Mi si dice esserci noi discostati dalla servitù; questo può

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LO

ASSEDIO DI ROMA

DI

F.D. GUERRAZZI

SECONDA EDIZIONE

RIVEDUTA E CORRETTA DALL'AUTORE

LIVORNO

TIPOGRAFIA A.B. ZECCHINI

1864.

_Proprietà Letteraria di_ A.B. ZECCHINI E P. LUCCHESI

LO ASSEDIO DI ROMA

DI

F.D. GUERRAZZI

PROLEGOMENI

Roma!

E' corre vecchia fama che Roma sia parola arcana, e significhi _Amor_,

ed io ci credo, però che sappia come l'Amore nascesse ad un parto

insieme coll'Odio; ora Roma, appunto rappresenta l'Amore indomato del

sangue latino alla terra latina, e l'Odio religioso contro lo

straniero da qualsivoglia plaga si muova per contaminare la terra

latina.

Roma crebbe la sua terra con la polvere degli stranieri: e fu

giustizia; ma poi le piacquero i gaudi della strage, e la voluttà

acre dello imperio del mondo; allora si accese contro lei l'ira di

Dio; i barbari vennero da contrade rimotissime prima a rovesciarla nel

sepolcro, poi a seppellire lo stesso sepolcro.

Però che anco sepolta Roma metta spavento.

E tuttavia, in fondo del sepolcro sotterrato Roma meditò un'altra

signoria; all'antica rete dalle maglie di ferro sostituiva la rete

sacerdotale dalle maglie di fede, e gittatala su le coscienze

imprigionò da capo molta parte del mondo.

Anche questa fu colpa, e più trista della prima, però la

vendetta ne dura più lunga. I padri nostri peccarono e noi portiamo

il peso delle loro iniquità. Veramente ella si merita il saluto di

Niobe delle nazioni; lei a buon diritto appellano madre le anime

desolate; veruna città patì maggiori ingiurie di lei: qui, pure

ieri, al popolo romano plaudente alla libertà il littore francese

disse: _basta_[1], e il popolo tacque, e qui, mila e mila anni fa, il

soldato gallo che profanò temerario la veneranda canizie del

senatore cadde col cranio fesso dal colpo dello scettro di avorio.

[1] Nella relazione scritta da _Filodemo_ dei gesti del _Comitato

nazionale romano_ di cui l'ultimo atto non ha riscontro negli

annali delle infamie politiche, sicchè per trovargli

conveniente paragone è mestieri ricorrere al furto a mano

armata della banca Parodi, e che pure fu visto difeso su pei Diari

la _Nazione di Firenze_, e la _Gazzetta di Torino_, in cotesta

relazione, dico, si legge come certa _dimostrazione popolesca_

fosse ammannita dall'eroico comitato consenziente, o connivente il

padrone di Francia, onde quando parve la dovesse cessare, i

giendarmi andando attorno dicevano: _Assez_!

Di cui la colpa? Colpa è di coloro i quali mentre Roma, e Venezia

arieno ad essere i punti estremi della cote su cui arrotare il ferro,

e la virtù italiana gittarono dentro lo spazio che intercede tra

una terra e l'altra viltà, avarizia, ogni maniera di malvage

passioni, e ignoranza e ne tramarono il lenzuolo dentro il quale si

avvolgono i popoli diventati cadaveri.

I preti quando dintorno rintrona il ruggito del lione tremano, e

fuggono; allorchè poi vedono accostarsi le volpi dicono: perchè

ce ne andremo? Non siamo volpi anche noi? Il crisma del Signore non

fabbrichiamo noi altri? Sicchè, se siamo unti non si domanda nè

anco! Quanto a corone noi ne portiamo tre.

I preti ci procedono acerbamente nemici: chi li potrebbe condannare?

Certo non io. Di vero, chi oggi ha in mano il freno d'Italia non li sa

satisfare nè spengere, bensì intende arrostirli a lento fuoco

come san Lorenzo, ovvero scorticarli a mo' di san Bartolommeo; e

questo i preti ben possono con orazioni panegiriche levare a cielo, e

chi lo patì, onde altri lo riverisca, riverire, ma non sostenere

essi. La Chiesa non ha più mestieri di martiri; cessò di essere

_militante_ per diventare _trionfante_; se a taluno cui rimase addosso

la vaghezza del martirio vuole cavarsene la voglia se ne va lontano

lontano nelle parti degl'infedeli, però, che tra noi correrebbe il

rischio di trovarsi chiuso in qualche manicomio, ovvero in prigione;

dacchè le coscienze abbiano ad essere libere, e persona deve

possedere la facoltà di turbarle. Ognuno viva tranquillo nella

religione dei suoi padri, nè deve mutarglisi con violenza, o

insidiare con fraudi dove non appaia mostruosa per pratiche nefande;

il che accade solo tra gente selvaggia; lassù in fondo oltre le

stelle vigila per tutti Dio, e le diverse religioni del mondo sono

quasi assise diverse di un medesimo signore, e bandiere di uno stesso

capitano. Così piaccia al Padre delle cose e degli uomini versare

sul capo dei mortali insieme con la luce la benevolenza, affinchè

le tavole della sua legge compaiano norme di vivere faterno non

bersaglio posto davanti ad arcadori irrequieti.

Ma tu dirai: e chi vuole martoriarli? Io intendo tôrre loro il

governo dei beni terreni. E chi sei tu che presumi spogliare della

sostanza il prete?--Il prete dice: in nome di cui vieni? Quale

rappresentanza hai? Come mostri che governerai meno di me

soperchiatore ed avaro? Un solo è padrone della terra, questo si

chiama popolo. Io non mi sento muggire intorno le onde del popolo.

Sorgano intorno a me anime latine, ed io cederò alla grandezza

latina. Se per te il danaro è sangue, egli è sangue anco per me;

e con quale giustizia mentre il secolo rappresenta una corsa

forsennata, un lupercale, un baccanale a traverso tutti gli articoli

del codice penale per agguantare il milione dovrò lasciarmi

tôrre la camicia io prete, io prete, uso di cavarla altrui, e

cantare il _Te-deum_? Ed io prete, ho mestieri di tenermela cara

meglio di voi perchè voi altri andate in Borsa, convenite in

Camera, tendete trappole di strade ferrate, aprite reti di crediti

fondiari, vendete, barattate, mercate, ma io non ci vado, e a

sopperire ai miei bisogni non mi avanza altro che la rete di San

Pietro a cui per vetustà ora casca questa, ed ora quell'altra

maglia. Qualche prete in Camera andò, ma scarso, e parve pauroso,

ma per un'abbadia si mansuefece; di fatti, il modo più sicuro onde

uomo taccia sta nello empirgli la bocca; dunque come presumete che

altri non fiati levandogli quello che da secoli gl'imbandirono dinanzi

la industria propria e la ignoranza altrui? Sacerdoti e Sacerdotesse

si rassomigliano tutti; Alessandro strinse la Pitia nelle sue braccia,

e la sforzò a rivelare lo spirito del Dio; anche il Papa a quel mo'

intenderebbe ragione; se vuolsi, che il sommo Pontefice si accosti al

cielo sollevatelo con mani poderose di sopra la terra. Finchè

domanderete Roma come il pitocco la elemosina voi non l'avrete; Roma,

di cui i cittadini dispensavano le corone ai Re come soldi, patireste

voi vi fosse data come un soldo? A Roma si va ma con cuore, con

braccia, e con passi romani.

