[1] Per compire il quadro odasi quest'altra. Quando il conte di

Cavour annunziò alla Camera, che di arte egli intendeva niente,

disse la verità, e potei sincerarmene io stesso; avendomi egli

dato la posta al suo palazzo andai, dove cominciando così per

mio genio a considerare minutamente le scale le trovai luride, e

su pei muri grommose di un colore di ranno dopo fatta la lisciva;

la porta di casa esternamente vidi ornata di portiera di bambagino

rosso con penero bianco appunto uguale alle portiere, che da noi

in Toscana sogliono mettere alle baracche dove vendono il

cocomero: dubitai avere sbagliato, ma no; egli era proprio il

palazzo del conte di Cavour; aperto l'uscio entrai dentro una

maniera di galleria ammirabile non mica per quadri, non per

istatue, non per bassirilievi; di queste cose nè manco l'ombra,

bensì di una doppia fila di scarpe e stivali....... Di quì

fui intromesso in certa anticamera e la maraviglia crebbe; su le

porte e pei muri notai talune figure colorate col sugo di

regolizia, sedie vecchie, e sciatte, armadioli unti e bisunti ad

uso di riporre i lumi; e poi certe urne, che di sicuro dovevano

essere avanzate al catafalco di qualche atavo del nobile Conte; ma

ciò, che più mi percosse fu il suo busto di marmo sopra un

tronco di colonna messo proprio a canto alla soglia del suo

studio, e mi percosse perchè i Romani in cotesto luogo solevano

tenere incatenato il cane; però anco a catena avendo addentato

qualche gamba sembra che al cane vivo trovassero spediente

sostituirne altro o dipinto, o condotto a mosaico con la leggenda

sotto: _cave canem_. Questo negli scavi di Pompei può

riscontrarsi agevolmente; per la qual cosa io pensava: «_cave

Cavour_! uomo avvisato è mezzo salvato!» Ammesso nello

studio, intantochè il Conte terminava scrivere non so quale

lettera, inventariai l'uomo; egli vestiva un gabbano da camera

sudicio, e mi parve anco lacero, con uno straccio al collo, e in

capo una papalina logori entrambi e laidi, stavasene accoccolato

su di una tavoluccia dove scriveva in furia con molto disagio;

avanti questa tavola ne vidi un'altra più grande dove notai una

tazza di argento dono non mi ricordo di quale Municipio, o

Consorteria. La stanza parata di carta con alquanti specchi nè

più nè meno di qualunque sala di moderna osteria: non libri,

non quadri, non arnesi che svelassero gusti eleganti od amore di

arte. Lo studio rispondeva sul cortile, e dirimpetto alle sue

finestre, levati gli occhi, vidi pendere giù dalle finestre del

secondo piano pezze e fasce da bambini, onde la memoria corse ai

due scolari brilli di cui racconta Heine nel _Reisbilder_ quando

aprirono l'armadio dell'oste e vi avendo trovato attaccato un paio

di calzoni di pelle gialla di daino usati da lui quando faceva il

postiglione, li presero per la luna, e volsero a loro una

invocazione sul gusto dell'Ossian.--E questi, dissi fra me, è

l'uomo, che ha da comprendere la Italia? Sarà! e mi strinsi

nelle spalle; proprio come esclamai: sarà! e mi strinsi nelle

spalle quando additandomi i _Turcòs_ mi affermarono essere

venuti in Italia a darci la Libertà:--Sarà! soggiunsi poi,

ma se io fossi nei piedi della Libertà mi verrebbe la pelle di

oca al solo vederli. Intesi dire altresì, che nella sua camera

ei tenesse appeso il ritratto del Boggio; ond'io esclamai: mamma

mia! il ritratto del Boggio sarebbe mai la Madonna della Seggiola

del Conte di Cavour?--Non già, mi risposero, ma il signor Conte

guardando la figura del Boggio, così a digiuno, si mette a

ridere e ciò gli dà qualche minuto di buono umore.--Che il

Conte di Cavour possedesse ingegno di certo non nego; impugno

avesse capacità di Ministro italico; e dove pure in lui non

difettasse la capacità a lungo andare non avrebbe approdato,

perchè egli non chiamò mai le Grazie a spruzzarlo con la

loro acqua lustrale. Il bello e il buono nella morale compongono

una medesima cosa, e chi non ha senso di arte non può intendere

la Italia.

