dominii erano venuti in potestà altrui ciò doveva
attribuirsi a difetto del debito del principe, il quale consiste
appunto nel difendere i popoli al suo reggimento commessi, onde
non egli ad altri, bensì altri a lui doveva farne pagare le
pene. E questo come vero in massima si trovava verissimo in
pratica, essendochè i popoli non fossero venuti meno alle
difese, nè alla devozione; mancò il duca al popolo non il
popolo al duca; anzi Chieri abbandonato si difese per modo, che
quando il presidio ne uscì gli uomini e le donne pei patimenti
sofferti parevano fantasmi; a Rivoli, disertate le sue campagne,
vide morire mille persone, tra cui molte per fame, e tre soli
nascere. Cuneo respinse l'assedio dei Francesi, affaticandocisi
dintorno non pure gli uomini, ma le donne altresì, tra le quali
famose Giovanna sorella al conte di Etremont, ed Eleonora dei
Rabìa; la terra della Trinità in pena del pertinace soccorso
apportato a Cuneo rimase dall'Annibault quasi distrutta: la difesa
di Nizza, e il valore della Segurana conosca il mondo così, che
ogni parola intorno a quella parrebbe soverchia.--La tirannica
ingratitudine di Emanuele Filiberto tanto più offende ogni
senso morale, che proprio contro la volontà espressa di Carlo
III, suo padre, i Nizzardi gli salvarono Nizza, e lui. «In
queste strette, attesta il _Ricotti Storia della Monarchici
piemontese_ l. 4 p. 252, l'ardire e la fedeltà dei cittadini di
Nizza, e dei soldati parte Piemontesi, e parte Savoini, che
presidiavano il castello, salvarono _il Duca, e forse la
monarchia_.» Intimati dal Duca di consegnare Nizza al Papa
Paolo III, ovvero allo Imperatore Carlo V. i Nizzardi rispondono:
essersi dati a patto, che non venissero mai ceduti nè alienati
senza il consentimento loro; e dove questo accadesse essersi
riservati il diritto di resistere con le armi, e tanto oggi essere
risoluti fare, e senza dare tempo alle risposte gridando:
_Savoia_! costrinsero quel duca dappoco a tacersi scornato. Il
presidio del castello preso odore che i Signori di Musinese e di
Bourges, quegli capitano, e questi luogotenente volessero tradire,
e forse era sospetto, li cacciarono via non senza un carpiccio
delle buone; poi udendo che il Padre Carlo aveva menato il
figliuoletto Emanuele Filiberto al bacio dei _santi piedi_ di
Paolo III padre di Pierluigi Farnese proruppero a furia sotto la
guida di Aimone di Lullin, e di Grato di Provana, lo ripresero, e
menatolo in castello giurarono difenderlo, finchè il fiato
reggesse. Questo singolare duca di Savoia di certo non pensava a
riunire sotto la sua dominazione la Italia, dacchè ponesse
tanta smania a sottoporre i suoi sudditi alla straniera
dominazione quanto altri ne mette ora a liberarneli, per modo che
non contento se non si provava all'ultimo cimento, raccolti
così soldati come cittadini Nizzardi nella piazza di San
Giovanni egli prese a dire: «ma, signori, voi siete sudditi
miei; io sono vostro principe e signore, o perchè dunque non
volete, che il papa e lo imperatore alloggino nella città e nel
castello quando ve lo dico io?» Risposero: «voi siete nostro
signore, e sarete; viva Savoia!» e più pertinaci, che mai di
non volere ammettere persona se ne andarono via: della quale
risoluzione vivendo il duca in ansietà grande ebbe dal Provana
il conforto di queste parole: «Non si dia pena Eccellenza, che
questa volta le rape di Savoia, il burro di Piemonte, e il porco
salato di Nizza hanno fatto insieme una pietanza, che ne anco il
diavolo ne mangerebbe.» Emanuele Filiberto molti anni dopo,
aggiunge il Ricotti su le testimonianze del Lambert, e del
