Anco altrove, che che calunniando la umanità si attenti sostenere

la empia setta la quale nega in altrui la virtù, ch'è morte alla

tristezza sua, anco altrove, massime a Firenze, puoi conoscere quanto

sagrifizio in pro della Patria sappiano fare i popoli accesi nel

santissimo amore che lei; ma in Roma questa virtù diventa febbre. I

Deci padre, e figliuolo si profferiscono vittime volontarie alla

salute di Roma; e lasciando del sangue se favelliamo di averi, che

chiamano secondo sangue, e a troppi troppo più caro del primo,

nota, nella seconda guerra punica gli universi cittadini chiesero,

remossa ogni causa di esenzione, essere accettati a pagare il tributo,

le donne dettero gli ornamenti muliebri ed i fanciulli, non potendo

altro, le insegne della loro _ingenuità_ la bolla e la pretesta;

nè cavaliere, nè centurione domandò il saldo durante la

guerra: i padroni dei servi affrancati da Sempronio Gracco a Benevento

ne ricusarono il prezzo. Che più? Gli appaltatori delle feste

religiose informati come per penuria di pecunia pubblica il Senato

stesse per sospenderle, si proffersero continuarle a proprie spese col

patto, che al termine della guerra ne sarebbero soddisfatti; ed anco a

cotesti tempi per mercadanti parve avessero toccato le colonne di

Ercole della liberalità.

Nè altrove come a Roma tu avrai esempi del modo col quale la

uguaglianza civile con tutte le potenze dell'animo si prosegua, e del

modo feroce onde si punisce chi la insidia. Genuzio Cepione pretore

mentre esce da una porta percosso da non so quale prodigio consulta

gli auguri, che lo chiariscono lui destinare i fati a re di Roma ove

mai ci ritornasse: da tanta scelleraggine aborrendo ci si condanna a

perpetuo esilio. I Romani in memoria del fatto ed in laude dell'uomo

su cotesta porta ponevano la sua immagine condotta in bronzo; però

la porta ebbe nome di _Raudusculana_, chè in antico il bronzo si

chiamava _raudera_.--Spurio Cassio Vescellino sendo tribuno della

plebe propone primo la legge agraria per gratificarsi il popolo nel

pravo intento di assoggettarselo poi. Cessato lo ufficio il padre

Cassio convoca il consiglio di famiglia di parenti, e di amici, e lui

accusa e convince d'insidia alla libertà della Patria; da tutti

dannato ordina il padre si uccida con le verghe; il suo peculio

consacra a Cerere; e Plinio ricorda avere veduto ai suoi tempi il

simulacro di Cerere fatto col danaro di Spurio Cassio[1]. Bruto

ammazza Cesare senz'altro rito, che con ventitrè pugnalate. Questi

i tiranni pallidi di paura urlano essere atti feroci, e meritamente;

costoro fanno il loro mestiere; ed è ragione, che lo ripetano a

coro i complici della tirannide. Diversi noi, consideriamo che

pigliare un giudice e mutatolo in mannaia mozzartene il capo, ovvero

la legge e convertitala in corda stringertene il collo, o i figli del

popolo ed avventarli soldateschi mastini alla gola del popolo, troppo

più rimescola sottosopra il consorzio civile che non il pugnale

immerso nel cuore al tiranno. Rotta, che sia una volta la legge

sottentra la violenza, per la quale cosa non si conosce con che

diritto si presuma che altri ti faccia la guerra a modo tuo, e non in

quello, che altri giudica per ottenere su di te vittoria facile e

intera. Strana cosa! Un dì altari inalzaronsi ai trucidatori dei

tiranni, e si ebbero il pregio di eroi, e di semidei; andarono

lungamente celebrati nei peana argivi Pelopida, Timoleone, Trasibulo,

Armodio e Aristogitone e simili: oggi, se antichi riverisconsi, e

nelle scuole rammentatisi modello alle giovani menti, se moderni si

dannano agli Dei infernali. Che gl'imperatori moltiplichino affannosi

i delitti di lesa maestà, e affermino capitale delitto il negato

saluto alla propria immagine provandolo poi a suono di scure, bene

sta; e' sì arrabattano a fare il loro mestiere, ed anco s'intende

che per paura rabbiosi, o per cupidità convulsi lo vadano ripetendo

i satelliti che tengono dintorno, e da loro ricavano infamia, pane, e

ardire; ma che altresì lo bandiscano uomini che presumono avere a

cuore la Libertà non s'intende, molto più che così non la

intendeva nè anco Marco Aurelio imperatore, il quale consegnando la

spada emblema della sua carica al Prefetto del palazzo gli diceva:

«piglia questa e se impero retto difendimi, se iniquo uccidimi.»

