito dallo scuro subborgo fuori

di porta Capena, dove viveva confuso agli Ebrei, si condusse ad

abitare il palazzo Laterano proprietà una volta della imperatrice

Fausta.

La Chiesa, e i chiesastici un tempo fabbrica e fabbricanti di

falsità, nè permesse solo o sofferte, bensì prescritte:

così quando non si avevano gli atti di un qualche martire pel dì

della sua festa s'immaginavano; e tanto più erano accetti quanto

più strepitosi; di quì le leggende mostruose onta della ragione

umana, le false Decretali, i libri sibillini, il Libro della

Gerarchia, i Canoni, le Costituzioni apostoliche, e la Donazione di

Costantino.

La prima volta questa donazione occorre rammentata nella lettera di

Adriano I a Carlomagno per destare in costui la gara della larghezza:

ne affermano fattore quell'Isodoro il quale di _peccatore_, che si

chiamava prima si trasformò in _santo Isidoro e mercatore_. Tra le

altre cose si diceva in essa: «noi attribuiamo alla sede di Pietro

tutta la gloria, e tutta la potenza imperiale. Noi diamo a Salvestro

ed ai suoi successori il nostro palazzo di Laterano, la nostra corona,

e tutte le nostre vesti imperiali, la città di Roma, e tutte le

città occidentali della Italia, e delle altre contrade. Noi gli

cediamo il luogo non essendo giusto che un imperatore terrestre

conservi la minima possanza dove _Iddio ha stabilito_ il capo della

religione.»

Oltre queste, bene altre diavolerie contiene il documento, come, a mo'

di esempio, che l'imperatore Costantino si conduce a cotesto atto per

consiglio dei suoi _satrapi_; ch'egli ha riposto dentro _due cassoni

di ambra_ i corpi dei Santi Pietro e Paolo, e dopo avere costruito in

onoranza di loro basiliche eccelse assegna alle medesime poderi

grossissimi in Giudea, in Grecia, e in Tracia per mantenervi dentro

_la luminaria_, e tutto questo nè manco in dono, ma per salario di

averlo Papa Silvestro guarito dalla lebbra, e battezzato.

Di siffatta donazione ce ne ha parecchi esemplari; a tutto oggi

arrivano a 12, uno secondo il solito diverso dall'altro, ma ciò non

toglie che come genuini li venerassero tutti e dal Graziano per

genuino si ponesse nella sua collezione quello, che primo gli

capitò davanti.

La critica storica ha dimostrato come Costantino nella epoca della

mentita donazione non si trovasse già in Roma, ma sì in

Tessalonica ed a quei giorni non reggesse prefetto a Roma,

secondochè l'atto di donazione asserisce, Calpurnio, bensì

Lucrio Verino.

Menzogna il battesimo di Costantino a Roma per mano di Papa Silvestro,

mentre il battesimo l'ebbe in punto di morte in Nicomedia da Eusebio

da Cesarea vescovo di cotesta città.

È menzogna altresì che le provincie italiche fossero donate e

sottoposte al Pontefice; al contrario. Costantino le governò sempre

come sue mandando a reggerle prefetti uomini consolari correttori e

presidi.

Ciò nonostante, finchè poterono i preti difesero

l'autenticità di cotesta donazione con le ugna, e col becco, o se

non buttarono sul fuoco (come taluno afferma) Lorenzo Valla, che

ardì impugnarla con parole acerbe verso la metà del secolo

decimoquinto, ci corse poco; sessanta e pochi più anni dopo si

pigliavano spasso di cotesto documento Prelati solenni e Cardinali, ne

sorrideva il Papa stesso, e l'Ariosto senza una paura al mondo la

metteva nel mondo della luna:

_«Di varii fiori ad un gran monte passo,

«Ch'ebbe già buono odore, or pute forte,

«Questo era il dono (se però dir lece)

«Che Costantino al buon Salvestro fece.»_

Potremmo dirne delle altre; al nostro assunto basti tanto, e poniamo

in sodo prima di ogni altra cosa come _fondamento precipuo della

potestà temporale del Papa sieno la fraude e la menzogna_.