Gioffredo, confessava all'ambasciatore di Venezia avere potuto
conoscere sicuramente che Carlo V. voleva rubargli Nizza per
servirsene con Villafranca per iscala da passare dalla Spagna in
Italia. Io non aggiungo parola però che mi parrebbe sciupare la
impressione, che arreca tanto mostruosa ingratitudine. E nè
manco era vero, che il duca avesse ricuperato il Piemonte con la
virtù delle sue armi; egli lo riebbe per rimbalzo delle guerre
con varia fortuna combattute tra Francia, Spagna ed Inghilterra;
il trattato di Castello Cambresi non restituì ad Emanuele
Filiberto nè tutti, nè definitivamente i suoi stati; la
Francia conservò le piazze di Torino, di Chivasso, di
Villanova, di Asti, di Chieri, e di Pinerolo obbligandosi a
restituirle dopo assettate le sue differenze col duca per via di
congressi, o di arbitri; e ciò avvenendo la Francia arebbe
smantellato del Piemonte e della Savoia le piazze, che le sarebbe
parso. La Spagna per converso terrebbe presidio in Asti e Vercelli
finchè non isgombrasse la Francia. Inoltre toccò a Emanuele
Filiberto, giovane di trentuno anno, chiudere gli occhi e mandare
giù la _pillola amara_ della moglie Margarita sorella del re di
Francia donna attempata di 40 e più anni; nè questo è
tutto: Nizza, la prode, e fedelissima Nizza, allora, come ai dì
nostri, turpemente sagrificata imperciocchè pel trattato di
Grudendal tra Filippo II e il duca rimanesse stabilito che il re
metterebbe e pagherebbe il presidio del castello di Nizza, e dei
forti di Villafranca; darebbe in dote 60 mila scudi a donna Maria
figliuola naturale del duca: i castellani giurerebbero fedeltà
al re e al duca, e morendo questi senza eredi il re diventerebbe
assoluto padrone di coteste terre.--Gli scrittori piemontesi
confessano siffatto accordo frutterebbe a Emanuele Filiberto
_eterna infamia, se la ineluttabile necessità non lo
scusasse_;--dacchè, essi aggiungono, il duca non avesse parte
nel congresso, e fosse del tutto in balia della Spagna, salvo lo
aiuto che per emulazione gli potesse venire dalla Francia; la
quale cosa posto, che sia, come la raccontano, gli è falso
espressamente il pretesto, ch'egli allegava per dominare assoluto,
la liberazione dei suoi stati dal dominio straniero per virtù
di arme.
Nè gli scrittori piemontesi negano questo; al contrario facilmente
confessano, che sul cominciare del secolo decimosesto _il difetto_ di
coltura _non era compensato con la gloria delle armi_, le quali erano
misere ed incerte; e la difesa dello stato non usciva già dalla
copia, nè dalla prodezza delle milizie paesane, bensì dal danaro
proprio, e dall'avarizia altrui.--
Ma non è vero, che negli altri stati d'Italia si procedesse a quel
modo; anzi il vero è al contrario, nè gli stessi Scrittori
piemontesi lo ignorano, dacchè lo stesso Ricotti nella Storia delle
Compagnie di ventura in Italia ci attesti Firenze e Orvieto fino dal
1350 avere istituito i balestrieri del contado per affrancarsi dalla
infamia della milizia mercenaria; e Venezia più tardi con
l'ordinamento delle cerne; ed altri altrove; ma più che tutti da
capo Firenze la quale a' conforti di Antonio Giacomino Tebalduccio, e
di Niccolò Macchiavelli instituì nel 1506[1] la ordinanza della
milizia fiorentina con le prescrizioni, e norme che si leggono per le
storie, e da prima furono diecimila nel contado di Firenze solamente
fanti, sei anni dopo si fecero anco cavalli nel numero di 500. Questa
abolita dalla tirannide dei Medici, ecco Giovanni dalle Bande nere
formare la stupenda milizia di cui la memoria ancora non langue, e
sicuramente coll'occulto concetto di stabilirla arnese per acquistare