E questo è vero. Ma quando Roma avrà Romani sparirà il

sacerdote? Non credo. Potrà egli dunque ridivenire poeta,

legislatore, e guerriero? Nè manco questo credo. Potrà, se

vuole, durare poeta, e Pio IX lo fu un momento quando nella procella

che abbatteva imperi e regni, come fronde in bosco, ravvisava il

soffio di Dio; la umanità è cosa che passa sopra mondo, che

passa; ma il suo cuore anela la eternità; il sacerdote, se gli

basta la mente rimarrà su la terra pilota per indicare alle

generazioni che le mille vie lattee sono altrettanti sentieri pei

quali le anime dei buoni arrivano al seno del Padre delle cose e degli

uomini.

Io non so se ad uomo sia dato vivere secoli; lo dicono, ma non ci

credo, comunque vive adesso in Italia un'uomo che pare anima romana

dimenticata dalla morte: da questo un dì mosse un grido potente,

che disse: _a Roma_. Gli furono addosso i nemici, e degli amici

quelli, che si erano fatti della Patria una pentola per cocervi gli

alimenti di casa. Le anime romane udirono nelle antiche sepolture la

voce, e parve loro antica e conta, sicchè rimescolaronsi, e

sollevarono i coperchi. Dalle dimore della morte dei vecchi padri

usciva un'alito, che bastò ad infiammare il petto dei pretesi vivi

di mirabile ardore.

E vi hanno cose che non si possono ridire, come ve ne sono di quelle,

che non si possono rappresentare. Timante, pittore, non velò la

faccia di Agamennone presente al sacrificio della figliuola Ifigenia?

Chi potrà favellare della ignominia di Aspromonte senza sentirsi il

cuore trasalire nel petto come leone in gabbia? Imperciochè, qui

stava il punto: il Garibaldi aveva ragione del torto altrui. Veruno,

ch'io sappia, considerò cotesto caso sotto il suo aspetto giusto ed

unicamente vero; Giuseppe Garibaldi dittatore, pigliando su di sè

non essere mestieri Assemblea costituente per fermare i patti

dell'annessione di Napoli al Regno italiano, mallevò che le cause

le quali lo persuadevano sarebbero state compite e subito; perchè

opera interrotta affligge più dell'opera ruinata, significando la

prima impotenza o inanità di consiglio nel fabbricatore, la

seconda, forza di casi, ed empia virtù del tempo; del primo fatto,

la colpa sempre intrinseca, e in facultà tua o astenertene, o

emendarla; del secondo, nè tua, nè a te concesso riparare.--Il

Garibaldi si trovò nella condizione del garante quando manca il

debitore principale: tremendo carico gli stava addosso per la Patria,

pei popoli fiduciosi in lui, per la democrazia, per la propria fama,

patrimonio suo, ma e ad un punto e della Italia. Gli uomini di arme,

comunque nella mano prodi, ai nostri giorni ci diedero e ci danno tali

e tanti esempi di miserabilissime calate, che il Garibaldi sentì il

dovere di mettere fuori la sua apologia: ora cotesta maniera di

apologie si scrive col sangue; ed ei col suo sangue la scrisse. Il

Garibaldi mostrò essersi ingannato, come il popolo s'inganna spesso

perchè generoso e fidente. Di qui, se arguto intendi, comprenderai

le ragioni ond'egli solo, o quasi, e certamente non in sembianza di

cui si apparecchia a combattere, egli si accinse a compire il suo

debito: alla espiazione bastava solo: e di qui il motivo pel quale

sopraffatto, crebbe, nello amore del popolo: la gloria di capitano

invitto rimase intera a colui, che debole ed aborrente la zuffa, si

trovò circondato da eserciti, e da condottieri bramosi di sangue;

la gloria di onesto crebbe; e il popolo italiano oggi ha sete, gli

è proprio assetato di Onestà. Il Garibaldi Anteo del nostro

secolo, o lo rovescino a terra, o lo sollevino al cielo raddoppia

sempre la forza; vicino a terra gliela somministra il popolo; accosto

al cielo gliela partecipa Dio.

I coperchi degli avelli romani sollevati dalla voce del Capitano del

popolo non si sono richiusi; come tante bocche aperte gridano:--codardi!

eroi da teatro! a Roma non si va che con ardimento romano.--

Roma venne tratta dinanzi come l'arco di Ulisse; bisogna curvarlo o

morire. O Proci, divoratori della sostanza altrui, badate, Ulisse è

già approdato in Itaca.

Ma intanto che i fati si compiono, bisognerebbe che gl'intelletti

divini imprendessero due compiti, pure aspettando d'imprendere il

terzo.--Roma un dì ebbe il popolo;--a ripigliarsi Roma, giorno e

notte si travaglia il popolo;--il popolo, in avvenire prossimo, si

acquisterà Roma. Pertanto alla Italia adesso farebbero mestieri tre

uomini, Omero, Macchiavello, ed Erodoto... il guerriero ci è.

Omero per consolare con la luce del canto le anime di coloro i quali da

tutte parti d'Italia convennero a Roma a fare la prova con documenti di

sangue, che la Città eterna è patrimonio degl'italiani.

Macchiavello per insegnare con quali modi i popoli caduti ritornino in

fiore, e come i deboli devano adoperare per rifarsi gagliardi;--e

più ancora chiarire le menti, che ogni disagio deva sopportarsi a

patto di costituirci nazione. Se il Demonio, o volesse, o potesse

venire al mondo per istrascinare nel suo inferno Papa, e Borbone, e di

ogni risma stranieri, ben venga il Demonio; noi lo saluteremo:

_Demonio I rè d'Italia_; purchè venga armato di ferro, e di

fuoco.--

Erodoto, il fortunato, il quale poichè la Italia andrà famosa di

battaglie come quelle di Maratona, di Platea, delle Termopili, di

Salamina, e di Mycale, potrà sotto la ispirazione delle Muse

dettarne la Storia, e leggerla al popolo fatto per entusiasmo divino

nelle Olimpiadi e nelle Panatenee nostre.

