[3367] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[3368] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.
[3369] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Monachus Patavinus, in
Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[3370] Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3371] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.
[3372] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.
[3373] Antiq. Ital., Dissert. XXVII, pag. 665.
[3374] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3375] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[3376] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.
Anno di CRISTO MCCLVI. Indizione XIV.
ALESSANDRO IV papa 3.
Imperio vacante.
S'era fin qui assai poco mischiato nelle cose d'Italia _Guglielmo
d'Olanda_, già creato re de' Romani e di Germania[3377]. Di molte guerre
aveva egli avuto colla contessa di Fiandra e coi popoli della Frisia. Ma
dopo esser giunto nel presente anno a domar questi ultimi, caduto in un
agguato a lui teso dai medesimi, miseramente lasciò ivi la vita.
Trattossi dunque dai principi tedeschi di eleggere un successore. Papa
Alessandro con lettere[3378] assai forti incaricò gli elettori
ecclesiastici di non promuovere _Corradino_ figliuolo del re Corrado,
con intimar la scomunica contro a chiunque diversamente facesse.
Imbrogliaronsi per questo e per altri accidenti que' principi, e andò sì
avanti la discordia insorta fra loro, che passò tutto quest'anno senza
che potessero convenire in alcuno dei candidati. Tenne Manfredi nella
festa della Purificazion della Vergine in Barletta un gran
parlamento[3379]. Quivi diede il principato di Salerno a Federigo
Lancia, altro suo zio materno. Degradò da tutti i suoi onori Pietro
Ruffo; e fatto processo contra Bertoldo marchese e contra dei suoi
fratelli, li condannò ad una perpetua prigione, dove finirono i loro
giorni. Era già stato spedito in Calabria da Manfredi il suddetto
Federigo Lancia suo vicario, acciocchè riducesse la Sicilia alla di lui
ubbidienza. Tali ordini con somma destrezza egli eseguì. Per suoi
maneggi il popolo di Palermo si ritirò dalla suggezion de' ministri
pontificii, e fece prigione frate Ruffino dell'ordine de' Minori, che
col titolo di legato apostolico si faceva ubbidire in quelle parti.
Crebbe con ciò ogni di più in Sicilia il credito e il partito di
Manfredi, e formossi ancora in favore di lui un esercito di Siciliani.
Allora Federigo Lancia passò col suo dalla Calabria contro Messina,
città che non tardò molto a riconoscere per signore Manfredi. Con che la
di lui signoria si stese per quasi tutta la Sicilia e Calabria. Essendo
intanto ritornati dalla corte pontificia i suoi ambasciatori coll'avviso
dell'accordo rigettato dal papa, veggendosi Manfredi libero, mosse le
bandiere verso Terra di Lavoro. Gli vennero incontro i deputati spediti
da Napoli con offerirgli la città, e pregarlo di voler dimenticare le
ricevute offese. Manfredi era principe benigno ed amorevole; ben sapea
che la clemenza si tira dietro lo amore dei popoli, e però, passato a
dirittura a Napoli, non solamente perdonò a quel popolo, ma fece di gran
bene a quella nobil città. Quivi ancora ricevette i delegati di Capoa,
che si sottomisero alla di lui signoria. Altrettanto sospirava di fare
il popolo d'Aversa, ma, essendovi dentro un buon presidio papalino, non
ardiva di alzare un dito. Passò dunque Manfredi all'assedio di quella
città, a cui furono dati varii assalti, ma indarno tutti. La vicinanza
nondimeno della sua armata recò tal coraggio a que' cittadini, che,
alzato rumore un dì, uccisi non pochi degli stipendiati del papa, e
ricevuto soccorso da quei di fuori, venne ancora quella città alle mani
di Manfredi. Riccardo da Avella, uomo potente, dopo aver difeso sino
agli estremi il castello, volendo poi fuggire, colto, fu messo a pezzi.
Furono sì fortunati successi cagione che l'altre città di Terra di
Lavoro alzarono le bandiere di Manfredi, fuorchè Sora ed Arce, dove
stavano di presidio alcuni Tedeschi postivi dal marchese Bertoldo.
