terribile divinità?--La Democrazia si compone di anima e di corpo,
quindi abbisogna del pane quotidiano di biada, e d'idee; l'uno senza
l'altro non approda; con le idee sole tu plastichi un solitario, col
solo pane un gladiatore. Napoleone III attese a seppellire l'anima
dentro ad un pane; ed ha sbagliato per molte ragioni, e primamente
perchè le anime non si seppelliscono dentro ai pani, come non si
affogano dentro l'acqua benedetta; e poi perchè veruno al mondo per
quanto potentissimo egli sia può sostituirsi in luogo della
Provvidenza, ed il concetto di bastare al pane di trenta e più
milioni di uomini si reputa infermità da curarsi con l'elleboro;
anco a un milione non lo potrai dare, che scarso, e per tempo non
lungo.--Di vero la Francia con quasi due miliardi di entrata dopo lo
impero patisce un manco nel bilancio di 336 milioni a ragguaglio di
un'anno per l'altro; ed ora di un tratto ci palesa per soprassello un
vuoto di 900 e più milioni. La Democrazia va agitata da istinti
immani, che brancolano come una volta l'Erebo, e la Notte dentro il
Caos prima che l'onnipotente Architetto ordinasse il mondo; dentro le
odierne forme sociali la Democrazia si sente scoppiare, tutto è
dolore per lei, la vita come la morte; così non va bene, bisogna
che muti; ma come mutare? Qui il nodo.--I sapienti almanaccano con
certi sperimenti loro, che chiamano scienza, e i derivati suoi
predicano assiomi, ma poi alla prova nè manco essi ci credono;
arroganza antica di empirici: frai sapienti davvero Socrate ti afferma
nella sua vita avere saputo non sapere nulla, Pirrone dubitava di
tutto, santo Agostino di molto, san Tommaso di Aquino distingueva: i
nostri divini intelletti all'opposto non distinguono mai, di nulla
dubitano, tutto sanno. La Democrazia molto si arrovellò un giorno
per le forme politiche degli Stati suspicando che per colpa, o per
virtù loro ei prosperassero o intristissero; adesso ricreduta alle
forme politiche non bada, o poco ella più che tutto pensa a mutare
l'alveo al fiume della umanità. Che giova nascondere la faccia
delle cose? Nè per ambagi, nè per dinego può farsi che le
cose non appariscano e non sieno. La Democrazia se dal dispotismo
ricavò sempre male, non sempre ebbe bene dalla Repubblica; che
monta regno, e che monta repubblica? Agide e Cleomene Re sentirono
pietà pel popolo, come si commossero per lui Tiberio, e Caio Gracco
tribuni, tribuni e Re rimasero dai conservatori, o aristocratici,
ottimati, moderati, o con quale altro più reo nome voi li vogliate
chiamare, insomma i privilegiati che intendono circondare il
privilegio col terrore delle leggi, e la mannaia del carnefice.
Parecchi ed io con loro confidarono potesse cosiffatta trasformazione
operarsi a mano a mano, e all'avvenante che si abbatteva il vecchio
costruirsi il nuovo: i conservatori, o moderati che vogliamo dire (e
si faceva per loro!) non compresero, o rifiutando comprendere
proruppero in calunnie; e forse quanto divisammo non poteva accadere:
in questo come nella più parte dei nostri disegni abbiamo
conosciuto la verità della parola del divino maestro, che _toppa
nuova su panno vecchio non regge_; grandissima parte di noi in premio
dei travagli sofferti avrà fama nei posteri di trave in mezzo alla
via, ostacolo al progresso della umanità; felice colui di cui le
forze a spingere rinvenute uguali a quelle del respingere passerà
senza infamia e senza lode: fie per noi desiderabile essere stimati
_uomini inutili_.--Il moto, che agita i popoli rigettato indietro,
poichè la scienza non gli trovò lo sbocco, glielo faranno
trovare l'ira, e la necessità. Che aspetto presenteranno gli umani
consorzi dopo gli eventi presagiti? Chi può dire che sarà della
terra dopochè l'avranno solcata le lave dei vulcani?--_Quello, che
deve accadere accadrà_; questa iscrizione si leggeva sopra il
castello di Enrico IV nel Bearnese; sia permesso a me popolano
usurpare la iscrizione del Re.