[1] «Romae simulacrum ex aere factum Cereri primum reperio ex

peculio Sp. Cassio quem regnum affectantem pater ejus

interemerat.» PLIN. lib. 3 4. Cap. 4.

Roma con le sue rovine ti ammaestra che pari fato attende quel popolo

il quale recandosi a tedio il lavoro stende le mani alla elemosina dei

cittadini, e più funesto assai ai doni dei re. La dovizia lasciata

dal re Attalo al popolo romano fu proprio la camicia di Nesso, ond'ei

rimase incenerito. Benefattore della umanità è quegli, che

appresta lavoro alle mani, e scienza allo intelletto del popolo:

ricordi sempre costui come quando il cozzone intende saltare sopra le

groppe del puledro gli presenta blando nel cavo della palma la biada,

e Cesare mentre con le larghezze del suo testamento pare liberale al

popolo romano porge la cima della catena di cui lo ha avvinto al

successore Ottaviano: il popolo corrotto la celebrò bontà di

amico, e fu libidine di tiranno che nè anco per morte si attuta.

Nella città eterna imparerai a parlare come Aulo Cesellio il quale

interrogato che mai gli desse balìa a riprendere acerbo come faceva le

iniquità dei Cesariani rispose: i molti anni, ed i punti figliuoli;

ovvero come Marco Castricio, il quale negava gli ostaggi commessi alla sua

fede a Cneo Carbone, ed a costui, che presumeva atterrirlo con le parole:

«bada ch'io ho molte armi;» egli mansueto diceva: «ed io molti

anni.» Ed anco piglierai norma di onesto e forte vivere da quel Caio

Blosio amico di Tiberio Gracco e della sua fama, non già della sua

fortuna, che interrogato da Lelio per ordine dei Senatori a fine, che

esecrando il male condotto amico con le nuove parole si procurasse perdono

della colpa antica ei repugnò come da azione abominevole; e quante volte

gli domandavano: «ma se Gracco ti avesse ingiunto di sovvertire il

tempio di Giove l'avresti tu fatto? E se Gracco ti avesse comandato di

appiccare le fiamme a Roma l'avresti tu arsa?» Ed altri cosiffatti

vituperii, tante ei rispose: «Tiberio Gracco non era capace di ordinare

scelleraggini.» Aborrendo lo inclito uomo menomare la reverenza alla

memoria dello amico anco con silenzio onesto, o con prudente

sermone:---imparerai, cosa anco più difficile, a tacere, nè di questa

qualità fondamento oltre la comune aspettativa di ogni virtù

cittadina ti fornirà esempio solo M. Perpenna legato a Genzio re

degl'Illirici, il quale stretto con blandizie, e con terrori a rivelargli i

segreti del Senato accostò il dito indice alla fiammella della lucerna

che gli stava dinanzi, e ce lo tenne fermo finchè non lo ebbe tutto

arso, dimostrandogli in quella guisa, che i tormenti non valevano sopra di

lui; delle carezze non importava dire; gli esempi ti verranno altresì

dalle donne come sarebbe Porcia, la nobile consorte di M. Bruto, che cela,

e tace la ferita, che si è fatta per chiarire il marito se si sentisse

bastevole a tenere il segreto intorno ai disegni, ch'egli agitava nella

mente;--e non pure da matrone, bensì dalle femmine, che il mondo cerca e

disprezza, registrando le storie il memorabile fatto di Epicari cortigiana,

la quale per non essere sforzata dai tormenti a rivelare la congiura contro

Nerone con le proprie mani accosciatasi giù in ginocchioni si

strangolava. Sopra tutto Roma t'insegnerà a morire, più della vita

rendendoti desiderabili le cause del vivere; di Catone si tace, e di Arria

maestra di generosa morte al marito, e di Porcia, che impedita a troncare

il vivere suo co' mezzi ordinari non rifugge uccidersi trangugiando carboni

ardenti, e di Sempronia la sorella dei Gracchi, che invano spaventata dal

popolo, e dal senato furenti nega il bacio ad Equizio supposto figliuolo di

Tiberio, perchè il decoro della famiglia con la turpe agnazione non si

vituperasse; giovi ricordare Quinto Metello Scipione suocero di Pompeo

magno, che, ruinate le fortune del genero mentre naviga nella Spagna, vista

assalita e presa la nave dai Cesariani si ritira a poppa e quivi si ferisce

a morte, donde, sentendo i nemici domandare ansiosi: «dov'è

Scipione?» rispondeva: «Scipione sta bene, e vi saluta.» Indi a

breve moriva.--E moriva Trasea Peto, ed altro non potendo, col sangue

grondante dalle aperte vene propinava a Giove liberatore.

