Quando scese in Italia, i suoi passi erano quelli di un Liberatore, le

sue parole quasi di un Dio. Lo precedeva la Libertà come l'Aurora

va davanti al Sole;--a cui ben guardava, vedeva lei non affatto lieta

dei bei colori di primavera; nè le sue pupille giocondava pieno il

raggio della speranza divina; tuttavolta nè manco appariva austera

a modo di sacerdotessa che strascini all'altare di Nemesi la vittima

espiatoria; su pel volto le tralucevano, contendenti fra loro la

fiducia di essere, e il timore di non essere placata; di tratto in

tratto volgeva il capo come chi sospetta di trovarsi non seguitata o

tradita.

E dietro al Napoleonide veniva lo Spirito del passato; le vipere delle

sue chiome pendevano giù morte in sembianza, e rovesciata a terra

si tirava dietro la fiaccola senza fuoco; ma quando te lo attendevi

meno, talune vipere si ripiegavano all'insù a modo di uncini,

attestando non essere venuto manco in loro nè il maligno talento,

nè il veleno; la teda poi di tratto in tratto mandava fumo, segno

sicuro di fuoco doloso.--

Egli scese nelle terre d'Italia... e venuto sopra le pianure della

Insubria, ordinò alla Libertà gli menasse davanti il destriero,

il forte destriero delle battaglie, e la Libertà gli condusse la

_Rivoluzione_.

La Rivoluzione appena scorse il Napoleonide puntò i piedi, e

drizzò gli orecchi, abbrividì; ma quegli non istrinse labbro,

nè aggrondò sopracciglia... le si accostò blando, con dolci

nomi l'appella, la brancica amoroso; la _Rivoluzione_ gira attorno

repugnante portarlo; pensò egli allora ad Alessandro e al Bucefalo,

e dubitando ch'ella spaurisse dell'ombra di lui, la drizzò verso il

sole, e saltatole alla sprovvista in groppa, le disse:--_va!_

Non ci era mestiere sprone, anco della voce ce ne aveva d'avanzo, e

nulla meno, ei la volle eccitare. La Rivoluzione cominciò prima a

correre soavemente, poi mise le ale, volò, imperversò con la

procella dei cavalli del sole quando vinsero la mano a Fetonte; allora

il terrore cadde su l'anima del Napoleonide e dubitò che la

Rivoluzione non trattenuta dalle pianure del mare, lo menasse diritto

diritto in mezzo all'Oceano, al cenotafio lasciato vuoto dall'arduo

Zio; nell'angoscia del cuore egli si volse allo Spirito del passato,

gridando:--aiuto!

Allora lo Spirito del passato agitò le chiome di vipere, che si

drizzarono tutte fischianti, ed ei se le strappò a ciocche

facendone ritorte che gittava tra le gambe alla Rivoluzione; la quale

incespicandovi dentro, diè di un cimbotto in terra a Villafranca e

si slogò una spalla.--Adesso il Napoleonide la riconduce zoppicando

ai presepi, e lo precede lo Spirito del passato: l'erba s'inaridisce

sotto i suoi piedi, e la sua strada è pel cammino delle ombre:

intanto la Libertà gli ammicca dietro col capo, ed appoggiata ad

un'arbore, grida; _ti aspetto qui!_ Che arbore è quello sotto cui

lo aspetta la Libertà? L'arbore donde i popoli hanno cavato il

ceppo e l'arnese su cui deposero il capo Carlo I e Luigi XVI.

Noi abbiamo bisogno di Roma, imperciocchè lo Spirito del passato

trascorrendo sopra le nostre teste ci soffi un'aura di morte; e sembra a

noi, che ci vada sobillando dentro gli orecchi dell'uomo fatale il

concetto antico del popolo gallo nemico allo opere, e al sangue dei

latini: al popolo romano nei delirii della potenza, adesso divisa,

sostituirsi il popolo francese; l'aquila di Roma morì senza crede, e fu

giusto: nè aquile, nè lioni od altri animali rapaci possono

somministrare la insegna a cui intende condurre i popoli a reputarsi

figliuoli di un medesimo padre. Dura continua nel mondo la fede nella

forza, che regna sul diritto come su di un prigione fatto in guerra.

