Quale il fuoco, tale l'anima umana: per crescere l'ardore dei carboni tu

li sbraci; la luce alla fiaccola tu la sventoli; commuovi forte l'anima

umana e manderà calore, e luce.--Allora nell'agitazione degli affetti i

popoli vetusti decretarono a Giove l'_ecatombe_, sagrifizio di cento bovi,

non consultate o neglette le necessità dell'agricoltura, onde

temperando più tardi lo incauto zelo, la stessa religione interpetrò

per _ecatombe_ non avere inteso significare i padri il sagrifizio di cento

bovi, bensì cento gambe di bovi, e così venne ridotto il macello da

cento a venticinque teste. Con l'animo agitato dal pericolo, e dal furore

di superarlo, e' fu che gli Ateniesi allo approssimarsi dei Persiani

votarono a Diana immolarle tante capre quanti avrebbero ucciso nemici; i

quali salirono a numero così strabocchevole, che non trovandosi in

tutta l'Attica capre sufficienti al sagrifizio, bisognò ridurre il voto

a cinquecento per anno; a questo modo ridotto durava anco ai tempi di

Senofonte, che ce ne ha lasciato il ricordo[1]. Nè a me giova

moltiplicare esempi cavati dalle antiche o dalle moderne storie quando

pure ieri io ne vedeva sotto i miei occhi la conferma, conciossiachè

disputandosi fra noi sul modo di sovvenire certa sventura fraterna, il

popolo non trattenuto dalle parole dei savi, i quali facevano considerare

come accadendo gl'infortuni quotidiani, ed uno pur troppo più

lacrimabile dell'altro, prudenza persuadeva a risparmiare il danaro

tenendone in serbo una parte, ed una parte donandone, divinamente

improvvido si rovesciò le tasche dicendo: «a domani qualcheduno

penserà.» I santi solo ed il popolo pronunziano col cuore: «_Deus

providebit_,» perchè davvero essi credono in Dio, ed essi solo

meritano che Dio risponda alla loro fede.--

[1] Anabasi, 1. 3. c. 2.

La storia ci ammaestra l'esempio quanto sia contagioso così pel

male, come pel bene; sebbene pel male due cotanti più, ond'io penso

che amore desterebbe amore, generosità moverebbe generosità, e

se taluno oltre a pagare i consueti balzelli per diventare popolo

veracemente, costituire la Italia, uscire dall'uggia, e dalla

umiliazione del presente avesse a deporre nell'erario mezza la sua

entrata, a patti che l'avanzo bastasse ai bisogni della famiglia, e

suoi, per me credo, che lo farebbe.--Che se altri irridendo opponga:

«o chi lo para da mettere in esecuzione il suo proponimento?» Si

risponderebbe: che a questi Governatori sempre ricusammo pecunia,

però, che fino dal ministero Cavour a noi parve il concetto del

governo viziato; c'increbbero gli uomini, ma più il disegno;

conoscemmo la riga tirata obliqua, la quale quanto più sarebbe

stata prodotta, di tanto sariasi dipartita dalla via retta. Anzi le

mie parole novissime in Parlamento furono profferite per negare la

riscossione provvisoria della rendita pubblica, avversando la opinione

di tali, che si professano amici, quanto me, e più di me del vivere

libero. Ora hassi a giudicare mal vezzo di animo stolidamente maligno

intimarci a depositare il nostro danaro in mano a gente in cui non

confidiamo, e che per opinione nostra servirebbe ad allungare

l'agonìa della Patria. Come spontanei commetteremmo il nostro avere

a tali a cui costretti innanzi di dare un soldo ci lasceremmo pestare

nel mortaio come Anassarco?--Tanto varrebbe, come dice il proverbio,

pagare il boia perchè ti frusti. E prima di dare, tirando un frego

sul passato, vorremmo essere sicuri, che di ora in poi non ci si

facessero _mangerie_ come rescriveva Cosimo dei Medici allorchè

stanziava i trecento scudi pel restauro del bagno di Montecatini[1].

