NOTE:

[3377] Matth. Paris Hist. Anglic. Stero Hist. Augustan.

[3378] Raynald., in Annal. Eccl.

[3379] Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.

[3380] Sabas Malaspina, Histor., lib. 2, cap. 1.

[3381] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3382] Roland, lib. 8, cap. 1. Monach. Patavinus, in Chron. Chron.

Veronense et alii.

[3383] Antiquit. Italic., Dissert. XXIX, pag. 851.

[3384] Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital. Roland., lib.

9, cap. 7.

[3385] Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[3386] Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[3387] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3388] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital., Ptolomeus Lucens.,

tom. 11 Rer. Ital. Ricord. Malaspina, et alii.

[3389] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3390] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[3391] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3392] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[3393] Anton. Astens., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLVII. Indizione XV.

ALESSANDRO IV papa 4.

Imperio vacante.

Finalmente le dissensioni de' principi di Germania, per l'elezione di un

nuovo re de' Romani, andarono a terminare in uno scisma[3394]. Verso la

metà di gennaio gli arcivescovi di Magonza e Colonia, _Lodovico conte_

Palatino del Reno ed Arrigo suo fratello duca di Baviera elessero

_Riccardo conte_ di Cornovaglia, fratello del re d'Inghilterra. Da molti

altri principi fu riprovata questa elezione. Però circa la metà di

quaresima dell'anno seguente l'arcivescovo di Treveri, il re di Boemia,

il duca di Sassonia, il marchese di Brandemburgo e molti altri principi

acclamarono re anch'essi _Alfonso re_ di Castiglia e di Leone. Venuto in

Germania Riccardo, nel dì dell'Ascension del Signore fu coronato in

Aquisgrana[3395]. Il pontefice _Alessandro IV_ stette neutrale in mezzo

a questa contesa dei due re, senza aderire ad alcuno. Si agitò la causa

nella curia romana, ma non fu mai decisa; e però l'Italia niun pensiero

si prese di questi due re, quantunque i medesimi non cessassero di

procacciarsi qui dei partigiani. _Eccelino_ da Romano, fra gli altri, si

dichiarò in favore del re di Castiglia; e questo re scrisse anche

lettere al comune di Padova, per attestato di Rolandino. Lo stesso avrà

fatto all'altre città d'Italia; nè Riccardo dovette dimenticare un

somigliante uffizio; ma niun d'essi visitò mai queste contrade.

Restavano tuttavia in Sicilia[3396] disubbidienti a Manfredi Piazza,

Aidona e Castrogiovanni. Federigo Lancia, messo all'ordine un gagliardo

corpo d'armata, andò a cignere d'assedio Piazza, città allora assai

ricca e popolata. Vi trovò dentro gran copia di difensori, e difensori

che non conosceano cosa fosse paura, di maniera che quasi ne parea

disperato l'acquisto. Pure, dopo molti sanguinosi assalti, per forza

v'entrò, e vi gastigò i principali che s'erano mostrati sì ardenti

contro la casa di Suevia. Questo successo indusse la città d'Aidona a

sottomettersi volontariamente al conte Federigo, il quale non si attentò

di assediar Castrogiovanni, perchè città o castello troppo forte, ma

fece ben mettere a sacco e fuoco tutto il suo contado, e la ristrinse

con un vigoroso blocco. Questo nulladimeno bastò a far prendere a quel

popolo la risoluzione di arrendersi a buoni patti: con che Manfredi, già

divenuto padrone di tutto il regno di qua dal Faro, nulla ebbe in

Sicilia che più contrastasse al suo volere e dominio. Non seppe trovar

posa _Azzo VII_ marchese d'Este, finchè vide le rocche di Monselice e le

due sue fortezze di Cerro e Calaone in potere di Eccelino[3397]. Ad esse

aveva egli già posto il blocco. Gli riuscì nella primavera di quest'anno

di guadagnar, con danari e promesse di molti vantaggi, Gherardo e

Profeta capitani del tiranno, che tuttavia difendeano i gironi superiori

di Monselice; e in questa maniera liberò quell'importante sito. Nè passò

molto, che se gli renderono ancora le castella di Cerro e Calaone: con

che nulla restò in quelle parti al tiranno. Dimorava intanto esso

Eccelino in Verona[3398], nè più potendo dar pascolo all'inumano suo

genio contra dei Padovani, si diede a sfogarlo contra dei nobili e

popolari d'essa Verona. Fece egli prendere in quest'anno Federigo e

Bonifazio fratelli della Scala, famiglia che comincia ad apparire

distinta in quella città, e tutti i loro aderenti, e, incolpatili di

voler dare la città di Verona ai Mantovani e al marchese Azzo, li fece

nel mese di ottobre strascinar a coda di cavallo, e bruciar poscia vivi.

A forza ancora di tormenti fece morire Ansedisio suo nipote, per non

aver saputo difendere Padova, permettendo Iddio che questo iniquo

ministro delle crudeltà del zio ricevesse da lui stesso il meritato

gastigo. In questo medesimo anno nel dì 8 di maggio Alberico da Romano,

il quale dominava in Trivigi, essendo, oppure fingendo di essere, nemico

di Eccelino suo fratello, e di seguitar le parti della Chiesa, si cavò

infine la maschera, e fece non solamente pace, ma anche lega con esso

Eccelino, con dargli in ostaggio tre suoi figliuoli. Seguitò dipoi

Alberico ad esercitare anch'egli la crudeltà contra de' cittadini di

Trivigi, assaissimi de' quali, sbanditi dalla patria, si rifugiarono

sotto l'ali de' Padovani e Veneziani.