Inviossi dipoi l'infaticabil Manfredi a Taranto per desiderio di
soggiogare l'ostinata città di Brindisi. Ebbe il contento di veder
venire quel popolo ai suoi piedi, e di riceverlo in grazia sua. La sola
città d'Ariano, forte per la sua situazione, restava in quelle parti
ripugnante al suo dominio. Molti di Nocera, fingendosi banditi da' suoi,
s'introdussero colà, e, levato rumore una notte, tal confusione
produssero, che gli stessi cittadini scannarono l'un l'altro. Così fu
presa la città e distrutta, e il resto degli abitanti distribuito per
altri luoghi del regno. L'Aquila, città nuova, perchè negli anni
addietro fondata dal re Corrado, era già pervenuta ad una gran
popolazione, e fin qui avea tenuta la parte del papa. All'intendere i
continuati progressi di Manfredi, giudicò che più non era da indugiare a
sottoporsi, e però, a lui spediti suoi ambasciatori, il riconobbe per
suo signore. Ma, secondo Saba Malaspina[3380], fino all'anno 1258 questa
città si tenne per la Chiesa; e ne abbiamo anche delle pruove dal
Rinaldi[3381].
Così procedevano gli affari della Sicilia e della Puglia. Passiamo ora
ad un avvenimento della marca di Trivigi, ossia di Verona, che fece
grande strepito in quest'anno per tutta Italia. I gemiti dei miseri
Padovani per le enormi crudeltà di Eccelino da Romano[3382], le istanze
continue di _Azzo VII_ marchese d'Este, e i tanti richiami de'
circonvicini e degli esiliati mossero a compassione il buon papa
_Alessandro IV_, e a desiderio di rimediarvi. Dichiarò dunque suo legato
nella marca di Trivigi _Filippo_, eletto arcivescovo di Ravenna, il
quale, venuto a Venezia, ed ammassato un esercito di crocesignati, con
dichiarar podestà de' fuorusciti padovani Marco Querino, e maresciallo
dell'armata Marco Badoero, si disposero ad entrare nel Padovano.
Ansedisio podestà di Padova, perchè Eccelino colle forze de' popoli di
Padova, Vicenza e Verona era nel mese di maggio passato sul Mantovano,
lusingandosi di poter mettere il piede in quella città, prese molte
precauzioni per impedir lo ingresso dell'armata nemica; ma per giudizio
di Dio esse facilitarono piuttosto la di lui rovina. Sul principio di
giugno coraggiosamente entrò il legato apostolico nel territorio di
Padova; prese Concadalbero, Causelve e Pieve di Sacco; ed avanzandosi
ogni dì più, e crescendo l'armata sua per l'arrivo delle genti spedite
per cura del marchese d'Este da Ferrara, Rovigo ed altri luoghi, a
dirittura passò fin sotto Padova, e nel dì 19 di giugno s'impadronì, con
poco spargimento di sangue, de' borghi di quella città. Nel giorno
seguente dato di piglio alle armi, con gran giubilo tutta l'oste
crocesignata diede un generale assalto alla città. Fu condotta una
vigna, ossia gatto, macchina, sotto la quale speravano gli aggressori di
rompere le porte di Ponte Altinate. Tanta quantità di pece, zolfo e di
altra materia accesa fu gittata addosso a quella macchina, che il fuoco,
attaccatosi ad essa, servì ad accendere e ridurre in cenere la porta
stessa. Portatone l'avviso ad Ansedisio, allora gli cadde il cuore per
terra; e perchè un buon Padovano il consigliò di capitolare col legato,
affinchè la città non andasse a sacco, l'iniquo con una stoccata nel
petto, per cui restò morto, gl'insegnò a non dar più dei pareri ai
tiranni. Insomma costui pien di spavento, salito a cavallo, per la porta
di San Giovanni prese la fuga, nè i suoi furono lenti a tenergli dietro.
Entrò dunque l'armata de' crociati vittoriosamente in Padova nel dì 20
di giugno; male nondimeno per gl'innocenti cittadini, che dianzi miseri,
maggiormente divennero tali per la sfrenata avidità de' vincitori.
Costoro, avendo presa la croce più per isperanza d'arricchire che per
voglia di conseguir le indulgenze plenarie, appena furono dentro, che
diedero il sacco a quante case e botteghe erano nella città; nè altro
fecero per sette giorni che ruberie, lasciando spogliata di tutto
l'infelice cittadinanza, non senza biasimo de' comandanti, i quali in
tanto tempo niun provvedimento trovarono all'inestimabil danno degli
abitanti. Furono allora aperte le orrende carceri di Eccelino che erano
in Padova. Essendosi anche renduta la terra di Cittadella, dove Eccelino
avea dell'altre diaboliche prigioni, uscì alla luce una gran copia
d'infelici, quivi piuttosto seppelliti che rinchiusi. A riserva di
pochissimi luoghi, tutte le castella e terre del Padovano si diedero al
legato, e tornarono sotto l'ubbidienza della città. Anche il marchese
Azzo VII ricuperò la sua terra d'Este colle altre della Scodesia; ma non
potè per allora riavere Cerro e Calaone, fortezze quasi inespugnabili
per la lor situazione. Fecero poscia i Padovani nell'anno seguente un
decreto, da me altrove rapportato[3383], che si dovesse solennizzar da
lì innanzi con processione universale la felice liberazione della lor
città; la quale funzione si fa anche oggidì.
