loro, tu pensa se tutte le altre o usanze, o pratiche, od ordini dove
qualche volta gli assiste la ragione.--A questa superbia dette nome
scientifico il Gioberti cavando fuori il vocabolo greco di
_egemonìa_ il quale denota sempre potestà soprastante così
regia come popolesca, ed _egemonìa_ chiamarono gli antichi la Luna
effigiata con due pallide fiaccole nelle mani a rischiarare col lume
accattato il sentiero ai sorvenienti. Il Gioberti col nome greco
insomma volle farci palese, che i suoi conterranei possedevano
diritto, abilità, ed anco dovere di plasticarci a similitudine
loro, cacciarci quanti siamo Italiani dentro la forma dove fabbricano
i mattoni a Torino; ed esemplificando contemplava nel Piemonte la
Macedonia italica, e nelle terre nostre il Peloponneso, l'Attica, la
scaduta Lacedemonia, e la Beozia d'Italia; costà sorgevano Filippo,
e Alessandro, quì da noi retori, e artisti ornamento alla magnanima
rudezza.--Cotesto ingegno tumultuario che chiappava le cose a volo, e
di cento aspetti, che presentano, si fermava sopra quel solo, che
porgeva rincalzo alla sua scapestrata immaginazione, non comprese come
la egemonìa macedone si traducesse in tirannide, in guerre
interminate e senza costrutto, in morte della libertà interna, in
guerre civili, e per ultimo in servitù straniera.
Ma nel Gioberti più che in altri si palesò il tipo curioso di
vestire con sembianze di ragione lo assurdo; mirabili i conati di lui
per sottoporre le astruserie metafisiche a formule scientifiche, anzi
a cifre arabiche, o a forme geometriche; miscela continua, e indigesta
di astrattezze e di pratica; _stellino_[1] abbarbagliante di giudizi
veri, e di falsi, di guizzi d'ingegno sublime, e di grullerie; breve,
uomo che avrebbe provveduto meglio alla sua fama, o avvantaggiata la
Patria se sortiva meno da natura o avventatezza, o fantasia, o le
avesse sapute temperare di più.
[1] _Stellino_ chiama il popolo, quel tremolare scintillando che fa
l'acqua percossa dai raggi del sole: parola efficace parmi, ed io
l'adopero.
Così battezzati _egèmoni_ della Italia dal metafisico Gioberti
(il quale per arroto voleva mettere nella _egemonìa_ come socio
d'industria anco il Papa), _vestiti da domenica_ con un nome greco
sempre più i Piemontesi sprofondarono nella prosunzione nella quale
stavano fitti fino alla gola per disciplina di armi poche ed inferme,
pure le uniche che potessimo reputare italiane, per topografia la
quale li persuase che il nemico tremasse la loro virtù, mentre gli
rispettava a cagione della positura, per l'esito fortunato della
testardaggine messa in opera sopra popoli ridotti nella loro
potestà, in fine per piaggerìa di tali che gli adulavano per
dispetto di non avere livrea dai propri padroni, e per altre cause,
che non importa andare tanto sottilmente investigando.--
Ora la egemonia si esercita, se non m'inganno, o per violenza, o per
civiltà, o per violenza e per civiltà congiunte insieme. La
violenza non partoriva mai la _egemonia_ nel modo che la intendeva il
Gioberti, bensì o l'annientamento del popolo subietto, o il
rancore, che matura nel suo segreto la vendetta; nè la violenza
egemonica approda meglio anco congiunta con la civiltà; di che
pigliate esempio solenne da Roma, la quale, se ne eccettui la Grecia,
