ventura fratello del Cardinale Viale Prelà, autore del famoso
concordato con l'Austria, favellando meco sovente con assai garbo, mi
mostrava il partito miserabile, che i Preti di Roma in ogni tempo
confondendo le cose dello spirito con le materiali, procacciassero ai
proprii interessi sia mediante l'abuso delle metafore, sia con lo
equivoco dei traslati, sia con qualunque altro argomento tornasse loro
più a grado; nè solo ne favellava, ma sì ne volle l'ottimo
cittadino lasciare ricordo stampato nel suo libro dei _Principii delle
belle lettere_: «dallo abuso delle parole, egli ammonisce, di
leggieri si trapassa allo abuso delle idee, ed anco alla pravità
delle opere; così, dagli appellativi di gregge, di pastori e
simili, attribuiti ai cattolici ed ai sacerdoti loro, ne scappò
fuori la conseguenza che la Chiesa possedesse il diritto di ammazzare
gli eretici, i quali, a mo' di lupi le insidiavano il gregge; di
fatti, il gesuita Salmeron oltre questa, non porta altra ragione per
mettere la mano nel sangue: _lupos interficendi, idest corporalem
vitam hæreticis auferendi_. Narrasi che in Inghilterra alquanti
congiurati si peritassero a minare, e buttare in aria il parlamento
dov'essi annoveravano non pochi parenti ed amici; desiderosi pertanto
di porsi in quiete la coscienza consultarono il padre gesuita Gametto
sul quesito se fosse lecito senza commettere peccato sobbissare una
_torre_ dove tra cento nemici occorressero otto o dieci amici; e il
gesuita che aveva subodorato la trama, rispose: sicurissimamente
poterlo fare, e senza uno scrupolo al mondo; dopo ciò, non
istettero più dubbi come quelli che per traslato erano usi chiamare
il palazzo di Westiministere la _torre dell'eresia_.--Altro esempio
calzante, è questo altro; nelle controversie lunghe e terribili tra
il papato e le corone, circa le investiture, la Chiesa misusò
fellonescamente delle parole _adulterio, sacrilegio_, ed altre cotali,
fondandosi sopra il testo delle Scritture:--la Chiesa è sposa di
Gesù Cristo.--e su l'altro: io ho detto a voi sacerdoti: voi siete
dei, da ciò, per linea retta perpendicolare nella geometria della
Chiesa, adulteri, violenti, pirati, e ladri, chiunque si attentasse
toccare pure col dito quanto la Chiesa aveva detto: _è mio_; e a
modo di corollario, quale gli avesse spenti di ferro o di veleno
diventava santo o giù di lì.»
Ragionando sempre alla medesima guisa, ognuno dei cento milioni di
cattolici, come ha diritto di pregare nel tempio, possiede pari
diritto sul tempio, su la terra che lo sopporta, e sul paese che serve
a mantenere il tempio e i sacerdoti; e siccome ognuno non può nè
deve portarsene via un frammento, può impedire e deve, che altri se
ne impadronisca. Così Roma, nel concetto dei Preti diventò,
quasi Tebe dalle cento porte, o piuttosto una casa aperta a tutti i
venti; le chiavi essi impugnano, non mica per chiudere, bensì
sempre per tenerne spalancato lo ingresso; e perchè accogliemmo il
Prete e lo nudrimmo, eccoci fatti una cosa _nullius_; siamo preda del
primo occupante: noi respinti dal dominio di casa nostra, mentre in
casa nostra hanno potestà gente remotissime e selvaggie, le quali
forse nè manco sanno Italia che sia, nè dove giaccia Roma.
Anco a noi sia lecito cavare una conseguenza dalla dottrina, che il
Papato professa, la quale è questa: poichè per diventare padroni
in casa nostra bisogna che il dominio sacerdotale cessi, e poichè
il prete intendo esserne il portinalo per aprirne l'uscio a quanti
presumono entrarci--sgombri dalle nostre dimore. Noi non ravvisiamo il
vicario di Dio che letifica i suoi figliuoli con la libertà in
colui, che ci vorrebbe sottoposti a perpetuo ed universale servaggio.
E se vuol fare il portinalo vada in paradiso a dare la muta a san
Pietro, che a quest'ora deve essere stracco.