Ciò che fu lusinga di cortigiano, la Francia imperiale si travaglia a

ridurre in fatto; ed è, che verun popolo al mondo deva attentarsi a

dare fuoco ad un cannone se essa non lo consenta. La Francia imperiale si

perigliò nelle contrade rimote del Messico per ferire nel fianco

l'America repubblicana, dacchè conosca non potere vivere sicura nel

mondo finchè la Libertà, ch'ella simula, messa a confronto della

Libertà che prorompe da una Repubblica non comparisca falsa. A questi

voli cui arieno bastato appena le ali dell'aquila romana, si logorano

quelle della Francia imperiale; le sue penne cascarono; prima che

toccassero terra se le portò il vento; solo in Algeria vi si posarono;

ma per quanto? E poi coteste penne caddero non già all'aquila

imperiale, bensì dalle ali dell'angiolo custode dei regi gigli di

Francia. Non pertanto, giocatore disperato, lo Impero raccolto nuovo

sangue, viene a metterlo a cimento sopra il tratto dei dadi; e se bene

intendi vedrai com'egli non possa fare a meno, imperciocchè lo Impero

non rappresentando _libertà_, o che significato avrebbe mai se non

fosse _forza_? Però la Italia ei sovvenne in quanto le diventasse

vassalla, scudo, o spada, ma adattati alle sue mani, e nelle sue

mani.--Poichè, nè Francia, nè Austria si sentivano capaci di

strapparsela dagli artigli intera, si trovarono presto d'accordo per

ispossarla con la febbre degl'inani conati; per la pace di Villafranca la

Italia apparve un tigre, che menino a spasso legato da due catene in senso

contrario; ben'egli può ruggire, ma non avventarsi nè a destra,

nè a sinistra: la catena dell'Austria si chiama Venezia, quella della

Francia Roma, che rinterzò poi con Nizza e Savoia: più tardi

contrasteranno delle due catene fra loro.--La Francia imperiale non crede,

o finge non credere, supremo anelito del popolo italiano la integrità

d'Italia. Quelli che si misero a capo della rivoluzione nei varii stati

d'Italia, da prima, la unità della Patria ributtarono; nè può

negarsi, chè le prove abbondano, e dove mancassero lo confessarono ei

dessi: e poi non le consegnarono con le proprie mani Nizza e Savoia? Come

pretendete voi altri che abbia fede in cosiffatta necessità, se per

impetrare licenza di aggiungere alcune provincie alla Corona di Savoia,

voi deste a patto due corone delle Alpi? Non fu il popolo, non noi, che

respingemmo la Unità affermata col nostro sangue, e con lo spirito

della nostra vita; certo non noi, che la predicavamo allorchè i più

pietosi fra coloro i quali se ne vantano adesso, ci commiseravano per

folli: non fu il popolo, nè noi che consegnammo Nizza e Savoia.--Voi lo

vedete, questo è taglio che non si rimargina per tempo; rimarrà

aperto, e sanguinoso finchè i nostri fratelli separati dalla violenza e

dalla frode non tornino al seno della madre per virtù di amore, e di

diritto.

La Francia imperiale, io lo vado ripetendo spesso, a' termini del

negoziato ha ragione; ella ha ragione pel torto di quelli che

indegnamente ci rappresentarono: non posero essi in iscritto lei avere

giusta causa per sospettare d'Italia? La Francia imperiale,

maravigliando, non vide stipulare dai magni guidatori del risorgimento

italico la necessità in lei di agguantare parte d'Italia alla

stregua che questa andava ricostruendosi? Io non vo' rompere in detti

impetuosi, mi reggo con ambe le mani il seno per comprimere i palpiti

del cuore; ma chi questo immaginò e compì, non merita certo fama

di uomo di stato, nè di patriotta, nè di cittadino italiano;

adesso l'errore con lo irrequieto stridere, infesta noi veterani della

libertà; i moderati hanno messo su fabbrica di uomini grandi;

avendo veduto lavorare mattoni pensarono che i grandi uomini si

facessero a quel modo, pigliando una manata di argilla, e cacciatala

dentro alla forma spianarla; poi risecca alquanto al sole, cuocerla

nella fornace, donde estratta, mettere su mucchio di uomini grandi, e

di mattoni.

