Non osaste, e sta bene; ma perchè a me sì, e a lui no? Dunque
non camminate nelle vie della giustizia; voi adoperate due pesi e due
misure; ma troppo voi ardite di più, che mentre rovesciate contro
la memoria del padre mio parole ardenti da disgradarne la lava del mio
Vesuvio, voi rubereste i raggi al sole per circondarne la tomba del re
Carlo Alberto; voi consumaste per celebrarlo ogni metafora panegirica,
la favella nostra giace rifinita pel saccheggio degli aggettivi
encomiatori sbraciati su la memoria di lui. La pietà e la modestia
dovevano essere poste custodi a cotesto sepolcro: voi ci metteste la
menzogna e la provocazione. Chi fosse il re Carlo Alberto io
vergognerei desumerlo da gente vendereccia di cui la coscienza si
acquista a un tanto la canna; guardimi Dio da tirare innanzi il
giudizio di uomini stranieri, o a me devoti: mirate, io vi squaderno
davanti agli, occhi tre testimonianze de scrittori piemontesi, tutti
reputati uomini retti, comecchè zelatori di massime fra loro
diverse, e ministri suoi; le quali scritture essi dettarono non pure
mentr'egli viveva, ma altresì quando l'anima di cotesto re riparava
sotto il manto del perdono di Dio, e di quello degli uomini: potendo
più in taluno di loro l'amore del vero commecchè con certezza di
tornare sgradito, per la piaggeria provvisioniera di tristo pane, e
d'infamia. Prima il conte Santorre Santarosa morto per la libertà a
Sfatteria: quel desso Santarosa, ad onorare la memoria del quale
mercè povera lapide, ora il Piemonte tardamente pietosa va in volta
a razzolare con pena pochi danari, il Piemonte, che dianzi si votava
le tasche di rincorsa per erigere al morto conte di Cavour monumento
regio:[1] mirate qui vi narra come il principe di Carignano Carlo
Alberto acconsentisse alla rivoluzione del Piemonte, la quale doveva
accadere nel giorno otto marzo 1821; il dì innanzi, ecco correre
una voce nefasta: Carlo Alberto avere disertato dalla bandiera; ed era
vero; tuttavia ei rampogna i congiurati di poca fede sicchè tornano
a deliberare il movimento, e nondimanco mentre Carlo Alberto
assicurava i congiurati del suo consenso pienissimo spediva ordini, e
disponeva le cose per modo da rendere impossibile qualunque atto a
Torino esponendo a pericolo mortale il Santarosa ed il Collegno! e fu
tiro cotesto, che a parere del Santarosa, potrebbe qualificarsi
perfido, ma ch'egli, discreto, desidera piuttosto attribuire a
naturale ambage della indole di lui.--Considerate attenti il libro del
prode Santarosa: Carlo Alberto il giorno 13 marzo annunzia la
costituzione dalle finestre del palazzo, il 14 la giura..., accorsi i
Milanesi a profferirgli di buttare all'aria la Lombardia, gira nel
manico, e si tira indietro, onde al conte Santorre tocca dire:
«dov'era andata allora, o Principe, la smania antica di liberare la
Italia dallo straniero? Donde in voi siffatto mutamento? Forse,
l'ardire si destava in voi quando la occasione di adoperarlo era
remota, e cagliava avvicinandosi?» Il rifiuto del re di ricevere
Lisio, Santarosa, e Collegno si giudica come difetto di cuore a
sostenere i liberi sguardi di tre animosi cittadini, mentre forse fin
da quel punto gli stava fisso nella mente il pensiero di tradire la
Patria.--Se in vece di Villamarina prepone al ministero della guerra
il cavaliere Bussolino, sì il fa: «perchè con la scelta di
uomo meritamente riputato lealissimo da tutto il partito
costituzionale ei si lusinga celare meglio i disegni nefari.» E
già la Costituzione era abbandonata dal suo capo spergiuro, quando
interrogato dal ministro dello interno circa le voci sinistre, Carlo
Alberto le ributta sdegnoso come contumelia plebea; poi dà la posta
dell'ora pel giorno veniente al ministro dello interno e ad altro
collega, per negoziare intorno alle faccende di stato; e nel fitto
della notte si fugge conducendo seco le guardie del corpo,
l'artiglieria leggera, i cavalleggeri di Savoia, e il reggimento
Piemonte reale cavalleria; che se domandi (così sempre ragiona il
conte Santarosa) per quale causa egli rifuggisse da mettere in
esecuzione con le proprie mani il meditato tradimento, così bene
ordito da lui, per me giudico, che a Carlo Alberto mancasse fino il
coraggio di fare il male, coraggio del quale confesso che non
difettava la buona anima del padre mio; all'opposto, egli ne aveva
anco di avanzo.--Carlo Alberto invece, valicato il Ticino, andava in
sembianza di profugo a gittarsi nelle braccia di un governatore
austriaco, il quale lo accoglieva coll'oltraggio, che a me piglia
rossore di rammentare[2].