Noi abbiamo bisogno di Roma però che colà si annidino tre voleri
pari, e tre poteri dispari ad impedire con tutti i nervi, che la
Italia si compia. Instituti barbari furono gli asili, i quali
provocavano un dì più delitti, che non ne reprimessero lo pene
un'anno; e tutta via sopportavansi; tanto è disagevole sradicare
dalla società un'ordine di cose, il quale nei tempi ebbe pure
argomento di vita, quantunque adesso siasi trasmutato in argomento di
morte. Di fatti, nei tempi eroici e nei barbarici la espiazione del
delitto importava molto all'offeso, ed alla famiglia di lui, al
pubblico poco; oggi procede il contrario: e poichè i delitti si
componevano allora con danari, di cui la voce più tardi si fa
sentire nei petti mortali gagliarda sopra quella del sangue, premeva
salvare il colpevole dai primi bollori dell'offeso, dove il grido del
sangue supera quello dell'interesse. Anco sulla consegna dei rei,
riparati in paesi stranieri, si pendeva incerti se la si dovesse
ributtare, ovvero promovere; nè questo in tempi lontani, bensì
pure ieri, nè da ingegni vulgari, al contrario eccellentissimi; a
mo' di esempio dal Beccaria: e ciò perchè non reggevano da per
tutto miti le leggi, nè sicuri ci si formavano i giudicati; ai
tempi che corrono, se la libertà non fece troppi avanzi, e se la
giustizia politica brancola sempre per acciuffare, per quanto poi
spetta l'amministrazione della giustizia nei delitti comuni tra stato
e stato, poco divario occorre; e quando fie abolita la pena di morte
screzio, a mio credere, non ce ne sarà veruno.
Oggi, finalmente, acconsentendo a sensi civili sentiamo quanto sia
indegno, che speri asilo nel tempio colui, il quale lacerò
truculento i precetti del Dio che si adora là dentro; ovvero nella
dimora dell'oratore, o negli stati del principe, cui ha da correre
l'obbligo di operare in guisa che ogni parte di mondo vada immune da
delitti. Solo dall'obbligo della consegna si escludono gli accusati e
i condannati per colpe politiche; e questo io reputo ingenua
confessione dei governi che nelle faccende di stato o non sanno, o non
vogliono praticare giustizia. Or bene, ciò che la Corte di Roma
nè anco ai tempi di Sisto V pativa, oggi patisce; nè soffre
solo, bensì promuove, ostenta, e se ne vanta.
Ma là dove si trattasse sottrarre un capo dalla scure, e il
rifuggito agitassero la paura ed il rimorso, di ora in poi egli avesse
a strascinare la vita penosa come palla incatenata ai suoi piedi,
nè inteso ad espiare l'antico potesse commettere nuovo delitto,
forse vi sarebbe tale, che non approvando mai, pure compatisse alla
pietà del sacerdote del mitissimo fra quanti Dii furono al mondo, e
sono. Ora, ditemi, uomini italiani, egli è così che si mostra il
sacerdote romano? Quando mai il preteso vicario di Cristo si mostrò
avaro di sangue, comecchè innocentissimo? Costui mette lo sentenze
di morte ai piedi di Cristo! Ma che mai gli hanno a dire i piedi di
Gesù quando gli manca un raggio della bontà del suo cuore?[1]
Quando ei fuggiva da Roma con la pisside di Pio VI in seno, e al
fianco la donna Spaur, nata Giraud, egli non cessò mai (racconta la
donna Spaur) supplicare il divino Redentore per la salute dei suoi
persecutori, i quali più tardi mandava spietatamente a morte[2].
[1] Pio IX pose la sentenza di morte del Locatelli ai piedi del
Crocifisso, e poichè dai piedi di lui non gli venne ispirazione
alcuna, lo mandò al supplizio.
[2] Pendant toute la route il ne cessa d'adresser au Redempteur des
prières pour l'amour de ses persécuteurs, et de reciter le
breviaire et d'autres oraisons avec le père Liebel.--
Merita altresì essere notato il caso della pisside affatto
ignoto o poco manifesto. Il Vescovo di Valenza mandò a Pio IX
la seguente lettera, la quale gli fu consegnata solo il 21
Novembre 1818.
«Santissimo Padre
«Nelle sue pellegrinazioni, massime a Valenza dove morì, il
grande Pontefice Pio VI portava la santissima eucarestia sospesa
al petto proprio, o su quello dei prelati che lo accompagnavano,
ed egli desumeva da questo augusto sacramento luce per la sua
condotta, forza nei suoi patimenti, consolazione nei suoi dolori,
pure attendendo il viatico pel suo passaggio alla eternità.
