NOTE:

[3394] Stero., Annal. Augustan. Matth. Paris., Hist. Angl. Roland., lib.

11, cap. 2.

[3395] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3396] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3397] Roland., lib. 10, cap. 13.

[3398] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3399] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[3400] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3401] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manip.

Flor., cap. 291.

[3402] Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.

[3403] Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.

[3404] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[3405] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.

[3406] Matth. Paris. Hist. Angl.

[3407] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLVIII. Indizione I.

ALESSANDRO IV papa 5.

Imperio vacante.

Era già il fin qui principe di Taranto _Manfredi_ in pacifico possesso

di tutto il regno di Sicilia di qua e di là dal Faro. Non mancavano a

lui voglie di maggiore ingrandimento, nè consiglieri che la fomentassero

e ne promovessero il compimento. Benchè intorno alle cose di lui non ci

restino da qui innanzi, se non istorici guelfi, talvolta sospetti di

troppo maliziare, e di alterar la verità secondo le loro passioni; pure

non ci mancherà lume per discernere quello che sia più probabilmente da

credere negli avvenimenti spettanti a lui. Pensò dunque Manfredi, e vi

avea pensato anche molto prima, di assumere il titolo e la dignità di re

di Sicilia. A questo fine fece egli sparger voce che Corradino suo

nipote in Germania fosse mancato di vita. Niccolò da Jamsilla[3408] pare

che ci voglia dare ad intendere che tal fama naturalmente e senza frode

sorgesse e prendesse piede; ma non si fallerà giudicando che

artificiosamente fosse disseminata, acciocchè, tenuto per estinto il

legittimo erede della corona di Sicilia, si facesse apertura alla

succession di Manfredi. E ciò poi sarebbe più chiaro del sole, qualora

fosse fuor di dubbio quanto vien raccontato da Ricordano[3409], da

Giovanni Villani[3410] e da altri Guelfi: cioè che Manfredi mandò suoi

ambasciatori in Suevia per avvelenar Corradino, e, credendo essi d'aver

fatto il colpo, se ne tornarono in Sicilia vestiti di gramaglia,

asserendo la di lui morte. Le credo io favole. Saba Malaspina[3411]

altro non dice, se non che si fecero correre certe lettere finte, come

scritte da baroni tedeschi, coll'avviso della morte di Corradino,

fondate forse anche sopra qualche grave malattia di lui, che diedero da

dubitar di sua vita. Bastò questo per indurre, come vuole il Jamsilla, i

prelati e baroni del regno a fare istanza a Manfredi di prendere lo

scettro del regno. Più verisimile è che dalle segrete insinuazioni dello

stesso Manfredi fossero mossi a far questo passo. Comunque sia, nel dì

11 d'agosto nella cattedral di Palermo fu egli solennemente coronato re

da tre arcivescovi col concorso e plauso d'innumerabili prelati, baroni

e popolo. Ed abbondavano bene in lui, anche per confessione de' suoi

avversarii, moltissime di quelle prerogative che rendono l'uomo degno di

regnare. Giovane di bell'aspetto, faceva sua gloria la cortesia,

l'affabilità e la clemenza, senza avere ereditata la crudeltà de' suoi

maggiori. Singolar fu la sua prudenza e l'intendimento superiore di

lunga mano all'età; grande il suo amore verso le lettere e i letterati,

ed egli stesso ben istruito delle scienze e dell'arti più nobili; ma

soprattutto risplendeva in lui la generosità e la gratitudine in

premiare chiunque gli prestava servigio. E specialmente nel tempo della

coronazione si diffusero le rugiade della sua liberalità e magnificenza

con profusione di donativi al popolo, e di contadi, baronie ed altri

uffizii, de' quali principalmente furono a parte i suoi zii materni

marchesi Lancia, ed altri suoi parenti e molti Lombardi, dei quali, più

che d'altri, si fidava. Ch'egli fosse principe di poca fede, di minor

pietà, e dedito a' piaceri e alla lussuria, lo dicono gli scrittori

pontificii. Certo è che la politica mondana e l'ambizione ebbero il

primato nel suo cuore, e fu dai più riprovato l'aver egli occupato il

regno dovuto al nipote. Credeva anch'egli non poco alla strologia.