Dopo avere Eccelino dato il guasto alla maggior parte del Mantovano
senza poter nuocere alla città, alla quale impresa[3384] concorse ancora
coi Cremonesi il _marchese Oberto_ Pelavicino, decampò per venire a
Verona, ed accorrere al soccorso di Padova. Al passaggio del Mincio gli
arriva davanti uno tutto sudato ed ansante. _Che nuova?_ disse Eccelino.
Ed egli: _Cattive. Padova è perduta_. Eccelino il fece tosto impiccare.
Da lì a poco ne arriva un altro. _Che nuove?_ Rispose che con sua
permissione volea parlargli in segreto. Costui ebbe più giudizio, e gli
passò bene. Continuò il tiranno la marcia sino a Verona, senza
permettere un momento di posata all'esercito stanco; e quivi
insospettito de' Padovani che erano seco, tutti li fece imprigionare e
spogliare di quanto aveano. Per attestato di Rolandino, erano undici
mila persone tra nobili e plebei, ed Eccelino con una crudeltà, di cui
mai più non si perderà la memoria, quasi tutti li fece parte uccidere, e
il resto morire di stento: non ne tornarono forse ducento a Padova.
Potrebbesi nondimeno dubitare di qualche esagerazion di Rolandino in sì
gran numero d'infelici Padovani. Intanto il legato apostolico Filippo
attese a rinforzare il suo esercito. Era volato a Padova Azzo marchese
d'Este. Fece egli venire un buon rinforzo di gente da' suoi Stati e da
Ferrara. Vi accorsero tutti i banditi da Verona e Vicenza, e vennero più
brigate di Bolognesi, comandate in certa guisa dal famoso fra Giovanni
dell'ordine de' Predicatori: il che è da notare per conoscere i costumi
di questi tempi. S'ebbero ancora da Venezia e Chioggia assaissimi
balestrieri. Premeva al legato di ridurre Vicenza al suo partito, e
verso colà mosse l'armata nel dì 30 di luglio, e nel dì primo d'agosto
andò ad accamparsi a Longare; e nello stesso tempo vi arrivò anche
Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con un corpo di Trivisani,
facendosi credere fedele alla Chiesa: del che tutti si stupirono, e ne
venne grande bisbiglio. Allora fu creato capitan generale dell'esercito
il marchese d'Este, con plauso di ognuno. Ma da lì a poco levatosi un
susurro, che Eccelino con un formidabil esercito si avvicinava, entrò
tal timor panico nell'armata de' crocesignati, che, per quanto facessero
il legato ed il marchese, i Bolognesi furono i primi a tornarsene a
casa, ed altri di mano in mano a ritirarsi: laonde il legato giudicò
meglio di ridurre l'esercito a Padova. Sospetto corse che Alberico da
Romano avesse segretamente fatto spargere questo terror nella gente. Per
attestato della Cronica di Verona[3385], la terra di Legnago sull'Adige,
acclamando in quest'anno il marchese Azzo d'Este, si sottrasse
all'ubbidienza di Eccelino e di Verona. Lo stesso fece quella ancora di
Cologna. Tirarono poscia i Padovani una gran fossa quasi di tre miglia
fuori della città con isteccati, torri di legno e petriere disposte in
varii siti, e quivi s'accampò l'esercito pontificio, aspettando il
tiranno. Colà fece venire il marchese Azzo tutta la cavalleria di
Ferrara, e dovea in breve arrivare anche la fanteria. Gran copia di
Mantovani e il patriarca di Aquileia con isforzo numeroso di gente
accorsero alla difesa di Padova. Arrivò sul fine d'agosto Eccelino,
diede varii assalti alle fortificazioni nemiche, ributtato sempre,
tuttochè superiore al doppio di forze ai Padovani: il perchè scornato se
ne tornò a Vicenza, dalla qual città con belle parole fece uscire la
milizia urbana, facendola stare ne' borghi, e dentro dispose una buona
guarnigione di Veronesi e Tedeschi.