La Democrazia pertanto, secondo la opinione mia, sforzerà alla
guerra il Napoleonide, ma non lo sovverrà, e nè egli vorrà
essere sovvenuto: oggi costui si trova ridotto a tale, che non può
stare con lei, nè senza di lei: preso pei capelli dalla Democrazia
egli si ostinerà ad ordinare la guerra regia; e la Democrazia sola
è capace di soffiare il vento, che spinge la tua bandiera in faccia
al nemico; cotesto vessillo poi di qua o di là, che sventoli tu
avrai sconfitta o vittoria; però che solo dalla Democrazia puoi
ottenere i volontari, che fuggendo prima a Gemmappe portarono poi le
aquile imperiali per tutta la terra ferma di Europa.--Con chi vorrà
o potrà collegarsi il Napoleonide? E' vi ha chi dice con la Italia,
e con la Russia, e sembra strano che la guerra mossa dagli strazi
della Polonia andasse a finire con la lega della Russia; ma i tempi e
l'uomo ci hanno avvezzi a bene altri contrasti, e te ne persuaderai
solo, che tu confronti la impresa d'Italia con quella del Messico.
Comecchè dunque siffatta lega non s'impugni, pure ne esecriamo il
presagio nè la crediamo per nulla; avvertiamo ad altro. Lega con
l'Austria non sembra possibile, imperciocchè la blandizie insidiosa
del Messico rifiutata[1], palesa il suo animo alieno dalla Francia
del pari che il Congresso non accolto dalla Inghilterra lo dimostra
avverso; e veramente riesce duro a credersi, che l'Austria voglia
scendere in campo per affrancare la Polonia di cui parte ella abbranca
dentro ai suoi artigli; nè a lei talentano davvero le guerre, che
mirano al riscatto dei popoli dalla servitù; lo stesso dicasi della
Prussia su la quale molto ascendente esercita la Inghilterra; nè
vediamo quale sarebbe il compenso della impresa zarosa: forse la
promessa all'una ovvero all'altra potenza della Polonia riscossa di
mano alla Russia; ma chi compra pelle di Orso prima, che sia preso? E
poi qui occorre conquista doppia: prima vincere la Russia, poi la
Polonia. O vorrà il Napoleonide mettersi allo sbaraglio con solo la
Italia, e forse con la Turchia? Quando Napoleone I si avventò
contro la Russia, eccetto la Inghilterra, traeva seco alleata tutta la
Germania, che allo improvviso gli si voltò nemica; sarebbe prudente
che ci si avventurasse Napoleone III con la Germania avversa? Se lo
facesse, la Italia dovrebbe, o potrebbe seguitarlo?
[1] Finalmente Massimiliano accettò, ma l'Austria ingratamente
il sofferse, sicchè il concetto non muta in nulla.
La Italia non può seguitarlo; imperciocchè la Italia e la
Francia portino le pene, quella di non avere preso, questa di averle
contrastato Roma. Roma tolta in tempo di mezzo importava per noi stato
se non perfettamente, almeno quanto basta ordinato: guerra civile
repressa; massima parte di malcontento senza ragione di sorgere, e di
durare; erario non florido, ma nè anco agli ultimi tratti; esercito
intero, e non guasto da battaglie come vuote di gloria così piene
di molto pericolo, e di ferocia, Roma per noi importa la
trasformazione di ventidue milioni di stracci ammucchiati, dentro la
bottega del rigattiere, in un popolo nobilissimo e potentissimo di
ventidue, e più milioni di anime.
