temperatissimo, e non avverso al Ministero: «avete voi pensato, che
per entrare in lizza liberamente non a rimorchio di estranea potenza,
e sostenere l'urto di tanti nemici i quali ci disputeranno questo
sacro suolo d'Italia ci vuole danaro, e molto danaro? Eppure, ch'io mi
sappia, danaro noi non abbiamo, all'opposto siamo scoperti di oltre
500 milioni, però che sarebbe chimera grande immaginare alla
vigilia della guerra la possibilità di vendere beni demaniali, e
mettere in circolazione Buoni del Tesoro.--Al primo rumore di guerra i
forzieri si aprono di preferenza alle grandi potenze le quali in
simili casi ricorrono al pubblico credito.--In così grave
condizione di cose non si farebbe atto di accorgimento pratico
pigliare fino da oggi le provvidenze opportune onde il giorno della
prova non si converta in giorno di sventura per la Patria?[1]»
[1] _Tornata_ 11 Dicembre 1863.
Dal discorso del Ministro, in aumento di ciò che sono venuto a mano
a mano allegando, si cavano lo seguenti proposizioni.
Al primo di Decembre egli possedeva in cassa quattordici milioni,
resto dei 500 già scontati, e 200 da scontare, i quali non pativano
riduzione come dubitava il Polsinelli bensì erano effettivi; con
questi si riprometteva sopperire in parte allo sbilancio del 1864: ora
tu che hai senno mira svarione: possono elleno sostenersi effettive le
cedole della rendita da vendere? Sta a lui fissarne fino da ora il
prezzo venale? Col caro del danaro, ed i rumori di guerra sa egli,
sappiamo noi di quanto rinviliranno? I diari ci affermano per sicuro
l'alienazione di 75 milioni di questa rendita al Vicario di Mammone su
questa terra al saggio del 71 per cento, che atteso la imminente
riscossione del 2 e mezzo d'interesse fa 68 e mezzo; nè ferma
lì, che io vorrei vedere tra ceralacca, e spago quanto ci si debba
aggiungere. Ciò è male, e questo altro è peggio: se aliena 75
dei 200 milioni nel 1863 si ha da credere, che il prodotto si serbi
per le occorrenze del 1864, o non piuttosto per pagare gl'interessi
del debito pubblico a fine di anno?--Certa volta un banchiere, di
quelli che vanno per la maggiore, mi ammoniva così: «quando ella
vedrà il Governo creare debiti nuovi per pagare gl'interessi del
debito vecchio la non si stia a confondere, e si tiri addirittura da
parte; gli è il segno dei topi, che lasciano la casa minacciata
dalla ruina.» Ora che facciamo noi da molto tempo in qua? Ad ogni
modo questo pongasi in sodo, che i 200 milioni non possono bastare al
saldo parziale dello sbilancio del 1864. Il Ministro però nega la
vendita, e sarà vero, perchè il Rothscild non ne avrà voluto
fare la compra, o allora gl'interessi si pagheranno co' Buoni del
Tesoro, e fie pur sempre fermo che gl'interessi si saldano col
capitale[1].
[1] Ora sentiamo che la vendita è accaduta alla ragione del 65
e centesimi per cento!
Intorno alla difficoltà di accomodare altri 150 milioni di Buoni
del Tesoro in tempi così difficili, per iscarsezza di moneta e per
presagi di guerra, il Ministro sta come torre fermo, che non crolla
nelle sue virtù teologali (eccetto la carità) di collocarli con
vantaggio. Per lui 300 milioni di Buoni del Tesoro, senza riscontro
delle rendite da riscotersi in saldo di loro, e' sono ninnoli di cui
non vale il pregio trattenere la brigata[1].
[1] Il discorso dei signor Pasini ha due parti; la prima per
mantenere il credito alla sua relazione; la seconda per lavorare
di straforo l'amico Minghetti--Anch'egli non reputa i Buoni del
Tesoro sconti di rendite avvenire, e ci mette a riscontro i
disavanzi passivi, i quali non ci avrebbero ad essere, e anch'egli
li biasima. Quando la mala pratica cesserà i Buoni del Tesoro
saranno cambiati senza provvista nel bilancio pubblico.--Quanto
alla difficoltà di alienare beni, e in misura da saldare i
debiti nè il Pasini, nè il Minghetti movono verbo; il Pasini
poi fa buono fino al 1864; di quanto avverrà dopo pensi a cui
tocca. Anco ci è parsa strana la risposta che la tassa della
rendita mobiliare, e della prediale non può venire meno alla
somma contemplata a cagione della quota apposta ad ogni Comune,
come se il _busillis_ istesse nello assegnarla, e non nel
riscoterla.