Le storie dei grandi gesti scritte dal popolo, solo la Immortalità

accetta e ripone dentro i suoi archivi; dalle altre, dettate da gente

di corte e venduta, ella ritira le mani come da cosa immonda.--

Ora in Italia dov'è Omero? Dove Macchiavello? In qual terra nacque

Erodoto? E lasciamo questi ingegni magni da parte.... dov'è chi

accenni portare sul capo la fiammella del Paracleto fra noi? Come

l'uccello, secondo la stupenda similitudine di Dante, che su l'aperta

frasca fisa la plaga di oriente pure aspettando che sorga l'alba, io

mi volgo da tutti i quattro venti, smanioso di vedere sorgere la luce

nuova di faccia a cui gl'ingegni nostri diventino quale si fa il lume

di candela quando splende il sole nella gloria dei suoi raggi; ma,

ahimè! da lungo tempo io lamento il secolo apparirmi simile

all'uffizio della settimana santa dove al finire di ogni salmo

spengono un cero; ed oscurata la chiesa, si annunziano poi le tenebre

con le battiture.

Senza paura, come senza offesa io lo dirò; non basta la

gagliardìa; anco i gladiatori erano forti; e corre gran tratto tra

coraggio, e coraggio; anco i gladiatori erano animosi, e sostentavano

la vita per darsi la morte dinanzi ai Quiriti. La vita consolata da

affetti, decorosa di sapienza, pura da colpa è sagrifizio degno

della Patria; chi butta là la vita bestiale, fastidiosa, e

contaminata offre alla Patria la offerta di Caino. I sommi capitani in

antico comparvero eroi però che con lo intelletto intendessero e

col cuore sentissero quello perchè combattevano, e palpitassero

prima per la Patria poi per loro; nè le armi, già instituto di

vita o fine delle azioni, bensì, mezzo o via per tutela della

Patria, e della famiglia. Cincinnato, compita la guerra, ripigliava il

solco interrotto nel campo paterno. Oggi, si corre dietro a' gradi

della milizia al pari che dietro una prebenda, e il divario, che

occorre tra un capitano e un canonico, gli è questo: che uno si

procaccia il vivere con la spada, d'altro, se lo procura col

breviario, onde se non trovi canonici che abbiano genio di capitano,

ti occorrono qualchevolta soldati che arieggiano anco troppo del

canonico; nè questo giudico il peggio. Le armi appartate dal vivere

civile, e sceme di dottrina, e piene di presunzione tu reputa

addirittura minaccia non sostegno di libertà; il soldato ignorante

e il mastino della tirannide. Erodoto, Senofonte, Socrate, Epaminonda

di Tebe, Arato di Sicione capitani furono e filosofi; la spada in

tempo di pace mettevano per segno in mezzo alle pagine dei libri della

sapienza, però, quando ne la traevano fuori non si correva pericolo

che senza accorgersene essi l'adoperassero a danno della Patria, e in

pregiudizio della Libertà. La milizia incivile ha educato fra noi

gente misera a un punto e contennenda; poichè non la menò

diritto al canonicato, fastidisce i lavori dagli studii rifugge,

irrequieta sempre e bisognosa di sommovere le acque per pescare nel

torbido; al contrario di quanto disse stupendamente il Danton, si

porta la Patria sotto le suola delle scarpe.

Morte degli studii onorati, come del senno politico, del senso morale,

di tutto che compone l'onesto vivere civile il mestiere dei

_Giornalisti_. In questa maniera di scrittura convennero la

mediocrità astiosa, la calunnia che si vende, la presunzione

ventosa, insomma quanto di più volgare, e di più tristo deturpa

la razza umana. La più parte dei Giornali, macelli di malacarne,

dove i quarti della coscienza degli scrittori tu vedi appesa ai ganci

per ritagliarsi a minuto. E' par bello ai dì nostri vendere a peso,

e a misura ciò che altra volta avrebbe condotto sopra la panca

dell'accusato; chè, appunto quegli che fu commesso alla custodia

della legge, e all'onore dei cittadini paga co' denari del pubblico i

laceri contro la legge, e l'onore dei cittadini. Gli è il saturnale

dei maestri di scuola senza scolari, di causidici senza liti, di

medici senza ammalati, di ghiottoni di ogni risma; ai quali larvati

dell'anonimo sembra grazia, ch'era follia sperare, rifarsi dell'astio

contro cui per virtù, o per ingegno, o per servizi resi alla Patria

primeggia; sfogare lo infinito veleno che gli affoga; industriarsi ad

avvilire altrui onde abbiano gaudio della propria viltà

_Giornalismo_ sifilitide schifa della Libertà.--Cristo! che

alluvione di pantano si distese per tutta la Italia[1].

[1] Intendi del Giornalismo venduto.--

E Cristo, tuttochè mansuetissimo fra le creature, quando gli

occorse il tempio contaminato dai pubblicani e dai rivenditori, a

colpi di flagello li cacciò via dal portico; e vendevano mercerie,

o commestibili; i Giornalisti poi vendono la coscienza, e non mica nel

portico sibbene dentro il tempio, anzi nel santuario, dove impugnato

il corno dell'altare della Libertà, in nome della Iddia pretendono

asilo.

E tuttavia come cosa barbara gli asili antichi abolironsi, e chi vi

rifuggiva s'ingegnava sottrarsi alla pena di delitto commesso, e forse

gli rimordeva la colpa; ad ogni modo costui o non poteva o male

rinnovare la colpa mentre i Giornalisti abbracciano l'ara della

Libertà per continuare impuni i misfatti; nè di altro sentono

rimorso, che di non avere fatto peggio.

