[3246] Jonvill. Nangius. Vicentius Belluacens.
[3247] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.
[3248] Matth. Paris, Hist. Anglic.
[3249] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3250] Petrus de Vineis, lib. 3, epist. 23.
[3251] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3252] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[3253] Chron. Brixianum, tom. 12 Rer. Ital. Annales Veronens., tom. 8
Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3254] Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3255] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[3256] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3257] Monach. Patavin., in Chron. tom. 8 Rer. Ital.
[3258] Sigon., de Regno Ital., lib. 18.
[3259] Memor. Potest. Regiens.
[3260] _Se nel 26 maggio fu fatto prigioniero dai Bolognesi, come nel
giugno il re Enzo poteva essere ad Arola?_ L'Ed.
[3261] Matth. de Griffonibus, Hist. tom. 18 Rer. Ital.
[3262] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[3263] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[3264] Piena Esposizione cap. 9.
[3265] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Sarsin.
[3266] Roland., lib. 6, cap. 1 et seq.
[3267] Paris. de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3268] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[3269] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCL. Indizione VIII.
INNOCENZO IV papa 8.
FEDERIGO II imperadore 31.
Non passò l'anno presente senza memorabili avvenimenti. Lagrimevole fu
quello della sacra spedizione del santo re di Francia _Lodovico IX_ in
Egitto. Già egli era padrone di Damiata; si magnificava dappertutto in
quelle parti la sua probità, e il valore delle sue armi per varie rotte
date ai Saraceni, talmente che (se pur è mai verisimile ciò che racconta
il Joinville[3270]) dopo le disgrazie che fra poco accennerò, avendo
que' barbari ucciso il loro Sultano, fu dibattuto non poco fra loro, se
doveano proclamar Lodovico re di Francia per loro imperadore. Eransi
inoltre coloro ridotti a chieder pace[3271], e ad esibirgli la
restituzion di Gerusalemme e degli altri luoghi di Terra santa tolti ai
cristiani, purchè rendesse loro la città di Damiata. La superbia, la
discordia, l'avarizia de' consiglieri e baroni del re non permisero che
si accettasse così vantaggiosa offerta. Inviossi poi l'armata regale
alla volta del Cairo, ma fu arrestata in cammino dalla fortezza di
Massora. Quivi stando, nè potendo ricevere viveri da Damiata, perchè i
Saraceni presero i passi per terra e per acqua, l'esercito per la fame e
per le malattie epidemiche insortevi cominciò a venir meno; e calando
ogni dì più il numero dei combattenti, il re, anch'egli infermo,
determinò di tornarsene a Damiata. Ma nel viaggio assaliti i cristiani
dall'immenso esercito di quegl'infedeli, nel dì 5 d'aprile furono
sconfitti, ed il santo re co' principi suoi fratelli, e con gran numero
di baroni e dodici mila di gente bassa, rimase prigione. Non so se abbia
buon fondamento il dirsi da Giovanni Villani[3272] che il re fu messo
ne' ceppi: forse fu sui primi giorni. I più antichi scrittori scrivono
ch'egli dipoi fu onorevolmente trattato da quei Barbari. Per liberarsi
convenne rendere Damiata, e promettere di pagare settanta mila bisanti
saraceni: il Villani suddetto dice ducento mila di parigini. Ma i più
accertati riscontri sono, che il riscatto suo e di tutti i baroni, e del
resto de' prigioni ascendesse ad ottocento mila bisanti d'oro. Fecesi
una tregua, che fu mal eseguita da que' perfidi. Doveano rimettere in
libertà molte migliaia di prigionieri; neppur mille uscirono dalle lor
mani. Continuò poscia il piissimo re, venuto ad Accon ossia Acri, a
soggiornare in quelle parti circa due anni, attendendo a fortificar que'
pochi luoghi che restavano in poter de' cristiani. Penuriava di viveri
la città di Parma. Perchè quella di Reggio tuttavia stava costante nel
partito imperiale, si mosse, affine di condurvene con sicurezza,
l'esercito de' Bolognesi, Modenesi, Ferraresi e fuorusciti reggiani, e
nel dì 8 di giugno, o, per dir meglio, nel dì 15 fino al fiume Crostolo
ne condusse una gran quantità[3273], che fu ricevuta dai Parmigiani, e
felicemente introdotta nelle lor città. Venuto Ugo dei Sanvitali da
Parma alla nobil terra di Carpi, che era allora sotto la giurisdizione
di Modena, quell'arciprete gliela consegnò, ed egli cominciò a farvi il
padrone. Alterato per questo affare il comune di Modena, mise al bando
tutti i Carpigiani, e già si disponeva per procedere ostilmente contro
quella terra e distruggerla. Ma i Carpigiani prevennero il colpo con
iscacciarne il suddetto Ugo, e allora i Modenesi colà spedirono una
buona guarnigione per assicurarsi in avvenire da somiglianti insulti.
Anche i Milanesi[3274], per sovvenire al bisogno di Parma, vi spedirono
in quest'anno quattro mila moggia di biade; ma nel passare pel
Piacentino, quel popolo prese e ritenne per sè tutto quel grano.