gagliardo stato in Italia, e difenderlo contro ogni straniera
soperchieria; da questa onorata scuola, cessata la tirannide medicea,
risorsero le milizie fiorentine, e furono spartite in milizie del
contado disposte in trenta _battaglie_, ed in milizie di città in
quattro bande una per quartiere, ed ogni banda in quattro compagnie
con sedici gonfaloni in tutto; da prima cavaronsi dagli uomini di
diciotto fino a trentasei anni, e se n'ebbe un tremila all'incirca, ma
forse più che meno nella sola città; più tardi si presero da
diciotto fino a cinquantacinque anni, e in tutto se n'ebbe un
cinquemila.--Nella vita di Francesco Ferruccio mi sono ingegnato
quanto meglio ho potuto discorrere di questa gloriosa milizia, la
quale non si mostrava come apparivano i soldati piemontesi allora
pigri, grossieri, contennendi, e vili bensì tali che il Ricotti
medesimo confessa: «colla modestia, e con la esattezza sia nel
comandare sia nell'obbedire, con la perizia delle mosse, con la
ricchezza delle vesti, e delle armi, non meno che con la concordia, ed
unione diventò in breve soggetto di maraviglia ai più vecchi
soldati[2].» Nè per questo solo ella fu maraviglia ai presenti,
ed onorata memoria ai futuri, bensì per ferocia di magnanimi
propositi, e per valore inclito.--
[1] _Scritti inediti di N. Macchiavelli risguardanti la storia e la
milizia, illustrati da G. Canestrini_.
[2] _Op. cit. p._ 6. _cap._ 3.
Io non riporterò la testimonianza di scrittori fiorentini come quelli i
quali si potrebbe per avventura supporre che procedessero parzialmente, ma
sì di Carlo Capello oratore veneziano del pari che degli altri dei
quali mi valsi per giudicare la qualità delle armi piemontesi; costui
pertanto, scrivendo al serenissimo Doge gli afferma: «tuttavia non si
perdono di animo e sempre con maggiore costanza si confermano in volere
ovvero conseguire la libertà, ovvero portarsi di sorte, che se la
perdono, speso, e consumato tutto l'avere loro non vi sopravviva alcuno, e
solamente si dica: _qui fu Firenze_.[1] «E quanto più il pericolo
stringe tanto maggiormente s'intorano a mettersi ad ogni sbaraglio.
«Tanta, scrive il medesimo oratore il 14 Luglio 1530, è la costanza
degli animi di ciascuno, tanto indurata la ostinazione di volere liberarsi
che hanno deliberato pubblicamente patire ogni estremità, e subito, che
il Ferruccio si scopra... uscire della città con tutta la gente di
guerra e con quelli della milizia cittadina, e combattere e così
vincere ovvero insieme con la vita perdere il tutto avendo determinato,
che quelli che resteranno alla custodia delle porte, e dei ripari, se per
caso avverso la gente della città fosse rotta abbiano con le mani loro
ad uccidere le donne ed i figliuoli, e por fuoco alle case, e poi uscire
alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non
vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che
sieno d'immortale esempio a coloro, che sono nati, e desiderano di vivere
liberamente.»
[1] _Lettere alla rep. di Venezia dell'Oratore Cav. C. Capello,
Firenze_ 26 _Novembre_ 1529.
Che se questa deliberazione, la quale non ha riscontro nelle storie,
tranne nella giudaica, dove gli Ebrei difesero Gerusalemme da Tito
imperatore menzogna di umanità, non sortì il suo effetto, il
mondo lo sa, vuolsi attribuire alla codarda avarizia degli Ottimati, i
quali allora adoperavano come la setta dei Moderati adesso, e al
tradimento di Malatesta, il quale, come disse Matteo Dandolo allo
ambasciatore del Duca di Urbino:--_ha venduto quel popolo, e quella
città, e il sangue di quei poveri cittadini, a oncia, a oncia_.
