Intanto pongo per debito qui le parole del deputato Saracco uomo

temperatissimo, e non avverso al Ministero: «avete voi pensato, che

per entrare in lizza liberamente non a rimorchio di estranea potenza,

e sostenere l'urto di tanti nemici i quali ci disputeranno questo

sacro suolo d'Italia ci vuole danaro, e molto danaro? Eppure, ch'io mi

sappia, danaro noi non abbiamo, all'opposto siamo scoperti di oltre

500 milioni, però che sarebbe chimera grande immaginare alla

vigilia della guerra la possibilità di vendere beni demaniali, e

mettere in circolazione Buoni del Tesoro.--Al primo rumore di guerra i

forzieri si aprono di preferenza alle grandi potenze le quali in

simili casi ricorrono al pubblico credito.--In così grave

condizione di cose non si farebbe atto di accorgimento pratico

pigliare fino da oggi le provvidenze opportune onde il giorno della

prova non si converta in giorno di sventura per la Patria?[1]»

[1] _Tornata_ 11 Dicembre 1863.

Dal discorso del Ministro, in aumento di ciò che sono venuto a mano

a mano allegando, si cavano lo seguenti proposizioni.

Al primo di Decembre egli possedeva in cassa quattordici milioni,

resto dei 500 già scontati, e 200 da scontare, i quali non pativano

riduzione come dubitava il Polsinelli bensì erano effettivi; con

questi si riprometteva sopperire in parte allo sbilancio del 1864: ora

tu che hai senno mira svarione: possono elleno sostenersi effettive le

cedole della rendita da vendere? Sta a lui fissarne fino da ora il

prezzo venale? Col caro del danaro, ed i rumori di guerra sa egli,

sappiamo noi di quanto rinviliranno? I diari ci affermano per sicuro

l'alienazione di 75 milioni di questa rendita al Vicario di Mammone su

questa terra al saggio del 71 per cento, che atteso la imminente

riscossione del 2 e mezzo d'interesse fa 68 e mezzo; nè ferma

lì, che io vorrei vedere tra ceralacca, e spago quanto ci si debba

aggiungere. Ciò è male, e questo altro è peggio: se aliena 75

dei 200 milioni nel 1863 si ha da credere, che il prodotto si serbi

per le occorrenze del 1864, o non piuttosto per pagare gl'interessi

del debito pubblico a fine di anno?--Certa volta un banchiere, di

quelli che vanno per la maggiore, mi ammoniva così: «quando ella

vedrà il Governo creare debiti nuovi per pagare gl'interessi del

debito vecchio la non si stia a confondere, e si tiri addirittura da

parte; gli è il segno dei topi, che lasciano la casa minacciata

dalla ruina.» Ora che facciamo noi da molto tempo in qua? Ad ogni

modo questo pongasi in sodo, che i 200 milioni non possono bastare al

saldo parziale dello sbilancio del 1864. Il Ministro però nega la

vendita, e sarà vero, perchè il Rothscild non ne avrà voluto

fare la compra, o allora gl'interessi si pagheranno co' Buoni del

Tesoro, e fie pur sempre fermo che gl'interessi si saldano col

capitale[1].

[1] Ora sentiamo che la vendita è accaduta alla ragione del 65

e centesimi per cento!

Intorno alla difficoltà di accomodare altri 150 milioni di Buoni

del Tesoro in tempi così difficili, per iscarsezza di moneta e per

presagi di guerra, il Ministro sta come torre fermo, che non crolla

nelle sue virtù teologali (eccetto la carità) di collocarli con

vantaggio. Per lui 300 milioni di Buoni del Tesoro, senza riscontro

delle rendite da riscotersi in saldo di loro, e' sono ninnoli di cui

non vale il pregio trattenere la brigata[1].

[1] Il discorso dei signor Pasini ha due parti; la prima per

mantenere il credito alla sua relazione; la seconda per lavorare

di straforo l'amico Minghetti--Anch'egli non reputa i Buoni del

Tesoro sconti di rendite avvenire, e ci mette a riscontro i

disavanzi passivi, i quali non ci avrebbero ad essere, e anch'egli

li biasima. Quando la mala pratica cesserà i Buoni del Tesoro

saranno cambiati senza provvista nel bilancio pubblico.--Quanto

alla difficoltà di alienare beni, e in misura da saldare i

debiti nè il Pasini, nè il Minghetti movono verbo; il Pasini

poi fa buono fino al 1864; di quanto avverrà dopo pensi a cui

tocca. Anco ci è parsa strana la risposta che la tassa della

rendita mobiliare, e della prediale non può venire meno alla

somma contemplata a cagione della quota apposta ad ogni Comune,

come se il _busillis_ istesse nello assegnarla, e non nel

riscoterla.

