E quì nota lettore, che quando il sempre mai funesto ministro

d'Italia Cammillo di Cavour non che non vietasse, consegnava le Alpi

alla Francia avvertendo io, che dove questo accadesse bisognava

pensare a trasferire altrove la capitale, molto più che smantellata

la cittadella, Torino, e il Parlamento correvano pericolo di

assaggiare le prime bombe francesi, ciò fu argomento di dileggio

pel gregge servile: ora se Napoleone, il quale se ne intendeva, non

consentiva a Milano di essere capitale d'Italia, pensa tu se lo

avrebbe conceduto a Torino nella condizione miserabile in che l'hanno

posta il savio Conte, e il suo più savio armento, che i ministri

successivi si sono vie vie consegnato come le _stime vive_ di un

podere sfruttato, e tuttavia dura salvo dalla epizotia.

Napoleone continuando a ragionare intorno alle diverse possibili

capitali d'Italia arroge:--

«Bologna, unita in un solo corpo la Italia, sarebbe da preferirsi a

Milano, dacchè ov'ella in caso d'invasione terrestre vedesse

superate le frontiere montane, avrebbe sempre la difesa del Po, e pel

suo sito, per le strade, e pei canali agevolmente, e presto comunica

col Po, Livorno, Civitavecchia, i porti di Romagna, Ancona, e Venezia;

come pure assai più di Milano si avvicina a Napoli.

«E se la Italia terminasse col regno di Napoli, ed una parte di

Sicilia, e di Napoli potesse riempire lo spazio fra terraferma e la

Corsica, allora Firenze come centralissima potrebbe costituirsi

meritamente capitale.»

Donde tu apprendi chiaro, che al pensiero del gran Capitano non si

affacciasse mai per capitale Torino. Che se l'autorità di un tanto

uomo avesse mestieri di un po' di rincalzo io ci aggiungerei quella di

Ubaldino Peruzzi, il quale ci ammaestrò da Torino non potersi

governare la Italia, là dove questo personaggio non si fosse

smentito dichiarando potersi governare la Italia da Torino finchè

non si conseguisse per capitale Roma; e questo parve contradizione,

conciossiachè se non può reggersi la Italia da Torino in modo

assoluto, molto meno (anzi la difficoltà cresce) non avendo Roma, o

standoci contraria: tuttavia queste che paiono a noi contradizioni,

potrebbe darsi, che fossero profondità di consiglio a cui il nostro

corto intelletto non arriva.--

Napoleone ai giorni nostri tanto più avrebbe a preferire Roma per

capitale d'Italia quanto che adesso con le strade ferrate viene in

certo modo diminuito lo spazio se giova; e se non giova si rimette

come prima, potendosi in caso di bisogno rompere i ponti, turare botti

sotterranee, buttare all'aria carreggiate. Roma quasi naturalmente

diventa il nodo delle ferrovie, che dal settentrione mettono capo al

mezzogiorno d'Italia, e se soltanto di strade militari Roma antica ne

annoverava quindici ora potrebbero occorrendo con molta agevolezza

moltiplicarsi non considerando più impedimento nè picchi

impervii, nè torrenti indomati.

In questo punto, forse non senza profitto, ricordo come le strade

militari di Roma pigliassero tutte le mosse dal pilastro della fontana

ove i gladiatori uscendo dal circo andavano a lavarsi le ferite; onde

non parrà strano se cotesti sentieri contaminati nel loro principio

di sangue schiavo diffuso per feroci diletti servissero poi per

portare al mondo la servitù.