Dopo cotesta epoca illustre, e lacrimevole non vale, per opinione mia,
il pregio ricordare milizia italiana: entriamo nei tempi in cui il
Filicaia lanciò nella serva Italia i due sonetti pari a due gridi
di dolore, che c'introneranno perpetuo gli orecchi, finchè ella non
sia tutta sgombra dagli stranieri.
_--. . . . . Del non tuo ferro cinta
«Pugnar col braccio di straniere genti
«Per servir sempre o vincitrice, o vinta_:
Quando la Francia si avventò alle alpi repubblicana in vista, ladra
in fatti e tiranna, i Piemontesi o soli, o in compagnia degli
Austriaci davvero mala prova fecero, nè possono cavarne argomento
ad esercitare egemonìa.
Nel 1848 le armi piemontesi sembra che avessero virtù finchè
mantennero l'ardore di che l'avevano arroventate lo entusiasmo
popolare, e l'ira; poi giù giù illanguidiscono, e disperdonsi
nello sbandamento più che battaglia, ed anco rotta di Custoza.--Nel
1849 Novara.
E Novara fu troppo peggio che sbandamento, se come allora la fama
porse, e registrò la storia, si ebbe a chiamare presidio nemico per
salvare la città dalla rapina dei nostri. Chè se le rapine
novaresi taluno negasse oltre le testimonianze degli scritti io non
saprei altrimenti provarle, non però delle genovesi di cui io
stesso vidi i vestigi, ed udii i deplorabili racconti; nè valore,
nè resistenza scusano, imperciocchè nè prodezza propria,
nè gagliarda difesa, la quale è pure prova di animo generoso che
vuolsi dai soldati massimamente onorare scusano le ladronaie; e per
queste vanno offuscati i nomi d'altronde chiarissimi del Malboururgh
antico, di Massena, di Soult; ed in ispecie del Rusca piemontese,
della cui avara crudeltà si conservano memorie singolari[1].
[1] I suoi soldati un dì sorpresi da lui su l'atto di rubare un
maiale senza turbarsi gli dissero seriamente: «Generale, lo
rubavamo per voi.» E il Rusca non meno seriamente rispose:
«io non ho bisogno che alcuno rubi per me.» Che sia
benedetto! almeno non si nascondeva, all'opposto lo bandiva da se;
di vero trovandosi a mensa con parecchi ufficiali ecco arrivare il
fattorino della posta con lettere per parecchi fra loro; chiestasi
e data scambievolmente licenza le lessero e trovarono come
Napoleone desse ad ognuno o pensione annua, o dono; anche il Rusca
ebbe la lettera e ci trovò lodi molte, e quattrini punti di che
seco lui dolendosi i commilitoni egli gl'interruppe dicendo:
«Ma no, signori, lo imperatore ha operato da quel savio uomo
ch'egli è; ei sa benissimo che il fatto mio lo so fare da me!»
E mentre combatteste voi, forse gli altri Italiani filavano?
Comecchè raccolti tumultuariamente, nè soldati come voi altri in
genere, in numero, e caso con tutte le regole forse non seppero i
volontari combattere, morire, e vincere?--Perchè mai si
licenziarono quasi gente immonda? E perchè a disfarli fu speso
maggiore moneta, che non impiegarono a farli? E soldati sembra a voi
che sarebbero quelli i quali voi v'ingegnate plasticare sul vostro
modello? Hanno a difendere la Patria, e di Patria nulla hanno da
sapere; li presumete soldati cittadini e li pretendete tali in
procinto di avventarsi in battaglia, sentano lo sprone delle parole
concitate del Capitano, e proibite poi che apprendano, più ancora,
che ammirino i gesti degl'illustri capitani del popolo. Col popolo di
cui sono sangue, e nel quale, superstiti, avranno a rientrare non
piglino usanza; ne stieno appartati, dimentichino sè essere figli,
o fratelli; soldati unicamente hanno da diventare; ma in cotesto modo
educansi gladiatori non già soldati italiani; così si allevano i
mastini affinchè guardino gli orti dai ladri non s'instituisce
milizia onore a un punto e tutela della Patria.--Grave fatto è
questo e come pieno d'ingiusta diffidenza così a Dio non piaccia,
che partorisca funestissimi effetti: dunque temete che il popolo vi
contamini i soldati? dunque o il popolo non più si accorda con voi,
o voi col popolo? Eppure cotesto popolo volle liberissimo ieri il
regno italico con a capo il reale di Savoia. Come! ieri consenso, ed
oggi forza? Di già a questo? Ma i reami abbattuti quale altra legge
avevano tranne la forza? E non bandiste voi, proprio voi, che un
governo il quale si appoggia alla forza ormai non ha più causa,
nè ragione di vita?