Il Ministro non ha promesso mai bilanciare le spese straordinarie
dentro i quattro anni, che per queste la Italia dovrà masticare
fave per un pezzo; ma in ogni evento la Italia avrà proprio debito
a lui, e all'onorevole suo predecessore Sella di averla salvata da
fallire ordinariamente; quanto a fallire straordinariamente è
un'altro paio di maniche: di questo egli se ne lava le mani nel 1867,
e sempre.
Il Ministro non vede perchè abbia a rimanere inefficace la tassa
sopra la rendita mobile; nè manco la vede al pareggiamento della
imposta prediale: queste hanno da operare fino dal primo dì del
1864[1]: quanto a quelle sul consumo delle derrate non può negarsi,
bisognerà aspettare; ma non fa nulla, bocca baciata non perde
ventura, ma si rinnuova come fa la luna.
[1] Era così; adesso si è renunziato, diminuita la rendita il manco
cresce.
Certo, nè anco il Ministro nega che vuolsi renunziare al pareggio
delle spese con le rendite ordinarie pel 1867; e ciò che rileva? Se
non avverrà pel 67, sarà pel 77; pel 97; per qualche sette
sarà; e poi per lui non rimase, che tanto benefizio comparisse, le
sue brave leggi ei compose, ed ordinò, e non potersi appuntare lui
se il Parlamento non le mise a partito, come nè anco fie sua la
colpa caso mai gli Italiani non pagassero i balzelli; colui che tolse
ad avvezzare l'Asino a starsi digiuno, quante volte gli levò la
biada il suo dovere lo fece, se poi l'Asino in capo a sei giorni volle
morire, la colpa è dell'Asino, non dell'Asinaio.
A colmare il vuoto ci si butteranno dentro i beni demaniali; se non
bastano questi, dietro a loro i beni delle casse ecclesiastiche della
Italia settentrionale, e media; e se si trovassero corti anco gli
altri delle province del mezzogiorno. I quattrini si trovano, o
Signore! che ci vuole mai a battere moneta? Nulla; portare l'oro e
l'argento alla zecca perchè te li conino, operazione semplicissima
a cui basta l'ingegno del Ministro, e ce ne avanza.
Leggesi su per le storie, che le Castellane d'Inghilterra, venute meno
le provviste, mettevano su la mensa al nobile marito un piatto con
dentro un paio di sproni: a questa cena, se la dura così, io temo
riserbata la Italia; per me credo, che il signor Minghetti, il quale
è uomo di lettere, abbia imparato dalla lettura del Canto del Conte
Ugolino a comporre i suoi poemi di Finanza, però che l'ultimo suo
meni dirittamente la Italia a mangiarsi le mani per colazione.--
In onta a ciò, e al troppo più, che potremmo dire ogni cosa sarà
non pure approvata, ma laudata, e levata a cielo, imperciocchè ormai
gli avversari nostri non possano più come una volta sostenere che noi
divide la opinione del metodo da praticarsi diverso per comporre la
Italia: questo per taluno può essere, ma dai più ci separano cause
bene altramente profonde. I nostri nemici tacciono, e così adoperando
si gloriano savi; se così è sbrancate sette bufali e collocateli
dentro le nicchie dirimpetto i sette sapienti della Grecia; essi tacciono
perchè loro sta lo ingoffo in gola; se mai favellano borbottano come
quelli, che tengono sempre il boccone in bocca: rettile di nuova specie,
il Moderato si assidera finchè dura il tempo del ragionamento; quando
poi spira l'aura dello errore e della servitù si rizza fischiante, e
velenoso a mordere la Libertà, che lo sopporta. Miralo! cieco e
incatenato ai suoi compagni contro la Patria, e la Libertà pari a
Giovanni di Lussemburgo re di Boemia, il quale privo di vista, è fama,
che così facesse insieme alla sua baronìa nella battaglia di
Crecy[1].--Chi non ha le mani pure, vada prima a purificarsi, e torni poi
a sagrificare nel tempio, comanda il Vangelo, e noi chiunque tira soldo, e
tiene ufficio di governo non apra labbro, se gli cale la fama, nei
Parlamenti, e rifugga da parteciparvi, che le intenzioni Dio solo guarda,