E Botta visse esule da casa sua, e Gioberti altresì, il quale

diverso dalla indole piemontese, pare favilla balestrata a Torino

dalla eruzione del Vesuvio; e non sarebbe maraviglia, però che si

legga, che quando prima ruppe il monte pauroso la lava andò a

cascare fino in Alessandria. Se in arti, in iscienze, ed in lettere

noi non possiamo insegnare niente ai piemontesi non ci si apponga ad

jattanza se affermiamo nè manco noi altri italiani avere nulla da

apprendere tra loro[1]. Per amministrazione si governano peggio della

lombarda, e questo ho toccato con mano; quanto a legge per amore di

unità incaponivano a volerci a parte nella beatitudine della corda,

con errato consiglio non meno che con mente iniqua; imperciocchè se

la morte abolita efficacemente è segno di buona civiltà

acquistata, perchè dobbiamo noi altri toscani stornare alla

barbarie, e non voi piemontesi allungare il passo per agguantarci

sulla via della civiltà? Ma tutto questo suona prosuntuosa

insipienza di curiali; di vero se per sopprimere la pena di morte si

desidera stato più perfetto di civiltà, o con qual giudizio

v'incocciate a mantenere questa pena, la quale tra le barbare è

barbarissima, e tra le inique scellerata delle instituzioni umane? Per

leggi civili portava il vanto Napoli; le industrie agricole migliori

in Toscana che in Piemonte; nelle urbane Piemonte supera, ma contaci

la Liguria, che parte di Piemonte fu per violenza, non però per

indole, nè per volontà. Avanzano le armi.

[1] L'antica uggia non può fare a meno, che abbia partorito

pessimi effetti difficili a vincersi: le nebbie del passato

caligano sempre intorno al Piemonte, e se tu riscontri la temperie

di cotesto paese sul termometro della Ragione di Stato del

Bottero, tu trovi che l'aere non è per anco sereno di

civiltà. Carlo Botta, tenerissimo del Piemonte sua patria, ci

fa sapere come la università di Torino non fruttasse i buoni

effetti che uomo se ne riprometteva in grazia della _strettezza

del governo, e dell'apparato militare_. Il Denina, citato dal

Botta, racconta come i letterati venuti da Roma, da Napoli e da

Palermo alla stanza di Torino preferissero quella di Milano

_austriaca_, però che colà le lettere e le scienze godessero

di certa libertà ignota a Torino, con altre più cose

gravissime che, se te ne piglia vaghezza, tu potrai leggere nel

lib. 38 della Storia d'Italia sino al 1789. Altrove (lib. 48 della

medesima Storia) il Botta esce fuori con queste parole, che mal

per noi se non le cavassimo dai libri di un piemontese sfegatato:

«gli studi si fomentavano a patto che da angusto e stretto

cerchio non uscissero. Nissuna vita nuova, nessuno impulso,

nissuna scintilla di estro fecondatore: un'aere _greve pesava sul

Piemonte e i liberi respiri impediva_. Lo stesso vivere tanto

assegnato del Principe (e doveva dire tirannicamente pedantesco)

faceva, che la consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che

nessuno dall'usato sentiero uscisse ancorachè più facili,

più utili, e più dilettevoli strade in luoghi vicini di

sè medesime facessero mostra. Dai duri lidi fuggivano Lagrange,

Alfieri, Denina, Berthollet, e Bodoni, e fuggendo dimostravano,

che se quella era terra per natura feconda gretto coltivatore

aveva. Carlo Emanuele e Bogino si martirizzavano su i conti, e le

generose aquile sdegnando quel palustre limo a più alti e

più propizi luoghi s'innalzavano.» Quanta larghezza da

cotesta ora in poi godessero gli studi nel Piemonte, anco in tempi

recentissimi lascio, che altri dica: pure ieri i Gesuiti maestri,

e donni dei cervelli piemontesi: no, veramente, a me non pare, e

non parrà, spero, nè anco ai nostri buoni fratelli subalpini

ch'essi possano presumere quanto a scienze ed a lettere di

esercitare egemonìa sopra la Italia.