E tacendo del valore delle armi nè manco gli ordinamenti militari
vostri paiono così saldi da presumere in grazia di questi la
egemonìa sopra gli altri italiani, imperciocchè non entrando nel
ginepraio del come si spenda il danaro, noi vediamo fare, e disfare la
tela dello esercito, secondochè mutano di tessitore; ed anco qui
prego Dio, che non voglia, che invece di tessere una veste nuziale, il
Ministro o piuttosto i Ministri non ci ammanniscano una Sindone, la
quale sarebbe causa non già di adorazione, bensì di esecrazione
perpetua.
Insomma se i Piemontesi sè amano e noi, e lo vogliamo credere,
importa, che smettano il vezzo di presumere sè chioccia, e noi uova
da lasciarci covare. Noi non patiremo certo nè tribù di Levi, ne
tribù di Beniamino: fratelli vi amiamo, compagni vi accettiamo,
disuguali no, molto meno padroni. Se la casa di Savoia diè lo
Statuto al regno, ricordate come non fosse concessione sibbene
restituzione; se lo mantenne Vittorio Emanuele il cuore e il senno lo
sovvennero nello adempimento del debito suo, e n'ebbe rimerito di
fama, titolo unico tra quanti apparvero principi sopra la terra,
riconoscenza di popoli, e stato, che lo renderà superiore a molti
potentati, inferiore ad alcuno. Nè noi neghiamo, anzi confessiamo
volentieri, non mediocre conforto essere venuto agli spiriti liberali
d'Italia vedere sempre ritta la bandiera italica in Piemonte,
comecchè spesso pendente già lungo la stacca a mo' di vela nelle
uggiose calme dell'Atlantico; e confessiamo altresì che quivi il
talento per volere sia stato pari alla fortuna per potere, dacchè
se la vostra terra non si fosse distesa oltre il crine delle Alpi, e a
verun patto potesse sopportarla la Francia in mano all'Austria, voi
come noi avreste dovuto con la morte nel cuore piegare il collo alla
maligna onnipotenza dei fati. Come no? Perchè lo neghereste
prosuntuosi? Le mura di Alessandria non rimasero contaminate da
presidio tedesco?
Comprendo ottimamente avere a sonare le mie parole rudi; e giova
appunto che sia così; gli adulatori dei popoli più funesti due
cotanti, che quelli di un re, avvegnadio questi possa cessare da un
punto all'altro, e allora morta la vipera spento il veleno, mentre il
popolo forse dura fino alla consumazione dei secoli. Callimaco
Esperiente nella vita di Attila racconta come il poeta Marullo avendo
composto un poema (immaginate che poema!) in lode di cotesto Unno
glielo presentasse a Padova fiducioso di premio, ma quando Attila
seppe come costui lo facesse derivare da Dio, e lui medesimo salutasse
Dio ordinò che poema, e poeta gittassero sul fuoco; ora il popolo
nostro civile si approfitti dello esempio del condottiero barbaro
emendandolo secondo la ragione dei tempi; lasci stare il fuoco, ma un
tuffo nell'acqua ai suoi adulatori lo potrebbe dare. Io parlo per dire
il vero, non per odio di altrui, nè per disprezzo, e se paleso
animoso le gozzaie, mi muove studio di ovviare che intristiscano, anzi
scompaiano. Fatuità somma credere, come oggi si costuma, che
negando un danno possa torsi che sia: così quando schiamazzano la
Italia è ricca confidano, che ciò empia le casse; ovvero la
Italia ormai non può più disfarsi, e con questo pensano averla
assicurata con nodo indissolubile: se simile insania non fosse per
partorire funestissimi mali non varrebbe il pregio riprenderla, e
nè anco indicarla, ma all'opposto io temo, che possa disfarsi
perdendo occasione, che forse non si presenterebbe per più secoli a
questa parte. Il passaggio in mezzo alle rivoluzioni assai si
rassomiglia alla prova del fuoco, dove se ci era via a salvamento
consisteva nel traversare del campione tutto, e di rincorsa, lo spazio
incendiato. E bazza se allora le scottature erano poche! Se si fermava
un'attimo, di lui non rinvenivi nè manco la cenere. Nei primi tempi
delle rivoluzioni molti interessi laceri, o coperto, o palese