Ancora parrebbe giusto, che le bocche inutili si cacciassero via,

dacchè se lice cacciarle dalle città assediate dalle armi non ci

biasimeranno se lo facciamo noi assediati dai debiti. Oltre le bocche

inutili le bocche indegnamente fameliche si hanno a sfrattare; e chi

tira paga, provvisto secondo la condizione ai bisogni suoi e della

famiglia, la lasci anch'egli per un'anno alla Patria.--A questo modo

raduneremo danaro e subito. Le sono fisime queste, ci schiamazzano

dietro, ma tutto ciò, che minaccia l'interesse acquistato, o lo

interesse in procinto di conseguirsi dai conservatori chiamasi

fantasia, e peggio, nè si contentano a parole, bensì lo lacerano

coi fatti: quale impresa onorata cotesti uomini perduti non

vituperarono delirio prima dello esito? E riuscita qual'è la

impresa di cui non si approfittarono? L'aquila imperiale, il leone

repubblicano capitati nelle loro mani, mantrugia mantrugia,

tramutarono in pollo, e in capretto per arrostirli poi; e col sangue

dei martiri li spruzzarono, affinchè riuscissero più saporosi a

mangiarli. A fine di pasto propinarono ai pazzi sublimi defunti per

avventarsi più rabbiosi sopra i viventi, finchè a posta loro non

fossero morti vincendo nuova pietanza per essi.--Perchè ci lodino,

la nostra sorte vuol'essere quella di Epaminonda a Mantinea, vincere

la battaglia per loro e poi morire.--

[1] Il rescritto tutto di mano di Cosimo I suona così: «veggasi,

e provveggasi, ci si spendano attorno fino a trecento scudi, e non

vi si facciano _mangerie_.»

Consideriamo questi uomini pratici, questi _moderati_, i quali,

secondochè altra volta notammo, tolsero questo nome al modo stesso

degli antichi Imperatori, che Affricano, o Asiatico, o Germanico

appellaronsi per le stragi, che menarono in coteste parti di mondo;

_moderati_ per avere assassinato la santa moderazione; consideriamo,

dico, questi uomini alla prova: con qual norma regolarsi non sanno;

ora rendono omaggio allo scambio libero, ed ora lo rinnegano, anzi la

stessa legge in parte lo accarezza, e in parte lo schiaffeggia;

durante la stessa sessione un Ministro scema il porto delle lettere,

perchè il buon prezzo cresce lo spaccio, e nello spaccio sta il

guadagno; un'altro aumenta il costo dei trasporti sopra le ferrovie,

perchè il rincaro quando l'oggetto è necessario non dissuade la

gente da procurarselo. Fanno, e disfanno: adesso pare, che consentano,

quanto all'aumentato prezzo dei trasporti, a rimettere le cose come

prima e ne hanno presentato la legge al Parlamento, che ne voterà

la soppressione con la medesima ressa insensata, e servile con la

quale testè ne votava la instituzione: trafitti dal successo i

Ministri piegano il capo a mutare la legge sul bollo e sul registro,

senza però rimettere di un pelo dell'arrogante pertinacia a volere

sgararla nelle proposte che sbalestrano a vanvera, nè i _fidi

Acati_ a cessare di un attimo dal servire cotesti buoni Signori di

coppa e di coltello. Se tu avverti ai quotidiani svarioni economici

contrastanti fra loro, e agli atti schiaveschi dei nove Ministri

nostri tu pendi incerto se avrai a definire il Ministero o confusione

divisa in nove capi, o trattato delle servitù in nove volumi.--

Economie non seppero, nè vollero fare: promisero prima, poi,

secondo il solito, non attennero, e parvero, e furono modi di usuraio

che abbindola lo scapestrato per cavargli di sotto il _babbo morto_.

