Cavour annunziò alla Camera, che di arte egli intendeva niente,
disse la verità, e potei sincerarmene io stesso; avendomi egli
dato la posta al suo palazzo andai, dove cominciando così per
mio genio a considerare minutamente le scale le trovai luride, e
su pei muri grommose di un colore di ranno dopo fatta la lisciva;
la porta di casa esternamente vidi ornata di portiera di bambagino
rosso con penero bianco appunto uguale alle portiere, che da noi
in Toscana sogliono mettere alle baracche dove vendono il
cocomero: dubitai avere sbagliato, ma no; egli era proprio il
palazzo del conte di Cavour; aperto l'uscio entrai dentro una
maniera di galleria ammirabile non mica per quadri, non per
istatue, non per bassirilievi; di queste cose nè manco l'ombra,
bensì di una doppia fila di scarpe e stivali....... Di quì
fui intromesso in certa anticamera e la maraviglia crebbe; su le
porte e pei muri notai talune figure colorate col sugo di
regolizia, sedie vecchie, e sciatte, armadioli unti e bisunti ad
uso di riporre i lumi; e poi certe urne, che di sicuro dovevano
essere avanzate al catafalco di qualche atavo del nobile Conte; ma
ciò, che più mi percosse fu il suo busto di marmo sopra un
tronco di colonna messo proprio a canto alla soglia del suo
studio, e mi percosse perchè i Romani in cotesto luogo solevano
tenere incatenato il cane; però anco a catena avendo addentato
qualche gamba sembra che al cane vivo trovassero spediente
sostituirne altro o dipinto, o condotto a mosaico con la leggenda
sotto: _cave canem_. Questo negli scavi di Pompei può
riscontrarsi agevolmente; per la qual cosa io pensava: «_cave
Cavour_! uomo avvisato è mezzo salvato!» Ammesso nello
studio, intantochè il Conte terminava scrivere non so quale
lettera, inventariai l'uomo; egli vestiva un gabbano da camera
sudicio, e mi parve anco lacero, con uno straccio al collo, e in
capo una papalina logori entrambi e laidi, stavasene accoccolato
su di una tavoluccia dove scriveva in furia con molto disagio;
avanti questa tavola ne vidi un'altra più grande dove notai una
tazza di argento dono non mi ricordo di quale Municipio, o
Consorteria. La stanza parata di carta con alquanti specchi nè
più nè meno di qualunque sala di moderna osteria: non libri,
non quadri, non arnesi che svelassero gusti eleganti od amore di
arte. Lo studio rispondeva sul cortile, e dirimpetto alle sue
finestre, levati gli occhi, vidi pendere giù dalle finestre del
secondo piano pezze e fasce da bambini, onde la memoria corse ai
due scolari brilli di cui racconta Heine nel _Reisbilder_ quando
aprirono l'armadio dell'oste e vi avendo trovato attaccato un paio
di calzoni di pelle gialla di daino usati da lui quando faceva il
postiglione, li presero per la luna, e volsero a loro una
invocazione sul gusto dell'Ossian.--E questi, dissi fra me, è
l'uomo, che ha da comprendere la Italia? Sarà! e mi strinsi
nelle spalle; proprio come esclamai: sarà! e mi strinsi nelle
spalle quando additandomi i _Turcòs_ mi affermarono essere
venuti in Italia a darci la Libertà:--Sarà! soggiunsi poi,
ma se io fossi nei piedi della Libertà mi verrebbe la pelle di
oca al solo vederli. Intesi dire altresì, che nella sua camera
ei tenesse appeso il ritratto del Boggio; ond'io esclamai: mamma
mia! il ritratto del Boggio sarebbe mai la Madonna della Seggiola
del Conte di Cavour?--Non già, mi risposero, ma il signor Conte
guardando la figura del Boggio, così a digiuno, si mette a
ridere e ciò gli dà qualche minuto di buono umore.--Che il
Conte di Cavour possedesse ingegno di certo non nego; impugno
avesse capacità di Ministro italico; e dove pure in lui non
difettasse la capacità a lungo andare non avrebbe approdato,
perchè egli non chiamò mai le Grazie a spruzzarlo con la
loro acqua lustrale. Il bello e il buono nella morale compongono
una medesima cosa, e chi non ha senso di arte non può intendere
la Italia.