Contro la opinione del sommo Capitano havvi (io non lo vo' tacere) quella

del Goethe, la quale da noi si potrebbe agevolmente chiarire inane,

imperciocchè sebbene egli abbia vaghezza di favellare di tutto, non

però ci ne discorra bene del pari, compiacendo a certo talento, ai

nostri giorni assai comune, di comparire onniscienti, il quale viene assai

promosso dai nuovi metodi d'insegnamento, su di che aprirò un mio

concetto, che ho sperimentato vero ed è questo: quanto lo ingegno nostro

acquista di estensione altrettanto perde di profondità: ma i modi stessi

che il Goethe adopera dimostreranno quanto poco caso abbia a farsi del suo

giudizio. Ora ecco le sue parole estratte dal _Viaggio in Italia_, 25

gennaio 1787. «La terra dove giace l'antica capitale del mondo basta

sola a richiamarci al pensiero la qualità della sua fondazione,

dacchè subito tu ravvisi come costà siasi fermata una tribù di

gente avveniticcia, condotta alla ventura da capi imperiti; il caso non la

sapienza menò costà una mano di vagabondi, certo con tutto altro

concetto che fondare il centro di vastissimo impero. I più forti tra

loro dopo avere costruito in vetta a' colli i palagi pei padroni del mondo

lasciarono in balìa degli edificatori avvenire i paludosi canneti delle

sponde del Tevere, e delle falde dei colli; così le sette colline non

valgono a difendere affatto Roma dal lato della pianura; tuttavolta se a

primavera mi venga concesso di visitare più accuratamente mi tratterò

con maggiore lunghezza a dimostrarvi la positura pessima della capitale del

mondo. Intanto io mi addoloro alla passione delle donne di Alba, le quali,

dopo distrutta la gioconda loro città, furono condotte repugnanti a

respirare le nebbie del Tevere, fermandosi sopra la povera collina di

Cornelio, donde potevano ad ogni momento volgere gli occhi desolati al

paradiso ch'elleno avevano perduto.»

Rimpianti antichi e comuni in Italia, dei popoli, i quali tolti dai

luoghi montanini furono avviati a vivere vita meno agreste nei piani;

così fra noi Toscani Fiesole. Al Goethe poi, giovane allora e vago

di venture, il tempo per considerare meglio non sovvenne, e coteste

sue parole balestrate a vanvera rimangono piuttosto a detrimento della

fama di lui, che pregiudizio a Roma, a cui i colli fecero sempre

temuto schermo se consideriamo da qual lato movessero gli assalti al

tempo del contestabile di Borbone, e a quello di che ora noi

favelliamo. Molti hanno scritto delle grandezze di Roma, e noi stessi

più volte secondo ci dettavano meraviglia ed amore; la sua miseria,

come succede, vinse la sua grandezza di assai. Il Montaigne afferma

che di Roma antica non rimane più il cadavere, anzi nè pure il

sepolcro, avendo i suoi nemici seppellito anco quello; Lutero a sua

posta la deplora come mucchio infelice di ceneri, le case ora

cominciano dove un dì terminavano i tetti, e tante erano le

macerie, che ingombravano ai suoi tempi le vie, ch'egli ne accerta

averne vedute fino all'altezza di due lance di lanzechenecchi; le

volpi durante il giorno appiattate pei ruderi del Palatino vanno nella

notte a bere nel Velabro. Ed anco ai tempi che corrono mandre di

pecore, di bovi, e di cavalli selvaggi ti avvertono il deserto cingere

attorno la città, o piuttosto la natura silvestre: appena varcate

le porte ecco dinanzi a voi lo spazio sterminato e mesto; il sole

sembra versarvi sopra con la luce la malinconia, e la malaria: di

tratto il cane custode dell'armento si avventa sul passeggero che

nella sua salvatichezza non distingue dal lupo; il bufalo leva il capo

dalle erbe paludose e seguita lungamente il pellegrino attonito che

altra orma eccetto la sua si stampi in cotesto deserto; nuvoli di

corvi gracidanti pare che ti presagiscano la febbre maligna in pena

della tua audacia di avere penetrato nel loro dominio. In mezzo a

cotesto lugubre silenzio ti accorgi che la desolazione stessa

consumate le grida, e il pianto ora si tace: non più coltura, non

più popolo, gli acquedotti sono privi di acqua, le tombe di ceneri.

Ci sono i Preti!

E tuttavia scrive Livio con la consueta sua magnificenza: «non

senza consiglio gli Dei, e gli uomini scelsero cotesto luogo per porvi

Roma; quivi colli saluberrimi la circondano, quivi il fiume destro per

trasportare agevolmente dalle spiaggie mediterranee le vittuarie, e i

cibi marini; prossimo ha il mare per le sue comodità, non però

troppo da temere offesa di armate nemiche: luogo unico insomma per

giacitura in mezzo alle terre d'Italia, e per augumento di

Roma[1].»

[1] Lib. 5. c. 54.