Alla prova ogni Ministro difese il suo bilancio con la ferocia di quei

di Saragozza che contesero ai Francesi casa per casa, e stanza per

istanza. Curioso poi è questo, che nonostante il crescere delle

spese vantano economie, come se tu potessi consolarti di civanzo

fatto, dove ti mostrino come invece di aggravarti del doppio ti hanno

stremato solamente di un terzo. Per inquisire le ladronaie mancò il

coraggio ai nostri uomini di stato ai quali sembra spediente imitare

gli ordini religiosi, che negano sempre quando odono accusato reo di

grave colpa un frate; con l'arco del dosso lo difendono, e poi di

subito tramutatolo di Arno in Bacchiglione sopiscono o credono avere

sopito lo sconcio fatto; Rimasta ferma la spesa possiamo senza tema di

andare lontano dal vero, asserire che il disavanzo annuale batte in

quattrocento milioni, o giù di lì. Alla fine del 1865 quando nel

pozzo di San Patrizio avremo buttato la barca, e il palischermo

salderemo con un debito nuovo di 766 milioni; questo affermano i

moderati, figuratevi gl'intemperanti! Non mancarono persone amiche al

Ministero per ammonirlo come essendosi riscontrato nel bilancio del

Brasile un manco di quaranta milioni tra la spesa annuale e la entrata

i rappresentanti della nazione ne menassero scalpore quasi fosse loro

cascato addosso il finimondo, nè si tenessero quieti finchè non

ebbero ottenuto il pareggio. La Francia dopo lo impero, che aveva a

fondare la pace perpetua, s'indebita di trecentotrentasei milioni

l'anno, e se non provvede corre a vele gonfie alla ruina; su di che tu

giudica se le spese della Francia possano razionalmente confrontarsi

con quelle d'Italia, e se fie dato alla Italia sostenere un carico al

quale non regge la Francia.--Antico è il vizio, nè si vorrebbe

senza ingiustizia apporre in tutto al presente Ministero; se non lo

creava il Cavour, lo crebbe a dismisura, a mo' del mercante

sbilanciato negl'interessi che tira innanzi _riavvallando_ le cambiali

alla scadenza; certo se non fu egli che disse: «dopo me il

diluvio» lo penso, e lo fece.--

Se a Ludovico Ariosto era commesso assettare le faccende dello erario

io penso, che ci si sarebbe disposto con fantasie alquanto meno

bizzarre di quelle del Minghetti, comecchè facilmente più

leggiadre; le si conoscono dall'universale; esse consistono in quattro

maniere di balzelli; tassa sopra le rendite mobili; dazi sopra la

consumazione delle derrate cresciuti; nuovi dazi imposti: per ultimo

il conguaglio sopra la tassa prediale: da quello che avrebbero gittato

si augurava dentro quattro anni mettere in pari la uscita con la

entrata ordinaria.

Economie veramente non se ne sono fatte; ma in mancanza di meglio si

ripromettono da capo; partiti vecchi, e soliti a comparire in tutte le

vigilie delle votazioni dei bilanci,--tappeti del _Corpus Domini_, che

si levano dalle finestre passata la processione. Simili promesse il

Ministro adopera per abbarbagliare i deputati come il fanciullo piglia

il sole dentro lo specchio e lo vibra negli occhi ai viandanti[1].

[1] Le economie magnificate dal Ministero sovente sonano _scherzo

amaro_ levando a mo' di esempio 5 milioni, e dovrebbero essere 10,

dalle spese ordinarie, e portandoli nelle straordinarie per

sopperire alle garanzie assunte dallo Stato in pro dei

concessionarii delle Strade Ferrate.--Discorso del Dep. _Saracco_.

Tornata 11 Decembre 1863. Paghiamo più che in Francia la

giustizia, l'amministrazione interna, più a ragguaglio la

guerra, più la marina, degl'ispettori di lavori pubblici ne

possediamo tre cotanti più che in Francia....!

Dalla prima tassa il Ministro faceva capitale cavarne un cinquanta

milioni, e tanti ne distribuì sopra le provincie italiane,

assegnando a ciascheduna la sua quota: la quale misura era desunta da

quattro fondamenti, i quali furono chiariti inetti a partorire

giudizio buono, onde i censori ne proponevano altri, i quali a posta

loro erano ripresi come fallaci: stando a quel modo le cose pareva

razionale si rigettassero tutti, e su norme più idonee si

stabilisse il giudizio; ma questo ai Ministri del regno italico

sarebbe sembrato troppo grave scandalo, però tennero fermi i

fondamenti loro, accettarono i proposti, e composto così un

guazzabuglio di spropositi, stimarono ne uscirebbe spillato

l'archetipo perfetto; di vero, anco Dio o non cavò fuori dal caos

la luce? Nè i Ministri sè estimano niente meno di Dii, e del non

avere saputo o voluto torre Roma al Papa si consolano di un'altro

furto, che gli hanno fatto; hanno rubato a quel meschino di Pio IX la

sua infallibilità.--

Ed è anco più strano questo altro, che il Ministro avendo prima

chiesto da simile balzello cinquanta milioni, poi per istralcio si

accomadasse a trenta; su di che mettiamo da parte la sconvenienza di

vedere il Governo, che adopera col Parlamento a mo' di creditore di

fallito; ci sembrerebbe onesto, che il Ministro domandasse leale

quello, che a punto gli abbisogna o giù di lì; ma venti milioni

meno su cinquanta dimostrano che o il Ministro non seppe quanto gli

occorreva, o chiese pensatamente troppo per procurarsi stoppa a

tappare buchi inopinati, e questo, è metodo che meritamente si

biasima, imperciocchè palesi incapacità, o malafede nel

Ministro, il quale chiese più che gli bisognava, e insipiente

prodigalità nei Deputati, che glielo concedevano.