[1] I Piemontesi hanno sofferto in pace che il conte Santarosa per
bene 39 anni di altra lapide non fosse onorato, tranne quella che
gli pose la pietà del francese _Fabvier_; il _Cousin_, uomo
insigne nella politica, nella letteratura, e nella filosofia ne
scrisse a Maurocordato facendogli sentire quanto disdoro sarebbe
venuto alla Grecia dalla ingratitudine verso la memoria dei
generosi, che avevano dato il proprio sangue per la sua
libertà; non gli rispose neppure...! Più tardi il Colonnello
_Fabvier_ compiva l'onorato ufficio: alla bocca della Caverna dove
la fama narra rimanesse ucciso il Santarosa da un rinnegato
maltese, pose un'umile monumento con questa iscrizione: _Al conte
Santorre Santarosa qui ucciso il 9 maggio 1825_.
Però non ricordo questo per maledire ai Piemontesi, chè noi
pure contristano colpe inespiate: peccammo tutti; e qui in Toscana
giacciono senze onore le ossa di Francesco Ferruccio... eroe
popolano di cui la virtù e il nome empiono di sgomento i
moderni _palleschi_. Colpevoli tutti, compassioniamoci, ed
emendiamoci. Gentil sangue latino, gitta de le le turpi some, che
ti hanno tolto memoria, e affetti, e senso di grandezza, e perfino
l'odio contro la servitù domestica e straniera.
[2] È noto che il conte Bubna presentando Carlo Alberto
all'arciduca Ranieri adoperasse queste parole: «ho l'onore di
presentare a vostra Altezza imperiale e reale, il re d'Italia.»
Prima di lasciare il libro del Conte Santarosa mi sia permesso
cavarne due notizie, a mio parere utilissime pei tempi che
corrono: la prima è, che Antonino Foa, vescovo di Asti, avendo
recitato certa pastorale per indurre i suoi diocesani alla
osservanza della costituzione, appena restituito il governo
assoluto, fu preso e messo in prigione dentro un Convento di
Cappuccini, donde non potè uscire senonchè ritrattandosi;
della quale cosa tanto si accorò, che indi a breve cessava di
vivere. Nè Roma aperse bocca allo strazio che si menava del suo
antiste, amico della libertà dei popoli, mentre empiva di
querele il mondo quando fu chiuso in cittadella, e poi mandato in
esilio l'arcivescovo Franzoni, avverso ostilmente alla Patria,
alla libertà, ed alla monarchia.--
E poichè io reputo debito strettissimo di ogni cittadino
cogliere ogni occasione per conficcare bene nel capo al popolo
come in ogni tempo, non si sa, se più nocessero alla Patria, o
i Preti, o i Tedeschi, o i Moderati; e questi oggi abbiamo tutti e
tre sul groppone con l'aggiunta del quarto; metterò qui le
parole di coteste insigne cittadino, qual fu il conte Santarosa,
le quali si leggono a pagine 80 del suo libro della Rivoluzione
piemontese del 1821, intorno ai _mezzani uomini_ questi i quali
ingegnandosi accordare gl'interessi di partiti opposti
_secondavano la indolenza di un governo per sè stesso inetto,
irresoluto, ed inclinato alla rea politica del guadagnare tempo,
tanto fatale in momenti di rivoluzione, che perde i popoli, e
chiama loro sul capo le maledizioni di cui n'è autore o
seguace_.»