Per tema di offendere l'altare nel colpire il nefario, che lo abbracciava

quando tenni in mano la scure del potere, aborii adoperarla; nè me ne

astenni solo, bensì curai, che i diari infesti e pieni d'ingiustizia

liberamente si propagassero: non sono vanti questi ma verità, e fossero

vanti, veruno può contrastarmeli; però, molto meno privato cittadino

devo adoperarmi a restringere per anticipazione l'esercizio liberissimo

delle facoltà dell'uomo; tanto però ho chiesto, ed in tanto insisto,

che ogni scrittore apponga il nome sotto il suo scritto; questo impongono

la giustizia e la buona morale, e dacchè gli scongiuri mossi a custodia

di cose siffattamente necessarie non sortirono l'effetto desiderato;

intervenga la legge e comandi; pei trasgressori metta le pene. Ai liberi

uomini sconviene camminare come i topi nei cunicoli; e quando troppi,

rodendo le staminare al buio pongono in pericolo la nave, il marinaro li

leva di mezzo con la stufa.--Nè mi acqueto punto all'obietto, che in

fondo al Diario occorre il nome del Direttore il quale malleva di tutto,

perchè il Direttore sta lì per finzione, nè si può disprezzare

altrui per finzione, e molto meno trovo giusto punirlo; e poi sovente il

Direttore si sceglie per la ragione, che natura ed arte gli foderarono la

faccia di zinco sopra ogni altra creatura umana; non potrebbe toccare mai

a cittadino onorato peggiore fortuna, che prendere briga con taluno di

quelli che si appellano Direttori di Giornali; chi con le mani ignude

vorrebbe raccattare lo scorpione...?

Anco questo il popolo si abbia per segno di Libertà verace;--il

cessare la compra e vendita delle coscienze co' danari spillati dal

sudore del popolo per difendere le colpe e gli errori dei governanti,

e per assassinare i cittadini dabbene. Da sè il Governo libero e

degno di popolo libero si difenda aperto, franco, ed ardito, e cacci

da sè lontano i sicarii; perchè, che cosa mai altro sono gli

scrittori comprati se non sicarii della penna? Si, sicari della penna.

E questo fu detto, e lo andremo ripetendo, finchè la esecrazione

pubblica non gli abbia presi a sassi: ella è la morte dei lupi

affamati; tornate, o paltonieri, ai solchi aviti, che vi piangono

lontani, tornate magari nel ghetto a vendere ciarpe, scorticate

clienti, uccidete infermi, tuffatevi _rospi nel sembiante_, e più

nell'anima nei fanghi del Sebeto e della Dora; tutto men peggio, che

vedere caduta la Patria tra gli artigli di questi sciagurati adoratori

della nuova Trinità d'ignoranza, di prosunzione, e di viltà,

ch'essi hanno inventato per uso loro e dei loro divoti. Intantochè

la stampa, pari all'asta di Achille, non abbia curate le ferite che ha

fatto, sopportiamola come si sopporta il fumo che precede la fiamma,

letizia degli occhi e ricriamento delle membra assiderate.

Poichè questa nostra resurrezione, mercè la setta stupida ed

iniqua, che sì argomenta, assai si rassomiglia ad un campo-santo, e

poichè l'alba con tanta ansietà aspettata si manifesta col

raddoppiare del buio, mi proverò io a compire il debito della nuova

generazione: nelle notti di estate, quando l'oscurità afosa

ingombra fitta la terra, anco la lucciola pare una stella.

Una volta io possedeva una cosa buona, e la gioventù un'altra,

cento cotanti migliore; io aveva il braccio forte, la gioventù un

petto pari all'antico _ancile_[1] lo scudo venuto dal cielo, onde

allorchè io ci battevo sopra, quel cuore-scudo sprizzava scintille

d'ingegno e di virtù; ora, vedrete, il suo rumore sbanderà

impauriti i giovani quasi colombi alla pastura.

[1] Scudo che Numa finse caduto dal cielo dalla conservazione del

quale dipendevano i destini dello impero romano. L'Imperatore

innanzi di rompere la guerra si conduceva nel vestibolo nel tempio

di Marte dove scossi prima gli _ancili_ (erano due, uno genuino,

l'altro imitato per tema lo involassero) toccava poi con la lancia

il Dio gridando: _Mars vigila_, Marte svegliati.

Mi si dice esserci noi discostati dalla servitù; questo può

darsi: io domando questo altro: di quanto ci siamo accostati alla

libertà?--Tu gitti, mi si risponde, sopra la carta la tua anima

come lava ardente, e veruno ti torce un capello; un dì per questa

colpa quante carceri hai tu visitato?--È vero, io sussurro

sgomento, ma la carcere ci appariva gioconda quasi stanza nuziale,

perchè l'onda delle passioni popolesche sommossa dalle nostre

parole, ne percoteva i muri come mare in tempesta: confidavamo che le

sarebbero state seme di verace libertà:--coraggio, gridavano l'uno

all'altro, erpichiamoci anco su quel dirupo, superato quel monte,

addio nevi, addio dolori, e fatiche; la Libertà ci aspetta tutta

amorosa a mo' che apparisce la sua benedetta culla, la Italia, a

coloro che scendono giù dal Moncenisio. Affascinati gli occhi dalla

divina speranza, chi sentiva le piante lacere dal tormentoso cammino,

e chi, sentendole, avrebbe ardito lamentarsene? Ora, valicato quel

monte ci sorge davanti un'altro monte più aspro, e rigido di

ghiaccio; i cagnotti dell'antica tirannide, mutata veste, tribolano

come prima; della Libertà accadde quello che favoleggiano avvenisse

alla Giustizia la quale volando al cielo lasciò cascarsi la veste;

i Giudici di cotesti tempi lontani la presero, la tuffarono nella

propria coscienza e la fecero nera; d'allora in poi, gli uomini

scambiarono la toga per la giustizia, proprio a quel modo che eglino

adesso per lunga stagione, hanno barattato la Libertà con le

insegne di lei. E da per tutto così. Poteva durare vitale la

Libertà ch'ebbe per compare il marchese Lamartine? Poteva essere

Libertà quella, covata dal Barone Ricasoli e compagni, superbi

odiatori del popolo più che del sangue viperino? A Parigi, come

altrove, e forse lì peggio che altrove, una mano di aristocratici e

di sofisti adoperarono il popolo secondo che costuma il ladro della

scala per salire alle finestre della reggia, e saccheggiarla in nome

della Libertà: piaggiatori palesi della moltitudine, quanto più

in segreto la odiavano, non guidatori, l'accesero a brame impossibili;