Il Ministro non ha promesso mai bilanciare le spese straordinarie

dentro i quattro anni, che per queste la Italia dovrà masticare

fave per un pezzo; ma in ogni evento la Italia avrà proprio debito

a lui, e all'onorevole suo predecessore Sella di averla salvata da

fallire ordinariamente; quanto a fallire straordinariamente è

un'altro paio di maniche: di questo egli se ne lava le mani nel 1867,

e sempre.

Il Ministro non vede perchè abbia a rimanere inefficace la tassa

sopra la rendita mobile; nè manco la vede al pareggiamento della

imposta prediale: queste hanno da operare fino dal primo dì del

1864[1]: quanto a quelle sul consumo delle derrate non può negarsi,

bisognerà aspettare; ma non fa nulla, bocca baciata non perde

ventura, ma si rinnuova come fa la luna.

[1] Era così; adesso si è renunziato, diminuita la rendita il manco

cresce.

Certo, nè anco il Ministro nega che vuolsi renunziare al pareggio

delle spese con le rendite ordinarie pel 1867; e ciò che rileva? Se

non avverrà pel 67, sarà pel 77; pel 97; per qualche sette

sarà; e poi per lui non rimase, che tanto benefizio comparisse, le

sue brave leggi ei compose, ed ordinò, e non potersi appuntare lui

se il Parlamento non le mise a partito, come nè anco fie sua la

colpa caso mai gli Italiani non pagassero i balzelli; colui che tolse

ad avvezzare l'Asino a starsi digiuno, quante volte gli levò la

biada il suo dovere lo fece, se poi l'Asino in capo a sei giorni volle

morire, la colpa è dell'Asino, non dell'Asinaio.

A colmare il vuoto ci si butteranno dentro i beni demaniali; se non

bastano questi, dietro a loro i beni delle casse ecclesiastiche della

Italia settentrionale, e media; e se si trovassero corti anco gli

altri delle province del mezzogiorno. I quattrini si trovano, o

Signore! che ci vuole mai a battere moneta? Nulla; portare l'oro e

l'argento alla zecca perchè te li conino, operazione semplicissima

a cui basta l'ingegno del Ministro, e ce ne avanza.