Della cattolica chiesa Carlo Alberto zelatore quanto mio padre; e
più, però che egli sendo dotto in lettere la difendesse con la
penna mentre a Ferdinando, buon'anima, mancò la possa non la
voglia; e di ciò fa fede quel perfetto gentiluomo del conte
Clemente Solaro della Margarita di cui il _Memorandum_ in mezzo al
diluvio dei libri satanici galleggerà, pari all'arca santa, fino
alla consumazione dei secoli; di vero si ricava da lui, che Carlo
Alberto dopo avere dettato un libro di riflessioni storiche, lo
facesse stampare; non so poi per quale cagione ne ritirasse le copie,
eccetto una sola, che mandò in dono al cardinale Lambruschini, il
quale esaminatala a dovere, trovatala conforme al suo cuore, assai la
commendò; Gregorio XVI a cui ne fu data parte ne faceva le stimate;
e stette a un pelo di segnarlo sopra l'albo dei santi... ma poi se ne
trattenne.
Dal tratto che corre fra il 1821 e il 1847 io non rimoverò la
tenda, che lo cuopre: la è pesa di sangue grommato, nè vo'
bruttarmene le mani, almanco senza profitto; e poi la reverenza regia
mi preme come avrebbe importare altrui; non siamo tutti re? D'altronde
ne vanno piene le storie dei tempi. Parliamo del 1847, che lo colse
mentre, con altri _nati in Arcadia_[1] si godeva ministro il buon
Solaro; ora questi nel suo celebre _Memorandum_ stampato proprio a
Torino nel 1851 ci afferma essere stato il suo adorabile padrone
tenace profondamente della regia potestà, ossequentissimo alla
santa madre, la Chiesa cattolica, appassionato della indipendenza
italiana, la quale (intendiamoci bene) a dire del conte ministro, dal
suo adorato Signore ponevasi nello estendere quanto meglio per lui si
potessero i proprii dominii[2]: in omaggio al diritto divino, ed alla
esaltazione della Chiesa protesse Don Carlos nella Spagna, la Duchessa
di Berry in Francia, i Gesuiti da per tutto spendendoci attorno fiore
di moneta, anzi per fine tanto lodevole s'indebitò.--Quando temè
essere aggavignato dalla necessità, e non lo era, prese a
tartassare, Dio lo perdoni, il beato Padre, ma ei lo fece per non
perde; credito presso i liberali, e potersi avvantaggiare di loro
nella prossima guerra, vinta la quale, e messo al largo proponeva
convertirli tutti non senza speranza di riuscita, quando poi gli
fossero tornati corti i presagi gli avrebbe spenti in pena della
ostinazione loro. Di qui tu hai la chiave per capire la causa, onde
gli aiuti francesi furono ricusati, le dimore in Lombardia, la
repugnanza dalla Venezia; quindi l'astutezza non mai commendata
abbastanza di mutare regia la guerra nazionale, e la giusta paura
gliene scappasse dalle mani il governo, paura, che anco il mio augusto
genitore partecipò col miscuglio di una seconda paura, e fu questa:
che dei tre esiti della guerra tutti e tre gli approdassero a
rovinargli un picchio tra capo e collo; imperciocchè, il mio
augusto genitore, dando le spese al suo Cervello, faceva il conto
così: se gli Austriaci ci zombano perdiamo egli ed io; così, del
pari se la rivoluzione ruba la mano a lui, dove sbatacchierà me,
non lo so nè manco io; ecci il terzo caso, che ei vinca, e allora
ei vincerà per se non per me, e potrebbe anco darsi contro me; per
le quali ragioni e cagioni se il padre mio richiamò di un tratto la
sua gente, non sembra che deva poi scomunicarsi in cera gialla.
[1] _Arcades ambo_.
[2] _Guercia unità di un Piemonte ingrassato_. _Ferrari_.
Discorso al Parlamento sul Trattato di Commercio.
Di qui la chiave della Venezia derelitta, dei passi delle Alpi
lasciati aperti, e i Romani, e i Toscani non soccorsi, quelli nel
veneto, e questi nel mantovano, e le pratiche avvenute con l'Austria
per la cessione della Lombardia. Nella medesima maniera si
giustificano le diffidenze non mai troppe, e i timori plausibili
contro la parte repubblicana; si spiegano le mirabili fortune della
impresa, che dicono perduta per colpa, e arebbono a dire, per senno
del Re, il quale aombrava meritamente della repubblica troppo più
che dell'Austria, perchè con questa poteva guadagnare terra, alla
più trista non perderla, con quella perdeva tutto di certo[1].