poteva vantarsi civile sopra i popoli superati da lei; anco Napoleone
I disse suo recondito disegno quello di passeggiare la civiltà
armata pel mondo, e forse fu vero, non già perchè costui se lo
proponesse, o ci pensasse, ma sì perchè l'uomo anco senza
saperlo diventa arnese in mano alla forza arcana che affatica il
secolo. I barbari si successero come in pellegrinaggio a Roma per
pagare il debito di cotesta romana egemonia; la guerra di Spagna, i
popoli, che per odio della tirannide tracotante si strinsero ai
tiranni umiliati, i cosacchi del Don due volte in Parigi ad abbeverare
i cavalli nella Senna saldarono la egemonia francese.--
I Piemontesi invece sostengono avere provato il metodo loro nella
Liguria, e nella Sardegna con utilità manifesta dello stato.--Qui
si considera prima di tutto come siffatta sentenza risponda a capello
allo aneddoto delle anguille scorticate vive esposto un dì dal
Windam nel Parlamento inglese[1], poichè quello, che riesce
praticare col boccone il quale ti possa capire dentro la bocca,
bisogna mettere da parte col boccone che sia capace ingolarti; e nè
anco la Liguria, e la Sardegna potè a fine di conto masticarsi il
Piemonte vivendo in cotesti paesi odio profondissimo contro di lui, un
dì frenato dalla impotenza per via delle condizioni politiche di
Europa, oggi temperato dalla necessità di costituirci in popolo
grande e potente.--Alle teste gagliarde del Piemonte sembra adesso sia
accaduto quello che avvenne al cavaliere, il quale avendo messo il
piè nella staffa nell'atto di pigliare lo abbrivo invocò lo
aiuto di Santo Antonio, e con tanto impeto il fece che innanzi di
potere levare la gamba per inforcare l'arcione cascò giù
capofitto dall'altra parte; per la quale cosa si doleva col santo, che
troppa grazia gli avesse conceduta. Troppa Italia da masticare di
punto in bianco alle mandibole subalpine: affermano taluni avere udito
gentiluomini piemontesi impazientirsi dell'annessione delle provincie
meridionali d'Italia come d'impiccio; e questo ho udito ancora io, e
congratularsi con la fortuna, e con loro, che la Lombardia dopo
un'ammannimento tedesco di dieci anni fosse tornata loro a mo' di
bottino di guerra però che nella guisa, che ci venne nel 1848 non
si sarebbe potuta mantenere, tanto fumava allora, e dalla Costituente
fino ai rovesci delle maniche per le vesti militari non ci era da
averne bene, mentre adesso domata, e castrata era proprio una pace....
[1] E non rincrescerà saperlo ai miei lettori. Si quistionava
nella Camera dei Comuni intorno all'abolizione della tratta dei
Neri proposta dal Willebeforce; la contrastavano i conservatori, e
i moderati con la ferocia degl'interessi offesi, onde uno di loro
di un tratto saltò su a dire, che non riusciva a comprendere la
tenerezza nuova per la carne nera dacchè era tanto tempo, che
se ne faceva la tratta, che ormai la ci si doveva essere
avvezzata. Il Windam deputato della opposizione notò cotesto
argomento potersi mettere di riscontro alla risposta di quel tale
cuoco, che rampognato di scorticare vive le anguille prima di
cucinarle si scusava dicendo: «avere sempre costumato così e
secondo la sua opinione, essere scorso ormai spazio ragionevole di
tempo, ond'esse ci si fossero avvezzate.»