Ma il giudicio, che fruga severo uomini, e popoli sperderà l'osceno

schiamazzo e sopra la tomba bugiarda, inalzata dalla abiettezza o

dalla insania, porrà una delle torri tradite e seppellirà l'uomo

e la sua tomba.--

Però, le colpe altrui non escusano le proprie; nè quale piglia

atteggiamento di liberatore può indurre altrui nel fallo, per

approfittarsene poi: queste sono arti di usuriere, che agguindola la

gioventù pel _babbo morto_. Non impunemente si grida ad un popolo:

_sorgi e cammina_; nè senza pericolo proviamo il grido lanciato in

mezzo alle genti: _ogni nazione è padrona della sua terra_: male si

adoperano parole da eroi con intenti da ladri. Se gli uomini, i quali

voglionsi beneficare con la mente annebbiata dalla vecchia servitù,

vagellano offerendoti, o cercandoti cose disoneste, tu memore della

magnanimità di Scipione dovevi rimbrottarli come costumò costui

quando il popolo tumultuante voleva ad ogni piatto la legge del

tribuno Curiazio circa al provvedere alla carestia dei grani:

«tacete Quiriti, io so meglio di voi quanto conviene alla salute

pubblica.» Quando l'anima nostra sente agitarsi la parte che in lei

è divina, più alto non può concepire che sensi romani, nè

con parole o con modi più degni significarli di quelli, che i

Romani adoperarono; però, vedendo innanzi a te il pedagogo che ti

menava, se non per tradimento per follia, parte di genta italica, tu

nella maniera stessa che Cammillo fece al maestro dei fanciulli

falisci dovevi consegnarlo agl'Italiani con le mani legate dopo le

spalle affinchè lo flagellassero. Allora te, come Cammillo,

avrebbero salutato Dio, Salvatore, e Padre; e volentieri ci saremmo

confessati vinti dalla virtù tua, persuasi che là dov'era tanta

giustizia non poteva fare a meno che quivi in sua compagnia si

trovasse eziandìo la libertà.--

Pur troppo la esperienza insegna i buoni pensieri di natura alcalina

evaporarsi peggio dell'etere: ma volato il sublime poteva restare il

senno onde Erennio Ponzio ammoniva i Sanniti, che il popolo romano

sbattessero così che in processo di tempo non levasse più il

capo, ovvero co' benefizi se lo gratificassero per modo che Nemesi

pigliasse in custodia; la religione della riconoscenza, e del patto.

E se neppure il senno doveva restare in fondo al vaso, perchè non

pensasti alla vicenda eterna dei casi umani? Te ne somministrava in

copia la tua casa; nè te ne faceva difetto la tua stessa vita.

Quanto al paese che la fortuna ti pose in mano, verga o scudo della

umanità, potevi ricordare, che un dì Cesare stette ad un pelo di

donarlo a Marco Ofrio, assai oscuro cittadino romano, raccomandatogli

da Cicerone.

Prevalse intero, nella mente della Francia imperiale, il concetto

plebeo della Francia regia; e fu tenersi Italia vassalla, e finchè

dura nel nappo, bere il vino della superbia a danno altrui; il capo

dei fratelli, continui sgabello per salire sublime; i popoli arino per

sè, mietano per altri; portino i pesi altrui, le battaglie altrui

combattano; il mondo non cessi di comparire un sistema di tirannidi

concentriche, in fondo al quale Dio regni, e governi tiranno supremo

ed universale.

La terra di Francia graviti sul mondo come il destino; il mare

mediterraneo diventi lago di Francia; la Francia manderà la pioggia

e il ciel sereno su quante terre abbraccia l'oceano; spiriti e corpi

stieno legati ad una catena attorta intorno il dito indice della

destra di chi impera la Francia.

Questo, e non altro, il concetto altrettanto superbo quanto inane;

questo, e non altro, il disegno che presumono tenere celato, e

tuttavia prorompe di straforo quasi raggio di lume chiuso dentro la

lanterna del sicario.--Arzigogoli furbeschi di fraudo vulgare le

ragioni onde si presume onestare la perfidiosa ingiuria.--Teme il

benefattore imperiale, che l'Austria alla sprovvista ritorni; e se

ciò fosse, forse lo starsi i Francesi a Roma nel 1859 trattenne

l'Austria da allagare il Piemonte?--Nè certo sono le poche forze

francesi stanziate a Roma quelle, le quali varrebbero ad impedire gli

Austriaci: bensì la tema della sua potenza, e questa essi hanno o

no, sia che i Francesi occupino Roma, sia che non l'occupino, però

che dal mare ed anco dal lato di terra abbiano facoltà di

sopraggiungere lesti come segugi sopra le pianure lombarde.--E

ventidue milioni d'Italiani non hanno mani, non cuore per difendersi

dagli assalti nemici? Col pretesto di minore età vorranno tenerci

sempre sotto tutela? Se ventidue milioni di uomini non si mostrano

capaci di schermire la propria libertà, sentite una cosa, nè

manco sono capaci di possederla.