E Botta visse esule da casa sua, e Gioberti altresì, il quale
diverso dalla indole piemontese, pare favilla balestrata a Torino
dalla eruzione del Vesuvio; e non sarebbe maraviglia, però che si
legga, che quando prima ruppe il monte pauroso la lava andò a
cascare fino in Alessandria. Se in arti, in iscienze, ed in lettere
noi non possiamo insegnare niente ai piemontesi non ci si apponga ad
jattanza se affermiamo nè manco noi altri italiani avere nulla da
apprendere tra loro[1]. Per amministrazione si governano peggio della
lombarda, e questo ho toccato con mano; quanto a legge per amore di
unità incaponivano a volerci a parte nella beatitudine della corda,
con errato consiglio non meno che con mente iniqua; imperciocchè se
la morte abolita efficacemente è segno di buona civiltà
acquistata, perchè dobbiamo noi altri toscani stornare alla
barbarie, e non voi piemontesi allungare il passo per agguantarci
sulla via della civiltà? Ma tutto questo suona prosuntuosa
insipienza di curiali; di vero se per sopprimere la pena di morte si
desidera stato più perfetto di civiltà, o con qual giudizio
v'incocciate a mantenere questa pena, la quale tra le barbare è
barbarissima, e tra le inique scellerata delle instituzioni umane? Per
leggi civili portava il vanto Napoli; le industrie agricole migliori
in Toscana che in Piemonte; nelle urbane Piemonte supera, ma contaci
la Liguria, che parte di Piemonte fu per violenza, non però per
indole, nè per volontà. Avanzano le armi.
[1] L'antica uggia non può fare a meno, che abbia partorito
pessimi effetti difficili a vincersi: le nebbie del passato
caligano sempre intorno al Piemonte, e se tu riscontri la temperie
di cotesto paese sul termometro della Ragione di Stato del
Bottero, tu trovi che l'aere non è per anco sereno di
civiltà. Carlo Botta, tenerissimo del Piemonte sua patria, ci
fa sapere come la università di Torino non fruttasse i buoni
effetti che uomo se ne riprometteva in grazia della _strettezza
del governo, e dell'apparato militare_. Il Denina, citato dal
Botta, racconta come i letterati venuti da Roma, da Napoli e da
Palermo alla stanza di Torino preferissero quella di Milano
_austriaca_, però che colà le lettere e le scienze godessero
di certa libertà ignota a Torino, con altre più cose
gravissime che, se te ne piglia vaghezza, tu potrai leggere nel
lib. 38 della Storia d'Italia sino al 1789. Altrove (lib. 48 della
medesima Storia) il Botta esce fuori con queste parole, che mal
per noi se non le cavassimo dai libri di un piemontese sfegatato:
«gli studi si fomentavano a patto che da angusto e stretto
cerchio non uscissero. Nissuna vita nuova, nessuno impulso,
nissuna scintilla di estro fecondatore: un'aere _greve pesava sul
Piemonte e i liberi respiri impediva_. Lo stesso vivere tanto
assegnato del Principe (e doveva dire tirannicamente pedantesco)
faceva, che la consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che
nessuno dall'usato sentiero uscisse ancorachè più facili,
più utili, e più dilettevoli strade in luoghi vicini di
sè medesime facessero mostra. Dai duri lidi fuggivano Lagrange,
Alfieri, Denina, Berthollet, e Bodoni, e fuggendo dimostravano,
che se quella era terra per natura feconda gretto coltivatore
aveva. Carlo Emanuele e Bogino si martirizzavano su i conti, e le
generose aquile sdegnando quel palustre limo a più alti e
più propizi luoghi s'innalzavano.» Quanta larghezza da
cotesta ora in poi godessero gli studi nel Piemonte, anco in tempi
recentissimi lascio, che altri dica: pure ieri i Gesuiti maestri,
e donni dei cervelli piemontesi: no, veramente, a me non pare, e
non parrà, spero, nè anco ai nostri buoni fratelli subalpini
ch'essi possano presumere quanto a scienze ed a lettere di
esercitare egemonìa sopra la Italia.