Adesso poi sento, che dal complesso delle nuove tasse il Ministero

spera cavare somme inferiori a quella, che egli si augurava prima

raccogliere dall'unica sopra la rendita mobile; e qui confesso, che mi

si annebbia lo intelletto; e tanto danaro si raffida riscotere a

patto, che fruttino dal primo di gennaio 1864; che se per quel dì

non fossero leste non fa nulla, perchè si darebbe loro virtù

retroattiva, come dicono i Forensi[1]. In virtù di quale dottrina

le leggi su la gabella delle derrate possono retrotrarsi, il Ministro

saprà; a noi non riesce levarci a così alto volo; e nè anco

per le altre si potrà, non mica per la ragione, che simile

principio equivarrebbe ad una lanciata nel costato del diritto; la

maggioranza del Parlamento italiano usa saltare a piè pari bene

altri ostacoli, che questi non sono, bensì per la confusione, la

fatica, e il rammarichio che persuaderebbero la carne non valere il

giunco: ma il Ministro imperterrito s'incoccia, e dice avere fede che

ciò possa farsi, e se non potrà farsi subito si farà più

tardi; inoltre ha fede che fruttino quanto presagiva e più; dove

questa fede avesse a mancare egli trasporterà la sua fede ad altre

_fonti_, e in altri _cespiti_, la quale cosa significa che riuscita

indarno la _corda_ ti darà la _ruota_, e, se non bastano,

l'_eculeo_, l'_assillo_, e il _fuoco alla pianta dei piedi_. Come poi

possano sperimentarsi leggi finanziarie fino a strappare la corda,

lasciarle poi, tentarne delle nuove senza capovolgere lo stato per me

e per altri sono tali abissi d'ingegno, che al solo affacciarmici mi

gira il cervello[2].

[1] A queste enormezze sovversive ogni nozione di gius è stato

mestieri rinunziare.

[2] Discorso del Sig. M. Minghetti 12 Dicembre 1863.

Rispetto alle gabelle sopra i consumi cresciute, e alle altre imposte,

uomini intendenti, e amici del Ministero non mancarono ammonirlo:

«mala via tieni; dazio aumentato risponde a consumo diminuito.

Già ne hai esempio in Patria: fuori osserva: la Inghilterra, la

quale tre volte infedele al principio ormai levato alla dignità di

assioma nella scienza ha voluto aggravare la tassa del caffè, del

tè, e degli spiriti, e tre vide percossa terribilmente questa

rendita della finanza; nella sola Irlanda scapitò l'erario

centodiciassette milioni, e seicentocinquantamila franchi; cresciuto

il dazio anco sul tabacco, nella sola Irlanda resultò un meno di

Libbre 4,070,000, sgabellate[1].» Il Ministro di sè glorioso a

ciò non bada bambinante in quel suo riso di San Luigi Gonzaga. Anco

gli amici, come gli avversari, gli aggiungono: «pensa, o uomo a cui

la somma potestà della Italia avrebbe dovuto cascare sul capo come

il tegolo su quello di Pirro, pensa che le nuove tasse sono torchi

stringenti le pietre dove non incontrino il correspettivo della

ricchezza pubblica, nè questa può essere nata così di punto

in bianco. Tu operi gravemente quello, che il Senatore Gianni

uccellando consigliava al Granduca Pietro Leopoldo scorrucciato

perchè la gabella delle porte fruttava meno del presagio:--ne apra

delle altre Altezza, e le gabelle raddoppieranno.» Non basta; quei

dessi amici, ed emuli altresì continuano a dirgli: «avverti, per

Dio! che la Italia ti sta nelle mani pari a vaso di alabastro ad un

fanciullo; se mai ti cascasse in terra per colpa tua si ridurrà in

minuzzoli. Mira, i popoli scontenti hanno dato sempre di fuori per

angustia: i Napolitani di Masaniello pel dazio su le frutta, gli

Americani di Washington per la gabella della carta bollata, e del

tè, i Corsi del Paoli pei seini, e pel mezzo baiocco del mendicante

di Bozio; causa non mediocre della rivoluzione siciliana del 1860 fu

appunto la tassa del registro; e tu pensi applicando di un tratto

quattro tasse le quali non lasciano illesa parte del corpo sociale,

che egli non si dolga? Senti, o non riscoterai niente o poco, o

metterai la salute dello stato a repentaglio.» Il Ministro

inebriato di numeri si canta un ditirambo _finanziario_, e dacchè

tacciava altrui di fatuo non dubita, che noi lo stimeremo da ora in

poi _uomo sodo_[2]. Bene sta che la legge su lo aumento del 10 per

cento su i trasporti su le ferrovie deva levarsi, perchè la è

vecchia, che quanto meno pregio pretendi di una cosa e più ne

spacci: per la medesima cagione il Ministro pensa a ridurre in termini

comportabili la legge sul bollo, e sul registro: e per la medesima

ragione il Ministro s'intora a crescere il dazio su le derrate!