Era insorta nel precedente anno una fiera discordia rivile fra i Guelfi

e Ghibellini di Brescia. Prevalsero gli ultimi, confidati nelle forze di

_Eccelino_ e del _marchese Oberto_ Pelavicino, che allora mettevano a

sacco il contado di Mantova. Incarcerarono, o fecero fuggire molti degli

aderenti alla Chiesa. Ebbero nondimeno tanto giudizio di non ammettere

nella lor città il perfido Eccelino, che già era giunto a Montechiaro

con isperanza d'entrarvi; ed elessero per loro governatore Griffolino,

uomo saggio ed amante della patria. Nell'anno presente _Filippo_ da

Fontana Ferrarese, legato apostolico ed eletto di Ravenna, soggiornando

in Mantova, spedì colà[3399] frate Everardo dell'ordine de' Predicatori,

uomo di molta dottrina e destrezza, il quale con tal facondia si

adoperò, che la libertà e i beni furono restituiti ai Guelfi incarcerati

e fuorusciti. Questo buon principio diede animo al legato di passare con

poco seguito alla stessa città di Brescia, dove riconciliò gli animi

alterati di que' cittadini, promettendo tutti di star saldi nell'antica

divozione verso la Chiesa romana. Fecesi anche una riguardevole

mutazione in Piacenza[3400]. Si reggeva quella città a parte Ghibellina;

ne era signore e capo il marchese Oberto Pelavicino. Formata una potente

congiura, nel dì 24 di luglio levarono i Guelfi rumore, cacciarono dalla

città il suddetto marchese ed Ubertino Landò suo fedel seguace, e

spogliarono d'armi e cavalli tutta la gente loro, con eleggere dipoi per

loro podestà Alberto da Fontana. Questi fece dipoi guerra agli aderenti

de' Landi, col condannarli e bandirli dalla città. Non minore commozione

civile fu in questi tempi in Milano[3401]. Continuando _Leone da Perego_

arcivescovo, coll'assistenza de' nobili, a pretendere il governo della

città, a questo suo ambizioso disegno ripugnavano forte i popolari,

disgustati anche di molto per la prepotenza d'essi nobili, e per un

vecchio iniquo statuto, in cui altra pena non s'imponeva ad un nobile

che ucciso avesse uno del popolo, se non di pagare sette lire e danari

dodici di terzuoli. Essendo appunto in questi tempi stato ammazzato da

Guglielmo da Landriano nobile un popolare, per avergli fatta istanza

d'esser pagato, il popolo di Milano prese l'armi, si sollevò, e avendo

alla lor testa Martino dalla Torre, obbligò l'arcivescovo e la nobiltà

ad uscir di città. Si ritirarono questi nel Seprio, e ricevuto dai

Comaschi un gagliardo rinforzo di gente, tentarono poi di rientrare in

Milano, e più volte vennero alle mani coi popolari, ma sempre colla

peggio. Interpostosi poi papa Alessandro coi cardinali, ne seguì pace, e

mandati ai confini molti dei nobili, l'arcivescovo col resto se ne tornò

in città. Allora fu che Martino dalla Torre prese per moglie una sorella

di Paolo da Sorecina podestà de' nobili; e il popolo, chiamato al

sindacato Beno de' Gonzani Bolognese allora podestà, che tante angherie

avea fatto in addietro in Milano, il condannarono a pagar dodici mila

lire. E perciocchè egli non potè o non volle pagare sì grossa somma,

l'uccisero, e il suo corpo come di un cane gittarono nelle fosse. Andava

in questi tempi a dismisura crescendo la potenza de' Bolognesi. Erano

già padroni d'Imola, Cervia e d'altri luoghi. Nell'anno precedente,

siccome diffusamente narra il Sigonio[3402], e s'ha ancora dalla Cronica

di Bologna[3403], stesero la loro giurisdizione sopra Faenza, Forlì,

Forlimpopoli e Bagnacavallo, di maniera che parte della Romagna riceveva

da essi podestà, e ubbidiva ai loro comandamenti. Cagione fu questo alto

loro stato, ch'essi, ridendosi del laudo proferito da Giberto podestà di

Parma, non vollero restituire al comune di Modena le castella del

Frignano. Mancava ai Modenesi quel buon recipe che per sì fatti mali

occorre; perciò fecero ricorso alle città di Lombardia, acciocchè

interponessero i lor buoni uffizii, con far loro costare la forza delle

proprie ragioni. Unitamente dunque col podestà di Modena[3404] si

portarono a Bologna gli ambasciatori di Milano, Brescia, Mantova,

Ferrara, Parma e Reggio; ma, per quante esortazioni e preghiere

adoperassero, non si potè espugnare l'avido e superbo cuore de'

Bolognesi. Portarono allora i Modenesi le lor doglianze al papa, il

quale, per timore che questa città non si gittasse in braccio al partito

de' Ghibellini, scrisse nel dì 7 di agosto da Viterbo una lettera,

rapportata dal Sigonio, al vescovo di Mantova, dandogli commissione di

ordinare ai Bolognesi l'esecuzione del laudo, ma di non sottoporre

all'interdetto Bologna senza suo nuovo ordine. Non apparisce che il

vescovo facesse più profitto degli altri intercessori. In quest'anno

finalmente, secondo il Guichenon[3405], uscì delle prigioni d'Asti

_Tommaso conte_ di Savoia; e ciò si può dedurre ancora da Matteo

Paris[3406], che nell'anno seguente il dice arrivato in Inghilterra. Il

trattato della sua liberazione fu conchiuso in Torino nel dì 18 di

febbraio, e in esso il conte, forzato dalla necessità, rinunziò a tutti

i suoi diritti sopra la città di Torino e sopra altri suoi luoghi. Dal

Continuatore di Caffaro[3407] all'anno 1259 si ricava ch'egli diede agli

Astigiani in ostaggio i suoi figliuoli.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 273 / 277 题