e l'uomo diritto ha da aborrire ogni sembianza, che sia vile. Prima a
costui per la salute della Patria non parve abbastanza appiccare fuoco al
Vesuvio, ora con poco spazio di tempo accostato ai geli delle Alpi,
anch'essi non reputa sufficientemente ghiacciati: prima il popolo voce e
braccio di Dio, adesso polvere soffiata dal Demonio su questa terra; o
dove te sacramenti sincero, e immune da ogni vile talento, sarà, ma
comincia dallo affermarlo senza il boccone in bocca: sputa i dodicimila
franchi; sputa la cattedra; sputa la strada ferrata; sputa la badìa,
sputa, e sputa o poi parla. Capitani allo esercito, Professori alle
università, Giudici ai tribunali: la sua parte ad ognuno. E gli
Avvocati dove? In paradiso a tenere compagnia a Santo Ivone, che ci
entrò (dicono) di contrabbando.--Lo dissi e lo ripeto, il popolo ha
proprio sete di onestà.--Noi pertanto abbiamo bisogno di Roma sia che
dobbiamo ridurci in pace, ovvero rompere in guerra; o procediamo congiunti
con la Francia, o ci separiamo da lei; o soli vogliamo combattere le
nostre guerre, o in compagnia di Francia combattere le comuni: così
durando nè per noi siamo buoni nè per altrui.--
[1] Froissard, Croni. t. 1. p. 238.
Contrariamente ai presagi, ci dicono uomini, che lo potrebbero sapere
come lo imperatore di Francia si disponga a levarsi da Roma, lasciando
libero, il popolo romano di eleggere il reggimento che meglio
desidera: dopo quattordici anni e' sembra, che si voglia ricordare a
Roma essere andato appunto per questo; gli è un po' tardi per la
verità, ma meglio tardi, che mai. Certo Romolo per fondare Roma
consultò gli avvoltoi dell'Aventino non i galli di Parigi: Roma si
avrebbe a pigliare col dosso non già con la palma della mano
voltata al cielo; in questo modo si chiede la elemosina: e noi andremo
a Roma con la Libertà come il contrabbandiere col frodo sotto: non
così, non così si salisce il Campidoglio a salutare le anime
latine, bensì si scende nelle Catacombe a gemere sopra i martiri
cristiani, e nondimanco pazienza! Purchè fosse...! Le memorie della
romana grandezza io vo' confidare che a mo' della piscina miracolosa
monderanno il popolo italiano della turpe lebbra della _moderazione_ o
fracida, o ladra, o codarda. Deplorabile cosa questa, che la gente la
quale moderata si appella, per onestare la bruttezza loro abbiano
inquinato gli affetti come i nomi più santi, non si potendo
comprendere politica, etica, anzi neppure domestica economia senza
moderazione.
E se fosse, come i nostri avversari si ripromettono ed io no,
certamente noi avremmo a correre le fortune della Francia, con questa
avvertenza però, che le fossero d'accordo con le nostre; ed anco se
comparissero fino ad un certo punto diverse, non però contrarie;
inoltre si avrebbe a porre mente, che le fortune le quali noi possiamo
correre con la Francia approdassero alla Francia, ovvero alla Francia
ad un punto e al suo imperatore, imperciocchè se favorendo
gl'interessi di questo non giovassero alla Francia, e peggio se gli
nocessero allora adagio ai ma' passi, che per cosa al mondo io non
vorrei movere orma, la quale forse lo imperatore mi ponesse a credito,
e certo poi la Francia mi appuntasse a debito. Mutabili le dinastie
nel mondo; mutabilissime in Francia, la quale non ardua a pigliare,
è una maladizione tenere: breve, io vorrei che l'aquila non mi
portasse seco nè nei suoi voli, nè nella sua caduta, e cessando
il principe mi rimanesse lo stato: concetto, che senza alterazione di
amicizia non solo apparisce lecito, ma è doveroso professare ai
reggitori di popoli. Rammentiamoci sempre di questo, che Cristo, il
quale o Dio infatti, od uomo prossimo alla divinità, non disse
parola mai che non palesasse tutta sapienza e sommo amore, bandì
inesorabilmente «chi di coltello ammazza, di coltello conviene che
muoia.» E lo impero è surto dal sangue.