«Io possiedo in modo certo ed autentico la _pissidina_, o
vasetto, che serviva a questo così santo, pietoso, e memorabile
uso, e mi attento farne dono a Vostra Santità. Erede voi del
nome, della sede, delle virtù, dei coraggio, e quasi delle
tribolazioni del grande Pio voi forse terrete in qualche pregio
questa modesta ma pure importante reliquia, la quale, io spero,
non dovrà più essere adoperata in pari uso, e nondimanco chi
conosce gli arcani della Provvidenza e chi, le prove a cui Dio
serva la vostra Santità?--Io prego per voi con amore, e con
fede.--
«Lascio la pisside dentro il borsellino che la conteneva
appunto com'era quando se ne serviva Pio VI portandola attaccata
al collo.--
«Io conservo grata memoria e riconoscenza profonda della bontà
vostra verso me nell'ultimo mio viaggio a Roma; degnatevi, santo
Padre, aggiungervi la vostra benedizione apostolica che aspetto
prostrato ai vostri piedi.»
«Valenza 15 Ottobre 1848
«Pietro Vescovo di Valenza.
Relation du voyage de Pie IX a Gaète par M. la Comtesse Spaur,
nèe Giraud. Paris. Antyot 1852. p. 9 et 27.
E poi ben'altra è la ragione dello asilo che adesso fre Roma ai
masnadieri della terra. Non si tratta già salvarli alla pena, al
contrario, spingonsi ad uccidere e; essere uccisi; non gli accoglie
dopo commesso il deliti bensì gli ordina, e li manda a tuffarsi le
mani nel sangue non alla espiazione, ma alla colpa: il danaro raccolto
dalla pia credulità dei fedeli a Roma si converte in istrumenti di
morte; costà si fabbricano pugnali che per temperare più
taglienti dopo averli arroventati nel fuoco del sacro cuore di
Gesù, spengono dentro l'acqua benedetta.--Che vorrete contrapporre
voi altri sacerdoti, e sacerdotali? Per avventura, che ogni partito fu
sempre giudicato buono quando o si difende, o vuolsi ricuperare il
proprio? Di questo a suo tempo: intanto il Papa è o no! vicario di
Cristo?--È.--Badate, Cristo rampognava Pietro quando percosse Malco
i! servo del sacerdote Kaiaffa: «riponi il ferro; chi di coltello
ammazza conviene che muoia.» Ora, di grazia, gli è questo il
Cristo di cui si chiama vicario il Papa ovvero un altro?
Veramente, che i preti a Roma si sieno fatti complici di quanti
masnadieri ci vomita il mondo da loro non si nega; anzi, si ostenta
senza pur darsi pensiero che a cotesto modo operando rendono aborrita
quella religione sotto la quale riparano i fatti nefari. La religione,
essi pongono, come Federigo Barbarossa sospese vivi i corpi dei
tortonesi prigioni, intorno alle torri nello assedio di Tortona, io
vo' dire perchè i cittadini cessassero il saettame, o continuando,
prima di arrivare ai suoi arnesi di guerra, traferissero i petti dei
congiunti: ma se taluno si attentasse negare il rapporto della
commissione d'inchiesta intorno lo stato delle provincie meridionali,
io noto, che ne allego i fatti non già la esposizione, la quale
dice e non dice, rivela e nasconde, biasima e loda, come le balie (ho
udito raccontare) un passo ella muove innanzi e due indietro... si
mostra e non si mostra, pari a Bertoldo quando si presentò con un
vaglio davanti la persona al re Alboino; al pane sembra che senta
orrore dire pane, e sasso al sasso, la piglia larga, e poi stringe a
randa, leva a cielo la giustizia e il diritto per nabissare l'una e
l'altro a mo' dei saltatori, che si tirano indietro e pigliano la
rincorsa per isfondare i cerchi: i diritti altrui dissimula, gli
spogliati oltraggia, e sovente ti richiama al pensiero quel Fimbria,
di cui narra Valerio Massimo, che ai funerali di Caio Mario investì
Scevola ferendolo malamente nel volto, e poichè costui si salvava
fuggendo, Fimbria imbestiato gridava volerlo accusare al popolo; di
che taluno maravigliando lo interrogava, che mai potesse apporre a
Scevola, e Fimbria rispondeva: «--non avermi lasciato ficcare tanto
il mio stile nel suo corpo da poterlo uccidere.»