E poi si oppone la necessità che ha l'Imperatore di Francia di

tenersi bene edificato il Papa; ma questo a noi niente importa, anzi

preme il contrario; e a parere mio, questo non si avrebbe neppure a

mettere innanzi, come quello che accenna a screzio inevitabile fra

noi: qui surge la necessità di significare a viso aperto o col

Papa, o con noi, però che il Papa noi sappiamo eterno nemico

nostro, e causa perpetua delle miserie d'Italia. Il Papato per noi gli

è proprio la volpe che il fanciullo spartano si teneva sotto la

veste; ma di lui in breve più a lungo; adesso giova chiarire, che

il Papa è un cavicchio nelle mani del Benefattore imperiale, non ci

potendo persuadere, che a ciò lo muova la religione, la quale per

certo non consiste nell'ossequio delle improntitudini sacerdotali,

figlie dell'orgoglio e della cupidità del pari sfrenati: nè egli

che con la propria persona le combatteva, or fa trentatrè anni, ci

parve per la qualità della mente, e degli studii suoi, capace di

professare oggi opinioni contrarie affatto alle antiche. Per me,

credo, che il Napoleonide abbia commesso errore dal principio del

regno; e forse questo errore non mi sembra al tutto volontario,

bensì condotto dal mal pendìo dove primamente ei si mise,

dacchè non fosse punto vero, che in Francia la famiglia di

Bonaparte non avesse seguito; ce lo possedeva e gagliardo

aggruppandosi intorno a questa immagine quanto di glorioso vantava la

Francia in fatto di arme, e di onorato in fatto di libertà. A mio

giudizio piacque la repubblica come quella che almeno in suono

comprende la massima copia della libertà; poi riuscì odiosa,

perchè o per necessità non saputa removere, e forse artatamente

indotta, o per tradimento col pretesto d'infrenare la licenza percosse

la libertà, la quale cosa non in cotesta occasione sola, ma sempre

vediamo accadere: ora con esempio tanto fresco sotto gli occhi, saria

stato un gran bene pel Napoleonide, e per noi, se non fosse, in grazia

dello errore suo, o per malaugurato eccesso dei fazionari suoi, caduto

prima nella colpa, poi nella necessità di offendere la libertà,

creando a sua posta e immaginando pretesti, ed anco cause in apparenza

giuste, onde sotto colore di salute pubblica poterlo fare a mano

salva. I volgari reputano queste arti di regno, e lo sono, ma pei

tiranni, nè sopra la tirannide fu posto mai fondamento stabile di

monarchia; ad ogni modo se nei principii ti senti trabalzato a

offendere la libertà, tirati presto indietro, e procura ottenerne

il perdono, imperciocchè le ferite che le farai rimargineranno

presto, ma la cicatrice durerà; per la quale cosa con la memoria

della offesa si perpetua il desiderio della vendetta.--

Quali i pensieri del primo Napoleone su i preti più volte fu esposto,

che impossibile è governare stati con le stupide cattiverie loro;