Di quali armi favellate voi uomini piemontesi? Quando tra noi fioriva
la onorata milizia, di voi non ci giunse novella; nella scuola dei
Bracci, e dei Piccinini, tra gli Sforza da Cutignola, gli Alviano, i
Colleoni, e tanti altri famosi si ricorda unico il Carmagnola; più
tardi tra i Colonna, i Pescara, Giovannino dei Medici, gli Strozzi, il
Ferruccio, i Doria, i Sanseverino, gli Orsini, i Farnese, gli Spinola
unico Emanuele Filiberto; di cui gloria immortale la battaglia di San
Quintino, la quale non egli vinse, bensì il conte di Aiamonte, il
principe di Brunswick, e i conti di Hornes, e di Mansfeldt; Emanuele
Filiberto arriva tardo sul campo di battaglia, e quando i francesi
rotti fuggivano inseguiti dai _raitri_; solo con le artiglierie egli
disperse l'ultimo corpo di fanti guasconi, che combattevano, disperati
della vittoria, per proteggere la ritirata; nè seppe usare poi
della vittoria, chè proseguendo il corso prospero avrebbe preso a
mano salva tutti i francesi senza eccettuarne pure uno; e questo
chiariremo con prove espresse se a Dio piacendo mi condurrò a
dettare la vita di cotesto duca di Savoia. Certo con gloria maggiore o
minore trattarono le armi i principi di Savoia; con grande Tommaso,
con massima Eugenio; ma se togli l'ultimo gli altri ebbero emuli pari
se non superiori a loro; questi poi veruno. Nel periodo lungo delle
guerre napoleoniche i più famosi capitani come Bertoletti, Pino,
Teuliè, e Vacani uscirono di Milano, i tre Lechi o Mazzucchelli da
Brescia, Lahoz e Peyri furono mantovani, Bianchini, l'eroe di
Tarragona, bolognese, il maresciallo Bianchi da Corno, Viani veronese,
Zucchi reggiano, Severoli faentino, Palombini di Roma, Fontanelli da
Modena, Colletta di Napoli; solo due noti nelle storie dava tutto il
Piemonte, più illustre il primo, che fu Rusca, meno il secondo
nominato Serras; nella guerra del 1848 venne fuori il Bava capitano di
abilità mediocre, e di cattiva fortuna; nel 1849 ebbero ricorso a
capitano straniero con perdita di riputazione, e sciagura della
impresa. Adesso fanno caso grande del Lamarmora, ma non tutti in lui
ripongono fede; ad ogni modo gli preferiscono il Cialdini od anco il
Fanti, i quali insieme al Cucchiari vengono da Modena. Quanto a
Garibaldi ormai è convenuto che generale matricolato non si possa
estimare; di fatti della milizia ei sa una parte sola, una sola, tutte
le altre ignora, e questa una è quella di vincere le battaglie.
Questo intorno ai capitani; circa le milizie quando per tutta Italia
andavano famose le Bande nere, ed anco la ordinanza della Milizia
fiorentina le soldatesche del Piemonte si reputavano le più
scadenti di tutte.--E perchè non paia avventato e maligno il mio
dire, siami lecito riportare quanto trovo sparsamente scritto intorno
ai capitani, e alle milizie piemontesi durante il secolo decimosesto
nelle relazioni degli ambasciatori veneziani arguti nell'osservare
quanto schietti nello esporre. Ora di queste relazioni io ne conosco
cinque, stampate a Firenze; la prima è di Andrea Boldiù la quale
è tratta dalla biblioteca Capponi insieme coll'altra del Lippomano,
che al nostro scopo non approda; due ne somministra l'archivio reale
di Torino e sono di Sigismondo Cavalli, e di Giovanfrancesco Morosini,
l'ultima pubblicava il signor Cibrario. Quanto a' capitani; e ai
soldati afferma il Boldiù: «ha parlato assai sua eccellenza;
sebbene non ha terminato cosa alcuna di dare forma alle genti del suo
paese nel modo che sono le cerne di vostra serenità, che si
chiamano ordinanze; per le quali già ha fatto _colonnelli e
nominati molti capitani, pochissimi dei quali sono, come intendo, che
abbiano comandato in guerra alcuna_. E cercando io poi di sapere
quanto si sperava, che potesse essere il numero di queste ordinanze mi
viene affermato, che per servire nel paese ascenderiano a 24000
uomini, ma volendo condurli fuori non passeriano 8000, ma questi buoni
veramente[1].» Il Cavalli più alla recisa: «di uomini da
guerra, che abbiano servizio con sua eccellenza, _nè dei suoi
sudditi_, nè di altri vi _ho conosciuto persona di gran nome o
valore, salvo che il Signore della Trinità_, il quale vostra
serenità avrà inteso nominare per le operazioni onorate che fece
alle imprese di Cuneo e Fossano.... _il signor Duca non si serve gran
fatto di lui, prima perchè non vuole mostrare, che quello che fa
sia per consiglio del medesimo; poi_ (nota, o riponi in mente lettore)
_perchè dove tutti gli altri suoi servitori gli parlano con molta
timidità, lui per dire il vero O quando si trova in Corte parla
più liberamente... per tal causa vive il più del tempo ritirato
in casa sua_. Vi è ancora il signor Masino, che a tempo di guerra
era vice-duca, questi è galantuomo e cavaliere liberale, ma nel
_fatto di guerra non ha mostrato virtù sopra gli altri_. Il conte
d'Arignano ancora lui è prudente gentiluomo, ma non ha _fatto
operazioni, che, meritino essere rammentate più, che tanto_.