Qua in Roma studia la faccia multiforme della tirannide, onde altra

mai non possa più abbindolarti, e di ora in poi capitandotene in

mano qualcheduna delle nuove tu possa, dopo brancicatola alquanto,

dire: «il vivagno v'è ricucito di fresco, ma il panno è

antico.»

Augusto rappresenta la tirannide che s'instilla nel popolo come raggio

di sole blando, e inevitabile; le dà sembianza di legge, l'orna con

lo splendore delle lettere, la rende gioconda di agiatezza e di

comodi; trova Roma di mattoni la lascia di marmo; ed anco ai dì

nostri la tirannide, giusta il detto della Scrittura, s'industria

ingrassarti il cuore, onde non ci entri, o ci esca senso di

dignità. Finchè non si recarono a tedio i lari pudibondi, e lo

studio della spola e dell'ago crebbe la gloria delle donne latine che

partorirono gli Scipioni, e i Gracchi; adesso predicano il lusso

necessità degli umani consorzi, e piglia la più pericolosa di

tutte le facce, quella della scienza, con inane consiglio, a parere

mio, dacchè solo, che tu distingua se le ampliate comodità si

affanno ai bisogni veri della vita procurando più ferma salute, o

giorni meno duri, e tu accettale in casa come ospiti amiche; se poi

per assillare il genio vanitoso delle femmine, o la obliqua

irrequietudine dei figli, o la tua stessa superbia chiudi loro la

porta in faccia; meglio sarebbe tu l'aprissi alla volpe. Bada, il

tiranno prima ti empie di vanità, e poi ti compra.--Tiberio

rappresenta la tirannide che penetra nelle carni del popolo con gli

artigli dell'uccello di rapina, odiato odia, e perchè lo desiderino

egli attende a lasciarsi successore un'uomo di cui le atrocità

valgano a fare dimenticare le sue, e vi riesce; però che egli fosse

tiranno astuto, Caligola matto, Claudio imbecille, Nerone, Caracalla,

Costantino immani, e parricidi; Galba e Vespasiano rappresentano la

tirannide avara, Vitellio la tirannide da taverna, Massimino la

briaca, Tito la ippocrita, Domiziano la bestiale, Procolo ed

Eliogabalo la infame di laidezze supreme; insomma lì come in un

Museo puoi studiare ogni maniera di tirannide, conoscerne le

qualità, l'indole, i modi aperti, e segreti, diritti, od obliqui di

tribolare la gente, e farne suo pro. Dopo la notizia della Libertà

per amarla e praticarla veruna torna più utile quanto quella della

Tirannide per evitarla ed aborrirla, perocchè questa sia quasi il

rovescio di quella; così nella maniera stessa, e per lo medesime

ragioni dopo considerato le facultà dell'anima umana fino a quale

stupenda estensione si possano esercitare nel bene giova vedere del

pari a qual punto estremo giungano nel male.--Costà i ladri non

s'infingono, aperti rubano e la rapina ostentano; chiamansi Mummio o

Verre, che quegli la Grecia, e questi Sicilia scorticarono come

vittime sagrificate alla loro insaziabile avarizia. Caligola va franco

alla volta di Giove, e gli strappa la barba e il manto di oro

affermando che gli Dei non portano barba, nè patiscono freddo;

mentre ora non si ardisce riprendere non già ai Numi, ma ai preti

la male acquistata sostanza; in sembianza compunta, atteggiati a

_confiteor_ ecco si accostano di scancio all'altare, ci si

inginocchiano davanti, e quando il proto attendo a leggere in _cornu

epistolæ_ il vangelo di San Giovanni acciuffano le candele, e

soffiatoci su se le rimpiattano in tasca: poi chiotti chiotti tentano

svignarsela, imbecilli! gli rivela ladri il puzzo di moccolaia che

mandano i mozziconi rubati. Il popolo, che ripiglia il suo non ha

bisogno di lavarsi le mani dentro l'acqua benedetta.