Il Papa prese da Costantino, ma rimase anco preso; per questa volta

invece di pescare ei fu pescato; a mo' del pesce fu vinto nella gola:

importa ora conoscere le cause, onde Costantino così di un tratto

si mostrò sviscerato pel Papa: io ragionando pongo da parte ogni

intervento soprannaturale, molto più che mi occorre narrato in

diverse maniere. Di fatti, Cecilio riferisce come la notte precedente

alla battaglia del ponte Milvio, dove la fortuna di Costantino

prevalse su quella di Massenzio, una visione lo ammonisse a mettere

sopra gli scudi dei soldati il _celeste segno di Dio_ se voleva

vincere. Eusebio nella vita di cotesto imperatore dice, come

camminando egli a capo dello esercito tutto pensoso intorno alla

religione da seguitarsi levate le ciglia vide una croce luminosa sopra

il sole col motto traverso: «con questo segno vincerai;» di che

rimase smosso; pure non essendo bastante a fargli dare la balta nella

notte successiva gli comparve davanti (in sogno s'intende) nientemeno,

che Cristo in persona, il quale lo accertò, che se gl'importava

debellare Massenzio non doveva fare altro, che pigliare cotesto segno

per bandiera, la quale cosa Costantino non si fece dire due volte, e

ne compose subito il famoso _Labaro_, ch'ebbe virtù di dare a lui

ed ai successori di lui sempre vittoria sopra i nemici meno quando ne

toccarono. Questo i Cristiani, ma i Pagani non mondarono nespole, che

Nazario nel Panegirico di Costantino attesta come di cosa veduta da

tutta la nazione dei Galli, che un'esercito di angioli era sceso

giù dal cielo volando a sovvenire a Costantino, e ne descrive la

faccia luminosa, il portamento altero, la garbatezza mescolata con la

gagliardia, con le altre virtù, le quali se non possedessero gli

angioli non si sa chi mai le avrebbe a possedere.

E' pare che siffatta frequenza di miracoli piuttosto che persuadere le

menti le debba irritare; e sembra altresì che questi miracoli

quando non furono fraude per gli occhi, sieno oltraggio allo

intelletto; ma vi hanno stagioni in cui agli occhi del pari che allo

intelletto piace rimanere delusi; onde potrebbe anco darsi che o

sogno, o visione, od altra cosa simile movesse l'anima di Costantino.

Costantino in tanto che lo ammannivano per santo ebbe dai preti titolo

di _vescovo dei vescovi_, e non era poco: però dall'altro lato

quasi per tenere in bilico la sua perfezione gli stava sul petto un

peccato, non tale certo a senso dei preti da fargli chiudere da San

Pietro le porte del paradiso in faccia, ma che un po' di fastidio

glielo doveva recare,--egli era un semplice parricidio: però che

costui portasse le mani micidiali nel sangue del figliuolo Crispo. Ora

la fede di saldare questo suo debito, con altri parecchi mercè un

poco di acqua sul capo può averlo disposto al cristianesimo,

differendo a riceverlo secondo il costume di allora in punto di

morte.--Di costumanza siffatta porgono esempio Teodosio il grande e

Valentiniano II; nè il medesimo Santo Ambrogio ebbe battesimo prima

della sua promozione al vescovato di Milano, però che a quel modo

si esentassero dalle pubbliche penitenze che a quei tempi la Chiesa

usava co' cristiani penitenti, ed anco credessero così praticando

assicurarsi meglio la salute eterna.--Certo il suo pericolo ci era,

mettendosi i catecumeni a repentaglio di uscire dal mondo senza quel

salutevole bucato, ma sarebbe stato come annegare nel forno, dacchè

la morte non viene così subito, che un po' di tempo per salutarla

non conceda, ed acqua, ch'è materia del sacramento da per tutto se

ne trova (così come dell'acqua accadesse pel vino!) e le poche

parole necessarie per la forma di quello ogni menno sa dirle[1].

[1] Eccetto un canonico il quale, per quanto mi narrarono a

Montepulciano, corto in divinità ed in lettere anco più,

chiamato da un tavolino di tre sette ad amministrare in fretta e

in furia il battesimo ad un neonato, se ne schermiva allegando non

sapere che cosa dire; trovato allora un rituale e presentatoglielo

perchè leggesse, costui posto con le spalle al muro lesse la

formula secondo apparisce abbreviata così; «_ego te baptzo:

in none: pris: fi_.» e siccome il nome dello Spirito Santo

significano con due SS. egli pigliandole per una cifra arabica

concluse: «numero cinquantacinque.» Poi asciugatosi il

sudore per la sofferta fatica voltosi agli astanti disse:

«Fortuna, che ho imparato un po' di aritmetica in gioventù

altrimenti questa povera anima andava perduta.»

Molto doveva talentare eziandio al tiranno la obbedienza ceca e

passiva, che i primi cristiani ostentavano per le autorità

temporali fino a predicare come parte della loro dottrina la pazienza

di principi comunque perversi _etiam discolis_; e riverirli come

costituiti proprio con le sue mani da Dio: ho detto ostentavano,

chè deboli essendo ed invisi non ardivano romperla ancora co'

Governi; conciossiachè non pure codarda ma contro la natura appaia

simile dottrina solo che tu consideri essere stata professata

dall'Apostolo Paolo regnando Nerone, uso a far dare la caccia ai

cristiani quasi belve in bosco, e ad ardere alle sue mense i cristiani

vivi per doppieri; ed anco se dottrina siffatta fosse stata leale non

si sarebbe convertita nelle mani di San Tommaso in facoltà di

ammazzare il tiranno per violenza o per frode postosi a capo dello

stato per tormentare il popolo.