Adesso poi supponiamo il caso certo meno grato, ma giusta la opinione
mia più verosimile assai, che i Francesi non intendano sgomberare
Roma, che avanza a noi? Pigliarcela. Oppongono pieno di pericolo il
partito: e veramente è così: dubitano possiamo precipitare nel
mandarlo ad effetto: certo si corre rischio di rompercisi il collo. O
dunque mal consiglio è il tuo? No, bensì l'unico prudente, e
lascio da parte se animoso; unico prudente perchè a tale siamo
ridotti noi, che altra elezione non ci resta, che tra la morte certa,
e la morte probabile; rimanendo fermi noi fuggiamo l'acqua sotto le
grondaie. Agevole riesce molto negare il danno, ma impedire che sia
gli è un'altro negozio: ora da ogni lato compaiono segni di
disfacimento; hanno creduto, e credono ricucire con filo di ferro, e
precipitano nella buca dentro cui altri tracollò a capo fitto: che
se pei reami antichi trovarono buona la sentenza che non hanno più
ragione di vivere quando si appoggiano unicamente su la forza,
verissima la sperimentiamo negli stati nuovi sorti dalla benevolenza
del popolo.
Ci domandano il modo di pigliarla, e noi rispondiamo: «che giova
dirvelo? Tanto voi non ardireste praticarlo: voi affermaste avere
diritto su Roma, e poi allibiste rifiniti dalla paura; gli è fiato
perso a favellare con voi; noi vi proveremmo uguali a Bertoldo, il
quale non trovava albero che gli garbasse per esserci impiccato. Ve ne
suggerimmo uno senz'armi e voi lo dileggiaste, e faceste dileggiare
come delirio di cervello che abbia dato nei gerundi; ve ne mostrammo
un'altro con armi, e voi lo malediste ribellione, e levando insegna
contro insegna, crisma contro crisma, perfidi![1] spasimanti e urlanti
di paura lo faceste affogare nel sangue; eravi un dì tale tra voi
di voi non tristo meno, ma più sagace, che avrebbe acceso i moccoli
a piè dei Santi per la mossa del prode uomo Giuseppe Garibaldi, e
con tutte le sue forze lo avrebbe fatto sloggiare da Sicilia;
traversato, che costui avesse lo stretto di Messina egli, senza posa,
addosso; dov'ei levava il piede egli metteva l'orma, così a Napoli,
e così al Volturno; relitte le terre sicule non lo lasciava per
questo, all'opposto sempre dietro talchè le spalle di lui
sentissero l'alito focoso delle sue nari: l'uno con molta mano di
gregari fuggendo, e l'altro con molto esercito regolare inseguendo
giunti su la piazza del Vaticano, arrestati, e arrestatori sarebbero
entrati di amore, e d'accordo in San Pietro a cantare il _Te Deum_
più sincero, che Dio ascolti da moltissimi anni a questa parte.»
Questo avrebbe forse fatto il Cavour inetto a operare e ad operare
grandemente, pure capace ad approfittarsi dell'operato altrui; adesso
i suoi successori, il Ferrari ha detto si rassomigliano ai generali di
Alessandro; nè manco per ombra! La politica che ora prevale è
quella del cane dell'ortolano, il quale _non mangia cavoli e non li
lascia mangiare_.
[1] _«........in Francia voi
«Correre, insegna contro insegna, e crisma
«Contro crisma levar, perfidi!»