travagliano lo stato novello; e da per tutto vedi scompiglio: ora
preme più che mai in questo periodo climaterico l'universale trovi
qualche compenso ai patimenti inevitabili; se gli assottigli il pane e
tu ministragli copia più larga di libertà; se esigi piamente
spietato il tributo di sangue, e tu mostra, ch'egli è per francare
la Patria dalla dominazione straniera; la contentezza futura fa
toccare con mano, che uscirà dal seme del disagio presente; i
membri sparsi di un popolo ridotti come fratelli in una famiglia sola
non pure soddisfano al precetto della religione, non pure all'ultimo
provvederanno alla pubblica ed alla privata economia, ma altresì
acquisteranno la potenza in ogni tempo necessaria, non già (Dio ne
guardi!) ad offendere altrui, sì bene a difendere noi stessi. La
divisione nostra risponde al Tedesco confitto nella Venezia, allo
Spielberg, alle verghe, alle forche, alle fucilazioni, e forse, più
amaro che questo, agli strazi quotidiani della gente galla.
Nello stare strettamente uniti è posta la salute d'Italia; nè la
pena di Beltramo dal Bornio, che per avere con arti scellerate diviso
il figlio dal padre il Dante immagina vagolare per lo inferno, con in
mano il capo tronco dal suo corpo la reputo sufficiente a cui intenda
separare parte d'Italia dalla Italia. Se mi mostro, e sono implacabile
contro colui, che la scemò a settentrione non meno irrequieto per
quanto io valga, inchioderò nella infamia chi la menomasse a
mezzogiorno; molto più, che questi non potrebbe nè anco allegare
in discolpa il pretesto della necessità: non a dividere pertanto,
bensì per istringere io muovo parole, persuaso, che la compagnia
non dura fra genti con varia ragione aggravate; meglio vale, anzi
unicamente vale, che il troppo carico dica: «io non ne posso
più, fratello vienmi in aita;» che infellonirsi tacendo, e
buttare via dalle spalle la soma con iattura di tutti.--
Noi tutti della famiglia italiana possediamo in copia vizi e virtù
sovente diversi, qualche volta contrari, mettiamo in comunella ogni
cosa; nelle mutue virtù ci educhiamo, dei vizi scambievoli
emendiamoci. Piacemi dirlo: avendo per quanto mi fu dato ricerco la
natura del popolo torinese io lo trovai onesto, e più lo era prima
che l'alito corruttore del Cavour ci soffiasse sopra; nel commercio
singolare, invece, che presuntuoso confessa sentirsi d'ingegno
inferiore, e chiede che tu lo chiarisca; se non che la moltitudine
delle parole gl'introna lo intelletto peggio, che i tamburi gli
orecchi; le immagini lo abbarbagliano, lo sgomentano i tropi; teme i
farabulloni lo scarrucolino, i parabolani lo abbindolino, ed ha
ragione; chiede definizioni esatte, argomenti precisi; insomma con la
sua gamba tu regola il tuo passo; e se lo fai ti si professa grato: il
concetto compreso egli si mura dentro il cervello col gesso da presa:
forse fie l'ultimo a cessare fede nel governo monarchico, ma cessata
ch'ei l'abbia non valgono ganci a ripescarla. Alle amicizie nè
facile, nè subito; non ti trabocca giù il suo liquore cordiale
da empirtene il bicchiere, e allagarne la mensa, ma se te ne versa
mezzo, e' lo fa per dartene il rimanente un'altra volta: forse, almeno
io provai così, con veruno uomo al mondo possiamo durare tanti anni
amici come co' Piemontesi, e senza, che una nebbia sola venga ad
offuscare la lunga amicizia: liberali del proprio non mi parvero
troppo, ma nè anco costumano pigolarti attorno per avere del tuo;
ossequiosi per abito, non per viltà; tenaci dell'oggi, previdenti
del domani, e perchè in un concetto solo io stringa quello, che
potrei forse stemperare in molto, i Piemontesi possiedono a capello le
qualità capaci a guarire noi dai vizi del rilassamento, della
incostanza dei propositi, della fatuità delle affezioni,
dell'abbiosciatezza in ogni ufficio onde si compone il vivere civile.