La Inghilterra abbisogna in terra ferma di uno stato forte sopra il
quale appoggiarsi, non già per offendere, che non le giova,
bensì per difendersi, cosa a cui molto ella bada; e fin qui ella si
tenne l'Austria, nè le doleva (fosse genio o costume di antica
domestichezza), nel quale concetto mi conferma il ricordo delle parole
del Russell quando confortava gl'Italiani a riporre ogni loro fidanza
nell'Austria _ridivenuta mite_: ma poichè la Inghilterra conobbe
l'Austria dannata ad insanabile decadenza, ella, per quanto ci è
dato giudicare, non era aliena, anzi si prestava volonterosa alla
composizione del regno italiano, come quello che interponendosi tra la
Francia, e la Inghilterra le avrebbe mantenute in pace. Ora finchè
la Italia rimanga satellite della Francia la Inghilterra, sembra a
noi, che sia condotta ad appoggiarsi su la Prussia, ovvero sopra
l'Austria, o sopra ambedue. Se sia provvidenziale o funesto non
sapremmo dire, ma certo egli è che tra Francia e Inghilterra vive
uno spirito, che le sospinge perpetuo una contro l'altra, e dove la
Italia per virtù propria, e per benefizio di fortuna potesse essere
assunta alla dignità di araldo fra loro oltre ad acquistare per
sè novella gloria, e più desiderabile delle passate assai, forse
aprirebbe il varco ad ordine di cose, che fin qui è stato desiderio
di anime innocenti o fantasia di poeti. La Italia poi più che altri
ci apparisce capace a tanto ufficio, imperciocchè da lei _ab
antiquo_ emani aura di civiltà, ed è usa dare alle genti
religione, riti, e nozioni di diritti, le quali cose tanto più
volentieri si pigliano da lei quanto ella sa meglio vestire il buono
con le amabili forme del bello[1]. Veramente l'appetito cieco, massime
da principio, poteva ribellarsi da siffatto arbitrato, ed allora la
Italia accostandosi colà dove la inchinava la giustizia, avrebbe
eziandio con la minaccia della guerra prevenuto la guerra.--
[1] Qui ricordo come certa volta Cammillo Cavour, senza che il
bisogno ce lo stringesse, scappò fuori in Parlamento con le
parole:--egli non amare, nè intendere le belle arti.--Ond'io,
che lo udii giudicai, che nè egli mai avrebbe compreso la
Italia, nè mai l'avrebbe degnamente rappresentata: noi come i
Greci non significhiamo con una parola sola _bello e buono_;
però reputiamo che buono non possa essere chi ad un punto non
sia bello. Chi si avvisa come il morto conte Cavour corre rischio
di scambiare le tre Grazie con le tre Furie.
La Italia sembra a me ridotta a tale, che per sè nulla possa, e se
mai segue la fortuna di Francia lo farà come il grano messo sotto
la mola; vi rimarrà macinata; il perdere di lei è rovina, il
vincere servitù: tuttavia messo da parte la volontà, ma donde
cava ella la potenza per sostenere una politica propria, ed anco per
comparire utile aiutatrice della politica altrui?--La Italia manca di
armi sufficienti alla impresa: la setta empia, che fa cadavere tutto
quello, che tocca, adulando sostiene possederne anco troppe: e
mentisce: ma che monta per lei? Se la Patria avesse a dare il
tracollo, le sue gambe sono già use ad inginocchiarsi davanti al
nemico invasore; use le mani a picchiarsi il petto; e la bocca usa a
recitare il _confiteor_ d'infamia. Mentisce, imperciocchè
l'esercito non sommi bene a trecentomila uomini[1]; cento e più
mila ne sciupano tra la Sicilia, e Napoli; diffalcate gl'infermi, i
presidii, gli addetti alle amministrazioni; avvertite, che tutti ad un
tratto non si possono arrisicare; quelli, che rimangono sopra una
carta, e ditemi poi quanti entreranno sul campo? Che se vi attentaste
scemare i soldati nelle provincie meridionali, e forse anco altrove
con Roma arrotatrice di masnadieri, il Borbone arrovellato per la
mandra rapita, le trame dei sacerdoti iniqui, le ire degli spodestati,
gl'interessi inciprigniti, l'agonia di ricattarsi, e ahimè! la
inerzia altresì, o il corruccio degli uomini liberali, per me
dubito, che correremmo presentissimo pericolo che avvenisse a noi come
ad Uguccione della Faggiuola, il quale mentre esce di Lucca per
ricuperare Pisa arrivato a mezzo cammino perde anco Lucca. Su i
soldati volontari non parmi ci si possa fare capitale, e ciò per
due ragioni; la prima, che il Governo non consentirebbe chiamarli, la
seconda, ch'essi non ci vorrebbero andare. Quanto al Governo una
volta, che con pertinacia stupenda, e spesa enorme li licenziò non
sembra, che senza biasimo potrebbe radunarli da capo, e poi non ci ha
di questi pericoli considerando la perseveranza del ministro della
guerra a sbrattare l'esercito di ogni labe garibaldesca; per ciò
che spetta ai volontari, sicuro occorrono uomini della natura dello
insetto, che non sembra pago dove prima non si sia arso intorno al
lume, ma non crederei che queste voglie si partecipassero dai
garibaldini.