Di quali armi favellate voi uomini piemontesi? Quando tra noi fioriva

la onorata milizia, di voi non ci giunse novella; nella scuola dei

Bracci, e dei Piccinini, tra gli Sforza da Cutignola, gli Alviano, i

Colleoni, e tanti altri famosi si ricorda unico il Carmagnola; più

tardi tra i Colonna, i Pescara, Giovannino dei Medici, gli Strozzi, il

Ferruccio, i Doria, i Sanseverino, gli Orsini, i Farnese, gli Spinola

unico Emanuele Filiberto; di cui gloria immortale la battaglia di San

Quintino, la quale non egli vinse, bensì il conte di Aiamonte, il

principe di Brunswick, e i conti di Hornes, e di Mansfeldt; Emanuele

Filiberto arriva tardo sul campo di battaglia, e quando i francesi

rotti fuggivano inseguiti dai _raitri_; solo con le artiglierie egli

disperse l'ultimo corpo di fanti guasconi, che combattevano, disperati

della vittoria, per proteggere la ritirata; nè seppe usare poi

della vittoria, chè proseguendo il corso prospero avrebbe preso a

mano salva tutti i francesi senza eccettuarne pure uno; e questo

chiariremo con prove espresse se a Dio piacendo mi condurrò a

dettare la vita di cotesto duca di Savoia. Certo con gloria maggiore o

minore trattarono le armi i principi di Savoia; con grande Tommaso,

con massima Eugenio; ma se togli l'ultimo gli altri ebbero emuli pari

se non superiori a loro; questi poi veruno. Nel periodo lungo delle

guerre napoleoniche i più famosi capitani come Bertoletti, Pino,

Teuliè, e Vacani uscirono di Milano, i tre Lechi o Mazzucchelli da

Brescia, Lahoz e Peyri furono mantovani, Bianchini, l'eroe di

Tarragona, bolognese, il maresciallo Bianchi da Corno, Viani veronese,

Zucchi reggiano, Severoli faentino, Palombini di Roma, Fontanelli da

Modena, Colletta di Napoli; solo due noti nelle storie dava tutto il

Piemonte, più illustre il primo, che fu Rusca, meno il secondo

nominato Serras; nella guerra del 1848 venne fuori il Bava capitano di

abilità mediocre, e di cattiva fortuna; nel 1849 ebbero ricorso a

capitano straniero con perdita di riputazione, e sciagura della

impresa. Adesso fanno caso grande del Lamarmora, ma non tutti in lui

ripongono fede; ad ogni modo gli preferiscono il Cialdini od anco il

Fanti, i quali insieme al Cucchiari vengono da Modena. Quanto a

Garibaldi ormai è convenuto che generale matricolato non si possa

estimare; di fatti della milizia ei sa una parte sola, una sola, tutte

le altre ignora, e questa una è quella di vincere le battaglie.

Questo intorno ai capitani; circa le milizie quando per tutta Italia

andavano famose le Bande nere, ed anco la ordinanza della Milizia

fiorentina le soldatesche del Piemonte si reputavano le più

scadenti di tutte.--E perchè non paia avventato e maligno il mio

dire, siami lecito riportare quanto trovo sparsamente scritto intorno

ai capitani, e alle milizie piemontesi durante il secolo decimosesto

nelle relazioni degli ambasciatori veneziani arguti nell'osservare

quanto schietti nello esporre. Ora di queste relazioni io ne conosco

cinque, stampate a Firenze; la prima è di Andrea Boldiù la quale

è tratta dalla biblioteca Capponi insieme coll'altra del Lippomano,

che al nostro scopo non approda; due ne somministra l'archivio reale

di Torino e sono di Sigismondo Cavalli, e di Giovanfrancesco Morosini,

l'ultima pubblicava il signor Cibrario. Quanto a' capitani; e ai

soldati afferma il Boldiù: «ha parlato assai sua eccellenza;

sebbene non ha terminato cosa alcuna di dare forma alle genti del suo

paese nel modo che sono le cerne di vostra serenità, che si

chiamano ordinanze; per le quali già ha fatto _colonnelli e

nominati molti capitani, pochissimi dei quali sono, come intendo, che

abbiano comandato in guerra alcuna_. E cercando io poi di sapere

quanto si sperava, che potesse essere il numero di queste ordinanze mi

viene affermato, che per servire nel paese ascenderiano a 24000

uomini, ma volendo condurli fuori non passeriano 8000, ma questi buoni

veramente[1].» Il Cavalli più alla recisa: «di uomini da

guerra, che abbiano servizio con sua eccellenza, _nè dei suoi

sudditi_, nè di altri vi _ho conosciuto persona di gran nome o

valore, salvo che il Signore della Trinità_, il quale vostra

serenità avrà inteso nominare per le operazioni onorate che fece

alle imprese di Cuneo e Fossano.... _il signor Duca non si serve gran

fatto di lui, prima perchè non vuole mostrare, che quello che fa

sia per consiglio del medesimo; poi_ (nota, o riponi in mente lettore)

_perchè dove tutti gli altri suoi servitori gli parlano con molta

timidità, lui per dire il vero O quando si trova in Corte parla

più liberamente... per tal causa vive il più del tempo ritirato

in casa sua_. Vi è ancora il signor Masino, che a tempo di guerra

era vice-duca, questi è galantuomo e cavaliere liberale, ma nel

_fatto di guerra non ha mostrato virtù sopra gli altri_. Il conte

d'Arignano ancora lui è prudente gentiluomo, ma non ha _fatto

operazioni, che, meritino essere rammentate più, che tanto_.