Tuttavolta la prosunzione collettiva nel Piemontese occorre, e di
molto; gli viene dai suoi maggiorenti interessati a fomentarla: gliela
inocchiano i Giornalisti venduti; gliel'aizzano i Moderati
consenzienti che altri divori, ed opprima a patto che possano
rosicchiare essi, ed opprimere di seconda mano, nè trovo verso
migliore a farla cessare, che uscire da Torino trasportando la sede
del governo a Roma. I Torinesi per altra città non consentirebbero,
o a malincuore consentirebbero; per Roma sì; di vero quale città
italiana potrebbe stare a petto di Roma per magnitudine di memorie
antiche, e per presagio di futura grandezza? Il popolo di Torino,
certo finchè cotesta città resti capitale ne sfrutta il
benefizio e ne gode, ma si è persuaso, che così non può
durare, e talora udii da lui medesimo esporne le ragioni: certo
verranno alcune industrie a patirne, ma le sono di quelle, che non
fanno ricchezza permanente, bensì transitoria: anzi pure di quelle
che servono più presto a corrompere le industrie civili, che ad
avvantaggiarle, come locande, osterie, e più o meno onesti
instituti, ed anco disonesti addirittura, e turpissimi; il sapore di
siffatte industrie noi sopra gli altri conosciamo in Toscana, dove un
dì concorrevano forestieri a portarci i vizi, ed i catarri loro.
Compensi chiederanno i Piemontesi certamente, ed anco non li chiedendo
li meritano, nè sembra arduo accordarli, conciossiachè paia non
pure utile ma necessario convertirla in gagliardo arnese di guerra per
opporla in ogni caso a qualunque irrompesse giù dalle Alpi nemico;
e questo a cagione della scoperta fatta dal Conte di Cavour quando
orava in Parlamento per cedere Nizza e Savoia, la quale fu che i paesi
si difendono meglio allo aperto in pianura, che non per le angustie
delle forre, o dalle alture... anco di queste a noi toccò udire!
Nè udire soltanto, ma lodare con plausi, e confermare coi voti!
Reverenza dunque, gratitudine, e compensi al popolo piemontese, e a
Torino; fratello sia, e sopra tutti onorato, come quello, ch'ebbe la
ventura di affaticarsi sopra gli altri per la Patria, e per la
Libertà; non signore, non sopracciò, nè _egemone_: in questo
_intorandosi_ perderebbe ogni merito, porrebbe a cimento la salute
pubblica, e risoluti non lo patiremmo noi opponendo le nostre forze,
fin quì insuperate, di repulsa alle invaditrici sue; e perchè
cessi il sospetto in noi, l'uzzolo in lui, in entrambi lo screzio
della male auriosa _egemonìa_ urge stabilire il nostro regno a
Roma.--
Senza capitale un grande stato non può stare unito; ella ha da
essere come un cappio il quale senza stringere troppo, o stringere a
casaccio ordini le forze del paese per la difesa prima, e poi per la
massima prosperità interna accordandole armonicamente sia dove
tendono ad assimilarsi, sia nello invincibile screzio.