[1] Il Ministro della guerra ha affermato averne di più; lo ho
affermato:...
E quanto ai volontari in brevi accenti mi giovi ripetere quello, che
apertamente già ne dissi altrove, avendo avuto a sperimentarli io.
Importa distinguere tra volontari che non pigliano la ferma dagli
altri che la pigliano; e poi tra quelli che si assoggettano a regolare
disciplina, e gli altri che ci repugnano; per ultimo fra quelli che si
danno e gli altri che ricevono gli ufficiali. Chi non piglia ferma, e
procede senza legge, e si sceglie il capo non mica per obbedirlo
bensì per istrascinarselo dietro tra i cattivi è pessimo.
Ricordai altrove come Gasparo di Coligny grande ammiraglio di Francia,
costretto ad accettare nelle guerre di religione chi veniva veniva
ebbe più volte a dire, che aria tolto a reggere piuttosto una
legione di diavoli, che una compagnia di volontari; ed avverti, che i
volontari del Coligny spettavano la più parte alla nobiltà
campagnuola, mentre i più dei volontari odierni uscivano dalla
popolazione delle città. La elezione dei capitani messa in balìa
dei soldati se dannosa sempre io per me non saprei, ma nuoce certo
negli esordii, però che allora prevalgano gl'imbroglioni, mentre
dopo combattute parecchie battaglie potrebbe darsi, che la virtù
prevalesse. Faceva mestieri pur troppo a non pochi fra i volontari la
provvista quotidiana come di pane, e di carne così di cappotti, e
di scarpe; le armi se invendute nabbissate; nè questo è tutto:
forse in verun corpo come tra i volontari si trovano estremi,
imperciocchè vi accorrano giovani i quali per ordinario possiedono
facoltà di scansare la leva, ed uomini che dell'anima loro non
sanno proprio, che farsi; nè mancano eziandio coloro che tu non
patiresti al tuo fianco, eccetto sul campo di battaglia. E bada bene,
che non sarebbe giusto, nè arguto respingerli, dacchè essendo
mossi da animo buono possono rigenerarsi nel battesimo del sangue, e
se da cattivo ci è il caso, che per via onorata scemino alla Patria
gli umori malsani che la travagliano. Per la quale cosa riesce
difficile maneggiarli prima, e dopo la guerra, imperciocchè
adoperando rigidezza sovente meritata dai secondi, offendi i primi,
mentre se ti comporti benigno rendendo a questi i degni premi,
promuovi con pericolo, e non senza scapito della tua reputazione gli
altri. Nè qui le difficoltà cessano; anzi appena furono tocche
da me; tuttavia pon mente a questo, che se l'arte di governare i
popoli, in ispecie nei tempi grossi, fosse pari a quella d'impagliare
i fiaschi gli uomini di stato si troverieno ad ogni svolta di canto; e
strano medico ti parrebbe colui, che sgomento o imperito a guarire i
mali desse allo infermo di una stanga sul capo per medicina.--E poi le
milizie regolari sono proprio scelte con la diligenza di chi mette
assieme il vezzo di perle alla sposa? importa non buttare legna sul
fuoco, ma davvero, tra lo agitare la camicia insanguinata dinanzi agli
occhi del popolo infellonito, e scolpare ogni eccesso ci fie lecito
domandare qual sia più tristo, e più nocivo alla Patria? Io per