Restano alcuni privati capitani, che si possono riputare _buoni

soldati_, ma non sono persone di grande portata[2].»

[1] Relazioni venete, Serie II, vol. 1. p. 136.

[2] Relazione dell'Oratore Cavalli. Relaz. degli Amb. veneti. S. II.

Vol. II, p. 33.

Più spezialmente circa la qualità dei soldati, e l'indole dei

piemontesi l'oratore Giovanfrancesco Morosini informa il Senato:

«il letto loro è pieno di foglie di alberi per la molta

povertà, del paese non tanto causata poi in effetto dalle lunghe

guerre, e continue, che ha avute, quanto da una _naturale viltà e

dappocaggine di quei popoli_; la quale ancora è causa, che con

tutto che pei tanti anni continui sieno stati nudriti ed allevati

nelle guerre, _non sono però_ al giudizio di molti, da essere

tenuti per _molto atti allo esercizio delle anni per non dire, che

sieno inettissimi a quello_.»

Questa relazione del Morosini va copiosa mirabilmente di notizie

intorno alla milizia del Piemonte; chi ne abbia talento (e lo dovrebbe

avere, ma ne dubito, perchè la gioventù in mal punto oggi si

mostra aliena dagli studi, massime storici) può esaminarla intera;

al mio assunto giova cavarne questo altro tratto: «ha il signor

duca, oltre alli presidi, una milizia di 16000 fanti bene armata sotto

quaranta insegne, le quali prima erano 66, ma sono state questo anno

ridotte al numero di quaranta, a fine di scansare le spese dei

capitani, e degli officiali di 26 compagnie; e li fanti sono stati

distribuiti in modo, che in ogni bandiera saranno 400 fanti, e sua

eccellenza viene ad avere avanzato 5200 scudi all'anno. Queste genti

sono al governo di 42 gentiluomini, tutti suoi vassalli, salvo che

uno, ch'è il signor Guido Piovene suddito della serenità vostra

e gentiluomo vicentino...... Questi tutti hanno nome di colonnelli e

sono stipendiati diversamente l'uno dall'altro, avendo chi più, chi

meno secondo la inclinazione di sua eccellenza. _Questa gente, come ho

detto di sopra, non è molto atta allo esercizio delle armi_, salvo,

che certa poca quantità verso Fossano, e il Mondovì, li quali

per essere tra loro stessi in perpetua gara riescono più esperti, e

pronti a menare le mani, che gli altri; ma _quanto più sono buoni

allo esercizio delle armi tanto più sono fastidiosi, ed insolenti

ad essere governati, e disciplinati. Fa usare sua eccellenza molta

diligenza per tenere bene disciplinata questa milizia_ facendo mostre

spessissimo, alle quali molte volte si trova di persona sperando pure

con questo frequente esercizio doverle _levare da quella naturale

pigrizia, che hanno; ma difficilmente credo, che vi riuscirà

essendo più forte la natura, che l'arte_[1].»

[1] Relaz. ven. S. II vol. 2. p. 130.

Da principio Emanuele Filiberto pare, che facesse capitale sopra i

popoli di Savoia, sicchè Sigismondo Cavalli racconta egli avere,

per lo scopo di assicurare i stati, «principiato a fare le cernide,

ovvero ordinanze dei suoi popoli, ed obbligare ogni comune a dare

tanti corsaletti, picche, archibugi, e morioni; e già quelli della

valle di Aosta _debbon essere in buono stato_, perchè quando sua

eccellenza passò di là, tornando di Savoia, volle vederne la

mostra, la quale riuscì assai bene[1]» Senonchè Francesco

Molino dopo dieci anni nel 1574 referendo al Senato così favella di

cotesta medesima milizia: «i popoli che abitano la Savoia sono per

lo più _timidi_, e _vili_: non si danno ad alcuno esercizio, e

nè tampoco a quello delle armi, e fecero vedere questa poca

inclinazione alloraquando il duca ordinò una milizia, per la quale

avendo speso più di seimila scudi in arme, in poco tempo fu

ritrovato, che dei _morioni, e corsaletti se n'erano serviti a fare

delle pignatte e degli spiedi_[2].» e comecchè poco più

innanzi afferma i popoli del Piemonte più atti ad adoperarsi,

più capaci di disciplina, o più industriosi dei Savoini, non si

sa bene con coteste premesse s'egli intenda più avvilirli ovvero

commendarli.

[1] Relaz. ven. S. II. vol. 2. p. 37.