Delle virtù cristiane intese avvantaggiarsi altresì Costantino

per la ragione medesima per la quale i ladri si procurano servitori

onestissimi: i buoni costumi, la industria, e la parsimonia insieme

alle altre virtù partoriscono le ricchezze onde il tiranno può

alimentare meglio i suoi vizi: forse nei principii può essere stata

causa a rifiutarli la codardia praticata dai primi cristiani come

precetto evangelico, ma durò poco, però che tornando alle

guerre, ed al sangue sembri, che l'uomo rientri nella sua natura; e

nei concili adunati sotto Costantino, i vescovi cortigiani bandirono

l'obbligo del giuramento militare, e la scomunica contro i soldati, i

quali, durante la pace, gettavano via l'arme.

La conversione di Costantino nell'ordine delle cose umane questo gli

fruttò, che potè valersi del cristianesimo come arnese di guerra

per soperchiare i suoi nemici, ed istrumento in pace per disporre il

paese a perpetua servitù. Io non credo che quando Costantino

donò a Papa Silvestro il manto, il caval bianco, e la signoria una

voce dal cielo fu udita, che disse: «oggi è messo il veleno

nella Chiesa di Dio[1]» come non ho voluto aggiustare fede

all'apparizione del _Labaro_, però mi resta chiarito vero quanto

afferma Santo Atanasio che Costantino sovvertì la costituzione del

Signore trasmessa agli Apostoli[2]. Di fatti mentre fino a costui il

vescovo usciva eletto nel modo che resulta manifesto da queste altre

parole di Santo Leone _Papa_: «si preferisca per vescovo quello che

il _popolo_, e il _clero_ ha concordemente richiesto. Guardisi a non

ordinare alcuno che dal popolo non sia voluto, e domandato

acciocchè il popolo preso a contro pelo non odii, o disprezzi il

suo pastore e si separi dalla religione non avendo potuto ottenere

quello che desiderava. _Chi ha da presiedere a tutti sia eletto da

tutti_[3]. Nè i vescovi soli eleggevansi dalla universalità

della Chiesa, ma tutti i ministri, tra cui vuolsi porre mente ai

Diaconi, dei quali era ufficio amministrare le cose temporali della

Chiesa al fine che i vescovi attendessero indefessi a predicare, e ad

insegnare.--Ora, imperante Costantino, i vescovi non si eleggono

più dal popolo; all'opposto, testimonio Santo Atanasio, egli li

«spedisce ai popoli che non li vogliono, da luoghi stranieri e

lontani ben cinquanta giornate, e li fa scortare da soldati, e tali

vescovi invece di accettare la _giustizia_ che i popoli farebbero di

loro portano ai giudici minacce contro il popolo [4].» La terra

tirò il sacerdote alla terra, sicchè mentre nei primordii della

Chiesa non che non si sentisse parlare di antipapi, appena si trovava

uno che volesse fare da papa; a mezzo il secolo quarto Pretestato

prefetto di Roma pagano, sobillato a rendersi cristiano rispondeva:

«magari! fatemi vescovo di Roma, ed io mi farò cristiano.»

[1] La leggenda da alcuni si reputa bugiarda perchè narrata da

_G. Leti_ nello Itiner. della Corte di Roma t. 1; ma io per me non

la tengo meno falsa per leggerla nella _Disciplina degli

Spirituali_ scritta da quel santo uomo, che fu frate Domenico

Cavalca da Vico pisano.

[2] Epis. ad solitarios.

[3] Epis. ad Anast. Thessalonic, c. 5.

[4] Epis. ad solitarios.

Dopo alterata l'elezione dei vescovi pel fine di convertire il

cristianesimo in arnese di governo, ecco che Costantino introduce tra

i vescovi le stesse differenze di grado stabilite nella gerarchia

pagana dello impero: la importanza della giurisdizione episcopale

andò alla stregua della importanza della diogesi dove il vescovo

sedeva. Questo decreto il Concilio di Nicea promulgò e il Concilio

di Calcedonia poi confermò con le parole: «Se qualche nuova

città è stabilita per comando dello imperatore _l'ordine della

diocesi seguirà la forma del governo politico._» Costantino

intimava i Concili, li presiedeva, forniva ai vescovi il viatico, e il

mantenimento, arduo starsi appartato, più arduo contrastare, e in

mezzo ai rei colpevole il giusto, nè forse tra cotesti vescovi vi

era chi volentieri non servisse da un lato per dominare dall'altro.