Lasciamo coteste sazievoli e vulgari compilazioni monumenti di colpa, di
piaggeria, di astio, e di paura a bandire un diritto appo il quale
conquiste, trattati, prescrizioni, e tutto, viene meno; il diritto del
popolo, che vivendo ara, difende, e ricupera la terra ove è nato, e
morendo cresce con le sue ossa la terra dove giace sepolto. Lasciamole,
dico, e condiderate sola la parte compilata dal deputato Castagnola
copiosa di fatti quanto sobria di parole, e vedrete quale l'opera nefaria
di Roma, e quale scellerata miscela per lei si faccia di religione, e di
omicidii; mirabile a dirsi! Un Romano di Gioia, il quale per errore di
mente si dà ad intendere essere campione della fede e difensore del
trono, conosciuti tardi i compagni suoi, così lasciava scritto nei suoi
ricordi: «siccome in questi era unicamente il pensiero di rubare....
cominciarono ad agitarsi contro di me dicendo:--noi siamo usciti in
campagna e siamo chiamati ladri, dunque dobbiamo rubare, e se il nostro
capo non fa come noi, mala morte farà, oppure rimarrà solo.» E
tuttavia cotesti compagni suoi pigliavano nome di _Giurati alla fede
cattolica_; con sacramento obbligavansi a difendere mediante la _effusione
di sangue_ Dio, il sommo Pontefice Pio IX, Francesco II re delle due
Sicilie, ed a combattere i _ribelli della Santa Chiesa_[1]. Pasquale
Forgione presso a morire, presago che i bersaglieri i quali gli stavano
dinanzi fossero ordinati per metterlo a morte, disposto a confermare le
sue dichiarazioni al confessore protesta _combattere per la_ _fede_. Se
gli obiettano la fede cristiana aborrire dalle stragi, dagl'incendii,
dalle immanità di cui egli si è contaminata l'anima, egli risponde:
«di questo non sapere niente, egli combattere per la fede, lui essere,
benedetto dal Papa e possedere documenti chiari, mandatigli da Roma;
chè chi combatte per la santa causa del Papa, e del Re Francesco non fa
peccato.»--Nè costui si scuote punto allo annunzio della morte
imminente, e nè al giusto terrore, che il giudice tenta incutergli con
le parole:--«ma come di tante scelleraggini hai tu potuto tenere per
testimone, e, nel tuo pravo concetto, complice la Madre di Dio portando
appeso al petto questo laido abitino con la sua effigie del Carmine? Di
peggio non potrieno fare li stessi demoni, tu hai deriso la religione, e
Dio.»--Senza commoversi il Forgione persiste: «io, ed i miei
compagni abbiamo la Madonna nostra protettrice, e se aveva la patente con
la benedizione non sarei stato certamente tradito[2]» Il Borjès,
anch'egli, maledisse il momento in cui abbindolato, mentre crede trovarsi
preposto a partigiani agitati dallo spirito della fede si mira attorno una
collezione di rappresentanti di tutte le galere di Europa; lo stesso
Tristany ebbe a mettere le mani addosso al Chiavone, e farlo fucilare pei
suoi delitti: affermano che ciò cocesse al re Francesco, ed è
credibile la fama imperciocchè vediamo licenziato il Tristany; e forse
può anco darsi che costui ammazzasse il compagno meno per odio delle
scelleratezze commesse, che per gara di comando: con gente siffatta
s'indovina sempre quando si pensa al peggio.
[1] Relazione p. 172. 73.
[2] Relaz. alleg. pag.170, 71.
E' fu avvertito come Roma noccia forse assai più con i sobillamenti
morali, che per forza di arme, e questo non sembra possa negarsi;
nè danno siffatto muove solo dai preti, ma dal Borbone altresì,
e dai Francesi. Quanto alle armi, agli ordinamenti, ed ai fini del
Borbone, pari a quelli del Prete, e non occorre farne altra parola,
senonchè meritano considerazione due cose: che il Pontefice come
signore temporale non dovrebbe prendersi la scesa di capo pei negozi
di Napoli; e s'ei lo fa ci è indotto dal pensiero di rattrappare la
terra pel cammino del suo paradiso, come a cui ci vuol credere dà
ad intendere, che possa espugnarsi il cielo rimettendo nelle sue mani
il diritto del popolo sopra la terra; se sieno fratelli in Cristo
può dubitarsi, ma fratelli nella tirannide si sentono e sono:
l'altra, che Francesco Borbone stanziando a Roma si è posto in
luogo strategico unico al mondo, e dico unico, imperciocchè colà
non pure si trovi difeso da amici potentissimi, ma gli stessi nemici
confessino non volerlo o non poterlo combattere; però con sicurezza
intera, a bello agio, senza pericolo di un pranzo, o di un sonno
turbato, egli ordina, insidia, trama, e mantiene la guerra civile: non
valeva certo il pregio superare Gaeta; in ben altra fortezza si
rinchiuse il Borbone; almeno Gaeta non ci fu impedita, o poco dagli
amici nostri; di Roma adesso, così ci persuadono gli amici, noi
dobbiamo rispettare le benedizioni apostoliche, e gli stiletti.