[2] Relaz. ven. S. II. vol. 2. pag. 246. Innanzi però di pigliare

congedo dalle Relazioni degli Oratori Veneti giovi cavare da loro,

a fine d'instituire i debiti confronti quale, la gratitudine del

duca Emanuele Filiberto fondatore vero della casa di Savoia verso

coloro che nella fortuna avversa lo sovvennero col sangue e con

gli averi. «Quelli poi che sono stati fedelissimi a sua

eccellenza e l'hanno in ogni tempo servita, si trovano di

malavoglia, perciocchè quando aspettavano, tornati in Patria,

ed a casa di avere alcuna mercede per essersi tanto tempo trovati

spogliati di quanti beni avevano, vedono che solamente si danno a

loro parole, ed all'_incontro a quelli che sono stati totalmente

contrari a sua eccellenza si danno maggiori onori, che vi sieno e

sono adoperati prima degli altri, il che mette alle volte in

disperazione tale, che prometto a vostra Serenità, che si

conosce chiaramente che muterieno voglia se tornasse il tempo

com'era prima della guerra_. Relazione dell'Oratore A. Boldiù.

S. 2. vol. 1. p. 441. Rispetto all'osservanza nella quale tenevasi

il Consiglio di Stato, e le deliberazioni di lui..» In questo

consiglio rare volte si trattano materie di stato, o solo

allorquando vuole servirsi sua eccellenza delle deliberazioni di

quello _per causa sua_, come fece ultimamente con accomodarsi con

quelli suoi di Agrogna, perciocchè disse, che ciò fatto

aveva perchè aveva così deliberato tutto il consiglio di

Stato......Poi domanda sua eccellenza li pareri loro, e dice:--io

intendo che si faccia così:--o pure si leva dicendo:--_si

delibererà poi_--e molte volte occorre, che sua eccellenza non

va al consiglio, e se vi si trova non si obbliga molto a quello,

che sarà parso alla maggior parte di quelli, che vi sono. E

dirò più, che io ho saputo per certo, che fu un giorno

deliberata una materia d'importanza alla presenza di sua

eccellenza, e di ciò fu commessa la lettera per la esecuzione

al Signore Fabri secretario deputato a detto carico, ma sua

eccellenza fece poi chiamare esso secretario in camera sua, ed

ordinogli altramente, onde fu eseguito per lo appunto il contrario

di quanto era stato deliberato con maraviglia di tutti quelli

consiglieri suoi. Di modo che si può dire assolutamente che

delle cose sue sua eccellenza intende, o vero vuole e delibera a

sua voglia sola.» Il che si rassomiglia come uovo ad uovo al

Consiglio convocato da Serse prima di rompere la guerra con la

Grecia dov'egli dopo salutati i Satrapi, secondochè ci

testimonia Valerio Massimo al capitolo quinto del Libro IX della

opera sua, così prese a dire: «non ho voluto parere di fare

le cose di testa mia, però voi vi avete a ricordare come vostro

debito sia non consigliare bensì obbedire.» Adesso qualche

cosa circa allo amore di Emanuele Filiberto archetipo dei Reali di

Savoia per la onesta libertà dei popoli, nonmenochè dello

studio ch'egli poneva a mantenere gli antichi loro diritti:

«per dimostrazione di questa sua potestà, continua il

medesimo oratore, che intende, che sia _assoluta non ha voluto

tenere li tre stati del suo paese, come l'obbligano le convenzioni

antiche della casa di Savoia con li suoi confederati, osservate

sotto ciascun altro principe passato_.» Che cosa poi fossero

questi tre stati si ha dall'altra Relazione di Francesco

Morosini, il quale rincalza la testimonianza del Boldiù:

«solevano al tempo degli altri duchi di Savoia essere divisi in

tre parti, che loro dimandano stati, cioè cherici, gentiluomini

feudatari, e gente popolare; li quali erano convocati dai duchi

sempre quando volevano qualche donativo dal paese, o mettere

qualche angaria ai popoli, e con questi si accordava il lutto. Ma

dopo il ritorno in istato di questo signor duca, parendo a lui di

averselo acquistato con la spada alla mano, e _che la ragione di

guerra voglia, che i popoli restino liberamente alla discrezion

dei principi, perdendo ogni privilegio, che per lo innanzi

avessero ottenuto nei tempi in cui si erano volontariamente dati,

però non è mai parso a sua eccellenza di fare questa

convocazione, ma ha voluto disponere a modo suo liberamente

mettendo da se tutte quelle angarie che gli è piaciuto mettere,

di che universalmente tutti ne restano male soddisfatti_.

Lo assedio di Roma · 第 11 / 63 段