poi la saldarono a cannonate. Il popolo si accosciò sgomento e tu

ora (atroce a dirsi!) lo raccogli per combattere guerre, che nulla gli

dice essere patrie, nella guisa stessa che traduci in vincoli il

malfattore affinchè paghi la pena. Con la faccia china alla terra

bagnata dal suo sudore, il popolo mormora: ora e sempre, questa terra

rappresenta per me travaglio disperato, e sepolcro miserabile. Chi

basso, chi alto, ma fin qui tutti quelli che vedemmo succedersi, ombre

grottesche di lanterna magica sopra la parete avversa, ci hanno

intonato agli orecchi;--servi, paga, e ce ne avanza.--Nè ometto

qualche altra cosa, che è questa:--scegliti prima il padrone, e

poi, quando ti chiameremo a pagare il tuo tributo di sangue corri a

gambe; se meni un solco lascialo a mezzo come costumò il Putnam

americano; se ti manca cucire gli ultimi punti ad un'abito, buttalo

là; se la chiamata ti coglie mentre ti curvi a baciare nella culla

il tuo figliuolino, rompi la curva, e vienne via; se abbracci la tua

consorte sciogliti e respingila; se cali adagio adagio l'amata salma

paterna nella fossa, scaraventala giù di tonfo, corri a salvare la

Patria tutto di un fiato--emula Euchida che nel giorno stesso preso il

fuoco a Delfo ritornò a Platea di tutto corso facendo ben cinquanta

leghe di cammino, e portò il fuoco, dopo salutati i cittadini

morì;[1] e bada qui, sta' attento, la Patria siamo noi.--

[1] Plutarco in vita Aristid. § 20

La Libertà è cosa oltre ogni estimativa preziosa, bisogna che tu

popolo la paghi cara, anzi carissima. Lo ha detto chi non poteva

fallare. Ma dove alberga, di grazia, e come ha faccia la Libertà?

La Libertà è pianta che cresce; e vive a Torino, dove gli alberi

privi dell'onore delle foglie paiono spettri sette mesi dell'anno;

là Libertà, guardaci bene, è fatta ad immagine nostra.

Insomma, come la donna adultera della scrittura, questa _setta empia_

si frega i denti e dice:--_io non ho peccato_!--All'opposto, sfrontata

e bugiarda dopo avere seguito da lontano il Lione del popolo e dopo

essersi, sozzo Jakallo, pasciuta dei suoi rilievi, montata su i

trampoli, strilla:---_io feci, io fui_.--

Sembra impossibile a qual punto d'insania ella trascorra, perocchè

adesso senza impeto alla scoperta ti affermi:--tarlo della Monarchia,

io m'imposi; trovo il mio conto a roderla, e con lei mi sto, nè fie

che me ne diparta finchè io non miri il popolo in procinto di

empire le città di sangue con battaglia cittadina.--

Il popolo ode queste sentenze uscire dalla bocca di coloro, che gli si

professavano amici; leva gli occhi lenti e tardi a guardarli; li nota

e ruguma sopra i tempi passati, e gli avvenire.

E a noi, che gli parliamo parole di speranza, e gli diciamo: «non

badare a cotesti insensati, è una eclissi che passa, una nuvola

traverso la faccia del sole; ripiglieremo la via interrotta,

cesseranno le mostre sceniche, i giorni delle vere battaglie

torneranno, i generosi sul campo daranno e riceveranno perdono;--il

popolo brontola cupo, e scorrubbiato:--via di qua poeti, perchè

storcerete voi sempre il senso alle parole? E che prò trovate a

nascondere la realtà delle cose? Lo hanno dichiarato espresso,

bisogna combattere, e vincere, allora e solamente allora ci daranno

ragione; essi hanno torto, e lo sentono, ma la legge adoperano come

della lacciaia i butteri; chi preso tentenna, sente stringersi il

collo. Per quanto amore portate a Dio lasciatemi stare; io non vi

chiamerò perfidi ingannatori, ma ingannatori siete perchè vi

ostinate a volere essere ingannati. Ormai, dinanzi al popolo la _setta

empia_ mette due vie, quella di buttarsi sopra la terra e confidarsi

nel tempo che consuma il tiranno e lo schiavo, i re, e i popoli, che

logora le catene, e i polsi, i flagelli, e le schiene, appo cui tutto

è foglia che disperde il verno; il tempo che ogni cosa travolge

dentro ai sepolcri. Ah! poichè il sommo Creatore non volle impedire

alla ingiustizia di ramificare le sue potenti radici sopra la terra a

sollievo di tanta amarezza mandò la morte.--E' pare insensato, ma

io popolo, affermo solennemente e predico, che senza la morte non

potrei più sopportare la vita....»

Ecco che ci risponde il popolo adesso che gli favelliamo liberi in

tempi che salutano di libertà; prima, le nostre parole scendevano

nel suo cuore, auspici la persuasione, e la speranza; adesso la rabbia

le respinge pari al demonio che sbatte le porte in faccia all'angiolo,

nella divina Commedia. E l'_empia setta_[1] presume conoscere il

popolo, e si vanta tenergli le mani nei capelli. «Esagerazioni!

ella esclama, qualcheduno di coloro che a prezzo di vita acquistarono

un regno alla Italia morì di fame; forse tal'altro per non patire

vergogna portò contro di sè le mani violente; le sono cose che

tutto dì accadono, nè per questo se ne «turbano l'ordine

delle stagioni nell'anno, nè lo appetito a noi.»