L'avarizia non piglia sembiante di amore di Patria, molto meno di

umanità; truce è, e truce si mostra. Opimio console avendo per

pubblico bando promesso pagherebbe a peso di oro il capo di Caio

Gracco, Lucio Settimuleio vuota il cranio dello amico spento, e

c'infonde piombo, perchè aumentato il peso il console gli cresca il

prezzo, e poichè, somma avarizia sia l'agonìa del regno; tu

vedrai per questo Tullia non rifuggire a passare sul corpo di Servio

Tullio, e mentre torna trionfante ai domestici lari su carro di cui le

ruote segnano per la via una traccia di sangue paterno empie di paura

la città, e impone per sempre il nome di _scellerata_, alla via

infame per tanto sterminio. Caio Toranio in grazia di procurarsi il

favore dei Triunviri svela il luogo dove si tiene nascosto il padre, e

somministra i segni perchè i sicari spediti a trucidarlo lo

riconoscano. Il padre tratto fuori, più che di sè sollecito del

figlio, domanda s'ei viva; rispondongli: vive, e te, con la sua

delazione, ammazza. Il misero cadde trafitto più della morte

dolendogli la causa della morte. Pari o peggio il fato di Lucio Vellio

Annale, che mosso da paterno affetto mentre sotto mentita veste,

essendo egli proscritto, si fa al campo Marzio per promovere nei

comizi la questura del figlio, scoperto da questo, lo denunzia, e

preponendosi ai littori ne segue le traccie, lo trova, e al proprio

cospetto comanda, che gli tronchino il capo.

Potrai lagnarti d'ingratitudine, o sopportare con molesto animo

l'oblio dei cittadini, ovvero arrovellarti altresì dei tradimenti,

e delle persecuzioni dei tuoi carissimi un giorno, quantunque volte

tu, miri Furio Cammillo accusato da Lucio Apuleio tribuno di peculato

perchè, se la fama porge il vero, gli furono rinvenute in casa due

porte di bronzo dalle spoglie etrusche, morire in bando ad Ardea?

Nè con diverso guiderdone pagato Scipione Affricano secondo

salvatore della Patria costretto a concludere la sua vita a Linterno;

certo di questo fu volontario lo esilio, quello di Cammillo per

sentenza, e quando nelle esequie del figliuolo si tribolava. Il primo

della ingratitudine cittadina non pigliò vendetta oltre quella di

negare le sue ossa alla Patria facendo questo suo proponimento

scolpire sopra il suo sepolcro: _ingrata patria nè ossa quidem mea

habes_[1]; vendetta veramente atrocissima, ma l'unica, che senza

rimorso il cittadino può trarre dal luogo, che lo vide nascere, e

nondimanco Cammillo hassi a giudicare più grande di Scipione,

conciossiachè percosso dalla immanità dei suoi, e quinci cavando

funesti auspici per la Patria supplicò gli Dei, che accettassero il

suo capo, e delle pene espiatorie il colpissero.--Della miserabile

morte di Marco Tullio Cicerone tutti sanno, o molti; Caio Popilio Lena

da lui difeso, e salvato nell'accusa di parricidio, presso la spiaggia

di Gaeta gli fu sopra mozzandogli il capo, e la destra: soldato era

Popilio, suo imperatore Marco Antonio; a Roma nei tempi truci delle

proscrizioni soltanto, fra noi in tempi ordinari coteste obbedienze

soldatesche si lodano, si premiano, ed anco si presume onorare; pochi

all'opposto sanno il caso senza dubbio più reo di Caio Cesare

oratore, il quale dopo avere (arduo carico!) sottratto alla scure il

capo di Sestilio accusato di maestà contro Silla, mentre a sua

posta travolto nella proscrizione di Cinna supplica asilo nelle case

del cliente, costui lo strappa dalle perfide mense, e dagli altari dei

nefandi Penati e lo consegna a morte. Se ciò commettesse Sestilio

per paura o per cupidità ignoriamo; ma se fu per paura di morte si

mostrò indegno di vita, se per premio, degnissimo di morte.

[1] Quando il gran Scipio dalla ingrata terra,

Che gli fu Patria, e il cener suo non ebbe,

Esule illustre si partia, qual debbe

Uom, che maschia virtude in sè rinserra;

Quei, che seco pugnando andar sotterra

Ombre di eroi onde la Italia crebbe,

Arser di sdegno, e il duro esempio increbbe

_Ai geni della pace, e della guerra_.