Leggesi su per le storie, che le Castellane d'Inghilterra, venute meno

le provviste, mettevano su la mensa al nobile marito un piatto con

dentro un paio di sproni: a questa cena, se la dura così, io temo

riserbata la Italia; per me credo, che il signor Minghetti, il quale

è uomo di lettere, abbia imparato dalla lettura del Canto del Conte

Ugolino a comporre i suoi poemi di Finanza, però che l'ultimo suo

meni dirittamente la Italia a mangiarsi le mani per colazione.--

In onta a ciò, e al troppo più, che potremmo dire ogni cosa sarà

non pure approvata, ma laudata, e levata a cielo, imperciocchè ormai

gli avversari nostri non possano più come una volta sostenere che noi

divide la opinione del metodo da praticarsi diverso per comporre la

Italia: questo per taluno può essere, ma dai più ci separano cause

bene altramente profonde. I nostri nemici tacciono, e così adoperando

si gloriano savi; se così è sbrancate sette bufali e collocateli

dentro le nicchie dirimpetto i sette sapienti della Grecia; essi tacciono

perchè loro sta lo ingoffo in gola; se mai favellano borbottano come

quelli, che tengono sempre il boccone in bocca: rettile di nuova specie,

il Moderato si assidera finchè dura il tempo del ragionamento; quando

poi spira l'aura dello errore e della servitù si rizza fischiante, e

velenoso a mordere la Libertà, che lo sopporta. Miralo! cieco e

incatenato ai suoi compagni contro la Patria, e la Libertà pari a

Giovanni di Lussemburgo re di Boemia, il quale privo di vista, è fama,

che così facesse insieme alla sua baronìa nella battaglia di

Crecy[1].--Chi non ha le mani pure, vada prima a purificarsi, e torni poi

a sagrificare nel tempio, comanda il Vangelo, e noi chiunque tira soldo, e

tiene ufficio di governo non apra labbro, se gli cale la fama, nei

Parlamenti, e rifugga da parteciparvi, che le intenzioni Dio solo guarda,

e l'uomo diritto ha da aborrire ogni sembianza, che sia vile. Prima a

costui per la salute della Patria non parve abbastanza appiccare fuoco al

Vesuvio, ora con poco spazio di tempo accostato ai geli delle Alpi,

anch'essi non reputa sufficientemente ghiacciati: prima il popolo voce e

braccio di Dio, adesso polvere soffiata dal Demonio su questa terra; o

dove te sacramenti sincero, e immune da ogni vile talento, sarà, ma

comincia dallo affermarlo senza il boccone in bocca: sputa i dodicimila

franchi; sputa la cattedra; sputa la strada ferrata; sputa la badìa,

sputa, e sputa o poi parla. Capitani allo esercito, Professori alle

università, Giudici ai tribunali: la sua parte ad ognuno. E gli

Avvocati dove? In paradiso a tenere compagnia a Santo Ivone, che ci

entrò (dicono) di contrabbando.--Lo dissi e lo ripeto, il popolo ha

proprio sete di onestà.--Noi pertanto abbiamo bisogno di Roma sia che

dobbiamo ridurci in pace, ovvero rompere in guerra; o procediamo congiunti

con la Francia, o ci separiamo da lei; o soli vogliamo combattere le

nostre guerre, o in compagnia di Francia combattere le comuni: così

durando nè per noi siamo buoni nè per altrui.--

[1] Froissard, Croni. t. 1. p. 238.

Contrariamente ai presagi, ci dicono uomini, che lo potrebbero sapere

come lo imperatore di Francia si disponga a levarsi da Roma, lasciando

libero, il popolo romano di eleggere il reggimento che meglio

desidera: dopo quattordici anni e' sembra, che si voglia ricordare a

Roma essere andato appunto per questo; gli è un po' tardi per la

verità, ma meglio tardi, che mai. Certo Romolo per fondare Roma

consultò gli avvoltoi dell'Aventino non i galli di Parigi: Roma si

avrebbe a pigliare col dosso non già con la palma della mano

voltata al cielo; in questo modo si chiede la elemosina: e noi andremo

a Roma con la Libertà come il contrabbandiere col frodo sotto: non

così, non così si salisce il Campidoglio a salutare le anime

latine, bensì si scende nelle Catacombe a gemere sopra i martiri

cristiani, e nondimanco pazienza! Purchè fosse...! Le memorie della

romana grandezza io vo' confidare che a mo' della piscina miracolosa

monderanno il popolo italiano della turpe lebbra della _moderazione_ o

fracida, o ladra, o codarda. Deplorabile cosa questa, che la gente la

quale moderata si appella, per onestare la bruttezza loro abbiano

inquinato gli affetti come i nomi più santi, non si potendo

comprendere politica, etica, anzi neppure domestica economia senza

moderazione.

E se fosse, come i nostri avversari si ripromettono ed io no,

certamente noi avremmo a correre le fortune della Francia, con questa

avvertenza però, che le fossero d'accordo con le nostre; ed anco se

comparissero fino ad un certo punto diverse, non però contrarie;

inoltre si avrebbe a porre mente, che le fortune le quali noi possiamo

correre con la Francia approdassero alla Francia, ovvero alla Francia

ad un punto e al suo imperatore, imperciocchè se favorendo

gl'interessi di questo non giovassero alla Francia, e peggio se gli

nocessero allora adagio ai ma' passi, che per cosa al mondo io non

vorrei movere orma, la quale forse lo imperatore mi ponesse a credito,

e certo poi la Francia mi appuntasse a debito. Mutabili le dinastie

nel mondo; mutabilissime in Francia, la quale non ardua a pigliare,

è una maladizione tenere: breve, io vorrei che l'aquila non mi

portasse seco nè nei suoi voli, nè nella sua caduta, e cessando

il principe mi rimanesse lo stato: concetto, che senza alterazione di

amicizia non solo apparisce lecito, ma è doveroso professare ai

reggitori di popoli. Rammentiamoci sempre di questo, che Cristo, il

quale o Dio infatti, od uomo prossimo alla divinità, non disse

parola mai che non palesasse tutta sapienza e sommo amore, bandì

inesorabilmente «chi di coltello ammazza, di coltello conviene che

muoia.» E lo impero è surto dal sangue.