[1] Io ho chiamato la setta, o vogliamo dire camorra dei Moderati,

_empia setta_; mi cade adesso il taglio di chiarire la ragione,

ond'io adoperassi, e continui ad adoperare così.--I _Moderati_

furono gli _assassini di Gesù Cristo_, e decisero assassinarlo

giusto allora ch'egli fece il miracolo di Betania, vale a dire _la

risurrezione di un morto_, di Lazzaro! Imperciocchè, i Moderati

non compaiano mica nuovi nel mondo, essendo pur troppo antiche la

viltà, la cupidigia, l'amore disordinato di sè, l'appetito

dei propri comodi anco a danno dell'universale, la rabbia di

risucchiare fino l'ultima goccia di sangue nelle vene dello stato,

la libidine di primeggiare per vie oblique quanto meno si sentono

capaci di arrivarvi per le vie diritte; insomma, vecchia e

vergognosa la sentina della razza umana. Dopo il miracolo di

Betania, i capi del partito moderato in Gerusalemme si ridussero

insieme e misero in deliberazione: «Gesù e il Giudaismo

possono durare insieme?» Appunto come l'_empia setta_ ha

chiesto a sè stessa: «_Moderati e Democrazia_» possono

durare insieme in Italia?--

Ed in Gerusalemme ed in Italia risposero: no; dunque morte a

Gesù, morte al Popolo, a quello con la croce, a questo

moralmente s'intende e politicamente. _Ernesto Renan_ (vita di

Gesù p. 366. Parigi) in questa parte sicuramente da veruno

controverso con precisione mirabile narra quale il partito

Moderato in Gerusalemme, e le sue paure, e l'abiettezza, e

gl'intenti interessati, e tu che leggi giudica se, e fino a qual

punto ei corrisponda alla _camorra_ moderata d'Italia. Da prima,

nota una famiglia sacerdotale dalla quale si cavavano i sacerdoti,

donde accadeva, che mutassero nomi non governi, cappe tutte

tagliate dalla medesima pezza, a cotesta famiglia facevano capo i

Saducei, setta arida, nei giudizi prosuntuosa, dura di cervice,

persecutrice ardente e crudele, irrisora, maligna, bugiarda

solenne; per tutti costoro Gesù rappresentava l'agitazione del

popolo, e veramente era; tremavano a verga cotesti coniglioli con

le granfie, se ne inalberasse lo imperatore romano a cui si erano

dati corpo ed anima; costoro procuravano con tutti i nervi, che le

generazioni passassero _davanti la caverna dove dormiva il lione

senza svegliarlo_ (concetto superlativamente moderato del signore

D'Azelio) da un lato servi e tributari, per essere dall'altro

padroni acerbi e rigidi collettori di tributi. Al privato

interesse facevano velo della salute pubblica: questi

arruffapopoli, essi dicevano come ora dicono i moderati dei

patriotti, spingeranno la guerra contro Roma. Roma! Ma bisognava

proprio avere dato a pigione il cervello o pur pensare alla guerra

con lo impero romano attendere, industriarci a pigliare la lepre

col carro, menare le cose avanti alla sordina, questa la somma

sapienza.--E la sapienza era, che 37 anni dopo la morte di Cristo,

del tempio non restava più pietra sopra pietra, Gerusalemme

nido di volpi, il popolo d'Isdraele proprio affogato nel sangue,

imperciocchè la guerra a lungo andare sia inevitabile tra

popolo servo, e popolo tiranno, e gli Ebrei l'avrebbero forse

vinta se in tempo traevano profitto del fermento rivoluzionario,

il quale opera in due maniere: dal canto tuo ti cresce le forze

con lo entusiasmo, dal canto del nemico gliele scema, ed anco

gliele strugge dove abbia del bacato dentro, come appunto ne aveva

lo impero romano oggimai volto al tramonto.--La virtù della

rivoluzione partita da Gerusalemme fece come Scipione quando se ne

andò a portare la guerra a Cartagine, passò a Roma, e ci

crollò l'impero. E perchè si comprenda meglio se gli antichi

omicidi di Cristo stieno per falsariga ai Moderati moderni, tu

medita sopra le seguenti parole del _Renan_: «il partito

dell'_Ordine_ (io piglio i vocaboli nel significato angusto, e

meschino) sempre e dovunque, apparve lo stesso. Pensando, che

precipua cura del governo avesse ad essere l'attraversare ogni

commozione popolesca, si dette ad intendere di fare opera

patriottica prevenendo con l'omicidio politico il tumultuario

spargimento di sangue. Niente curando il futuro egli non pensò

come combattuto il moto iniziatore correva pericolo di sgualcire

la idea destinata a trionfare un dì. La morte di Gesù fu una

delle mille applicazioni di questa rea politica.»

Ed ecco perchè chiamo la camorra dei Moderati _empia

setta_. Gli antichi Moderati, misero Cristo, i moderni mettono in

croce la Italia.

Oh! dateci, ridateci i nostri gesuiti, e i vecchi sbirri, e le vecchie

manette; dateci tutto, tutto, a patto che ci si ridia il popolo che

tremava di odio contro lo straniero, il tempo che al cittadino

italiano preso in sospetto di odiare meno l'oppressore della Patria

era mestieri ripararsi in istranie contrade, la stagione nella quale

un'uomo perchè aveva accettato ufficio da principe assoluto

trovò chiusi i cuori e le porte dei suoi amici[1], la carcere dove

si poteva serivere; il Papa vuolsi aborrire per tre tiranni però

che porti tre corone sul capo[2].

[1] L'auditore Forti di Pescia.

[2] Assedio di Firenze.

Non importa, però che l'uomo sia quasi un sasso nella mano del

destino e gli tocchi andare dove si sente sbalestrato--e Nemesi duri,

la quale vigila eterna; il sonno fugge dagli occhi suoi senza

palpebre, il braccio di lei si agita senza posa a percotere le colpe

dei mortali: cotesta è gelosa divinità e terribile, dov'ella

spinge bisogna andare; conduce i volenti, i repugnanti strascina.

È cosa naturale che ogni generazione si consideri la predestinata a

compire l'opera del perfezionamento dell'uomo; bene provvide la natura

nello infondere dentro l'individuo la baldanza di essere il prescelto

a porre l'ultimo sasso all'edifizio;--ma quando l'opera gli si aumenta

alla stregua del travaglio, e a mano a mano che sale gli si dilata

l'orizzonte davanti agli occhi, allora comprende, generazione o

individuo, se essere particola della somma Intelligenza sì, ma

particola finita nella sua specie, ma frammento di opera che andrà

compita in capo ai secoli, e forse mai.

Perchè, quando mancassero le necessità del perfezionarsi,

cesserebbero a un punto le cause del vivere, e la umanità priva di

passioni rimarrebbe immobile, pari alla nave sorpresa da calma

perpetua con le vele pendenti, a infracidirsi sopra il mare morto.

Si contentino dunque lo creature umane di formare parte dello edifizio

fatale: ognuna fie lodata pel compito, che le venne imposto, e ch'ella

valorosamente condusse; e di tanto ringrazi l'_Eterno architetto_[1]

che con gli occhi mortali non potrà vedere il termine della opera

manifesta ed intera, le si presenta agli occhi dello intelletto: dove

il corpo non giunge, l'anima vola, e se ne appaga. Se poi taluna, o

non vede o rifiuta vedere, è colpa di natura se l'uccello non usa

l'ale?

[1] In altri libri ho avvertito che i Greci chiamarono Dio

_Demiurgos_, architetto--e gl'Imperatori si appellarono primi, poi

i Papi _Pontefici_; la edificazione implicò sempre idee

religiose.

Vi hanno tre modi di considerare il bene, e tre modi altresì di

praticarlo; quanto a vederli basta un baleno della favilla divina

chiusa dentro il cranio dell'uomo; circa a praticarli bisogna che la

intera umanità acconsenta; io voglio dire lo assoluto, il

teoretico, e il pratico; l'assoluto sta lontano lontano quasi al lato

a Dio; arduo a conseguirsi, sarà la soglia a piè della quale

l'ira, la cupidità, le sventure e la morte lasceranno l'uomo;

sarà la porta oltre la quale la creatura umana sublimata a natura

angelica assumerà forma e concetto di spirito, il teoretico,

comecchè meno in alto, tuttavia apparisce sempre sublime così,

che l'uomo dispera di conseguirlo, e pure lo raggiunge non già

perchè egli si abbassi verso il pratico, ma si all'opposto

perchè il pratico si solleva fino a lui; il pratico rasenta la

terra dove lo tirano volgare istinto, voracità, ingordigia, e mente

bestiale, e paure;--questo, di verme si muta in farfalla e s'indirizza

in su. Se tra lo assoluto e il pratico non intercedesse il teoretico,

l'uomo sbigottirebbe, non gli si parando altra via che rimanere

lumbrico, o trasformarsi in angiolo.