dov'essi toccano, la terra sterilisce, le anime intristiscono; capitano

della repubblica, egli tolse loro gran parte di terra a Tolentino,

imperatore, tutta; anch'egli, come tu, scemando meritamente nella

estimazione dei popoli, si volse al passato per acquistare potenza contro

l'avvenire, e qui, la sua mente si ottenebrò essendo l'avvenire tale

onda contro cui ripe, nè argini valgono, chè ella o li strappa, o li

rode, o con acque concitate passa loro di sopra. Quantunque costasse amaro

alla sua superbia, egli acconsentì curvarsi ai piedi del sacerdote

perchè altri si prostrasse davanti ai suoi; pensò mostrarsi servo

un'ora per diventare padrone un secolo; egli pretese tôrre di sotto al

prete la fune ond'ei lega le anime, e il prete, mentre gli cingeva la

corona, gli adattava il laccio della sua fune al collo. Napoleone

intantochè alienata da sè la libertà s'industria ingagliardirsi

col passato, percosso dall'alito mortale perde gran parte di vita; la

statua giacente su la terra, e ch'egli ripone con le proprie mani sopra la

base, gli casca addosso, e se non sola, aggiunto il suo al peso di altri,

l'opprime. A Santa Elena, in mal punto si avvisa convertire cotesta isola

in rupe dove l'invidia dei potenti lo avesse incatenato con lo avvoltoio

nel fegato; veruno lo compianse; le sue catene furono il disprezzo degli

uomini, e l'odio della libertà; l'avvoltoio, la sua sterminata e

tuttavia stolta ambizione. Le sue prediche ascoltavano i marosi

dell'Oceano, i quali rompendosi sopra la spiaggia, brontolavano come

moltitudini alle parole dell'oratore doloso; se lo avesse udito il genere

umano non avrebbe fiottato meno incollerito.

Il giorno dopo la vittoria, il successore di Napoleone si rinvenne

debole; egli credè avere posto i piedi sul granito, ed il terreno

gli si affondava sotto, peggio che sabbia; tutti contro, tranne i

complici, anzi nè anco questi interamente con lui; però che vi

abbiano tali cose, che chi le fa di notte, ne abbrividisce di giorno;

e dinanzi la propria coscienza, la colpa per difesa immalignisce.--Lo

esercito poi, quello che fa per costringimento di disciplina non parte

da volontà deliberata, e fatto, spesse volte detesta.

Sia l'uomo costituito in condizione privata, ovvero in pubblica dignità,

supplichi Dio di non essere indotto mai alla prima colpa; non già per

questa prima soltanto, ma si perchè ella figli mostruosamente feconda, e

strascini senza riparo:--così il nuovo monarca bisognoso, e spaurito, ad

un punto, della democrazia si prova annegarne lo spirito sotto la materia,

promovendo lavori manuali, accertando il pane a buon mercato, e curvando le

anime alla venerazione dell'autorità: ai cittadini provvisti di beni di

fortuna, epperò tremanti di ogni foglia che si agiti, squassa su gli

occhi il panno rosso, ed ei ne infuriano peggio che bufali: le furie gelate

dell'interesse lacerano troppo più implacabili delle furie ardenti della

passione; la parte dello inferno, suprema in tormenti, è di diaccio e si

chiama Caina; almanco così ha immaginato il padre Alighieri. Intorno

alle minaccie di sconvolgimento universale comparse in Francia dopo il 2

decembre, per me opino, che in parte movessero spontanee, ma troppo più

fossero eccitate; comunque sia, gli abbienti assistevano con religioso

raccoglimento all'olocausto della libertà fatto su l'altare dello

interesse loro: certo non santo il sacerdote, ma santo il sagrifizio; e

quando il delitto torna, si può dire virtù; anzi è virtù

addirittura. Non domandate nulla allo interesse, egli, scosso il sacco, non

può darvi altro che un affamatore di popoli, uno appaltatore di

ferrovie, un banchiere; la passione, certo, può darvi un Eufemio di

Messina, ma altresì sola può crearvi all'uopo o Tell, o Garibaldi. Ma

tra i cattivi pessimo consiglio fu agguantarsi al prete, che in tanta

fortuna stavasene accartocciato; egli, dopo avergli porto la mano, lo

sollevò, gli finse ossequio, lo empì di danaro, e con atti anco

burlevoli, perchè soperchianti il bisogno, e' tenne averselo guadagnato

ai suoi disegni; e s'ingannò a partito, perchè mentre pensava

prenderlo egli rimaneva preso. Oggi, egli ne trema, e se a ragione non so:

questo altro so, che usi noi a vedere da gran pezzo Roma sacerdotale

rappresentata da un vecchio debole di corpo e della mente peggio, ci sa di

morto, e nè la rispettiamo, nè temiamo.

Pure, posto eziandio, ch'egli a dritto tema: o perchè presume che

noi ancora abbiamo paura dello spettro che ha evocato? Noi dobbiamo

non portare il peso dei suoi errori; se commise colpe egli le espii:

qui appunto stanno le ragioni dello screzio fra noi, che come noi non

fummo complici dell'atto, così non intendiamo sopportarne le

sequele. Noi pertanto abbiamo bisogno di Roma, conciossiachè

durando la Francia in cotesta nostra terra, sorgano due necessità;