Ma Livio non presagiva il dominio dei Preti capaci a disfare in tre

quanto il Creatore fece in sette giorni con le poderose sue mani: e

posto eziandio, che Livio movesse soverchio affetto ella è cosa

sicura, che Roma sotto Augusto conteneva quattromilioni di anime, e ai

tempi di Vespasiano il suo circuito sommasse a 13,200 passi. Roma

aveva are, e sacerdoti, e vittime votive, e messi da parte gli emblemi

di forza prepotente a ragione la salutarono ed effigiarono sotto Nerva

Roma felice con in mano un timone per chiarire come a lei spettasse il

governo del mondo.

Ora giova pel suoi nuovi destini, ch'ella sia così, imperciocchè

l'uomo pigli amore alle cose che gli costano fatica, massime se trovi il

compenso largo alla opera durata; la quale ragione essendo pari per gli

obietti animati ovvero inanimati spiega la causa per la quale i padri tanto

si appassionino pei figliuoli. Nè io mi condurrò mai a credere, che

la natura ci abbia dichiarato perpetua guerra, però che questo sarebbe

contrario al fine della creazione: di vero sebbene da prima più spesso e

con maggiore ampiezza, oggi rado, e ristretto la natura agitandosi muta

mari in deserti, e viceversa, e monti in valli o valli in monti

trasformando orribilmente l'aspetto delle cose, pure gli uomini assai

più tenaci delle formiche non isgomentandosi tornarono indefessi al

lavoro, ed ora la natura quietata lascia vincersi, ma da mani valorose,

ricordando in certa guisa i connubi spartani, dove al marito toccava usare

una quasi violenza alla moglie, e ciò perchè accendendosi più

veemente l'appetito ne nascevano figliuoli gagliardi a maraviglia e belli.

Dove mai per ricerche ed esempi si dimostrasse che la natura veramente

sta in guerra contro l'uomo, con esempi manifesti e non meno copiosi

mi rimarrebbe a chiarire come non sia da per tutto così; e nelle

parti dov'ella soverchia troppo, l'uomo intontito si rannicchia nella

inerzia, mentre all'opposto nelle meno dure cresce di coraggio facendo

come alle braccia con la natura, e le fora i monti, le incatena

torrenti, mette il morso al mare, le acchiappa il fulmine, e se ne

serve da corriere, e ad altre maggiori audacie egli si attenta nè

ella se ne cruccia: però non parmi vero, nè utile affermare la

necessità della guerra perpetua della natura contro l'uomo, dello

spirito contro la materia, della libertà contro la fatalità.

Quello, che io affermo troviamo giusto considerando che nulla

impedisce, che Roma possa tornare quale fu prima, e qualche segno ne

vediamo anco adesso nel bonificamento delle paludi pontine, e Roma,

che cascò fino a non contare dentro i suoi muri oltre sessantamila

anime, risorse a stato meno infelice.

Quivi città da popolare, terre a dissodare, culture a instituire,

paduli a prosciugare; quivi elementi fruttuosi proposti all'esercizio

delle industrie umane: Roma a conquistare; l'antichissima Roma

diventò quasi un nuovo mondo aperto alla solerzia degl'Italiani;

l'acquisto di terra agevole, ferace per lungo riposo, le opere da

condurre, premio corrispondente alla fatica somministrano altrettante

cause per desiderare di possederla, e posseduta tenerla per ogni verso

accettissima.

Non importa, che Roma torni alla immane grandezza dei tempi di

Augusto, e tuttavia bisognerà pure che cresca oltre quello che

adesso è, per la quale cosa giova, che ella abbia luoghi vuoti di

abitatori e desideri riempirli, e maggiormente diventerà scema per

lo spulezzare di tanti scarafaggi forestieri usi a comparire dove si

fa pattume, ed a scomparire dove il pattume si rinetta. Le varie parti

d'Italia forniranno il proprio contingente di nuovi incoli che alla

nuova dimora porranno amore pure ritenendo l'affetto per l'antica,

donde certamente hanno da scaturire due beni, che Roma diventerà

capitale di tutti, e di nessuno esclusivamente; Panteon delle

rappresentanze dei diversi popoli italiani; stretta con vincoli quasi

di parentezza con tutte le città italiche; l'altro, che i vari

Municipi parranno come confusi in lei: nè dinanzi a Roma alcuno

sentirà rimuginarsi dentro l'uzzolo di primeggiare; e cesserà

una volta per sempre ciò che torna in supremo fastidio adesso,

voglio dire che dove tu freghi di un'attimo le improntitudini

municipali di Torino ti bandiscano la croce addosso come uomo

insoffribile per misero ed eccessivo furore di campanile.