Scrive Matteo Paris[3412], essersi nell'anno 1256 venuto a sapere che

Manfredi, creduto fin allora bastardo, in una malattia della madre,

figliuola del marchese Lancia di Lombardia, era stato legittimato

dall'imperador Federigo II suo padre, coll'averla sposata. Queste erano

ciance del volgo. Racconta ancora Saba Malaspina[3413], scrittore nimico

di Manfredi, che non essendo per anche egli coronato, per parte del re

Corradino vennero in Italia due ambasciatori con ordine di trattar col

papa di accordo per succedere nel regno di Sicilia. Verso il castello

della Molara furono presi, spogliati, e l'un di essi ucciso, l'altro

ferito da Raule de' Sordi nobile romano. Autore di questa sceleraggine

vien detto Manfredi da esso Malaspina, quasichè allora non si trovassero

nel distretto romano e in altri luoghi di que' nobili assassini che

andavano a caccia di chi avea cariche le valigie di oro; e non

confessasse egli che questo nobile era un solennissimo scialacquatore e

malvivente, capace perciò senza gli sproni altrui di così neri

attentati. Per lo contrario, abbiamo da Matteo Spinelli[3414] che nel dì

20 di febbraio del 1256 (nel suo testo sono sconcertati tutti gli anni:

forse è l'anno 1259) vennero a Barletta gli ambasciatori della regina

_Isabella_, madre del re _Corradino_, con quei del duca di Baviera suo

fratello, a trovare il re Manfredi. Fecero conoscere che Corradino era

vivente, e pretesero che si gastigasse chi avea detta la menzogna di sua

morte. Manfredi con saggio e bel sermone rispose loro che il regno era

già perduto, ed averlo egli, siccome ognun sapeva, conquistato coll'armi

e con immense fatiche; nè essere di dovere nè di utilità che lo

rinunziasse ad un fanciullo incapace di sostenerlo contra de' papi,

implacabili nemici della casa di Suevia. Che per altro avrebbe tenuto il

regno sua vita naturale durante, e poi vi sarebbe succeduto Corradino.

Con queste belle parole, e con regali magnifici, anche pel duca di

Baviera, rispedì gli ambasciatori. Da Palermo ripassato il re Manfredi

in Puglia[3415], tenne corte bandita e un gran parlamento in Foggia,

dove rallegrò i popoli concorsi da tutte le parti colla solennità di

varii spettacoli e giuochi. Indi coll'esercito passò addosso alla città

dell'Aquila, che fin qui avea pertinacemente tenute inalberate le

bandiere della Chiesa. Danno non venne alle persone e robe degli

abitanti, che furono poi costretti ad uscirne, e la città per pena fu

data alle fiamme.