Rimane la egemonìa della civiltà, la quale sarebbe unica che si
vorrebbe accogliere, e meritasse durare: questa però desidera nel
popolo, che la esercita un primato dal giudizio universale consentito,
bontà quasi ineffabile, e arguzia profondissima in esercitarlo, e
disposizione nel popolo subietto a lasciarsi fare: mentre se non
possiedi le qualità del primato invece di prendere resti preso,
come accadde ai Langobardi, ai Normanni e ad altri popoli stanziati
qui in mezzo d'Italia. Vuolsi altresì che nel popolo egemonico la
civiltà sia naturale, e propria non ascitizia; però che se ella
sia accattata da altri non che tramandarla altrui, e' fie bazza se la
mantiene egli; onde parrà, che meno, che ad altri la qualità
egemonica si attagliasse alla Luna, di cui i raggi riflessi se danno
luce, non fanno calore: ed anco la civiltà da stabilirsi non vada
contro corrente, e trovi corrispondenza, altrimenti passa come olio
nell'acqua, e tale fu la civiltà dei Saracini a Napoli, in Sicilia,
in Sardegna, e nella Liguria dove attecchì un momento ma non
potè cestire.--
Ciò fermo; ora voi altri uomini subalpini in che e come volete
esercitare questo primato su noi vestendo la presunzione arrogante col
classicismo del nome?--Già voi, ed i vostri più incliti, di
civiltà non si talentano; e' sembra che piaccia loro e giovi essere
considerati stirpe in linea diritta discesa dai vetusti allobroghi, o
dai taurini entrambi celti, non _gentile sangue latino_[1]. Già lo
dissi altrove, e qui ripeto, imperciocchè ai dì nostri queste
anime di polpo poco sentano, e ritengano meno. Cesare Balbo desiderava
l'appennino ligure si fendesse, e pertugiasse: più in là no,
però ch'egli non consentiva: «che nemmeno fantasticando si
lasciasse la immaginazione varcare altri appennini: hacci abbastanza
di sangue meridionale, abbastanza di fantasia poetica, e
d'ingentilimento italiano, aggiunti i Liguri ai Piemontesi; _e troppo
di gentilezza tornerebbe in effeminatezza_.» Di fatti o che
vogliono desiderare di più i Piemontesi: paradiso terrestre Torino;
_sancta sanctorum_ Torino: se ne contentino, e non cerchino migliore
pane, che di grano: «hacci nel mondo, domanda a sè stesso il
dabbene conte Balbo, hacci nel mondo paese più bello del Piemonte?
Egli giace appunto a quarantacinque gradi equidistante tra l'equatore
e il polo; tra l'arsura e il gelo. Il bene fisico come il morale deve
stare nel giusto mezzo[2].»
[1] Gentil sangue latino
«Sgombra da te le vergognose some;
«Non fare idolo un nome
«Vano, senza soggetto....
[2] Balbo. Carta geograf. del Piemonte, p. 415-417. A Torino, in
questo paradiso terrestre d'Italia, abbiamo goduto un freddo di 17
gradi sotto il O a mezzo giorno!
In virtù di primato di arti i Piemontesi non potranno certo
attentarsi ad esercitare la egemonìa: costà l'architettura ci si
trova come Cristo legato alla colonna per ricevervi battiture, quante
fabbriche ci si fanno; una casa pare riflessa da cento specchi le
abbiano posto dintorno; io non lo so di certo, ma ho temuto che da un
punto all'altro mettessero su a Torino una Società in accomandita
per fabbricare uomini e donne come a Nurimberga i burattini tutti di
un conio. Molti assomigliano i casamenti di Torino alla mostra dei
soldati, e mi sembra paragone, che non ritragga giusto la cosa; torna
meglio in chiave rassomigliarli alle processioni delle povere orfane,
che talora mi diedero il male di mare nel vederle per le vie di
Torino; tagliate tutto a un modo dalle forbici della stupidità
messe in mano alla beghineria: povere anime! con gli occhi bassi, le
mani soprammesse sul ventre, con carni, che paiono mozziconi di
candele avanzati alla novena di san Luigi Gonzaga.--E come in fondo
alla processione di queste poverine anime tu vedi spuntare una figura,
che tu credevi impossibile, eccettochè nel sogno dopo avere cenato
con ceci, e pesce salato[1], e quì in Torino trovi viva e verde ad
ogni svolta di canto; un mascherone da fontana per virtù d'incanto
fatto capace di buttare fuori dalla bocca invece di sprilli di acqua
versetti di salmi penitenziali, torto, e bistorto; con certe braccia
lunghe da allacciarsi le fibbie delle scarpe senza pure chinarsi; e
certi piedi, che nei giorni di riotta cittadina dispenserebbero da
costruire barricate; un prete insomma in roccetto bianco, sul quale,
caso mai presumesse significare la candidezza della coscienza di cui
lo porta, si avrebbe a scrivere come i notari quando saltano un foglio
nei protocolli: _alba_ «_per errorem!_» Un prete con un berretto
quadrato in capo su cui i tre spicchi predicano come tre predicatori
in bigoncia, chè un prete non può essere bagnato e cimato prete
dove non gli manchi uno spicchio o d'intelletto, o di cuore, o sovente
di ambedue.--La similitudine capisco ancora io, che passa le
proporzioni; di così lunghe ne adoperava Omero, ma comprendo del
pari che se Omero mal fece non porge scusa a me di comportarmi peggio:
insomma pari a questo prete in fondo delle processioni ti si mostra
lontano lontano allo sbocco della via la cupola della cappella regia,
che verun pasticciere al mondo nei suoi estri di pastafrolla ardirebbe
imitare in un pasticcio quando anco glielo commettesse la demenza in
persona pel dì delle sue nozze; e se dico il vero me ne richiamo a
tutti, anco ai Cafri, anco agli Esquimesi, non però ai Moderati i
quali con duegento cinquanta voti sarieno tomi da preferire quel coso
alto che sta sul duomo di Torino alla cupola del Brunellesco. E la
cattedrale di Torino o non vi pare ella una trappola tesa dalla
religione per chiappare i topi miscredenti? Torino egemonico per arti
in Italia con quel palazzo regio ameno quanto lo _Spielberg_
villeggiatura allestita per gl'Italiani dalla nostra amica Austria!