Adesso poi supponiamo il caso certo meno grato, ma giusta la opinione

mia più verosimile assai, che i Francesi non intendano sgomberare

Roma, che avanza a noi? Pigliarcela. Oppongono pieno di pericolo il

partito: e veramente è così: dubitano possiamo precipitare nel

mandarlo ad effetto: certo si corre rischio di rompercisi il collo. O

dunque mal consiglio è il tuo? No, bensì l'unico prudente, e

lascio da parte se animoso; unico prudente perchè a tale siamo

ridotti noi, che altra elezione non ci resta, che tra la morte certa,

e la morte probabile; rimanendo fermi noi fuggiamo l'acqua sotto le

grondaie. Agevole riesce molto negare il danno, ma impedire che sia

gli è un'altro negozio: ora da ogni lato compaiono segni di

disfacimento; hanno creduto, e credono ricucire con filo di ferro, e

precipitano nella buca dentro cui altri tracollò a capo fitto: che

se pei reami antichi trovarono buona la sentenza che non hanno più

ragione di vivere quando si appoggiano unicamente su la forza,

verissima la sperimentiamo negli stati nuovi sorti dalla benevolenza

del popolo.

Ci domandano il modo di pigliarla, e noi rispondiamo: «che giova

dirvelo? Tanto voi non ardireste praticarlo: voi affermaste avere

diritto su Roma, e poi allibiste rifiniti dalla paura; gli è fiato

perso a favellare con voi; noi vi proveremmo uguali a Bertoldo, il

quale non trovava albero che gli garbasse per esserci impiccato. Ve ne

suggerimmo uno senz'armi e voi lo dileggiaste, e faceste dileggiare

come delirio di cervello che abbia dato nei gerundi; ve ne mostrammo

un'altro con armi, e voi lo malediste ribellione, e levando insegna

contro insegna, crisma contro crisma, perfidi![1] spasimanti e urlanti

di paura lo faceste affogare nel sangue; eravi un dì tale tra voi

di voi non tristo meno, ma più sagace, che avrebbe acceso i moccoli

a piè dei Santi per la mossa del prode uomo Giuseppe Garibaldi, e

con tutte le sue forze lo avrebbe fatto sloggiare da Sicilia;

traversato, che costui avesse lo stretto di Messina egli, senza posa,

addosso; dov'ei levava il piede egli metteva l'orma, così a Napoli,

e così al Volturno; relitte le terre sicule non lo lasciava per

questo, all'opposto sempre dietro talchè le spalle di lui

sentissero l'alito focoso delle sue nari: l'uno con molta mano di

gregari fuggendo, e l'altro con molto esercito regolare inseguendo

giunti su la piazza del Vaticano, arrestati, e arrestatori sarebbero

entrati di amore, e d'accordo in San Pietro a cantare il _Te Deum_

più sincero, che Dio ascolti da moltissimi anni a questa parte.»

Questo avrebbe forse fatto il Cavour inetto a operare e ad operare

grandemente, pure capace ad approfittarsi dell'operato altrui; adesso

i suoi successori, il Ferrari ha detto si rassomigliano ai generali di

Alessandro; nè manco per ombra! La politica che ora prevale è

quella del cane dell'ortolano, il quale _non mangia cavoli e non li

lascia mangiare_.

[1] _«........in Francia voi

«Correre, insegna contro insegna, e crisma

«Contro crisma levar, perfidi!»