Diversamente parla di ciò la Cronica di Parma. Ossia che già in Piacenza
fossero de' mali umori, e a cagion d'essi venisse fatto questo aggravio
ai Milanesi e Parmigiani, che pur erano lor collegati; ovvero che di qua
prendesse origine la discordia: certo è che in quest'anno la fazion
ghibellina prevalse nella città di Piacenza[3275], e quel popolo, per
tanti anni in addietro sì attaccato alla Chiesa, voltò mantello: cotanto
erano allora instabili gli animi de' popoli italiani. Ritirossi per
questo il cardinale legato del papa da quella città, ed anche i nobili,
cedendo alla forza de' popolari, si ridussero alle lor castella.
Aveano i Cremonesi eletto per loro podestà nell'anno presente il
_marchese Oberto_ ossia Uberto Pelavicino, signor potente, e
Ghibellinissimo, per desiderio specialmente di vendicarsi
dell'insopportabile affronto ricevuto dai Parmigiani, che nella vittoria
del 1248 aveano preso il loro carroccio. Figurandosi dunque di poter
prendere Parma, che scarseggiava allora di vettovaglie, il marchese
Oberto, con grosso esercito di essi Cremonesi e dei fuorusciti di Parma,
da Borgo San Donnino s'incamminò a quella volta. Arditamente, benchè con
forze disuguali, uscì il popolo di Parma[3276] contro i nemici,
conducendo il suo carroccio appellato Biancardo, e nel giovedì 18 di
agosto in un luogo chiamato Agrola attaccò un fierissimo combattimento.
Nel furor della battaglia s'alzò una voce de' fuorusciti: _alla città,
alla città_: il che udito da' Parmigiani, abbandonato il conflitto,
furiosamente retrocederono per prevenire il tentativo de' nemici. Tale
fu la calca di essi al ponte della città, che questo si ruppe, nè
solamente precipitarono e si annegarono nell'acqua della fossa coloro
che v'erano sopra, ma assaissimi altri di quei che venivano dietro,
incalzati non meno dai suoi che dai Cremonesi. Perì per quell'accidente
e per le spade dei nemici gran quantità di cittadini di Parma, e ne
restarono prigionieri tre mila pedoni ed assaissimi cavalieri, giacchè
era loro tolto l'ingresso nella città. Furono tutti condotti a Cremona
in trionfo, trionfo soprattutto, secondo l'opinion d'allora, nobilitato
dalla presa ancora del carroccio parmigiano, per cui si fece gran festa
da' Cremonesi. Restò in Parma per lungo tempo la memoria di questo
infelice giorno, nominato la _mala zobia_. Scrive il Sigonio[3277]
ch'essi prigioni furono dipoi tormentati e ingiuriati, acciocchè si
riscattassero; ma, se crediamo ad Antonio Campo[3278], cavate loro le
brache per ischerno e vergogna, furono rimessi in libertà. Con questa
vittoria tal credito si acquistò il marchese Oberto Pelavicino, che a
poco a poco in altissimo stato salì, siccome andremo vedendo. Da lì a
tre dì essendo assediato Mozano castello di Parma da Alverio da Palù
ossia da Palude, e giunta nuova che i Mantovani venivano in aiuto di
Parma, animosamente essi Parmigiani corsero a liberar quel castello, e
vi fecero prigioni cento degli assedianti. Anche i Reggiani diedero il
guasto a Novi, e presero Campagnola con ducento sessanta uomini. Dal
vedere che i Milanesi[3279] in questo anno presero ai Lodigiani le
castella di Fissiraga, Brignate e Zimido, si può conghietturare che il
comune di Lodi coll'esempio di Piacenza si staccasse dalla lega di
Lombardia, ed abbracciasse il partito imperiale. Molti nondimeno de'
Milanesi pel soverchio caldo morirono in essa spedizione; laonde quello
fu poi chiamato _l'esercito della Caldana_. Nell'agosto dell'anno
precedente[3280] aveva Eccelino da Romano data la podesteria di Padova
ad Ansedisio de' Guidotti, figliuolo d'una sua sorella, fatto dalla
natura per essere ministro d'un crudele tiranno. Costui nell'anno
presente per sua iniquità, ed ordine ancora dell'inumano suo zio, levò
di vita molti cittadini di Padova a cagione d'alcuni versi fatti contra
di Eccelino, o sotto altri pretesti. Fra questi spezialmente si contò
Guglielmo da Campo San Piero, uno de' più cospicui non solo di Padova,
ma anche della marca di Ancona.