[1] Senatore _Marliani_--Lettera a Marco Minghetti.--Strano sarebbe

parso un dì, oggi consueto è questo, che mentre il Minghetti

affermava avere fatto suo prò degli avvertimenti del suo amico

Marliani in verità non ne aveva seguito pure uno, e l'amico

Marliani gli aveva orato contro al Senato nello schema di legge

sopra la tassa della ricchezza mobile

[2] Per ben due volte nel Discorso sopra le _interpellanze_ del

Barone D'Ondes Reggio al Minghetti bastò l'animo di

rimproverare il Barone di _leggero_!

Dopo le tasse, a rattoppare lo sdrucio tirerà fuori centocinquanta

milioni di Buoni del Tesoro, ma questi Buoni rispondono a rendite

_scontate_ per adoperarne il prodotto in occorrenze straordinarie;

dove le rendite non si trovino, i Buoni equivalgono a quel modo di

cura, che i Cerusici chiamano _autoplastica_, il quale consiste a

reciderti per esempio una fetta di natiche per rifarti il naso

tagliato. Al Ministro non fanno specie i 150 milioni di Buoni del

Tesoro, anzi confessa crescerli fino a 300; ma e' sono ninnoli; e

quanto al pagarli torneranno i Narbonesi gente dabbene a consolazione

del Ministro nostro, i quali prestavano il danaro in questo mondo per

riaverlo nell'altro[1].

[1] Valerius Maxim. l. 2, c. 6. n. 10.

Ci hanno i Beni demaniali, che si arebbero ad alienare per un

centottanta e più milioni se vuolsi conseguire il bilancio tra la

entrata, e la uscita del 1864, ma chi se ne intende afferma gli

antichi beni demaniali giungere appena ai centodieci milioni[1] dai

quali fa mestieri defalcarne dieci pel Conte Bastogi, il quale si

disciplina, come un'anacoreta nella Tebaide, con le strade ferrate per

la salvezza d'Italia cara a lui quanto la pupilla degli occhi suoi e

più; e poi bisogna sbatterne anco altri dieci, che il Governo

dimette ai popoli meridionali affinchè se ne costruiscano strade,

dunque una novantina di milioni. Che se vi fosse errore, fuori le

stime, e vedremo. Le stime verranno, non ci è furia; furia ci è

nel votare i bilanci; all'altro penseremo a tutto agio. Oltre questi

beni demaniali affermano avanzarci i possedimenti della cassa

ecclesiastica: ottimamente, ma quali e quanti sono eglino? Secondo che

tempo farà e' sommeranno a _duagio infino a treagio, ed hacci di

quelli del popol nostro, che li tengono fino a quattragio_[2]. Una

voce credibile ci assicura l'amministrazione della cassa ecclesiastica

in iscompiglio, e veramente da siffatta universale epidemia non

sapremmo in qual modo potesse andarne immune l'amministrazione della

cassa ecclesiastica; e come seguenza di questo stroppio non saldaronsi

i conti ai creditori di quella, al contrario appaiono arretrati fino

al 1860; e chi ha da avere si gratti; e ciò potrebbe capacitare

taluni non noi, sperti che tutti i nodi, gira e rigira giungono al

pettine. Ma volendo dare un taglio sul più o sul meno come

reputeremo possibile vendere, durante l'anno 1864, i vostri

centoventiquattro, o come altri pensa che ne farebbe di bisogno,

duecento milioni di beni? In arroto ai centocinquanta milioni di Buoni

del Tesoro che occorre (oltre i 150, che già ci sono) buttare sul

mercato, e con lo sconto della moneta all'8, al 9, e non si prevede a

quanto per cento;--imperciocchè le cause della carestia del danaro

non sembra sieno per cessare adesso, là dove sieno vere quelle, che

allegano. Altri con molto senno notò, che avendo ad alienare per

sopperire ai bisogni del 1863 cinquanta milioni di beni demaniali il

Ministro e la Commissione assai confidavano sopra la istituzione del

_Credito fondiario_, la quale essendo mancata la vendita procede

lenta, e infelice. Ora se ciò avvenne nel corrente anno per

cinquanta o come cammineranno diverso le faccende nell'anno 1864?