Che se la politica, e la economia indicano Roma capitale d'Italia,

ragioni di etica ci sospingono gli spiriti italiani. Che importano

libri costà? Lì ti parlano le ruine, e i sassi, e t'imprimono

solenni insegnamenti. Odi Lutero; quando ei prima la vide racconta,

che cadde sopra le ginocchia, e levate le mani al cielo esclamò:

«Salute Roma, o la santa, o la consacrata dal sangue dei martiri...

e pure adesso tu sei cadavere, mucchio di cenere.»

L'altro tedesco, cui reputò bello convertire la sua musa di fuoco

in istatua di marmo, Pigmalione alla rovescia il quale rapiva il fuoco

celeste per animare la sua creatura di marmo, il Goethe scriveva di

Roma: «altrove ti è mestieri cercare, qui la copia ti opprime:

ad ogni passo ti occorre o palazzo, o giardino, od arco di trionfo, o

intercolonio, o ruina, o casuccia, o presepio così fitto che tu

potresti disegnare ogni cosa sopra il medesimo pezzetto di carta. A

che serve una penna? Qui bisognerebbe possedere mille stili, e non

pertanto ti sentiresti vinto ogni giorno dalla sorpresa,

dall'ammirazione, non meno che dallo spossamento.--Contemplando questa

città che dura da oltre venticinque secoli tante volte, e così

pienamente trasmutata di forma e d'indole, e che nondimanco sta sempre

sopra la medesima terra e spesso co' medesimi chiodi, e co' medesimi

arpioni, talora crediamo assistere al gran consiglio del destino, e

partecipare ai suoi eterni decreti.--Roma è scuola solenne, dove

ogni dì t'ispira troppe più cose, che tu non puoi con parole

significare; e sarebbe spediente dimorarci per secoli chiusi dentro

silenzio pitagorico[1].»

[1] Goëthe, Viaggio in Italia. 2. Parte.

E l'arduo Byron, il re dei poeti dell'anima, allo aspetto di Roma

mandava fuori questi nobili concetti: «O Roma! O Patria mia! O

città dell'anima! Gli orfani del cuore devono volgersi a te madre

solitaria d'imperi estinti! Essi impareranno da te a comprimersi in

petto i loro affanni meschini. Che sono di faccia ai tuoi i nostri

patimenti, e i nostri dolori? Venite a vedere i cipressi, a udire i

cuculi, ad aprirvi una viottola su gli sfasciumi dei troni, e dei

tempii voi di cui le angoscie sono sciagure di un giorno... ecco un

mondo fragile sotto i nostri piedi quanto la nostra creta[1].

[1] Canto IV del Pellegrinaggio del Fanciullo Aroldo.

Roma dalle:

«Antiche mura, che ancor teme, ed ama

«E trema il mondo quando si ricorda

«Del tempo andato e indietro si rivolve»[1]

[1] Petrarca.

Affermano Roma avesse tre nomi uno sacerdotale ed era _Flora_ o _Anthusa_,

l'altro civile, che fu _Roma_, il terzo misterioso _Amor_. Quanto a me

credo di ciò sia niente e l'_Amor_ nascesse da leggere alla rovescia il

nome _Roma_; chè se mai avessimo a reputare vera la leggenda questo noi

impareremmo di più, che ammonita fino dai suoi primordi ad amare

trasgredì perpetuamente al precetto, donde le venne quel fascio di

miseria, che sbigottisce i suoi stessi nemici, e tuttavia dura;

imperciocchè nè senno astuto, nè prodezza di braccio valgano dove

manchi amore.--Non può accertarsi, pure è da credersi, che la

umanità ti ami quando le rompi con l'ariete i muri di casa per farci

penetrare la luce, e certo poi ti esalterà se le apporterai un tanto

benefizio per virtù di persuasione, e la tua potenza poggerà sopra

saldi fondamenti; ma il dì che inebbriato della scienza, o della forza

farai sentire agli uomini che tu mutasti loro la soma non la servitù,

quel dì avrai pronunziato la tua sentenza di morte; immaginando

incatenare altrui ti accorgerai avere incatenato te stesso; nel porre agli

altri un limite te diffinisti; e le cose finite sono destinate a perire.