E comecchè così scrivesse l'abate Frugoni, viva Dio! è potente

scrittura.

Le crudeltà antiche di Roma non vennero mai superate, eccettochè in

Roma dalle più recenti dei Papi, e dalle modernissime del moscovita

Alessandro, di cui l'amicizia è sì cara ai moderati di Francia.

Contempla, fra infiniti, questo caso: Caio Mario in mezzo alle mense

ricevuto l'odiato capo dell'oratore Marco Antonio lo stazzona con feroce

voluttà, gli dice ingiuria, poi così sanguinoso con le proprie mani

lo pone ornamento al convito, e Pubblio Annio, che glielo portò in

grembo vuole che così imbrodolato di sangue si sdrai su i letti

convivali; poi continuando a guardare per la storia vedrai tutta la stirpe

di Mario di mala morte schiantata, e le sue stesse ceneri cavate dall'emulo

Silla fuori del sepolcro e disperse su per le acque dell'Aniene.--Di Silla,

se il cuore ti basta, puoi esaminare le quattro legioni senza misericordia

trucidate nel campo marzio, e lui dire ai Senatori raccolti nel tempio di

Bellona spaventati dagli urli, e dal rivo di sangue irrompente nel tempio:

«non è niente: pochi ribelli ora si castigano per mio comandamento;»

i cinquemila abitanti di Preneste anch'essi, affidati alla sua fede, e

anch'essi con istrage promiscua ridotti in pezzi; i quattromila e

settecento proscritti prima per odio, poi per cupidità; nè risparmiati

la vecchiezza, ed il sesso; anch'egli si dilettò di morti con trucissima

industria prolungate; anch'egli, come un dì gl'imperatori antichi posero

nell'atrio delle loro magioni le spoglie dei popoli vinti, volle che

nell'atrio della sua sopra tante aste conficcassero i capi di L. Scipione,

di Giunio Norbano, e di altri parecchi. Mentre a piè del letto fa dai

servi strangolare Granio vinto dall'ira muore per istianto di apostema

verminosa; gli eredi arso il corpo, ne celano la cenere onde non avvenga a

lui quello, ch'egli ordinò si facesse con la cenere di C. Mario.

Taccio della lascivia, mostruosa piuttosto che infame, di Messalina,

che conduce pubbliche nozze, vivo Claudio l'imperiale marito,

ricercatrice notturna di soldati pei guardioli, sfidatrice di femmine

perdute a gara di vergogna. Nerone, ed Eliogabalo convitanti come a

festa allo spettacolo di tali abbominazioni, le quali la notte non ha

manto sì fosco, che valesse a nasconderle degnamente.

PARTE II.

Assedio di Roma.

Comprendo ottimamente la impazienza di coloro, che male ponno

aspettare al canapo la storia di quanto il popolo oprò per avere

Roma, e tenerla sostenendo il memorabile assedio, e di quanto sta per

operare la monarchia, che se n'è accollato il compito: però

importa non arrecarsi degl'indugi da un lato, perchè innanzi tutto

bisogna che aggiustiamo qualche partita con Roma; dall'altro,

perchè se dobbiamo compire il libro col racconto dei gesti

monarchici per salire al Campidoglio noi potremo attendere un pezzo.

Dal primo assunto noi ci sbrigheremo presto come quello che è

riposto in potestà nostra; quanto al secondo spetta alla monarchia

e al suo governo e non a noi. Noi abbiamo pronte l'anima e la penna;

sta alla monarchia apprestare le armi e combattere. Noi ci sentiamo

sempre disposti perchè nostro ausilio sia Dio. La monarchia senza

aiuti stranieri sembra non possa fare: almeno così ci afferma chi

tiene il maestrato della guerra: più bellicoso, chi amministra

l'erario: ma la guerra fin quì si è condotta con i cannoni

carichi non con le casse vuote.

Parliamo di Roma sacerdotale, e poichè il Papa si vanta

rappresentante in terra del principio di ogni giustizia, ch'è Dio,

miriamo un po' qual diritto egli possieda, come ai diritti altrui

chini la fronte, e se Dio possa manifestarsi alle sue creature per via

di così indegna, o scellerata, o stupida cosa come fu la maggior

parte dei pontefici romani. Tanti già favellarono su questo

argomento, che potrà parere per avventura soverchio; e parrà

male per due ragioni; la prima delle quali consiste in questo, che

ogni uomo considera i medesimi fatti con modo suo proprio, accadendo

nella speculazione quello, che succede nella visione degli enti

fisici; ed abbine esempio nelle forme diverse, che gli alunni ricavano

da uno stesso modello nelle scuole del disegno; onde ti senti quasi

per mano condotto a sempre nuovo, ed inaspettato ordine di pensieri;

la seconda ragione poi è quest'altra: che l'errore ti casca come

macchia d'inchiostro su l'anima, e per poca stilla ch'ei sia ci

vogliono brocche di acqua per isbrattarlo.