Forse il _Credito fondiario_ venne accolto? Il Ministro Manna, avendo

fitto nel Parlamento con mirabile agevolezza la pala, si avvisò

piantarci così di straforo anco il manico, ed incontrò lo

scoglio: il soperchio ruppe il coperchio, e il _Credito fondiario_ fu

riposto in soffitta come i trabiccoli a giugno.--Il mercato del danaro

proviamo scarso, e non si vuole la mente di Galileo per prevedere, che

le vendite si opereranno con meno facilità andando innanzi per lo

stremarsi delle borse nelle compre antecedenti. Il Ministro dopo

consumata la fede ora mette mano alla speranza (un vero saccheggio a

tutte le virtù teologali, sicchè noi altri possiamo chiudere

bottega) e ci squaderna in faccia gli ostacoli avere a sparire;

proporsi vendere all'asta o per trattative private; sconterebbe i

prezzi pagabili a rate dentro cinque, e dieci anni... e poi chi ha

detto morto il _Credito fondiario_? E fosse, o che i morti non

resuscitano? E basta; chi se ne intende, immagini che cosa ciò

voglia dire; se non ti si struggeranno i beni demaniali in mano come

pallottola di neve, poco ci correrà.--Ancora, secondo che io

considero, il Ministro non bada a questo: come alienando i beni

demaniali, i beni della cassa ecclesiastica, e le strade ferrate viene

ad alterarsi tutto il bilancio, conciossiachè ti facciano fallo le

rendite di tutti questi, che il ministro chiama, forse per rimembranza

arcadica, _cespiti_; e mentre cessa la entrata dura la uscita delle

pensioni, e degli obblighi assunti verso i creditori della cassa

ecclesiastica, nonmenochè degl'interessi mallevati agl'impresari

delle strade ferrate.--

[1] Il ministro Marco Minghetti in un'estro pindarico gli stimò

218 milioni. _Tornata_ del 14 febbraio 1863. Il deputato Pasini e

con lui la Commissione tira per le falde il Minghetti e gli

dichiara, che ha preso un granchio di 108 milioni.--_Sono più i

diavoli_, dice il proverbio, e il Minuetti si fonderà di certo

su questo proverbio.--Ora troviamo che i beni demaniali calcolati

in massa fino a 400 milioni sommano a 200!

[2] Parole di scherzo che il Boccaccio fa dire al prete da Varlungo

G. VIII n. 1.

Questo è lo stato nostro restando le cose come si trovano; caso mai

rompesse la guerra a cui ricorre il Ministro per provvedere i

danari?--Il Ministro quando sentirà il governo potrebbe

convertirglisi in croce da trovarcisi un bel dì confitto sopra lo

butterà in terra; ovvero nicchierà come donna partoriente:

«su, amici, su, votatevi le tasche, che, me auspice, vi colmaste

fino all'orlo, su....» Vedremo allora: alla svolta ti provo.

Però se dal passato è concesso argomentare il futuro hassi a

credere, che la parte Moderata continuerà l'esempio dei ranocchi i

quali stando pure col muso fuori dall'acqua del padule si tuffano

sotto al primo stormire della procella per ricondursi al consueto

gracidìo tosto che torni l'aura serena e la dolce stagione.--Allora

e' converrà, che taluno si voti alla salute della Patria. Lo

assista Dio secondo i meriti suoi, e le benedizioni le quali, fino da

oggi, noi gli mandiamo dal cuore: dove (e a pur pensarlo ci tronca lo

affanno) fosse nei fati, che ogni sforzo abbia a riuscire invano a

lui, e a noi desideriamo la morte;--perchè è amaro, oh! è

amaro dopo tanto alito di speranza lasciare scritto per epitaffio da

apporsi sopra la tomba: cercando Patria e Libertà sono morto

«schiavo[1].»

[1] E tanto accadde al conte di Schlabrendof, il quale

svisceratissimo della Rivoluzione di Francia, disperato delle

umane sorti la vigilia della sua morte si apparecchiava il

seguente epitaffio: «civis civitatem quærendo obiit

octuagenarius» _Écriv. mod. de l'Allemagne_.

Lo assedio di Roma · 第 8 / 63 段