Adesso così a tratti consideriamo l'andatura della biscia romana

per acquistare dominio principesco, e prevalenza sopra la Chiesa di

Cristo. Nel Concilio di Nicea per la prima volta si udì ricordare

il nome di patriarca, e compartirlo non solo al vescovo di Roma, ma ed

anco a quelli di Alessandria e di Antiochia dichiarati uguali fra

loro. La fortuna ci è, e si agita fuori di noi; beato quello che

afferratala se la lega innanzi al carro, e fu fortuna che i vescovi

scacciati dalle sedi orientali, segnatamente Santo Atanasio vescovo di

Alessandria, ricorressero a Roma, dove Giulio I allora vescovo gli

accoglie a braccia quadre, e ne cava partito di convocare un Concilio

a Roma per costringere con molte minaccie i nemici di Santo Atanasio a

professargli venerazione ed ossequio: quì stava la ragione per lui,

e la ragione gli somministrò l'addentellato a costruire un diritto:

subito dopo, lo assistesse la fortuna, o ci adoperasse ingegno, il

Concilio di Sardica confermò le sentenze di quello di Roma. Papa

Liberio vescovo perde il terreno acquistato, però che Costanzo

imperatore preso in uggia Atanasio ordina a Liberio si separi da lui;

Liberio si prova resistere; era immaturo il tempo, quindi ne tocca;

cacciasi in esilio in Berea, sostituiscongli nel vescovato di Roma

Felice II, ma vinto dal tedio condanna Atanasio, e tornato a Roma

governa la sua Chiesa in società con Felice.--Allora il papato

esercitavasi eziandio in accomandita tra soci: Damaso eletto vescovo

dopo Felice appare di meno facile contentatura, e con armi, e sangue

contende del vescovato di Roma con Orsino: uscito vincitore

Valentiniano lo chiama a parte del titolo di _pontefice massimo_,

Graziano poi glielo renunzia intero, ed ei lo accetta, chè vano ei

fu, e dei vescovi di Roma il primo, che ostentasse splendido

trattamento, anzi regale.

Da Numa s'instituiva il pontificato; prima l'ebbero i patrizii

soltanto; poi anco i plebei: soprastava il sommo pontefice al culto

pubblico ed alle cerimonie, al calendario, alle feste, agli oracoli,

agli augurii, alle quistioni religiose, ai giudizi delle colpe contro

gli Dei, alle vestali, ai sacrifizi, alle sagre, ai giuochi: trasse

nome il pontefice dalla cura ad esso, ed al collegio dei pontefici

minori affidata di mantenere il ponte di legno, che conduceva oltre

Tevere: finchè stette in piedi la repubblica l'autorità del

sommo pontefice si estendeva, su Roma, e suo contado; quando

gl'imperatori presero questo ufficio per loro fino ai limiti estremi

dello impero. Il dono pareva di titolo inane, ma il prete subodorò

il partito che avrebbe potuto trarne e lo ebbe caro; sul gomitolo

gentile si avvisò dipanare la nuova primazia della Chiesa romana.

Facile è la discesa verso lo inferno, disse Virgilio, nè sembra

che il pendìo dello inferno pagano fosse più arduo di quello

verso lo inferno cattolico, imperciocchè dallo studio di acquistare

ricchezza presto si fece trapasso al delitto: e Graziano imperatore,

quantunque parzialissimo al vescovo di Roma, ebbe mestieri di

promulgare la legge 10 _de Ep. et Ecclesias_, che occorre nel Codice

Teodosiano con la quale si vietava agli ecclesiastici bazzicare le

case delle vedove, e dei pupilli onde col perpetuo serpentarli non

cavassero loro di sotto per via di donazione, o di testamento le

sostanze di famiglia. Di questa legge tesse San Girolamo

singolarissimo encomio lodandola come medicina molto acconcia alla

corruzione dei chierici[1].

[1] Epist. _ad Eustac_.

Non è nostro scopo esporre la storia della Chiesa romana, però

lasciamo dormire in pace quattro Pontefici che non fecero dire nè

bene nè male: non favelleremo di Origene peregrino intelletto ma

balzano da tre, nè di Pelagio predicatore del libero arbitrio

contro la necessità della grazia, e il peccato originale; nè di

Nestorio negante Dio nato da donna, opinione antica rinnovata ai

giorni nostri da Ernesto Renan; e nè manco dei due Concili di

Costantinopoli, il secondo dei quali contro Macedonio nemico alla

divinità dello Spirito Santo, o di Efeso contro Nestorio dove la

Vergine Maria venne dichiarata _Theotocos_, cioè madre di Dio.

Lo assedio di Roma · 第 16 / 63 段