[1] Anche il Conte Solaro intorno ai Moderati pronunzia sentenza non
vera in tutto, perchè fra i partiti estremi niente osta, che
possa intercedere un partito, che prosegua la libertà accettata
la monarchia costituzionale come magistratura suprema, ma per
ciò che concerne i moderati giustissima: «i moderati nel
concetto dei savii sono da meno di coloro cui rimproverano toccare
gli estremi delle opinioni. Negli estremi possono incontrarsi la
fede e la gagliardia; presso i neutri non trovi nulla di che valga
a salvare una causa, o promovere un principio: strana miscela di
libertà, e di dispotismo; la prima, nelle loro mani conduce
diritto alla licenza, il secondo, alla tirannide.
Rimarrebbe l'abate Gioberti, che stette ministro presso al trono di
Carlo Alberto fino alla vigilia della battaglia di Novara, ed un tempo
gli procedè piuttosto sviscerato che amico; ma ciò che lasciò
ire cotesto benedetto abate nel suo _Rinnovamento_ a bocca di barile
contro Carlo Alberto, senza ritegno, nè pietà della tomba appena
chiusa sopra la salma del misero Re, io non ricorderò: molte
pagine, adopera contro la sua fama, nè già credo io; maggior
virtù avrebbono esercitato due moggia di calce viva contro le ossa
di lui.--Lasciamo i morti in pace; certo, chi soffiasse dentro le
ceneri del mio genitore, correrebbe risico di accecare senza cavarne
una favilla di virtù; ma domandate alla morte, che le pesa tutte
nella sua mano, qual divario corra tra la cenere di un re e quella di
un'altro.--Contro tutto questo, che vorrete opporre? Abbiamo creato un
popolo! Per noi tornò la Italia se non donna di provincie, di sè
signora; e rotte le catene antiche oggi siede venerata e temuta nei
concilii dei Re!.... Se questo avete fatto, chino il capo e venero il
decreto, che nella onnipotenza loro bandirono i popoli e Dio....
Queste ed altre cose, che vanno diffondendo nel popolo della Italia
meridionale il Re di Napoli e i fazionarii suoi, non vere tutte, nè
le vere a quel modo, e nondimanco poniamo le fossero vangelo tutte, a
che montano? Anco a lui risponderemo in tempo debito, pure per
impedire, che lo indugio pigli vizio, con parlare succinto
consideriamo, elle di questo il popolo sa niente, ed è con lui, che
bisogna fare i conti, o co' delegati suoi. Delle colpe delle quali o
per forza, o per fraudo, o per arte, o insomma, per volontà non sua
egli porta il peso, male si domanda ragione al popolo, anzi ne cava
argomento ad esercitare, liberissimo le sue facoltà. Chi dei due fu
prima, re, o popolo? Certo il popolo. Veruno finquì ci mostrò lo
instrumento in virtù del quale un popolo consenti a diventare
gregge _perpetuo_ di un membro, ne sempre il meglio, di sè; dove
anco ce lo mostrassero, come l'uomo potrebbe alienare la libertà
sua, datagli da Dio in presto, affinchè gliela renda insieme con
l'anima? Donde cava l'uomo facoltà o diritto di obbligare le
generazioni che gli succederanno in perpetuo? Egli, di cui la vita
dura quanto un battere di palpebra, l'uomo, pugno di terra che si
anima quando la Provvidenza lo piglia per buttarlo più in là
sopra la terra, e muore mentre ch'ei passa da un punto all'altro; la
vita dell'uomo che è mai se non una corsa verso la morte? Dicono,
non so se vero, che la lingua ebraica non conosca presente, bensì
verbi passati, o futuri, dacchè la parola, volata appena non ti
appartenga e il battito del polso non anco compito è fuori di te.
Le eredità gravose o ripudiansi, o accettansi sotto benefizio
d'inventario... e questa tra tutte miserabile, come quella che mi lega
la servitù devo accettare per forza? Finchè le colpe del popolo
porgono alimento alla dominazione, durano la signoria e il servaggio,
stato non solo fuori, ma sì contro natura; espiate le colpe il
popolo riassume la libertà come, secondo la nostra fede il
peccatore dopo il sacramento della penitenza torna in grazia di Dio.