Restano alcuni privati capitani, che si possono riputare _buoni
soldati_, ma non sono persone di grande portata[2].»
[1] Relazioni venete, Serie II, vol. 1. p. 136.
[2] Relazione dell'Oratore Cavalli. Relaz. degli Amb. veneti. S. II.
Vol. II, p. 33.
Più spezialmente circa la qualità dei soldati, e l'indole dei
piemontesi l'oratore Giovanfrancesco Morosini informa il Senato:
«il letto loro è pieno di foglie di alberi per la molta
povertà, del paese non tanto causata poi in effetto dalle lunghe
guerre, e continue, che ha avute, quanto da una _naturale viltà e
dappocaggine di quei popoli_; la quale ancora è causa, che con
tutto che pei tanti anni continui sieno stati nudriti ed allevati
nelle guerre, _non sono però_ al giudizio di molti, da essere
tenuti per _molto atti allo esercizio delle anni per non dire, che
sieno inettissimi a quello_.»
Questa relazione del Morosini va copiosa mirabilmente di notizie
intorno alla milizia del Piemonte; chi ne abbia talento (e lo dovrebbe
avere, ma ne dubito, perchè la gioventù in mal punto oggi si
mostra aliena dagli studi, massime storici) può esaminarla intera;
al mio assunto giova cavarne questo altro tratto: «ha il signor
duca, oltre alli presidi, una milizia di 16000 fanti bene armata sotto
quaranta insegne, le quali prima erano 66, ma sono state questo anno
ridotte al numero di quaranta, a fine di scansare le spese dei
capitani, e degli officiali di 26 compagnie; e li fanti sono stati
distribuiti in modo, che in ogni bandiera saranno 400 fanti, e sua
eccellenza viene ad avere avanzato 5200 scudi all'anno. Queste genti
sono al governo di 42 gentiluomini, tutti suoi vassalli, salvo che
uno, ch'è il signor Guido Piovene suddito della serenità vostra
e gentiluomo vicentino...... Questi tutti hanno nome di colonnelli e
sono stipendiati diversamente l'uno dall'altro, avendo chi più, chi
meno secondo la inclinazione di sua eccellenza. _Questa gente, come ho
detto di sopra, non è molto atta allo esercizio delle armi_, salvo,
che certa poca quantità verso Fossano, e il Mondovì, li quali
per essere tra loro stessi in perpetua gara riescono più esperti, e
pronti a menare le mani, che gli altri; ma _quanto più sono buoni
allo esercizio delle armi tanto più sono fastidiosi, ed insolenti
ad essere governati, e disciplinati. Fa usare sua eccellenza molta
diligenza per tenere bene disciplinata questa milizia_ facendo mostre
spessissimo, alle quali molte volte si trova di persona sperando pure
con questo frequente esercizio doverle _levare da quella naturale
pigrizia, che hanno; ma difficilmente credo, che vi riuscirà
essendo più forte la natura, che l'arte_[1].»
[1] Relaz. ven. S. II vol. 2. p. 130.
Da principio Emanuele Filiberto pare, che facesse capitale sopra i
popoli di Savoia, sicchè Sigismondo Cavalli racconta egli avere,
per lo scopo di assicurare i stati, «principiato a fare le cernide,
ovvero ordinanze dei suoi popoli, ed obbligare ogni comune a dare
tanti corsaletti, picche, archibugi, e morioni; e già quelli della
valle di Aosta _debbon essere in buono stato_, perchè quando sua
eccellenza passò di là, tornando di Savoia, volle vederne la
mostra, la quale riuscì assai bene[1]» Senonchè Francesco
Molino dopo dieci anni nel 1574 referendo al Senato così favella di
cotesta medesima milizia: «i popoli che abitano la Savoia sono per
lo più _timidi_, e _vili_: non si danno ad alcuno esercizio, e
nè tampoco a quello delle armi, e fecero vedere questa poca
inclinazione alloraquando il duca ordinò una milizia, per la quale
avendo speso più di seimila scudi in arme, in poco tempo fu
ritrovato, che dei _morioni, e corsaletti se n'erano serviti a fare
delle pignatte e degli spiedi_[2].» e comecchè poco più
innanzi afferma i popoli del Piemonte più atti ad adoperarsi,
più capaci di disciplina, o più industriosi dei Savoini, non si
sa bene con coteste premesse s'egli intenda più avvilirli ovvero
commendarli.
[1] Relaz. ven. S. II. vol. 2. p. 37.