Con quel giardino dilettoso a vedersi così, che presso al quale
perde il pregio di bellezza lo stradone dei pioppi che da Pisa mette
al Gombo in foce di Arno! D'incanto passando in incanto, ecco il
palazzo Madama congerie immaginata da Belzebub l'ultimo giorno di
carnevale; lì prigioni, lì apparitori, lì littori (lo dico
alla romana), lì guardioli, lì assessori di polizia, lì
tormentatori, e tormentati, lì specola per contemplare le stelle,
lì pinacoteca, lì senatori, lì fossati, dove si coltivano
cavoli, o vuoi fiori, o vuoi cappucci. Sì signori; in piazza
Castello, allato al palagio dei ministri, intorno all'aula dei
senatori, e di tutte le altre degne persone ricordate qui sopra
crescono all'ombra dell'aquila sabauda cavoli fiori, o vuoi cappucci.
Certo bell'umore, a cui io notava il fatto tutto tremante, mi
rispose:--che aveva torto a farne le stimate; ammirassi al contrario
la previdenza piemontese, la quale considerando di avere a surrogare
via via i senatori defunti se n'era allestito un semenzaio sotto
casa.--Così il Piemontese bizzarro; ma io protestai rimbeccando
subito la insinuazione irriverente, dacchè è certo, che dei
Senatori, come diceva _lui_, in Senato non ce ne ha che tre quarti,
tutto al più quattro quinti, mentre gli altri la sanno lunga, e la
sanno contare. E poi il semenzaio dei Deputati dove l'arebbono a
mettere?--E il Piemontese di rimando: per ora non so, ma credo che
aspettino di Francia un modello di stufa per coltivarli anco nei sidi
del Gennaio. A cotesto palazzo dietro e dai lati prigione, fortezza,
guardiolo e simili, appiccicarono davanti una facciata composta non so
nè manco io di quanti archi sgangherati di un bianco sudicio, e
dello stile che si chiama barocco; non mai fu vista l'architettura
concia in guisa più feroce e truculenta: cotesto guazzabuglio ti fa
l'effetto di un cagnotto dei tempi feudali che pensi essersi
travestito mettendosi alla faccia ed in capo una maschera, ed una
parrucca da marchese della reggenza. Ho detto che l'architettura non
fu mai vista tanto barbaramente trucidata come nel palazzo Madama; ho
detto male, supera la ingiuria il palazzo Carignano, che si deve
definire così: _ribellione in permanenza di mattoni cotti contro il
senso comune_; colà non occorre linea che vada diritta; storta la
facciata, storte le scale di cui la prima a gradini convessi, e la
seconda concavi, storta la sala: chi l'architettò e' fu un Guarini,
che Dio riposi, e deve averlo disegnato in profezia, che un dì
avesse ad essere la stanza del primo parlamento italiano,
conciosiachè la strage del buon senso architettonico di cotesto
arnese non può trovare degno riscontro altro, che nella strage di
parecchi sensi, che quivi dentro tutto dì menano i Rappresentanti
della nazione.
[1] I ceci a cagione della ventosità loro ed in generale tutti i
legumi danno mal sonno.