Adelchi_

Provvidenza o Fortuna che sia voglionsi ammirare i casi portentosi pei

quali l'uomo, che pure si stima avvisato, se altra volta pensò, che

la volontà, e la forza di un popolo commesse ad un braccio di ferro

potessero meglio ricondurre la Italia all'antica grandezza, ora

bisogna, che si ricreda e confessi che Libertà interna ed esterna

scaturiscano scintille di spada percossa di un colpo solo su la

pietra. Ci fu un'ora in cui se fosse apparso un'uomo robusto, che nei

plebei diletti non imbestiasse sua vita, in cui un'anima grandemente

cupida, non ragnatelo a cui paresse disgradare Cesare od Alessandro

chiappando una mosca, e portarsela a risucchiare dentro al buco;

un'anima ferocemente disdegnosa, la quale avesse voluto agguantare

Roma come si agguantano le corone, non già come s'intascano

l'elemosine, e posto la mano dentro ai capelli d'Italia con alto grido

detto a noi: «tacete, e combattete; finchè vive in questa terra

uno schiavo allo straniero non vi è permesso favellare di

Libertà.» Noi lo avremmo seguitato: noi gli avremmo messo in

mano la rivoluzione come il fulmine in quella del Saturnio.--Forse era

a temersi Cesare, ma ben venuto Cesare a patto che se ei ripugnava

cibarci del pane della Libertà ci saziasse almeno di quello più

duro della Gloria; non permettesse, che la nostra vista restasse

contristata dalla gente vile che sta nell'atrio del tempio della

Libertà, pubblicana perpetua da Cristo, e prima di Cristo per

vendere e per barattare.--Quando gli Ebrei, vinte le colpe loro dalla

moltitudine delle nostre, diventeranno nostri signori e padroni,

questa gente vile li surrogherà nel ghetto a venderci ciarpe, e

panni vecchi; delle loro anime non si gioverà nè manco il

Demonio: non varranno il carbone che le abbruci.--

Ora poi il pericolo della prevalenza del solo è logorata; il giorno

passò e non ritornerà più: invece dell'uno, che afferra le

moltitudini, le moltitudini afferreranno l'uno, però che i popoli,

levando un dito sollevino, e abbassino i loro capitani; i capitani

senza soldati compaiono personaggi da commedia. Meglio così: sia

dunque che la Francia ci conceda Roma in acconto di soldo per le armi

italiano prestate alle sue guerre, o dobbiamo acquistarci Roma non

consenziente, ed anco contrastante la Francia, ormai senza offerta

spontanea di pecunia e di sangue per la parte dei cittadini italiani

non si può.--

Voglia Dio, che quando di questo si persuaderà la gente non sia

troppo tardi. Ad ogni modo con altro, che con parole il pro' cittadino

è uso affermare la Unità della Italia.--

Noi abbiamo bisogno di Roma per salvarci dal flagello della guerra

civile. Badate a questo sconsigliati e provvedete se non per la

Patria, per voi.

Se tacere giovasse sarebbe ufficio di pessimo cittadino, anzi pure di

nemico aperto favellare, e se le parole si reputassero vane

dimostrerebbe il dirle animo tristo; parmi debito palesare il mio

concetto però che spero le mie parole possano essere seme di bene,

e capaci a partorire rimedi valevoli.--Affermano i principi di

Piemonte avere sempre indirizzato i concetti loro ad unire in un solo

corpo la Italia; e parmi piaggieria espressa, imperciocchè

lasciando dei tempi remoti certo le donne, che durante la minorità

dei figliuoli reggevano le provincie piemontesi ai tempi della discesa

di Carlo VIII, e furono la duchessa di Savoia, e la marchesa del

Monferrato, non pensavano a questo quando sovvennero di moneta e di

gioie cotesto re ond'ei potesse mandare a ruba la Italia da un capo

all'altro con opere piuttosto da predatore, che arraffa, che da

principe, che conquista; nè a me sembra dovere aggiungere verbo per

chiarire la inanità del vanto; che se per supposto si avesse anco a

concedere dovremmo confessare, che i disegni dei principi del Piemonte

per lo meno non differissero da quelli che concepirono eziandio le

repubbliche dei tempi medi, e lo tentarono, e fu acquistare quanto

più potessero signoria di popoli soggetti; così Venezia, e

Firenze esercitarono dominio sopra le terre vinte, o comprate; nè i

popoli proffertisi accettarono compagni, bensì vassalli; le storie

ricordano, che solo dopo molto secolo la repubblica di Venezia accolse

tra i senatori alcuni pochi Candiotti in rimerito della mirabile

resistenza contro l'armata turca; fra i quali un Manin, donde discese

quel Manin, che fu ultimo doge della repubblica tradita dal primo

Bonaparte.