Dall'arrogante prosunzione della setta dei Moderati, oggi a tutto

pasto, si bocia: _pratico! pratico_!--E che sapete voi pratico che

sia, e dove arrivi, e come si amministri? Pratico, per voi consiste

nel lasciare la società nella fossa dentro la quale si trova; e non

alterare le sue condizioni se non in quanto ciò giovi agl'interessi

che hanno gittate le loro radici fin dentro le viscere di quella.

Gl'interessi oltre i propri di casa e di bottega, sono interessi di

eserciti permanenti, di giudici, di preti, di giandarmi, di

gabellotti, di gente che invece di produrre consuma... moltitudine

d'ostriche aggrappate sul corpo alla balena... o piuttosto male

pediculare della umanità.--

Questi interessi, rinterzati insieme, rabbiosi ed operosi, digrignanti

i denti come belve, che si sentano insidiato il pasto, deviano sovente

la umanità dal diritto cammino, abbindolandola con errori,

empiendola di paure, in mille guise tribolandola, sicchè, da prima,

sgomenta, ella si accoscia, poi furiosa, si avventa, e mette a sua

posta paura, chè comparisce ella pure, ed è belva; lacera a

destra e a manca; la libertà fugge coprendosi per vergogna la

faccia.--

Il sangue marcisce i fondamenti ai troni, non feconda la pianta della

Libertà; questo la esperienza insegnò, speriamo gli uomini

l'abbiano appreso. I tiranni è bene che lo ignorino.

Anco fu causa di maraviglia considerare come la luce, che mandarono le

civiltà dei vetusti stati etruschi, greci, e romani andasse spenta

dalla molteplice e tutta immane barbarie; ed a torto, dacchè presso

cotesti imperi la civiltà che seguita i passi del vivere libero,

essendo diventata arnese di oppressione a danno degli altri popoli, la

Libertà la rompesse nelle mani loro e fuggisse via.

Progresso continuo di Libertà verace non può darsi, che allora

quando i popoli della terra, braccio conserto a braccio, non

imprenderanno insieme il pellegrinaggio dell'anima pei sentieri della

vita: considerate, l'America repubblicana combatte per la

conservazione della schiavitù; la Russia emancipa o finge

emancipare i servi e affoga nel sangue i Polacchi che rivendicano la

libertà; l'Austria giravolta con la Francia per sovvenire i

Polacchi di Varsavia, e intende tenere i piedi sul collo ai Polacchi

di Galizia, e di Cracovia uno artiglio dell'aquila austriaca si

allarga a lasciarsi cascare giù qualche briciola di libertà

costituzionale e l'altro stringe per conficcarlo meglio nella

indipendenza di Venezia, che è suprema delle libertà; la Prussia

sè tribola a intrecciare un cordone dove su venti fili di tirannide

pretta ce n'entri uno di libertà; in Francia, dicesi, che da lei si

voglia affrancare la Polonia dalla servitù, e intanto ella traversa

l'oceano per mettere il Messico in servaggio. Tra noi, il popolo si

chiama a creare un Re, e si respinge da eleggersi i suoi deputati;

questo è un ribollire di assurdi, perchè in una stessa caldaia

hanno buttato alla rinfusa giustizia, e interesse, libertà, e

servitù, berretti frigi e corone, diritto divino, e suffragio

universale, Dio e il Diavolo... guazzabuglio infernale! Noi siamo

sempre nel caos, ma poichè insomma creazione fu spartimento, le

materie discordanti si scevreranno da sè; ciò fie doloroso, e

potrebbe avvenire anco tardi, ma bisogna che avvenga.

Certo, il tempo nel quale viviamo non si può reputare felice, ma

nè anco vorremo dirlo infelice: però che se distiamo dal

sentiero del perfezionamento, pure siamo in procinto di metterci sul

tramite diritto: anco per ciò che spetta a gloria terrena possiamo

non lamentarci, perchè il tributo oneroso all'errore fu pagato; e

se siamo lontani dal frontone, che incoronerà lo edifizio, ci

troviamo altresì lungi dalle fondamenta; ormai gli uomini non

passano tutti, mescolati in moltitudine senza nome, e armonizzando

nello insieme ci conserviamo nella nostra individualità diversi.

Bene altramente infelici coloro che furono travolti nei fondamenti;

quante gagliarde nature di uomini, quanti ingegni supremi, quanti

cuori generosi ci caddero interi vita, e rinomanza! Verun poeta

irradiò quella che parve tomba, e fu culla del genere umano. Nella

notte si udirono due voci, ed una era della moglie che piangeva alla

quale rispondendo ululava il cane fedele.... poi cessò la prima, e

l'altra tacque, ma non per questo fu silenzio; al rumore delle singole

creature sottentrò uno strepito profondo ed infinito, la favella

dei secoli.

Dov'è questa favella? Chi lo sa dire? Nelle nuvole, che passano, nelle

ale degli uccelli, che volano, nella terra che crepita screpolandosi

all'alito di primavera, nel granito di Mennone che dava responsi quando il

sole lo investiva: voci arcane popolano il cielo e la terra, che ascolta

solo colui il quale dai cieli fu destinato a sentirle; donde la voce che

annunziò la morte del gran Pane? E donde quella che avvertì

Apollonio Tianeo in Alessandria in quello stesso punto cadere trafitto

Domiziano a Roma? Vanno ingombre le storie di annunzi di vittorie portati

dalle ali dei venti. Chi per abito suole dubitare, afferma: le sono

ciurmerie di empirici;--veramente molti uomini, reputati illustri, a prova

si conobbero empirici; come taluno empirico poi si conobbe intelletto

divino,--e si conobbe rovistandone le ceneri dopochè fu arso per mago.