me, quando penso alla rigidità con la quale i Romani punivano ogni
più lieve fallo in fatto di disciplina, non arrivo a capire la
ragione per cui i Governanti nostri nieghino, o scusino colpe, che per
debito sacrosanto avrebbono a ricercare, e a percotere.--Là dove si
voglia opporre, come cessata la guerra riescano carico molestissimo i
volontari, noterò che carico non meno molesto proviamo le milizie
ordinarie: entrambi conservate divorano le sostanze del paese,
entrambi dimesse ti empiono le carceri; in altri tempi quando era
lecito manifestare il proprio concetto passò fino in proverbio, che
la guerra fa i ladri, e la pace gl'impicca. Se oggi la guerra faccia i
ladri non cerchiamo; bene però possiamo dire essere molto
verosimile li partorisca la pace, ed è per questo, che noi
divisavamo un dì trasformare il soldato in agricoltore tirando
partito da terreni incolti, e per salvatichezza malsani; nel quale
disegno ci confermava la necessità di respingere vie via nella
campagna le braccia, che affluiscono nelle città dove le menano il
desiderio di guadagno più largo, o di lavoro men duro, così che
mentre le industrie manifatturiere nelle quali la Italia non può
prevalere patiscono ribocco di cultori, le agricole poi ne sentono
difetto.--
Proseguendo il mio discorso affermo, che la impedita annessione di
Roma al Regno italico ci abbia condotto in termini di pecunia, che
ormai non vedo come ci si possa trovare rimedio, almeno ordinario; ed
anco questo tra gli altri tutti gravissimi è male delle
rivoluzioni, o se pure vuolsi, delle trasformazioni tronche a mezzo.
Per questo caso tu patisci gli strappi del vecchio, e non ti
approfittano i rammendi del nuovo. Adesso la rivoluzione a mo' del
bronzo, squagliato per fondere il Perseo, che Benvenuto Cellini
lasciava improvvido in balìa altrui, ha fatto _migliaccio_,[1] e si
chiede virtù più che umana a farlo liquefare; poichè quando
potevamo non volevamo, adesso ci tocca a volere come potremo, se pure
è volere quello che la necessità ci pone quasi giogo sul collo.
[1] Vita di Benvenuto, Cellini, p. 276.
Quando gli stati o per volontà propria, o per forza altrui operano
rivoluzione o trasformazione patiscono scompiglio più o meno
intenso, tuttavia sempre molesto. Chi va a prova di forza si cava
meglio d'impiccio, almanco pel momento, però che detti la legge
sopra la punta delle baionette. Le sono cose, le quali si devono dire,
che la piaggeria al popolo, codarda quanto quella, che usiamo verso i
re, torna agli stati più funesta assai: i Tedeschi invasori
incutendo paura radunavano più agevolmente moneta, che non poterono
i nostri Reggitori quantunque santissimi. Corrotti siamo fino al
midollo, e con la perpetua iattanza di civiltà veliamo la
putrefazione nostra a mo', che si usa coprire col tappeto di velluto
ricamato di oro il cadavere quando si porta al camposanto; non l'amore
di Patria, bensì il terrore del bastone straniero fabbrica la
chiave onde si aprono gli scrigni di questo immenso ghetto, che la
gente moderata appella Italia.