Adelchi_
Provvidenza o Fortuna che sia voglionsi ammirare i casi portentosi pei
quali l'uomo, che pure si stima avvisato, se altra volta pensò, che
la volontà, e la forza di un popolo commesse ad un braccio di ferro
potessero meglio ricondurre la Italia all'antica grandezza, ora
bisogna, che si ricreda e confessi che Libertà interna ed esterna
scaturiscano scintille di spada percossa di un colpo solo su la
pietra. Ci fu un'ora in cui se fosse apparso un'uomo robusto, che nei
plebei diletti non imbestiasse sua vita, in cui un'anima grandemente
cupida, non ragnatelo a cui paresse disgradare Cesare od Alessandro
chiappando una mosca, e portarsela a risucchiare dentro al buco;
un'anima ferocemente disdegnosa, la quale avesse voluto agguantare
Roma come si agguantano le corone, non già come s'intascano
l'elemosine, e posto la mano dentro ai capelli d'Italia con alto grido
detto a noi: «tacete, e combattete; finchè vive in questa terra
uno schiavo allo straniero non vi è permesso favellare di
Libertà.» Noi lo avremmo seguitato: noi gli avremmo messo in
mano la rivoluzione come il fulmine in quella del Saturnio.--Forse era
a temersi Cesare, ma ben venuto Cesare a patto che se ei ripugnava
cibarci del pane della Libertà ci saziasse almeno di quello più
duro della Gloria; non permettesse, che la nostra vista restasse
contristata dalla gente vile che sta nell'atrio del tempio della
Libertà, pubblicana perpetua da Cristo, e prima di Cristo per
vendere e per barattare.--Quando gli Ebrei, vinte le colpe loro dalla
moltitudine delle nostre, diventeranno nostri signori e padroni,
questa gente vile li surrogherà nel ghetto a venderci ciarpe, e
panni vecchi; delle loro anime non si gioverà nè manco il
Demonio: non varranno il carbone che le abbruci.--
Ora poi il pericolo della prevalenza del solo è logorata; il giorno
passò e non ritornerà più: invece dell'uno, che afferra le
moltitudini, le moltitudini afferreranno l'uno, però che i popoli,
levando un dito sollevino, e abbassino i loro capitani; i capitani
senza soldati compaiono personaggi da commedia. Meglio così: sia
dunque che la Francia ci conceda Roma in acconto di soldo per le armi
italiano prestate alle sue guerre, o dobbiamo acquistarci Roma non
consenziente, ed anco contrastante la Francia, ormai senza offerta
spontanea di pecunia e di sangue per la parte dei cittadini italiani
non si può.--
Voglia Dio, che quando di questo si persuaderà la gente non sia
troppo tardi. Ad ogni modo con altro, che con parole il pro' cittadino
è uso affermare la Unità della Italia.--
Noi abbiamo bisogno di Roma per salvarci dal flagello della guerra
civile. Badate a questo sconsigliati e provvedete se non per la
Patria, per voi.
Se tacere giovasse sarebbe ufficio di pessimo cittadino, anzi pure di
nemico aperto favellare, e se le parole si reputassero vane
dimostrerebbe il dirle animo tristo; parmi debito palesare il mio
concetto però che spero le mie parole possano essere seme di bene,
e capaci a partorire rimedi valevoli.--Affermano i principi di
Piemonte avere sempre indirizzato i concetti loro ad unire in un solo
corpo la Italia; e parmi piaggieria espressa, imperciocchè
lasciando dei tempi remoti certo le donne, che durante la minorità
dei figliuoli reggevano le provincie piemontesi ai tempi della discesa
di Carlo VIII, e furono la duchessa di Savoia, e la marchesa del
Monferrato, non pensavano a questo quando sovvennero di moneta e di
gioie cotesto re ond'ei potesse mandare a ruba la Italia da un capo
all'altro con opere piuttosto da predatore, che arraffa, che da
principe, che conquista; nè a me sembra dovere aggiungere verbo per
chiarire la inanità del vanto; che se per supposto si avesse anco a
concedere dovremmo confessare, che i disegni dei principi del Piemonte
per lo meno non differissero da quelli che concepirono eziandio le
repubbliche dei tempi medi, e lo tentarono, e fu acquistare quanto
più potessero signoria di popoli soggetti; così Venezia, e
Firenze esercitarono dominio sopra le terre vinte, o comprate; nè i
popoli proffertisi accettarono compagni, bensì vassalli; le storie
ricordano, che solo dopo molto secolo la repubblica di Venezia accolse
tra i senatori alcuni pochi Candiotti in rimerito della mirabile
resistenza contro l'armata turca; fra i quali un Manin, donde discese
quel Manin, che fu ultimo doge della repubblica tradita dal primo
Bonaparte.