Orazio cantò molti forti essere vissuti avanti Agamennone; questo

è vero, come altresì vissero anime elette e grandi innanzi di

Lino, e di Orfeo; di loro non avanza memoria, anco il nome rimase

sommerso, e tuttavia quanta costanza mirabile, e trovati d'ingegno

eccellente, ed opere egregie, dolori, affetti, sventure, e tutto

affondò nel mare del tempo! Ed essi ebbero a scavare con le mani il

granito che col ferro, e con le polveri incendiarie domiamo noi!--

Ma se si dileguarono nella gloria dei secoli, essi stanno presenti a

quella di Dio: il ricordo di loro è scritto a caratteri di stelle

nel volume dei cieli: tanto maggiore premio conseguiranno, ed avranno

diritto di conseguire quanto meno potrà dirsi loro: _avete ricevuto

la vostra mercede_.

Il Giudice, all'occhio del quale nulla è nascosto, quando gli

verranno dinanzi le moltitudini degli spiriti senza numero, che

pellegrinarono pei mondi, a molti, che le genti salutarono magnanimi,

dirà: andate, e crescete la sostanza del Maligno: voi altri poi cui

colse il desolato oblio quasi seconda morte, transfondetevi nel mio

seno ed aumentato la mia divina sostanza.--

Questo, mi si oppone, è rimoto, e viaggia con le nuvole nel cielo

della poesia; certo io non lo nego rimoto, ed anco immaginoso; ma io

vi ho detto, che non procediamo per tempi felici, però che tali non

sieno quelli nei quali l'uomo o aderisce tutto al suolo, o tutto si

esalta pei cieli; dal primo stato scappa fuori il banchiere, il

venditore di ciarpe, lo scorticatore di capretti, il moderato; dal

secondo, l'anacoreta della Tebaide, e il bramino dell'India; solo

avventuroso è il tempo dove con giusta proporzione puoi compiacere

alla materia e allo spirito, andando appunto composto l'uomo di anima,

e di corpo: e poichè questo adesso non si può, colpa in molta

parte altrui, e moltissima nostra, di concetti divisi, e di forze

infermi, meglio che curvarci alla terra, sarà bello lasciarci

trasportare colà donde la nostra stirpe ci comparisce un brulichio

di formicole divorantisi fra loro sopra una zolla di argilla.

Dunque tu ti commetti in Dio?--Veramente l'uomo deve confidare in

sè, ed in Dio; ma troppe cose vi hanno nel mondo a compire le quali

l'uomo solo non basta; perochè niente o solo torni lo stesso; e

finchè dura il flagello che disgrega le menti e i bracci dei

mortali, ripariamo in Dio. A Dio poi è più difficile discredere,

che facile credere: creature noi, use a vederci sorgere obietti

dintorno creati per natura o per arte, come possiamo immaginare cosa

non creata? Se Dio non fosse bisogneria inventarlo, affermano che

sentenziasse il Robespierre, e s'ei il disse, fu favilla che uscì

dal ferro. Noi abbiamo bisogno di Dio, nè possiamo fare a meno di

credere così quando pensiamo al numero infinito degli uomini cui

sembra fosse dato un cuore solo per sentirselo ferire, e braccia per

portare catene, e sangue per versarlo su i campi, e su i patiboli,--e

labbra, pur troppo, perchè ci tenessero incollata sopra la spugna

satura del fiele della calunnia, e dello aceto dell'odio; se a tutti

questi non fosse venuta ad allietare la idea dell'eterno Riparatore,

quale mai tormento inventato dal demonio in un'estro di malignità

potrebbe uguagliarsi all'amarezza della ora ultima della loro vita?

Bella consolazione (esclamava il Generale Pasquale Paoli, che fu quasi

il Garibaldi del secolo passato) bella consolazione per un'uomo il

quale «per tutta la sua vita si travagliò in benefizio di una

Patria, che sta per rinnegarlo; di una Libertà sul punto di

voltargli le spalle, che con forze impari, male armate, peggio vestite

si trova in procinto di essere assalito ed oppresso dai Francesi dieci

volte più numerosi, ordinatissimi, forniti di ogni maniera di arme,

squadernargli in faccia, fra un'ora una palla ti spaccherà il

cranio, e tu cascherai in tutto e per tutto, zolla di terra sopra la

terra!»

Speriamo nella virtù altrui, speriamo ad ogni evento in noi, e

sempre in Dio.

Ora per me sarà divisa questa scrittura in quattro libri diversi di

mole, come svariatissimi di stile; nel primo, esporrò il bisogno

supremo della Italia di avere Roma.--Nel secondo, il diritto del

popolo italiano su Roma.--Nel terzo, quello che il popolo ardisse per

ripigliarsi la sua Roma.--Nel quarto, quello che incombe alla

Monarchia eletta dal popolo, e quando, di compire su Roma.

Forse non sarà giunto a mezzo questo volume, quanto spetta alla

Monarchia ella avrà fatto; in questo caso l'opera mia non verrà

meno, però che invece di esporre quello che doveva operarsi da lei,

con altra voce ormai, con altro cuore, raccolte le forze estreme,

celebrerò l'operato;--intendo dire:--_la Italia veracemente risorta

su le ruine della oppressione dei Papi e degli Stranieri_.

Il soccorso che mi aspettava dai gloriosi superstiti di questa guerra,

non corrispose fin qui ai miei desiderii: non importa; io faccio come

Abramo, mi metto in via sperando nella Provvidenza. _Deus

provvidebit_. Per ora mi furono larghi dei loro ricordi il Generale

Garibaldi, il Generale Sacchi, il chirurgo maggiore Ripari, il

colonnello Cadolini ed altri generosi di cui il nome fie rammentato a

suo luogo. Se l'ingrato silenzio dipende, perchè altri dubiti, che

per me si possa compire il carico che mi sono tolto, io non me ne

dorrò: potrebbe darsi ch'essi avessero ragione pur troppo;--se per

modestia, la quale mai sì scompagna dagli uomini veracemente prodi,

io affermo loro, e ci possono credere, che inopportuna è qui la

modestia dacchè quanto essi operarono spetti meno a loro che ai

tempi, e alla Patria; ad ogni modo, se volessero tacere delle proprie,

perchè non favellano delle azioni altrui, massime di quelle dei

defunti? Corre sacrosanto l'obbligo suscitare la fama dei caduti; io

so che i morti anelano alla lode come i vivi alla luce; e pensino, che

fratelli essi furono e sono, e che, la prima morte di ferro o di

piombo essi ebbero dai nemici... ma la seconda, la morte dell'oblio,

essi avrebbero da loro. Questo li muova, ed anco il pensiero, non

darsi cosa la quale tanto dissuada da mettersi a cimento pel bene

comune, quanto la vista della comune ingratitudine.

LIBRO I

Senza Roma non è Italia.

Lo assedio di Roma · 第 1 / 63 段