Non vuolsi mica fiore d'ingegno per capire come nella indole del

popolo subalpino l'antico genio italico sia entrato poco, ed a stento:

uomini positivi, e diremo così aritmetici sono i piemontesi,

schifano la immaginazione per sè, l'altrui gli affatica; anco se

taluno di loro n'è tocco le sue fantasie pigliano aspetto di forma

geometrica, onde per ragionare l'assurdo, e mettere il disordine in

architettura valgono oro. Anco gli edifizi offrono argomento a

indovinare la disposizione del popolo, che li fabbricò, e quivi

contempli per lungo ordine case uguali in tutto l'una coll'altra,

sicchè da prima tu resti ammirato, poi ti uggisce, per ultimo la

fastidievole regolarità ti ammazza: uomini, e mattoni ti appaiono

formati proprio sopra un medesimo modello; costà da secoli

passarono, e ripassarono lo spianatoio: chi mai fu il mal cristiano?

Tutti; nè si potrebbe senza ingiustizia asserire che i principi

amassero livellare più che i popoli amassero essere livellati. Il

valoroso Ferrari ragionando del Bottero, e della sua _Ragione di

Stato_, lo fece proprio toccare con mani, ed allorchè qualche

principe si dispose non mica a dare libertà sibbene a smettere

qualche prerogativa, ch'era vergogna di secolo civile, ebbe a toccarne

dai suoi fedeli sudditi e servitori una ramazzina delle buone. Sequela

altresì di questa quadratura di spirito parmi la tardità a

mutare, e la perseveranza nel passo che hanno pure, se non a

maltalento, con molta renitenza mutato. Chi dei popoli subalpini legge

per avventura queste pagine non s'inalberi, dacchè mi garbi

procedere alla rovescia di quello, che costumano i detrattori, i quali

incominciano a levarti a cielo per flagellarti poi di santa ragione;

dirò più tardi dei molti, e nobilissimi pregi tuoi; adesso

ascolta e non battere, perchè se batti ti baratteremo lo scudo in

cinque lire.--Pertanto il Piemontese ama piuttosto ordinare, che

discutere; sentenziare dommatico, che dimostrare; favellare succinto

(tranne gli avvocati, che formano classe a parte e parabolani li

proviamo in tutto il mondo; il mestiere mangia l'uomo) e tuttavia male

rispondente al concetto, nè terso, molto meno elegante, perchè

dallo idioma sincero della Italia un dì appartati, e nè oggi

vogliosi cultori di quello, come coloro, che intendono e vogliono

impiombarci nella lingua il parlare proprio. Certo possiedono

scrittori insigni, ma si conosce di botto, che appresero l'arte su i

libri, onde il Botta adopera un tal quale stile, che ti sembra gittato

sopra il modello del Casa o di qualche altro autore del secolo

decimosesto; e il Gioberti ti turbina in mezzo una lavina di parole,

elette se vuoi, ma così rimescolate, che è spasimo leggerle: dei

minori taccio, i quali nè troppo studiosi dei classici, nè tutti

in balia ai modi del dialetto, a leggerli ti alleghiscono i denti[1].

[1] Un dì la più parte dei parlatori piemontesi non si

attentavano movere un braccio per accompagnare col gesto la

orazione, uno solo ardiva con la mano diritta descrivere un

quadrante dall'umbelico fino al fianco destro; ed un'altro

audacissimo con ambe le mani segnava intorno al suo corpo un mezzo

circolo; chi fosse questo Capaneo della tribuna piemontese non

importa, ch'io dica, che ognuno capisce accennare io al Brofferio,

cui Torino, in mercede del lungo apostolato di Libertà, lascia

negletto, o si compiace vedere esposto al dileggio di schifosi

profanatori di arti, che ormai, loro mercè, non si chiameranno

più _belle_. Orologi in casse ti apparivano cotesti Oratori con

la facondia a _tic tac_, e il _gesto_ a lancetta che segna mezza

notte passata. Io lessi già da certo scrittore francese

paragonata la Camera subalpina ad un'assemblea di notari, e ciò

per onoranza: se costui biasimava che avrebbe detto di peggio? Ma

io spero, e non invano, che a questa ora il popolo di Piemonte

abbia compreso che la Italia non è morto di cui i notari devano

leggere il testamento, nè la Libertà uno incendio per

mandare deputati acquaioli a spegnerla in furia.

Lo assedio di Roma · 第 9 / 63 段