In questi tempi avendo il popolo romano trovato colle pruove Mannello

dei Maggi[3416], senatore troppo parziale dei nobili, levatosi a rumore,

andò colla forza a liberar dalle carceri Brancaleone già senatore, e il

rimise nell'uffizio primiero. Allora egli cominciò ad esercitare

spietatamente il rigore della giustizia contra de' potenti Romani che

calpestavano il popolo, e fece infin presentare alle forche due della

nobil casa degli Annibaldeschi. Fu coi suoi fautori scomunicato dal

papa: del che non fecero eglino conto, pretendendo di avere un

privilegio di non potere essere scomunicato. Tali minaccie poi si

lasciarono uscir di bocca contra del pontefice e de' cardinali, che papa

Alessandro colla corte, non veggendosi sicuro, si ritirò a Viterbo. Ciò

dovette succedere nell'anno precedente, perchè si veggono lettere quivi

allora date dal papa. Nel presente anno Brancaleone col popolo romano fu

in procinto di portarsi coll'armi a distruggere Anagni, patria dello

stesso pontefice. Per placarlo, bisognò che il papa con umili parole

mandasse a pregarlo di desistere da così crudele disegno. Durò fatica

Brancaleone a frenar il furor del popolo, e da lì innanzi tenne buona

corrispondenza col re Manfredi, che gli promise ogni assistenza ed

aiuto. Poscia, per abbassare la potenza della nobiltà romana, che colle

case ridotte in forma di fortezze commetteva mille insolenze, fece

diroccare da cento quaranta loro torri; e in questa maniera tornò la

quiete e tranquillità in Roma. Ma non passò l'anno presente, che fu

anche lo stesso Brancaleone atterrato dalla morte, e il suo capo, per

memoria del suo valore, o, per dir meglio, della sua eccessiva giustizia

e crudeltà, posto sopra una colonna entro di un vaso prezioso. Per

consiglio di lui, fu eletto senatore Castellano di Andalò Bolognese suo

zio dal popolo romano, senza voler dipendere dall'assenso del papa, che

fece tutto il possibile per impedirlo. Prosperarono in quest'anno in

Lombardia gli affari dell'empio _Eccelino_ da Romano con somma

afflizione di tutti i buoni. Guardavansi con occhio bieco in Brescia le

due fazioni de' Guelfi e Ghibellini, benchè riconciliate poc'anzi.

Eccelino[3417] con segrete lettere soffiava nel fuoco. Tentarono i

Ghibellini di cacciar la parte contraria nel dì 29 d'aprile, essendo con

loro Griffo ossia Griffolino podestà della città. Si venne all'armi; si

combattè tutta la notte; nel dì seguente restarono sconfitti gli amici

di Eccelino, Griffo preso con altri, il resto colla fuga si salvò a

Verona e Cremona. Già dicemmo uniti in lega Eccelino ed _Oberto_

Pelavicino marchese. Perchè i Bresciani erano venuti all'assedio di

Torricella occupata dai lor fuorusciti, mosse il marchese l'esercito de'

Cremonesi per dar soccorso agli assediati, e nello stesso tempo

sollecitò Eccelino a muoversi dall'altro canto. Allora Eccelino con

quante forze potè di Tedeschi, e delle milizie di Verona, Feltre,

Vicenza e d'altri luoghi[3418], marciò alla volta del Mincio, e,

passatolo in fretta, andò ad unirsi coi Cremonesi. Intanto il legato

pontificio _Filippo arcivescovo_ di Ravenna, al primo movimento de'

Cremonesi avendo chiamati in aiuto i Mantovani, che v'accorsero colla

loro milizia, uscì in campagna coll'esercito bresciano e con tutti i

suoi crocesignati, e andò a Corticella presso al fiume Oglio. Ma

arrivata nel suo campo la nuova che Eccelino s'era accoppiato coi

Cremonesi, ben conoscendo d'essere inferiore di forze, propose di

ritirarsi a Gambara, e che s'aspettasse Azzo marchese d'Este, il quale a

momenti dovea giugnere collo sforzo dei Ferraresi e dei suoi Stati.

Parve a Biachino da Camino e ai principali Bresciani una viltà il

retrocedere[3419]. Da lì a poco eccoti si veggono da lungi sventolar le

bandiere di Eccelino; All'armi, all'armi. Si diede la battaglia nel dì

28 d'agosto, secondo Rolandino, ma, secondo il Monaco Padovano[3420] e

Jacopo Malvezzi[3421], nel dì 30. Atterriti sul principio, in breve

sbaragliati rimasero i Bresciani, e preso il legato del papa con

_Damiano Cossadoca_ vescovo eletto di Verona, Simone da Fogliano di

Reggio podestà di Mantova, e molti altri nobili, e gran quantità di

popolo. Nel dì seguente _Cavalcante da Sala_ vescovo, e gli altri

cittadini rimasti in Brescia, tutti sbigottiti, credendo di far cosa

grata ad Eccelino, liberarono Griffo e gli altri prigioni, ma

scioccamente e in propria rovina, perciocchè costoro aprirono le porte

della città ad Eccelino, il qual vittorioso col marchese Oberto e Buoso

da Doara ne prese il possesso. Il vescovo, i preti e gran copia d'altri

cittadini guelfi si sottrassero colla fuga a quel flagello del genere

umano. Aveva Eccelino, per attestato di Parisio da Cereta, nel primo dì

di febbraio dell'anno presente fatto morir ne' tormenti moltissimi

Veronesi, tanto nobili che plebei. Non dimenticò già egli il suo

barbarico costume, giunto che fu in Brescia. Ivi ancora le carceri e le

mannaie si tennero in esercizio, e le chiese spogliate, e le torri dei

principali nobili per ordine suo furono spianate. Doveva essere il

dominio di Brescia la metà de' Cremonesi; e infatti sul principio fu

divisa la città, e l'una parte d'essa assegnata al marchese Pelavicino e

a Buoso da Doara. Ma Eccelino la volea tutta, e ne trovò a suo tempo la

maniera. Intanto, a riserva della terra degli Orci, tutto il territorio

di Brescia venne in poter del tiranno. Per questa disavventura di

Brescia, città di tanto nerbo, fu un gran dire per tutta Italia, e

n'ebbe un sommo cordoglio e terrore la parte della Chiesa. Ma i giudizii

di Dio sono ben diversi da quelli degli uomini, e ce ne avvedremo

all'anno susseguente.