Non vuolsi mica fiore d'ingegno per capire come nella indole del
popolo subalpino l'antico genio italico sia entrato poco, ed a stento:
uomini positivi, e diremo così aritmetici sono i piemontesi,
schifano la immaginazione per sè, l'altrui gli affatica; anco se
taluno di loro n'è tocco le sue fantasie pigliano aspetto di forma
geometrica, onde per ragionare l'assurdo, e mettere il disordine in
architettura valgono oro. Anco gli edifizi offrono argomento a
indovinare la disposizione del popolo, che li fabbricò, e quivi
contempli per lungo ordine case uguali in tutto l'una coll'altra,
sicchè da prima tu resti ammirato, poi ti uggisce, per ultimo la
fastidievole regolarità ti ammazza: uomini, e mattoni ti appaiono
formati proprio sopra un medesimo modello; costà da secoli
passarono, e ripassarono lo spianatoio: chi mai fu il mal cristiano?
Tutti; nè si potrebbe senza ingiustizia asserire che i principi
amassero livellare più che i popoli amassero essere livellati. Il
valoroso Ferrari ragionando del Bottero, e della sua _Ragione di
Stato_, lo fece proprio toccare con mani, ed allorchè qualche
principe si dispose non mica a dare libertà sibbene a smettere
qualche prerogativa, ch'era vergogna di secolo civile, ebbe a toccarne
dai suoi fedeli sudditi e servitori una ramazzina delle buone. Sequela
altresì di questa quadratura di spirito parmi la tardità a
mutare, e la perseveranza nel passo che hanno pure, se non a
maltalento, con molta renitenza mutato. Chi dei popoli subalpini legge
per avventura queste pagine non s'inalberi, dacchè mi garbi
procedere alla rovescia di quello, che costumano i detrattori, i quali
incominciano a levarti a cielo per flagellarti poi di santa ragione;
dirò più tardi dei molti, e nobilissimi pregi tuoi; adesso
ascolta e non battere, perchè se batti ti baratteremo lo scudo in
cinque lire.--Pertanto il Piemontese ama piuttosto ordinare, che
discutere; sentenziare dommatico, che dimostrare; favellare succinto
(tranne gli avvocati, che formano classe a parte e parabolani li
proviamo in tutto il mondo; il mestiere mangia l'uomo) e tuttavia male
rispondente al concetto, nè terso, molto meno elegante, perchè
dallo idioma sincero della Italia un dì appartati, e nè oggi
vogliosi cultori di quello, come coloro, che intendono e vogliono
impiombarci nella lingua il parlare proprio. Certo possiedono
scrittori insigni, ma si conosce di botto, che appresero l'arte su i
libri, onde il Botta adopera un tal quale stile, che ti sembra gittato
sopra il modello del Casa o di qualche altro autore del secolo
decimosesto; e il Gioberti ti turbina in mezzo una lavina di parole,
elette se vuoi, ma così rimescolate, che è spasimo leggerle: dei
minori taccio, i quali nè troppo studiosi dei classici, nè tutti
in balia ai modi del dialetto, a leggerli ti alleghiscono i denti[1].
[1] Un dì la più parte dei parlatori piemontesi non si
attentavano movere un braccio per accompagnare col gesto la
orazione, uno solo ardiva con la mano diritta descrivere un
quadrante dall'umbelico fino al fianco destro; ed un'altro
audacissimo con ambe le mani segnava intorno al suo corpo un mezzo
circolo; chi fosse questo Capaneo della tribuna piemontese non
importa, ch'io dica, che ognuno capisce accennare io al Brofferio,
cui Torino, in mercede del lungo apostolato di Libertà, lascia
negletto, o si compiace vedere esposto al dileggio di schifosi
profanatori di arti, che ormai, loro mercè, non si chiameranno
più _belle_. Orologi in casse ti apparivano cotesti Oratori con
la facondia a _tic tac_, e il _gesto_ a lancetta che segna mezza
notte passata. Io lessi già da certo scrittore francese
paragonata la Camera subalpina ad un'assemblea di notari, e ciò
per onoranza: se costui biasimava che avrebbe detto di peggio? Ma
io spero, e non invano, che a questa ora il popolo di Piemonte
abbia compreso che la Italia non è morto di cui i notari devano
leggere il testamento, nè la Libertà uno incendio per
mandare deputati acquaioli a spegnerla in furia.