Roma imperiale è morta, e nonostante le jattanze dei preti le tiene

dietro Roma sacerdotale. Il Vaticano in breve starà di contro al

Campidoglio come sovente occorrono nei tempii cattolici un sepolcro

dirimpetto all'altro; la Roma nuova ha da meritarsi lo emblema, che ho

detto vedersi nella medaglia coniata in suo onore ai tempi di Nerva, col

timone nelle mani, quasi preposta a guida del mondo; imperciocchè fosse

antico instituto di lei dare la nozione del diritto ai popoli _jura

gentium_; e le sue leggi meritamente si chiamassero la ragione scritta,

onde come i ruderi delle fabbriche romane ti occorrono per tutta la terra

conosciuta, i frantumi dei sapienti responsi dei suoi giureconsulti tu

trovi in ogni codice di popolo civile; nè questo, io penso, deva

riputarsi vanitosa prosunzione, però che posto ritornasse in fiore un

senato romano il quale stesse a pari dello antico invece di ricorrere

all'arbitrato di qualche principe divenuto savio più che per altro per

anni, e per isventure lice credere, che volessero preferirgli un consesso

di uomini per forte volere temperanti.

Roma di tutto ti si farà maestra, nè con parole inani, tristo

retaggio del secolo tabella, bensì con esempi gagliardi i quali

solo possono rimettere i nervi a queste nostre generazioni sfatte.

Sì tu apprenderai a che meni lo screzio tra patrizi, e plebei, e

come sia più prudente invece di partecipare a questi i privilegi

dei primi, torre via le disuguaglianze non solo al cospetto della

legge bensì per quanto fie possibile nelle sostanze mercè gli

ordini della buona economia, negl'intelletti in grazia della diligente

educazione.--Roma t'insegna come gli stati precipitino quando una

classe dei cittadini accaparrati per sè gli utili, e il seguito che

vengono dai pubblici offici ne pretenda escluse le altre, e i governi

diventino consorterie ingiuste sempre per necessità ingiuriose,

provocataci, e superbe le quali contese se finiscano con certa maniera

di empiastri dove veruna delle parti rimanga soddisfatta è male, e

se per tumulti dove scapitino tutte è peggio: guai se mettano capo

agli esilii, alle carceri, e al sangue. I Gracchi, come avvertiva il

Mirabeau, morendo gittano all'aria un pugno di polvere insanguinata, e

da cotesta terra nasce Mario. Mario suscita Silla, quindi a breve

Tiberio erede della Repubblica strangolata; poi i Barbari giù dalle

Alpi a mo' di Lupi accorrenti all'odore del sangue.

Quivi Stolone ti si conficca nella mente immagine perenne del plebeo

povero abbaiatore dei ricchi, che fa mettere la legge, veruno

cittadino si attenti acquistare oltre i cinquecento jugeri di terreno:

raccolta poi buona quantità di pecunia ei ne compra mille; nè

per onestare la cosa gli giova metterne cinquecento in testa del

figliuolo, che posto in accusa da Popilio Lena con la sua medesima

legge è condannato.

Roma per norma al popolo nostro di costume veramente civile, onde come a

pietra di paragone ci provi i suoi uomini, ti addita un Marco Rutilio

Censorino, il quale eletto per la seconda volta censore raduna il popolo e

lo ripiglia severamente perchè con siffatta elezione prolungasse la

durata di un ufficio, che i padri ordinarono breve come quello, che

conferiva soverchio seguito; un Fabio Massimo cinque volte consolo, ponendo

mente il padre, l'avo, e il bisavo avere tenuto il medesimo maestrato,

arringare il popolo per dissuaderlo a eleggere il suo figliuolo, non già

per manco di virtù, che in lui concorrevano copiosissime, bensì

perchè fosse di esempio pessimo il continuato imperio nella medesima

famiglia; uno Scipione Affricano, che contrasta al popolo la facoltà

d'inalzargli statue, e decretargli qualunque onore o mercede perchè

combattendo i nemici della Patria egli compiva il debito di cittadino, e

non altro.