Ora ecco quanto allegano Francesco di Borbone, e i suoi fazionari in
prò suo e di loro.--Noi ripigliamo il nostro; nostro il regno,
nostri i popoli; ci vengono per baratti, per trattati, in virtù di
carte sottoscritte, bollate, in buona forma, e guarentite; ond'è
che ce ne cacciaste fuori? O piuttosto perchè vituperando il
rapitore vi avvalete della rapina? Voi barattate le carte; gli
spogliati siamo noi, e voi c'infamate per ladri se per ogni via
c'industriamo riagguantare il nostro; sicuro! ai nemici si ha da
nocere meno, che fie possibile, ma le sono sentenze da starsi nei
libri del Grozio, e del Puffendorffio; un dì queste magnifiche cose
non sapevano i principi, e non facevano; oggi le sanno ma non le
fanno; ecco il divario che passa tra il vecchio e il nuovo.--
A me Borbone che apponete voi? Il diritto del popolo? Ma voi tremate a
verga quando obbligati mettete fuori questo diritto; le parole escono
scorticate dai denti stretti, e su le labbra vi levano le gallozzole
come se fossero corrosive: voi amate, e voi fate capitale del popolo
come lo amo, e lo avrei curato io; un'ora libero ma per darsi il
padrone, e poi schiavo per _omnia saecula saeculorum amen_. Ma via..
di che popolo mi contate voi? Certo non erano popolo i miei ministri
corrotti per tradirmi, nè popolo i generali comprati per vendermi;
e dalle mani di questi non da altri si agognavano consegnate le mie
spoglie, forse il mio sangue; e poichè si voleva mutare soma, non
servitù, procuravasi con affannosa sollecitudine, ch'egli, il
popolo, non se ne accorgesse, e nè manco levasse il muso di su la
consueta paglia che pasceva. Certo, costoro cupidi di guadagnare, non
ci era pericolo si spendolassero per tema di perdere, e tuttavia
ebbero premii non solo dei traditori arrisicati, ma sì dei
guerrieri virtuosi; i miei di Spagna pagarono Maroto; (fu pagato anco
Giuda) poi lo cancellarono dalla memoria degli spagnuoli.
O per avventura presumerete chiamare popolo quei mille uccelli di
rapina che si avventarono alla sprovvista sul mio regno, e lo misero
sossopra più per istupore, che per terrore della loro audacia?
Udite: o voi li sovveniste, o no. Se li sovveniste nella opera da
corsale, io vi chiamerò complici, io, insidiatori, io, pirati regi;
e contro cui? Contro un re fanciullo; inesperto di regno, sottomesso
ad odio sterminato per le colpe dei suoi maggiori; mallevadore
innocente, e sventurato. Forse mi ostinava io a seguire le orme
paterne? Non elargiva volenteroso quelle larghezze del vivere civile
che mi si chiedevano? Negai cosa alcuna?
Io distendeva la mano supplice perchè sostenessero i miei passi, e
verso cui la sollevava? Ad amico, ed a congiunto per vincoli
strettissimi di sangue. No, voi non li sovveniste; ve ne siete vantati
così per ispavalderia, o piuttosto per necessità di perfidiare,
che a voi non conviene l'antico: _sic vos non vobis mellificatis apes_
con quello che segue, e vale: le api ripongono il miele nei fiali, e i
calabroni se lo mangiano. Non lo giurate, perchè tanto io vi terria
spergiuri; ma, udite, caso mai voi foste complici, io vi cito a
comparire al Congresso dei Rè che intima l'Agamennone francese e
quivi vi accuserò di fellonia.--Ormai la Storia ha inciso nelle sue
tavole, _e con le vostre parole_, che voi pregaste il capitano di
cotesti avventurieri a non valicare lo stretto di Messina; voi
spediste _gente giurata a voi ed a lui cara_,[1] perchè gli
attraversassero la via; voi commetteste alla favilla elettrica di
bandire al mondo la vostra ruina se il Garibaldi prima dei vostri
soldati toccasse la Cattolica: o non vi ricordate, che otteneste la
pazienza altrui per la presa della Umbria, e delle Marche appunto con
la paura della rivoluzione? Non vi profferiste voi, proprio voi, di
sperdere con civile battaglia la rivoluzione? E pure ieri,...testè,
uno di coloro che ora governano, dichiarò aperto al Parlamento
ributtare con tutti i nervi da sè la rivoluzione, nè avere
saputo mai, che in Italia si operassero rivoluzioni; il moto ultimo,
che raccozzava insieme ventidue milioni d'Italiani aversi a definire
così: «svoltatura della Italia in senso monarchico costituzionale[2]»
[1] _La pudica altrui moglie, a te si cara_!