Qui dentro sta il diritto, e fra tutti sacrosanto, del popolo ad
ordinarsi, potendo, come meglio gli torna, e a preporsi chi gli
talenti. Separate il nostro Eletto da qualsivoglia origine, dove non
teniate ben ferma questa, suo padre fu il suffragio universale, sua
madre la volontà popolare: Re per la grazia di Dio, e secondo della
Sardegna altri lo salutò; per libera elezione di quanti fummo
Italiani a votare, Re d'Italia, e primo lo salutiamo noi.--
Necessità ultima di avere Roma, lo Imperatore dei Francesi: di lui
parlammo, e di lui parleremo, finchè chiarite prova le parole
inani, sorga chi chiami la Italia a generose risoluzioni, e degne in
tutto di popolo grande. Quanto a me giudico, che l'argomento onde
possa non solo ma debba spiegarsi meno cotesto uomo sieno le sue
parole: e' ci ha chi afferma veruno in Francia procederci più amico
di lui; e ciò muove da levità, o da ciurmeria, imperciocchè
se costui accenna ai singoli Francesi risolutamente lo sostengo falso,
e se piuttosto alla nazione intera, tu considera come un'uomo
straniero, che trapassa su la Francia come la rondine cacciata dalla
stagione iniqua, sia da tanto da conoscere la Francia; la rondine, che
passa acchiappa insetti, non già il senso dell'anima di Francia:
che se per Francia s'intendono gli attrezzi i quali stanno dintorno a
qualunque trono, e vestiti di panno paiono persone non si nega; ma si
mette in sodo, che soprastare a loro piccolo guadagno ne caviamo noi.
Quando i potentati di Europa rovesciaronsi contro il primo Napoleone,
quasi fiume ingrossato da molti torrenti, l'Austria parve avversario
più mite degli altri, ma ciò non la impedì di spogliarlo
più e meglio degli altri, nè insieme con gli altri conficcarlo
sopra la rupe di Santa Elena.
Con Napoleone III teniamoci ai fatti, e questi sono amari. Affermano
com'egli accolga dentro la sua mente consigli reconditi, ma se la sta nel
modo che la contano, come lo sanno essi? Se pure fosse così, chi troppo
l'assottiglia la scavezza, sicchè quei suoi concetti, sprofondandosi
tanto; veruno li vede; gli atti esterni poi così appaiono
contradittorii, che il giudizio ne scende contrario alla proposta. A bene
considerare e' sembra che il mondo morale si disgreghi, ed il Padrone
della Francia nello intento di riordinare per sè crebbe il caos. Avendo
egli offeso la democrazia, e di lei paventando, nè potendone fare a
meno, da un lato suscita in lei gli appetiti della materia, dall'altro
studia mortificarne lo intelletto consegnandolo in mano al prete; in qual
modo ei raccattasse il prete, ho esposto di già; nè direbbe il vero
chi lo negasse, imperciocchè abbia veduto io medesimo sovvenire i
Gesuiti con la pecunia propria dello Imperatore... e fu come ingrassare
l'ortica col guano; quasi che le erbacce lasciate a sè non prolifichino
anco troppo; a questo modo operando egli immaginò logorare la
democrazia con la beghineria, e lo interesse, a quel modo stesso, che
vediamo consumare un diamante contrapponendogli un'altro diamante: simili
contrapposti, non nuovi in Francia, anzi antichi, e sempre funesti, si
reputano trovati d'ingegno acuto e la storia chiarisce che derivano da
lassezza di mente; e' sono rappezzi per ischermirsi dalla molestia del
minuto, non già disegni per edificare nel tempo; aggiornano i mali
forse rimediabili subito, cronici poi, sicchè più tardi irrompono
sovvertitori di stati. Così Caterina dei Medici mentre dondola tra
Ugonotti e Cattolici consuma tutta la sua figliuolanza nell'antitesi
pericolosa; le industrie, che ella adoperò, ed altri glorifica argute,
mentre erano perfide, per conservare il trono alla sua famiglia
approdarono a trasmettere il trono dei Valesi nei Borboni, e la notte di
San Bartolommeo, tramata per la strage di tutti gli ugonotti, mise capo a
tirare sopra la Francia un Re ugonotto.--Ancora le storie di Francia!