Veramente io non ho letto la storia di Gengis-kan, la quale pure fu
raccolta circa tre quarti di secolo dopo la morte di lui, ma l'avessi
pur letta io porrei mediocrissima fede alle quarantamila, o
cinquantamila teste gittate nei fondamenti di Samarcanda come pietra
angolare a costituirla capitale; che ferocissimo ei fosse non si
contrasta, ma sagace altresì era molto, tanto che il Gibbon ebbe a
trovare non poca corrispondenza tra il codice composto dal Locke per
la Carolina, e quello di Gengis-kan! Ad ogni modo io credo, che
cotesto si abbia, se successe, intendere per simbolo, che molti
voleri, come molti interessi devano concorrere a stabilire le nuove
capitali, e che questi interessi devano recidersi del tutto da
interessi antichi. Napoleone Imperatore giudicava la Italia poco
acconcia a comporre un corpo solo a cagione della sua lunghezza, e
questo suo concetto prima e dopo lui parteciparono parecchi; tuttavia
discorrendo dei luoghi adattati per instituire la capitale del nobile
stato così argomenta:
«Vari i pareri degli uomini intorno la migliore giacitura della
capitale d'Italia, che taluno accenna a Venezia imperciocchè
supremo bisogno della Italia paja levarsi a potentato marittimo.
Venezia, essi dicono, sta riparata dai subitanei assalti, e favellando
a mo' di mercante, deposito dei commerci della Germania orientale e
punto più prossimo di Genova a Milano e a Torino; al mare si
accosta per tratti lunghissimi di sponde: altri poi vengono dalla
storia, e dalle tradizioni antiche condotti a Roma; Roma, affermano,
sopra tutto mediana, destra alle tre grandi isole Sicilia, Sardegna, e
Corsica, destra a Napoli; per ogni parte a un dipresso equidistante da
cui la voglia offendere, o lo inimico si presenti dal lato di Francia,
o dalla Svizzera, ovvero dall'Austria, che dove si accosta più
distà centoventi, e dove meno centoquaranta miglia, ed ancorchè
superate le Alpi la schermiscono due validissimi ripari il Po, e gli
Appennini. Roma prossima alle coste adriatiche, e mediterranee con
risparmio non meno che con velocità per via di Venezia e di Ancona
può sovvenire alla tutela delle frontiere dell'Isonzo, e
dell'Adige: per via poi del Tevere, di Genova e di Villafranca ella
provvede di leggeri alla _frontiera del Varo_, e delle Alpi cozie: la
sua posizione felice le concede abilità di offendere, mediante
l'Adriatico, ed il Mediterraneo l'esercito nemico, il quale si
attentasse traghettare il Po, od avventurarsi nell'Appennino senza
avere preso la sua sicurtà dal lato del mare; ad ogni evento
agevolissimo scansare alle rapine del nemico vincitore i tesori di
Roma a Napoli, ovvero a Taranto; finalmente Roma è già: nè si
conosce città al mondo la quale offra comodi quanti essa per
costituire una grande metropoli; in favore suo la magnificenza e la
nobiltà del nome; ed io per me penso, che quantunque lasci a
desiderare qualche cosa, ella sarà certamente la capitale che
gl'Italiani eleggeranno un giorno.»
Questo nel volume terzo delle sue _Memorie_; nè meno arguto nei
_Ricordi_ di Santa Elena: «Se la Italia cessasse con Parma,
Piacenza, e Guastalla, o vogliamo dire, ch'ella circoscritta dentro la
valle del Po non possedesse penisole, allora Milano sarebbe la sua
capitale necessaria, comecchè i periti reputino supremo difetto per
lei che il Po non la difenda dalle ingiurie tedesche: ma dove
gl'Italiani si componessero in un popolo solo allora Milano non
potrebbe pretendere a diventare capitale, imperciocchè troppo
prossima alle invasioni terrestri si troverebbe troppo lontana dalle
spiaggie per provvedere alle marittime.»