Secondo la Cronica di Milano[3386], fu in quest'anno divisione fra i
nobili e popolari di Milano. Ognun voleva comandar le feste. Guerra
eziandio si fece fra i cittadini e fuorusciti di Piacenza[3387]. Ma in
Toscana fu ben più fiera. Uscirono in campagna i Fiorentini, Lucchesi e
Genovesi collegati contro ai Pisani[3388]. A tutta prima i Lucchesi
rimasero spelazzati; ma, accorsi i Fiorentini, sconfissero l'oste pisana
vicino al Serchio; e fu in pericolo la stessa città di Pisa. Tolsero i
Genovesi ai Pisani il castello d'Ilice. La debolezza in cui restò allora
il popolo pisano il ridusse a chiedere pace. E l'ottennero con
restituire ai Lucchesi Motrone, dimettere il castello di Corvara, che fu
distrutto, e quello di Massa, che fu restituito al _marchese Bonifazio_
Malaspina. Circa questi tempi cominciò il _marchese Oberto_
Pelavicino[3389], siccome capo de' Ghibellini in Lombardia, ad aver
qualche dominio anche in Pavia. Leggiamo poscia nelle Croniche
d'Asti[3390] che nell'anno presente, ad istanza e per ordine del papa,
tutti gli Astigiani che erano in Francia furono presi dai soldati del
santo _re Lodovico_, e consegnati a _Tommaso conte_ di Savoia, oppur
detenuti per lungo tempo nelle carceri di Parigi. Perderono gli
Astigiani quanto aveano in Francia, e nella lunga guerra che ebbero col
suddetto conte di Savoia, spesero più di ottocento mila lire. L'origine
della disgrazia di questo popolo si ha da Matteo Paris[3391], dal
Guichenone[3392], e da Antonio poeta astigiano[3393], secondo i quali
nel precedente anno cominciò la guerra fra esso Tommaso conte di Savoia
e il popolo d'Asti. Occupò il conte Chieri agli Astigiani. Usciti con
grande sforzo gli Astigiani, ruppero il popolo di Chieri, e poi presero
Moncalieri, dove fecero prigione l'abbate di Susa loro gran nemico. A
questa nuova il conte Tommaso, ch'era in Torino, ammassato l'esercito
suo, venne a dar battaglia agli Astigiani a Montebruno, ma se ne andò
egli sconfitto, e gran copia di Torinesi vi restò prigione. Tornato a
Torino, fecesi una matta sollevazione contra di lui, e da quel popolo fu
detenuto prigione, con intimazione di non rilasciarlo, se prima non
facea restituire i lor cittadini. Matteo Paris ne attribuisce la cagione
al suo duro governo. Diedero poscia i Torinesi barbaramente esso conte
in mano agli Astigiani, e con ciò liberarono la lor gente. La
disavventura di questo illustre principe, già conte ancora di Fiandra, e
parente dei re d'Inghilterra e di Francia, fece gran rumori dappertutto.
Papa Alessandro IV ne scrisse lettera di condoglianza alla regina
d'Inghilterra, rapportata da Matteo Paris, e l'esortò a far prendere
tutte le persone e i beni de' Torinesi ed Astigiani, che fossero nel suo
dominio. Altrettanto fece il santo re di Francia nel suo, per ordine
dello stesso papa. Presero poscia gli Astigiani Fossano ed altre terre
del conte, ed arrivarono fino alla valle di Susa, con egual felicità in
altri fatti d'armi. Abbiamo da Matteo Paris che venne in Italia
l'arcivescovo di Cantorberì per liberare il conte suo fratello. Mosse i
Savoiardi a fare l'assedio di Torino, ma senza profitto; e dopo avere
inutilmente consumate immense somme di danaro, se ne tornò in
Inghilterra, con lasciare tuttavia prigione il fratello. Aggiugne il
medesimo storico che nell'anno presente i Romani, stanchi della severità
ed inesorabil giustizia di Brancaleone d'Andalò Bolognese lor senatore,
il cacciarono in prigione. A lui volea gran male la nobiltà, e più la
corte pontificia. Segretamente se ne fuggì sua moglie, e, venuta a
Bologna, operò che gli ostaggi de' Romani quivi dimoranti fossero ben
custoditi. Ricorsi i Romani al papa, fecero ch'egli scrivesse al comune
di Bologna, intimando l'interdetto alla città, se non rendeva gli
ostaggi. Sofferirono i Bolognesi piuttosto l'interdetto, ben conoscendo
che, qualora gli avessero dati, vi andava la testa del loro
concittadino. Questo avvenimento ci fa comprendere con quali costumi si
regolassero allora le città italiane, o almen qual precauzione avesse
presa Brancaleone, perchè assai conoscente delle instabili leste dei
Romani d'allora, i quali presero dipoi per loro senatore Manuello Maggi
Bresciano. Potrebbe nondimeno essere che questi ostaggi e l'interdetto
suddetto appartenessero all'anno 1260, siccome vedremo.