Delle opere di scoltura questo dirò, che lo stesso signore Azeglio,
non Massimo, ma quell'altro, che discorreva di arti, tutto che Azeglio
fosse, gittò gli argini, buttando fuori roba da chiodi: se vuoi
trasecolare va di grazia nella piazza del Municipio, e quivi contempla
in mezzo quel gruppo che sembra composto di spinaci, ed è di
bronzo, di parecchie figure armate in guerra di maglie di seta,
disposte in atti di morto, di chi va a morire, e di chi ci manda; il
Conte verde, però che il gruppo rappresenti l'effigie del Conte
verde, (e tu lettore hai da sapere come qualmente in casa al tuo re ci
fosse un Conte verde, e poi un Conte rosso: quanto al Conte verde,
come vedi, egli si attenta comparire per le piazze; circa al Conte
_rosso_ ei se ne sta chiotto nella sua antica sepoltura pauroso, che
il Questore di Torino non lo facesse portare diritto come un cero
nella parte postica del palazzo _Madama_) al quale nell'uno, vale a
dire nell'uno dopo il mille, un giorno venne voglia di piantare il
ceppo donde nacque il nostro re in linea diritta diritta più di un
fuso, secondochè attestano documenti registrati in Duomo, ed Ercole
Ricotti nella _Monarchia Piemontese_ stampata in Firenze dal
Barbèra, il Conte verde, dunque in vaga positura mimica tiene
levata la mazza d'arme su la persona di un guerriero circonciso (la
circoncisione non si vede, ma chi voglia alzargli la camicia di bronzo
la potrà vedere) il quale inclinato il fianco lo sta a mirare con
l'estasi degli apostoli quando pioveva giù a stroscia lo Spirito
Santo, e par che dica: «me la dai, o non me la dai, chè ad
aspettarla io mi sento stracco?»
Hacci un simulacro del Principe Eugenio, che un po' mi parve
dall'uggia di sentirsi da tanto tempo murato su cotesto piedistallo lo
abbia preso la mattana, e venuto in furore con la parrucca arruffata,
le vesti scinte, il collo ignudo voglia pigliare una rincorsa per
andarsene, Dio sa dove, a finire; ovvero, povero uomo! (anche agli
eroi siffatte cose incolgono) soprapreso nella notte dalla colica
sembra, ch'ei siasi lanciato giù dal letto per arrivare laggiù
colà dove confida rinvenire refrigerio. Questa smania di fare
correre le statue, qualche malizioso affermerebbe, che a Torino si fa
più intensa alla stregua che gli uomini vivi ci stanno fermi; di
vero anche nel giardino pubblico il simulacro del Generale Pepe, non
ricordando essere di marmo, scappa via; lo scultore dove non potè
tradire la verità fu nella statua di Cesare Balbo: quelli, che lo
videro vivo, ed ora lo contemplano di marmo, non si accorgono della
differenza; però se marmo sono i suoi scritti, e marmo i suoi
concetti, di marmo, non fu il suo cuore, quando balenò la speranza
di erigere il monumento della Italia, e per la Italia diede più che
il sangue del proprio cuore, quello dei suoi figli, e volontieri anco
credo, che da quel marmo uscirebbero fiamme se gl'Italiani pigliassero
il partito di mettere ogni cosa allo sbaraglio per diventare una volta
padroni di sè. La statua della Italia pare una gessinaia lucchese
che venda i medaglioni del Manin; quella del Gioberti in forma di
modello sul quale i sarti provano i vestiti, a capo basso, con una
mano al petto ti rappresenta giusto un penitente, che dica: _mea
culpa_ per avere creduto, e dato ad intendere, che la Italia potesse
sorgere a dignità col Papa a Roma; del monumento di Carlo Alberto
basti questo, che chi avesse a lavorare una saliera potrebbe cavarne
un disegno, ma non dei migliori; anco su la piazza del Municipio havvi
una statua di marmo di Carlo Alberto in tutto simile ad un cero
pasquale cascato da parte. A mio giudizio la statua che solo ne meriti
il nome è quella equestre di Emanuele Filiberto. Quanto ad arti