Colà in Roma apprenderai il cittadino armato non estimarsi nè essere

tenuto da più degli altri, anzi o meno, o da guardarsi maggiormente come

quello, che può riuscire da vantaggio pernicioso alla repubblica;

anteponendosi a buon dritto Licurgo, Solone, Numa e simili a Temistocle, ed

a Cammillo però che questi con le armi tutelassero la Patria una volta

sola, mentre gli altri con le leggi provvidero alla prosperità, e

sicurezza futura di quella: nè ciò per sentenza del solo Cicerone,

bensì degli stessi imperatori Leone ed Antemio, e consegnata nelle leggi

dove si trova scritto, «che non solo quelli i quali sono armati di

corazza, di scudi, e di brandi militano per lo impero, ma i giurisperiti

altresì; militano coloro, che fidati nel glorioso dono della eloquenza

difendono le speranze, la vita e la posterità dei cittadini[1]»

[1] Lex. 14. Cod: de Adv: diversorum Judiciorum.

Le armi cedevano alla toga; e se taluno si attentava affermare in

mezzo allo strepito dei ferri non farsi sentire la voce delle leggi

questo soldato era Mario, che poi ruppe ogni legge. In Roma Postumio

Tuberto, Manlio Torquato consoli dannano a morte i propri figliuoli

perchè malgrado il divieto loro avessero assalito e vinto i nemici.

E se Papirio dittatore dopo avere condannato alle verghe Fabio

Rulliano, che senza ordine del dittatore combatte e rompe i Sanniti,

gli rimette la pena ciò fa annuendo alle preghiere del popolo

romano, e dei tribuni suoi mossi a compassione del padre di Fabio

già dittatore, tre volte consolo, e salvatore di Roma; con questi,

e tali altri esempi si mantenne la disciplina costà, e vi sarebbe

comparsa, come veramente ella è, immane cosa, che un soldato avesse

ardito, come testè accadde a Torino, presentatosi in Parlamento

vantarsi avere trasgredito la legge; mostruoso fatto da invertire ogni

ordine della Repubblica, che l'Assemblea lo lodasse, ruina espressa

della Libertà poi se con guiderdone siccome benemerito lo avessero

proseguito.--Più tardi la Repubblica rimase contristata da simili

esempi, ma allora i soldati non obbedivano più la legge bensì

l'uomo, non cittadini, bensì gladiatori, infesti per fermo alla

Libertà, non però meno esiziali al tiranno, che vie vie

ammazzano mettendone il trono allo incanto.

A Roma imparerai come nelle guerre civili il Capitano non pigliasse

titolo d'imperatore, nè vincendo gli rendessero grazie per decreto,

nè egli ardisse menare l'ovazione, molto meno il trionfo. C.

Antonio, spenti Catilina ed i compagni suoi, ordina ai soldati lavino

le spade, e si purifichino innanzi di entrare nel campo; e non, che

altri Mario, e Silla t'insegneranno a Roma come le vittorie su i

cittadini sieno eventi luttuosi da consacrarsi agli Dei infernali,

quegli fuggendo dai tempii, e dagli altari, questi omettendo le

immagini delle città vinte nelle guerre civili quando menò il

trionfo. A Torino sì esulta quando si vince non già Catilina,

bensì Garibaldi, non avversi ma amici, e si largheggia a danaro, e

si promuove a gradi superiori.... Andiamo a Roma; che esempi di

temperanza civile, e di grandezza italiana non ci può dare Torino.

A Roma cotesti sassi, la terra stessa ti diranno con quali arti si

crei un popolo grande, e creato si mantenga; essi ti rammenteranno

come il Senato romano dopo la disfatta di Canne per nulla sbigottito

inviasse soccorsi nella Spagna; ed esposto allo incanto il terreno

occupato dal campo cartaginese, mentre il nemico instava minaccioso a

porta Capena, non pure lo vendono, ma sì no cavano il maggiore

prezzo delle garose licitazioni: lì imparerai come coteste anime

non meno eccelse, che sapienti, invece di empire il mondo con la

confessione della propria fiacchezza reputano più disutile vincere

co' soccorsi stranieri, che dannoso perdere in sè solo fidati

quando in procinto di rompere la guerra a Pirro udirono come i

Cartaginesi spedissero in ausilio di loro cento venti navi mandarono

un legato per licenziarle, però che essi costumassero imprendere le

guerre, che si sentivano capaci a sostenere senza bisogno di soccorsi;

altrui. Oggi un Ministro della Guerra a Torino bandisce al mondo, che

la Italia con quattrocentotrentamila uomini (non mai i Romani ne

adunarono tanti!) nulla può senza il soccorso di Francia. Andiamo a

Roma che maestra di grandezza non ci può essere Torino.

Lo assedio di Roma · 第 13 / 63 段