Ai Rettori delle rivoluzioni volontarie fanno mestieri sagacia grande,
e virtù: importa ch'ei procedano lieve, lieve, che le carni sono
scoperte e per poco s'infiammano, ed io ho creduto sempre, e tuttavia
credo, che le regole generali, e le teorie della scienza sul principio
delle rivoluzioni non approdino, anzi nocciano, e molto: a guidare gli
esordii delle rivoluzioni, per mio avviso, si desiderano uomini ricchi
di partiti; i quali nella moltitudine delle contingenze o varie, o
discordi, o contrarie si schermiscano con rimedii empirici, sempre
mirando a disporre la materia così, che un giorno accolga
volonterosa l'ordinamento scientifico.--
Non si vuole negare, nè io già lo nego, come in siffatti negozi
riescano più agevoli i consigli, che i fatti; quando di teorie fu
mai penuria? Le pratiche sempre proviamo corte ai bisogni; poichè
con le rivoluzioni volontarie non puoi valerti di sevizie, e potendo
non lo dovresti; nè giovando andare loro di contro col prezzemolo
al naso, a qual santo votarci noi non sappiamo.--Io l'ho pur detto
sopra, di regole generali non hassi punto a fare parola; voglionsi
uomini ricchi di partiti; e rimedii lì per lì escogitati ed
apposti; nè solo in fatto di moneta, ma sì in ogni altro
argomento politico mi apparve sempre inane e peggio mettere fuori
quelli, che ai giorni nostri chiamansi _programmi_; e se anche io gli
adoperai consentii piuttosto all'andazzo del tempo, che ad una mia
persuasione; di vero se essi contengono generalità non rilevano,
anzi sovente ingannano e la corda filata con la canape repubblicana
non ti strozza meno stretta della fune tirannica; indicare poi rimedii
speciali senza il caso di doverli applicare egli è un'ammannire
cerotti prima, che il fignolo nasca. Se Casimiro Perier, o Cammillo
Cavour tornassero al mondo e mi squadernassero in faccia un manifesto
da disgradarne ogni più sterminata dichiarazione dei diritti
dell'uomo, uccello accivettato io non cascherei sul vergone; che se
all'opposto venisse un Washington, o un Kotschiusko, o un Bolivar, od
altro divino spirito, onore di questa natura umana, e dicesse senza
più parole: «in me confida» io gli porrei il capo in grembo.
Capisco, che a questo modo corriamo pericolo grande; e sarà sempre
un bel civanzo poterne fare a meno; ma quando non si può, _Siena
per forza_[1].
[1] Questo modo proverbiale nasce dal costume praticato dai vari
municipi toscani di presentare l'offerta a Firenze nella festa di
S. Giovanni; la quale accadeva così: un banditore sotto la
loggia dei Lanzi chiamava per ordine di precedenza le città; i
deputati delle quali dopo avere risposto si facevano innanzi a
deporre la offerta: ora essendo stata chiamata Siena dopo il
conquisto di Cosimo dei Medici, i rappresentanti della medesima
incapaci a reprimere il rancore esclamarono: _per forza_. Il
popolo conservò la memoria del successo, e ne compose un
proverbio. Se a cotesti tempi costumavano i Giornali non avrebbero
mancato assicurare che i deputati di Siena avevano risposto allo
appello con grida _frenetiche_ o per lo meno _entusiastiche_.
_Tamen_, per dirla a mo' del Macchiavello, due partiti fino d'ora si
possono annunziare; il primo consiste appunto nel liquefare il
_migliaccio_ rivoluzionario crescendo il fuoco come adoperò il
Cellini col buttarci sopra la catasta dei quercioli _secchi da più
di un'anno_, che gli aveva offerto madonna Ginevra moglie del
Capretta; e quando il metallo cominciasse a _schiarire_, e a
_lampeggiare_ gittarci sopra anco il pane dello stagno, e dopo il pane
piatti, scodelle, e tondi di stagno quanti ne fossero in casa[1].