la prima, in lei di tenerla ai comodi suoi, e ai danni nostri; la

seconda, in noi di odiare la Francia quanto Austria, e peggio, chè

la offesa del fratello e dello amico irrita gli animi troppo più

profondamente che quella mossa dal nemico.--

Noi abbiamo bisogno di Roma. Il Papato, un dì, camminò sul tramite

che gli segnava il sangue di Cristo e apparve al mondo verace ministro di

lui... ma giunto al bivio forviò mettendosi su la strada dei beni

terreni, e poichè allora precedeva la intelligenza universale, intese a

comporre con la venerazione, gli errori, la potenza, e le altre cose di

cui aveva copia un'argine oltre il quale non si dovesse avventurare la

umanità, pena il fuoco dello inferno; quando poi ella vide, che se non

gli uomini tutti, almanco taluno, di questo fuoco lontano non temeva le

scottature, ci surrogò un buono, e bel fuoco di fascine da cocere il

pane e calcinare le ossa degli eretici.--Nè valse; le colonne di Ercole

mal poste nel mondo fisico, peggio si presume porle al mondo morale, e la

Chiesa per opinione mia, sparse il seme della sua ruina il giorno

in cui si affermò compita; imperciocchè limite nello spirito sia

immobilità, attributo della materia; da quell'ora in poi ella fu

impedimento in mezzo della via; da prima, lo intelletto umano si sforzò

forarlo, e ci riuscì con le riforme le quali traversando a fatica per

cotesto pertugio tanto o quanto uscirono mescolate co' frammenti che ne

staccavano, e ciò fu molto rispetto alla negazione, poco per la

filosofia, o vogliamo dire per lo specolare liberissimo della umanità,

il quale sdegnoso di ogni sentiero, che apertissimo non sia, ha cumulato

onda sopra onda, e adesso passa su cotesto ostacolo senza pure far gorgo.

Non si può, e molto meno io voglio disdire, che buona parte di

umanità rimanga di qua dall'argine, ma ce la tengono la usanza, e lo

errore, che d'ora in ora dimoiano meglio, che neve di aprile.--La

umanità che pensa ed ama, non offuscata da tristi partiti, oggimai per

mirare la Chiesa cattolica bisogna che si volti addietro; e senza ira, le

dice: «tu mi sparisci nelle nebbie del passato; non io ti condanno; ti

condannasti tu stessa alloraquando ti togliesti di camminare innanzi; io

precedo con Cristo trionfante, quello che io ti lascio, è il suo

sepolcro vuoto.»

A queste cause antiche ed universali di mortifera decadenza, il

Pontificato ne aggiunse altra recente e peculiare al nostro paese;

pensando egli riprendere lena co' sermoni dei vecchi, raccolse vescovi

di ogni gente a Roma perchè dichiarassero in modo solenne, sacro, e

santo, e necessario il potere temporale al governo delle anime: nè

qui passavano il segno, passarono il segno, e fu oltraggio e minaccia

quando bandirono Roma non appartenere agl'Italiani, bensì a non so

quante centinaia di mila cattolici.--Dopo ciò, la guerra è

rotta. Roma importa diventi nostra e subito, o noi cessiamo favellare

della unità d'Italia.--

Sia che il popolo largisse Roma al Pontefice, o i greci Imperatori, o

i franchi gliela donassero, non può fare a meno che gliela dessero

come a principe, o delegato di principe, e gliela trasferissero nel

modo ch'essi la possedevano; ora il derivato non ha, nè esercita

maggiori diritti di quelli che gli vengono dalla sua origine: e ciò

quanto a legge.--Verun caso come il presente somministra argomento di

paragone migliore per chiarire come la potestà temporale contenda

con la spirituale, e la confusione dei fini loro affatto diversi,

generi cozzi perpetui, nè rimediabili mai.--Quanti professano la

medesima religione si appellano, ed estimansi figli del Dio che

venerano e dei suoi sacerdoti, i quali si affermano immagine visibile,

o vicarii, o interpreti del Dio invisibile, membri tutti della

medesima famiglia spirituale, fratelli nella orazione, partecipi dei

sagrifizi, quanti vivono, arbitri accedere nel tempio del Dio vivente

e pregare: ciò viene dal diritto della comune religione, e

s'intende; ma che di punto in bianco, scambiando lo spirituale col

temporale, quanti sono credenti in una fede si tengano signori e

padroni della terra dove sorge il tempio od abita il sacerdote del Dio

questo non s'intende, e non è.

Lo assedio di Roma · 第 2 / 63 段