[2] Relaz. ven. S. II. vol. 2. pag. 246. Innanzi però di pigliare
congedo dalle Relazioni degli Oratori Veneti giovi cavare da loro,
a fine d'instituire i debiti confronti quale, la gratitudine del
duca Emanuele Filiberto fondatore vero della casa di Savoia verso
coloro che nella fortuna avversa lo sovvennero col sangue e con
gli averi. «Quelli poi che sono stati fedelissimi a sua
eccellenza e l'hanno in ogni tempo servita, si trovano di
malavoglia, perciocchè quando aspettavano, tornati in Patria,
ed a casa di avere alcuna mercede per essersi tanto tempo trovati
spogliati di quanti beni avevano, vedono che solamente si danno a
loro parole, ed all'_incontro a quelli che sono stati totalmente
contrari a sua eccellenza si danno maggiori onori, che vi sieno e
sono adoperati prima degli altri, il che mette alle volte in
disperazione tale, che prometto a vostra Serenità, che si
conosce chiaramente che muterieno voglia se tornasse il tempo
com'era prima della guerra_. Relazione dell'Oratore A. Boldiù.
S. 2. vol. 1. p. 441. Rispetto all'osservanza nella quale tenevasi
il Consiglio di Stato, e le deliberazioni di lui..» In questo
consiglio rare volte si trattano materie di stato, o solo
allorquando vuole servirsi sua eccellenza delle deliberazioni di
quello _per causa sua_, come fece ultimamente con accomodarsi con
quelli suoi di Agrogna, perciocchè disse, che ciò fatto
aveva perchè aveva così deliberato tutto il consiglio di
Stato......Poi domanda sua eccellenza li pareri loro, e dice:--io
intendo che si faccia così:--o pure si leva dicendo:--_si
delibererà poi_--e molte volte occorre, che sua eccellenza non
va al consiglio, e se vi si trova non si obbliga molto a quello,
che sarà parso alla maggior parte di quelli, che vi sono. E
dirò più, che io ho saputo per certo, che fu un giorno
deliberata una materia d'importanza alla presenza di sua
eccellenza, e di ciò fu commessa la lettera per la esecuzione
al Signore Fabri secretario deputato a detto carico, ma sua
eccellenza fece poi chiamare esso secretario in camera sua, ed
ordinogli altramente, onde fu eseguito per lo appunto il contrario
di quanto era stato deliberato con maraviglia di tutti quelli
consiglieri suoi. Di modo che si può dire assolutamente che
delle cose sue sua eccellenza intende, o vero vuole e delibera a
sua voglia sola.» Il che si rassomiglia come uovo ad uovo al
Consiglio convocato da Serse prima di rompere la guerra con la
Grecia dov'egli dopo salutati i Satrapi, secondochè ci
testimonia Valerio Massimo al capitolo quinto del Libro IX della
opera sua, così prese a dire: «non ho voluto parere di fare
le cose di testa mia, però voi vi avete a ricordare come vostro
debito sia non consigliare bensì obbedire.» Adesso qualche
cosa circa allo amore di Emanuele Filiberto archetipo dei Reali di
Savoia per la onesta libertà dei popoli, nonmenochè dello
studio ch'egli poneva a mantenere gli antichi loro diritti:
«per dimostrazione di questa sua potestà, continua il
medesimo oratore, che intende, che sia _assoluta non ha voluto
tenere li tre stati del suo paese, come l'obbligano le convenzioni
antiche della casa di Savoia con li suoi confederati, osservate
sotto ciascun altro principe passato_.» Che cosa poi fossero
questi tre stati si ha dall'altra Relazione di Francesco
Morosini, il quale rincalza la testimonianza del Boldiù:
«solevano al tempo degli altri duchi di Savoia essere divisi in
tre parti, che loro dimandano stati, cioè cherici, gentiluomini
feudatari, e gente popolare; li quali erano convocati dai duchi
sempre quando volevano qualche donativo dal paese, o mettere
qualche angaria ai popoli, e con questi si accordava il lutto. Ma
dopo il ritorno in istato di questo signor duca, parendo a lui di
averselo acquistato con la spada alla mano, e _che la ragione di
guerra voglia, che i popoli restino liberamente alla discrezion
dei principi, perdendo ogni privilegio, che per lo innanzi
avessero ottenuto nei tempi in cui si erano volontariamente dati,
però non è mai parso a sua eccellenza di fare questa
convocazione, ma ha voluto disponere a modo suo liberamente
mettendo da se tutte quelle angarie che gli è piaciuto mettere,
di che universalmente tutti ne restano male soddisfatti_.