levano a cielo Enrico IV, nè il mio compito mi conduce a contendergli
le buone doti che gli attribuiscono, però parmi potere affermare, che
fu basso pensiero quello, che lo spinse a cedere la sua fede pel trono,
insegnandomi la storia come le basse voglie nei reggitori dei popoli
spesso sieno colpe, e sempre errori; in questo io lo pospongo al popolano
che non avrebbe renunziato alla sua amante barattandola con Parigi:[1]
rendendosi cattolico, nè volle, nè potè opprimere i suoi
correligionari, e se da un lato frequentava la messa, dall'altro si
governò co' consigli del Sully. Qualunque fosse la sagacia del metodo
di regno, sbagliava nel principio, dacchè ormai la fede religiosa
diventata pretesto, ovvero confusa con fini politici e mire di ambizione,
si era intrisa nel sangue ed infamata con mortalissime fraudolenze: non
pace ormai sperabile, nè tregua; la quiete apparecchio alle armi, il
furore non mancava mai. Se fossero prevalsi gli ugonotti si sarebbero
ricattati; superando i cattolici vennero la revoca dell'editto di Nantes,
le stragi, gli esilii spontanei o costretti, le industrie trasmigrate
altrove, e le ingiurie alla fortuna pubblica, donde in breve il tracollo,
il malcontento, l'aperto tumulto, la rivoluzione scapigliata, e il
nabissare della monarchia dentro la voragine che si era aperta con le
proprie mani.
[1] Corre fama ch'egli dicesse: _Parigi vale una messa_: ora antica
si conosce una canzone nella Francia, che suona a un di presso
così: cito di memoria e domando venia per gli svarioni.
«Si le Roi me donnait Paris sa grande ville Pour quitter ma mie, Je
lui dirais: Tiens-toi Paris J'aime mieux ma mie, O gai J'aime mieux ma
mie.»
Su ciò considero, forse le parole attribuite al Re voglionsi
riputare fandonia, e la canzone attesta la fantasia del Poeta, non
altro; sarà così, ma credonsi universalmente le parole del
Re, e l'abnegazione dello amante, epperò la coscienza pubblica
mentre stima per interessi capace un Re a ripudiare la sua fede,
giudica incapace un popolano a renunziare per interesse il suo
amore.
Col sistema di antitesi per gittare durevole il fondamento al regno
della sua stirpe, io vedo Napoleone avvilupparsi dentro una rete di
contradizioni, che ad ogni istante più lo stringe alla vita. La
guerra contro la Russia fu bandita a nome della civiltà, e smussate
appena le ugna all'orso si tira indietro salutandolo civile; nè
quella la causa della guerra, nè della pace questa: causa vera
dell'una come dell'altra stringergli con la mano della Francia forte
la zampa, e fargli sentire, che lui aveva a sopportare nel concilio
dei Re: di ora in poi come non iscritti gli sgraffi, che l'orso russo
aveva, in luogo di firma, messo sotto i trattati del 1815. Pari
intento il Napoleonide si propose e conseguì nella guerra d'Italia;
lui sentano, e lui tremino i Re per rinnovare insieme la catena
dell'autorità al genere umano; l'Austria si penta avere disprezzato
il nuovo, e tradito l'antico Napoleone: perchè aborrirli parenti?
Non li battezzarono signori la violenza e la frode? Quale altra
origine ebbero i superbi imperiali della casa di Asburgo? Di vero,
come altramente intendi la sua scesa in Italia? Il bando di
affrancarla intera, e il vanto di piantare la bandiera da per tutto
dove ci fosse a proteggere una causa di civiltà, e poi chiamarsi
contento di una provincia sottratta agli artigli dell'aquila
imperiale, e la sollecita pace?--Peggio poi, se confronti questi suoi
atti con lo avventuroso valicare dell'oceano, e con tesoro
inestimabile e sangue generoso di Francia, sommettere uno stato per
farne dono a quella stessa casa da lui sbattuta in Italia? Certo,
riesce troppo arduo penetrando nel riposto animo dello Imperatore
pescarvi disegni di universale civiltà; all'opposto torna destro
supporre, che la repubblica democratica, anco in parte di mondo da noi
rimota, fosse un grande stecco negli occhi di lui: come mi parve vero
che la libertà dove non sia attecchita da per tutto (non fa caso se
più o meno secondo la natura degli uomini e la condizione delle
cose) non possa durare, così troppo più reputo vero, che nè
anco il dispotismo si mantenga, se da qualche spiraglio penetri raggio
di libertà.--Come qui in Europa campione di sovranità di popoli,
ed in America strozzatore di quelle? So bene ch'egli, e i suoi con
parole solenni lo negano, ma oggimai le sue proteste per la pompa
della gravità loro si convertono in argomento di giocondezza per le
brigate; almeno per noi Italiani apparisce così, imperciocchè
nei varii popoli varii la materia del riso; presso i nostri poeti
berneschi ella consiste nel vestire di forme e di parole gravi
concetti burlevoli.