Passò _Federigo_ imperadore l'anno presente in Puglia, senza che resti
memoria d'alcuna sua particolare azione od impresa. Probabilmente pativa
egli qualche sconcerto nella sanità. Nondimeno Pietro da Curbio
scrive[3281] ch'egli in questi tempi cacciò fuori del regno i frati
predicatori e minori, che troppo a lui erano sospetti; alcuni ancora ne
fece tormentare e morire. Ma si è di sopra veduto ch'egli non aspettò a
quest'anno a bandire i religiosi suddetti. Assalito fu egli da una
mortale dissenteria nel castello di Fiorentino in Capitanata di Puglia,
e nel dì 13 di dicembre, festa di santa Lucia, per consenso de' migliori
autori[3282], cessò di vivere. Le circostanze della sua morte posso ben
io riferirle, ma con protesta di non saper che mi credere a quegli
storici e tempi che niuna misura ebbero negli odii e nelle passioni, nè
si studiavano di depurar la verità dalle dicerie del volgo. Ricordano
Malaspina[3283] e il suo copiatore Giovanni Villani[3284], ed anche Saba
Malaspina[3285], scrissero che gli era stata predetta la sua morte in
Firenze, e però non volle mai entrare nè in Firenze, nè in Faenza, senza
avvedersi che in Fiorenzuola (Fiorentino era appellato quel luogo) dovea
trovarlo la morte. Questo racconto ha cera d'una fandonia, dedotta forse
dal non essere egli entrato per qualche accidente in quelle città.
Aggiugne Ricordano che Manfredi suo figliuolo bastardo, per voglia _di
avere il tesoro di Federigo suo padre e la signoria del regno di
Sicilia_, con un guanciale postogli sulla bocca l'affogò. Anche questa
può essere una ciarla. Niuno degli autori più antichi ne parla; nè è
punto ciò verisimile, perciocchè Federigo avea de' figliuoli legittimi,
chiamati al regno, nè Manfredi vi potea allora aspirare; e se questi
avesse occupato i tesori del padre, ne avrebbe renduto buon conto al re
Corrado. Finalmente scrive che Federigo II_ morì scomunicato e senza
penitenza_. Lo stesso viene asserito da Pietro da Curbio, cappellano di
papa Innocenzo IV, e scrittore della sua Vita[3286], e dal Monaco
Padovano[3287]. Eppure Guglielmo dal Poggio, storico di questi
tempi[3288], Alberto Stadense[3289], scrittore parimente contemporaneo,
e Matteo Paris (non già il suo Continuatore), che scriveva anche egli
allora le sue storie[3290], affermano esser egli morto compunto e
penitente, con aver ricevuta l'assoluzione de' suoi peccati
dall'arcivescovo di Salerno. E lo stesso si vede confermato da una
lettera scritta da Manfredi al _re Corrado_ suo fratello, pubblicata dal
Baluzio[3291]. Il cattivo concetto, in cui era Federigo, facea che
solamente si pensasse e credesse il male di lui. In quest'anno ancora
aveva egli spedito al sultano per la liberazione del re di Francia
prigioniere. Dai malevoli suoi fu interpretato che la spedizione fosse
tutta a fine contrario. Per altro a Federigo non mancarono delle rare
doti, accennate da Niccolò da Jamsilla[3292], affezionato partigiano di
Manfredi suo figliuolo; cioè gran cuore, grande intendimento ed
accortezza, amore delle lettere, ch'egli fu il primo a richiamare e
dilatare nel suo regno; amore della giustizia, per cui fece molti bei
regolamenti, conoscenza di varie lingue, ed altre prerogative. Ma questi
suoi pregi furono di troppo offuscati dalla sfrenata sua ambizione, per
cui si mise in pensiero di abbattere la libertà de' Lombardi, senza mai
volere ammettere la pace di Costanza, e di abbassare sconciamente anche
l'autorità e potenza del romano pontefice e degli altri ecclesiastici.
La religione, che in lui era ben poca, veniva perciò bene spesso
calpestata dalla sua politica. Quindi le discordie e guerre, e da esse
la necessità di scorticare i sudditi, e il pretesto d'affliggere con
ismoderate gravezze le persone ecclesiastiche e le chiese. Colla sua
crudeltà, colla sua lussuria diede ancora frequenti occasioni di
sparlare di lui; e principalmente la doppiezza sua, e il non attener
parola, gli tirarono addosso la solita pena, che non gli era creduto
neppur quando parlava di cuore e daddovero. Insomma lasciò egli dopo di
sè fama e nome piuttosto abbominevole, di cui non si cancellerà sì di
leggeri la memoria. Fece testamento, in cui dichiarò suo erede nel regno
di Sicilia _Corrado_ re dei Romani e di Germania. V'ha chi scrive, aver
egli lasciata la Sicilia e Calabria ad _Arrigo_ fanciullo, a lui
partorito da Isabella d'Inghilterra sua terza moglie. Non così parla il
suo testamento. Costituì ancora balio ossia governatore del regno in
lontananza d'esso Corrado, _Manfredi_ suo figliuolo bastardo, a cui
lasciò in retaggio il principato di Taranto con quattro altri contadi.
Ordinò che si restituissero alla Chiesa tutti i suoi Stati e diritti,
purchè anch'essa restituisse quelli dell'impero. Le altre sue
disposizioni si leggono nel suo testamento, pubblicato in questi ultimi
tempi da varie persone.