pertanto immagino, che egemonìa non avrebbero a volere esercitare i
Piemontesi, almeno mi parrebbe, poi facciano _loro!_[1] Vediamo se in
lettere a cosiffatta egemonia possano i Piemontesi aspirare; io mi
guardo bene da contrapporre ai vanti loro Dante, e gli altri,
imperciocchè se stesse a me ogni toscano, che rammentasse il nome
di cotesti grandi indarno, io lo vorrei condannato in carcere per
quindici dì con gli ultimi cinque inaspriti di pane e di acqua come
soleva ordinare la buona anima del Radetzky, e poi gli fosse fatto
divieto di mai più ricordarli finchè la Toscana non avesse
partorito almanco una mezza serqua di uomini capaci di arrivare alla
caviglia del piede dei grandi antenati. E' bisogna capirla una volta,
che ogni generazione dee vivere del suo lavoro, come della sua
sapienza, e della sua gloria; non fare come gli sciagurati perdigiorno
i quali campano mangiandosi il capitale raccolto dai nonni. Nè mi
uggiscono meno il vanto e la lode dell'antica civiltà etrusca, che
affermano antecedente fino alla pelasgica, ed a certa degna persona
che meco se ne congratulava risposi:--gran mercè, quantunque in
coscienza io non mi estimi erede del re Porsenna, nè dei
Lucumoni.--Chè se la civiltà toscana altro non seppe che
somministrare i riti religiosi ai Romani, che furono detti _cerimonie_
da _Cere_ città sacra etrusca, e lo scettro, e la sedia di avorio,
non che il manto purpureo ai re di Roma, io renunzio a questo retaggio
di civiltà per me, e per tutti i miei discendenti in perpetuo; tra
noi se il Piemonte si onora del Denina, del Lagrangia, del Galliani,
del Botta, del Gioberti, del Pellico, dello Sclopis, del Balbo, del
Cibrario, del d'Azeglio, del Mossotti, dello Alfieri e di altri
simili, la Italia di contro a loro vanta caterve di uomini insigni in
ogni maniera di sapienza umana; la Lombardia ha Scarpa, Volta, e
Verri, e Beccaria, e Manzoni, e Grossi, e Cattaneo, e Ferrari, e
Romagnosi; la Emilia Leopardi, Bufalini, Puccinotti, Matteucci; Parma,
Giordani, Recanati, Leopardi; Napoli e Sicilia Colletta, Ranieri,
Nicolini, Melloni, Piria, Pilla, gli Amari Emerico e Michele; Modena,
il Nobili; la Toscana il Niccolini; il Ferrarese Monti; Venezia Ugo
Foscolo; Verona Pindemonte, e via e via. A Brofferio oppongo il
Giusti; e noto, che la satira di questo ultimo si spande per la
Italia, e ci alligna, mentre quella del primo discolora, non mica per
difetto d'immagini, ovvero di felici scappate, bensì perchè
anteponendo il dialetto piemontese alla lingua italiana ordì tela
municipale; e che razza di dialetto sia il piemontese che ve lo dica
per me, tanto che udendo un giorno recitare dal buon Brofferio taluna
delle sue canzoni piemontesi alla domanda ch'ei mi mosse: che me ne
pareva, io risposi netto: me ne pare questo, che credendo avere
appreso dalla mitologia che Apollo avesse scorticato Marsia; ora mi
accorgo dello errore, almeno quì in casa vostra, dove sento Marsia
cavare Apollo «dalla vagina delle membra sue.» Alfieri merita
abitare eterno co' grandi che gli fanno corona.... le sue ossa bene
stanno in Santa Croce a _fremere_ amore di Patria, con insigne
scandalo dei moderati a cui più dei _fremiti_ garbano i _belati_ o
i _ragli_; ma egli è forza avvertire, che l'Alfieri voleva bene al
Piemonte come gli occhi al fumo, ed aborrì viverci, e tra noi
elesse morire; il fiero animo dell'Astigiano per noi cortese anco
troppo esclamava ad onoranza della mia Patria:
_«Deh! che non è tutta Toscana il mondo.»_
come modesto soverchiamente in proposito dello idioma, che oggi
presumono insegnarci questi bizzarri fratelli piemontesi egli
scriveva:
_«Stranio innesto son io su tosco stelo.»_