Nel dì 4 d'aprile, dell'anno presente, coll'interposizione del suddetto

Filippo legato del papa, s'erano accordati insieme i nobili e popolari

di Milano con istabilire una concordia, che fu appellata la pace di

Sant'Ambrosio[3422]. Il Corio[3423], che ne vide lo strumento, rapporta

distesamente tutte le condizioni d'essa. Ma, secondo il pessimo uso di

tempi tali, durò questa ben poco. Nella festa di san Pietro di giugno,

Martino dalla Torre capo del popolo cacciò di città _Leone da Perego_

arcivescovo colla fazione de' nobili, i quali si ridussero a Cantù, e

poscia andarono in soccorso de' Rusconi, potenti cittadini di Como, i

quali voleano abbattere la parte contraria de' Vitani. Ma, accorso in

aiuto degli ultimi il suddetto Martino con un possente corpo di

Milanesi, toccò ai Rusconi di sloggiare da Como, e i Vitani ne restarono

padroni. Ebbe nondimeno un'altra cagion di sospirare nell'anno presente

la città di Milano. Suddita de' Milanesi era da gran tempo la nobil

terra di Crema[3424]. Entrata anch'ivi la discordia fra i cittadini, i

Benzoni, famiglia potente, chiamarono il marchese Oberto Pelavicino, il

quale ben volentieri con cinquecento cavalli ne andò a prendere il

possesso e dominio, con iscacciarne la contraria fazione. L'emulazione

ancora che d'ordinario regnava fra quelle nazioni italiane, che si

trovavano allora possenti in mare, e intente alla mercatura, era già

passata in aperta guerra tra i Veneziani[3425] e Genovesi per accidente

occorso in Accon. Il Continuatore di Caffaro[3426] descrive il principio

e progresso della lite, per cui restarono aggravati i Veneziani. E

quantunque s'interponesse coi suoi paterni uffizii papa Alessandro IV, e

andassero innanzi e indietro lettere ed ambasciatori, pure non ne venne

concordia, e continuò il mal animo dell'altra nazione. Fecero lega i

Veneziani coi Pisani, Provenzali e Marsiliesi, e con gran flotta

navigarono tutti in Oriente. Colà comparvero ancora con possente sforzo

di galee e di navi i Genovesi. Nel dì 24 di giugno si affrontarono

queste armate navali, e dopo un ostinato combattimento la vittoria si

dichiarò in favore de' Veneziani e Pisani[3427], con prendere

venticinque galee dei vinti. Restarono perciò i Genovesi in molto

abbassamento in quelle parti, e fu distrutta in Accon la lor bellissima

torre, e spogliati i lor magazzini. A queste nuove il buon papa

Alessandro, considerando il grave pregiudizio che da ciò risultava

agl'interessi della cristianità in Soria, rinforzò le sue premure per la

pace. Intimò tosto una tregua; ottenne da' Veneziani la libertà de'

prigioni, e finalmente stabilì fra questi popoli la concordia, con

alcune condizioni nondimeno, che forse furono moleste ai Genovesi.

Crescendo anche in Bologna[3428] ogni dì più le discordie civili, che

ordinariamente nascevano dalle pazze parzialità e fazioni guelfa e

ghibellina, ovvero dall'incontentabil ambizione di soprastare nel

comando agli altri, in quest'anno vennero alle mani in essa città i

Geremii e i Lambertazzi, famiglie delle più potenti, cadauna delle quali

tirava seco il seguito d'altre nobili casate, e ne succedette la morte

di molti. Quel solo che potè ottenere con tutti i suoi sforzi il

podestà, fu di mettere tregua fra le parti: il che per allora sopì, ma

non estinse l'incendio, che continuò poi per anni parecchi.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 274 / 277 题