_Parini_
[2] Veramente egli disse _evoluzione_, ma concederebbesi volentieri
ai Governanti di non favellare italiano a patto che italianamente
operassero.
Bene stà; anco qui vi credo; ma allora perchè non foste meco a
combattere i briganti? Perchè più tardi, e non in quel punto
mandaste armati a _schiacciarli_? Cotesta fu la caccia al Falcone, gli
levaste il cappello, lo avventaste contro il colombo, poi agitando il
logoro per richiamarlo, gli riponeste i geti appollaiandolo sopra la
stanga.--Perchè mai briganti quelli che in nome mio movono contro
voi, e non briganti coloro che si gittarono contro me in nome vostro?
Forse in virtù del plebiscito? Ma di plebiscito allora non si
ragionava nè anco. Poteste, e sapeste risoluti troncare le gambe
all'avventuriere in Aspromonte quando ei si spinse contro Roma, o come
non poteste e non sapeste fermarlo quando calò su di me falco
rapace per rapire a conto altrui?--Io era un libro bianco; dovevate
aspettare prima di gittarmi sul fuoco a vedere che cosa ci avrei
scritto: ecco, prima di peccare io mi trovo condannato; l'esilio
amaro, il vituperio, forse la morte mi aspetta per colpe non mie.
Chè se voi dite tradimento il combattere disperato dei miei, per me
lo giudico magnanimo; ad ogni modo egli ebbe inizio dopo non prima la
cacciata da casa mia. O che pretendete voi che i miei campioni
battaglino alla vostra maniera per darvi agio di vincerli? Forse voi a
mo' dei cavalieri antichi rifuggite dagli agguati? Aborronsi da voi
tranelli ed insidie? Ogni arme buona in guerra massime in questa
slealissima dove le armi ministra il furore. Ah! voi m'infamate ladro,
e ladri i miei; restituitemi il regno, e pagherò regolarmente le
milizie così, ch'io le dannerò alle debite pene dove commettano
la millesima parte di quello che pure fanno le vostre pagate e nudrite
su le mie terre col mio. Certo, si capisce, che voi avreste a grado
rinvenire pei boschi i miei fedeli morti d'inedia, o attriti dal
digiuno in guisa da pigliarli come conigli in parco; grande invero e
truculento il misfatto loro non volere finire di fame; hanno torto, ma
da necessità costretti dove trovano arraffano: difettano i miei
della vostra virtù, e pensano giustificarsi con la sentenza dei
pubblicisti, che afferma nei supremi bisogni rivivere la pristina
comunione delle cose. Quanto ad opere di sangue riardono dentro noi
l'ira dei traditi e la rabbia degli spogliati; avventurosi i vostri i
quali immuni da cosiffatte passioni possono procedere benignamente
miti.... Voi non ammazzate a sangue freddo persona, non inferocite
mai, non trucidate l'innocente invece del reo, udite sempre le
discolpe, attendete le testimonianze altrui, i supplici esaudite, i
traviati perdonate, all'altrui pianto piangete.--
Devo, io rendere conto al popolo delle colpe paterne? Ma, io figlio
per piacere altrui non doveva mostrarmi snaturato: chi si raffida
rinvenire ottimo re in pessimo figliuolo fa male i suoi conti. A me
non istava maledirlo. Se il padre mio fu spergiuro, se nemico alla
libertà, se crudele, se, cupido quanti principi furono nei tempi
passati diversi da lui? E pure qual re di piccolo stato, come egli,
seppe opporre porre animo alteramente sdegnoso contro Potentati, che
sgomentavano allora, e sgomentano adesso col solo aggrondare del
ciglio i minori regnanti? Se nella mente del re mio padre capiva il
concetto di dominare la Italia certo è, che veruno al mondo se lo
sarebbe reso mancipio.