Il Conte di Cavour intorno a Roma manifestò due concetti, uno dei

quali, per opinione mia, si ha da reputare buono, e l'altro no. Buono

quello di combattere la Chiesa romana più con le armi della

ragione, che con le armi di ferro; e forse era meglio dire, dovercisi

adoperare ambedue, però con questo intento, che la potestà

temporale intorno intorno segata dalla dottrina caschi al primo tocco,

come la porta santa sotto il colpo leggerissimo del martello del Papa.

Chi poi crede che si possa movere guerra efficace alla potestà

temporale lasciando incolume la spirituale, non se ne intende,

perchè con questo Roma ripiglierà la prima a tempo ed a luogo;

già lo fece una volta e non si capisce perchè non l'avesse a

fare da capo; se il ragnatelo rifabbrica la sua rete sette volte, la

Chiesa tornerà a tramarla per lo manco settanta volte sette; nè

tu spera col Sacerdote pace sicura mai se prima la sua usurpata

potestà temporale non cessi, e la spirituale non si rimondi da ogni

mescolatura di faccende terrene.

La Chiesa romana quando acciecata dalla superbia, e dal considerarsi

tanto nella dottrina superiore al secolo, che la circondava, intese

definirsi, fece come Licurgo quando piantò la vigna; ella si

tagliava le gambe: custode alla immobilità sua pose la maledizione,

e il fuoco: nè di roghi, nè di anatemi ella fece a spilluzzico;

ma il pensiero non si brucia: anco ai roghi, anzi soprattutto ai roghi

dello errore si accendono le torce della verità: quanto a

maledizioni avvertite, che quelle dell'uomo ben possono percotere, e

percotono l'uomo, ma l'uomo soltanto, mentre quelle della ragione

rompono l'uomo e le sue frodi.--

E veramente noi confessiamo come l'uomo col suo intelletto non possa

comprendere tutto: tra il cielo e la terra havvi uno spazio, che a

sapienza umana non fu concesso penetrare; ma ciò non deve porgere

argomento al Sacerdote di empirlo di terrori, di errori, e di

fantasmi; aucupi di uccellatore cotesti per cavarne profitto ad

ingrassare la mensa: se quì dentro sta chiuso un mistero per me, e

tu Sacerdote a posta tua uomo come me, sovente meno di me, _adora e

taci_.--

Chi di coltello ammazza conviene che pèra, ha detto Cristo, e con

giustizia migliore poteva sentenziarsi: chi seminò l'errore

raccatta la morte. Il Sacerdote avvolse intorno alle gambe della

umanità una catena d'inganni agguantandola per la cima a fine di

reggerne i passi, ma la umanità limandola per secoli con la opera

della mente se n'è affrancata, mentre la cima impiombatasi dentro

la mano al Prete lo tiene preso provvidenzialmente.

La vita è moto: la immobilità spetta ai cadaveri, ovvero alle

cose inanimate: nè cessa soltanto il viandante che si ferma per le

lande nevose della Siberia, bensì ogni istituto, che sosta a mezzo

il cammino del suo perfezionamento: per condizione di vita l'uomo ha

da rimanere incompiuto finchè duri sopra la terra; condanna sia, o

grazia il suo intelletto si trova spinto a poggiare sempre e più

sempre in alto affaticandosi a diminuire la distanza la quale

intercede fra la mente umana e la mente divina.--

Che se ti oppongono: spenta l'autorità chi mai fie potente a creare

la regola?--Cristo provvide a questo: l'uomo non la può imporre

all'uomo, e la Chiesa non istà nello individuo, bensì nella

comunione dei fedeli: così fu una volta, e così ha tornare ad

essere: dai Concili composti di uomini guasti di ogni reo costume (e

per ora invano gli speri diversi) non ti puoi attendere altro che

miserie, più tardi ne uscirà regola e scienza: dalle legna

secche prima non hai fumo, tristezza degli occhi, poi fiamma conforto

delle membra assiderate?

Lo assedio di Roma · 第 14 / 63 段