Molti lo hanno accertato prima di me, ed io più volte lo dissi e lo
affermai: a volere che gli uomini sentano, ed operino eroicamente fa
mestieri agitarli; la quale sentenza vera in ogni condizione del
consorzio umano, comecchè meno imperfetto, torna a capello nella
infelicissima del nostro. Le cose oggi sono ridotte a punto, che non
farebbe maraviglia se il primo grido dei pargoli a mezzo usciti
dall'alvo materno fosse: «quanto per cento mi assicurate per
vivere, se no torno dentro....!» La Patria diventò un commercio,
la Libertà un'affare, _respublica negotiosa_ come ai tempi della
decadenza romana: la più parte degli uomini, guardateli bene,
portano segnato il prezzo tra ciglio e ciglio, come i bauli, le
sacche, i ninnoli, ed altra siffatta roba vendereccia nelle botteghe
dei mercanti, con la differenza, che su questi ci si legge: _prezzo
fisso_; su gli altri no, però che il valore cresca, o scemi
secondochè sul mercato vi sia maggiore o minore richiesta di
viltà.--A rischio di riuscire sazievole io vo' ripetere, che,
battendo alla porta dello Interesse, ei non può darti altro, che
uccellatori di strade ferrate, o di appalti, o di cariche, o di
gladiatori per dodicimila franchi all'anno, o legislatori per tremila
franchi al mese, soccorritori della Patria al _saggio_[2] del venti
per cento l'anno, o impresarii di tempii dedicati a Venere
_pandemica_, o nobili offerenti a conquistarti col grimaldello in
mano, e mercè il premio di seicentomila franchi una corona[3], che
male si piglia e peggio si tiene se non per virtù di spada, o
fornitori di pompe funebri, o scorticatori di capretti, o conti
Bastogi.
[1] Cellini, loc. cit.
[2] Laggiù tra i Piemontesi dicono tasso. Ci siamo arrangolati a
capacitare cotesti buoni fratelli nostri come qualmente il _tasso_
sia una _bestia_, che dorme assai, di cui occorrono due specie
_tasso cane_, e _tasso porco_, il quale è anco buono a
mangiare: gli abbiamo avvertiti altresì, che il _tasso_ è
un'_albero_, e tutto invano; _tasso_ in Piemonte significa
_saggio_, _pro_, _interesse_, _frutto_, _ragione_, e _cambio_, per
la quale cosa, ed in virtù della _egemonia_ piemontese si hanno
a tirare in mezzo di strada tutte quelle parole italiane vecchie,
e valerci di questa piemontese nuova. E già parecchi Toscani
con docilità non mai commendevole a bastanza nelle _splendide_
scritture, e dicerie loro bellamente l'adoperano.
[3] Quanto qui adombriamo adesso è oscuro. Il tempo lo chiarirà.
E strana cosa, mentre così si ragiona, ed opera da cui dovrebbe con
gli atti porgere esempio imitabile al popolo riarso, estenuato, e
reietto, che in onta all'eccessivo travaglio tira l'anima co' denti,
gli s'intronano gli orecchi gridando: «la Libertà è cara,
bisogna pagarla.... Ma, il popolo esclama, dove si trova ella questa
Libertà per la quale assottiglio il pane alla mia famiglia, e do il
sangue dei miei figliuoli?--Io la conosco come i dannati la gloria del
paradiso. Voi sempre in cima, io sempre in fondo, voi sempre gaudenti,
io sempre tribolato. Per me intendo Libertà quella che mi accerta
vita men dura, e mi leva dall'angustia dell'ignoranza: questa amo, e
per questa patirei ogni disagio: la vostra di povero mi ha fatto
misero. Per farmi vedere maggior lume voi mi ardete la casa.--Voi
bandite inclito versare il sangue per la Patria, ma riscattate il
vostro a suono di danaro; i miei figliuoli vanno esenti ad un patto,
ed è, che per manco di cibo, o per troppo di fatica vengano
sparuti, o cresciuti si guastino. Qui si lapida adesso la umanità
co' nomi, e con le apparenze generose si crocifiggono i popoli, la
concordia significa tradimento, ordine la morte, libertà servaggio;
come altra volta la misericordia era un coltello, e con un _va in
pace_ si mandava giù l'odiato innocente per un trabocchetto.»
Guai allo stato, ed a noi tutti guai se il popolo, confrontati i mali
della tirannide con quelli della falsa libertà, un giorno brontoli:
«torni il tiranno, almanco egli mi saziava la fame!»