NOTE:

[3198] Raynald., in Annal. Eccles.

[3199] Albert. Stadens., in Chron.

[3200] Monach. Patavin., in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3201] Raynald., in Annal. Eccl.

[3202] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3203] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3204] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3205] Annales Veteres Mutinenses, tom, 11 Rer. Ital.

[3206] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[3207] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3208] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3209] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6. tom. 6, Rer. Ital.

[3210] Roland., lib. 3, cap. 16.

[3211] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXLVII. Indizione V.

INNOCENZO IV papa 5

FEDERIGO II imperadore 28.

Non so io qual fede meriti Matteo Paris in un fatto, di cui non

apparisce vestigio presso gli storici tedeschi, benchè, per vero dire,

la Germania non ha in questi tempi storico alcuno che ci dia sicuro lume

dei suoi avvenimenti. Scrive egli adunque[3212], che mentre l'eletto _re

Arrigo_ langravio di Turingia si disponeva per ricevere solennemente la

corona germanica, il _re Corrado_ figliuolo di _Federigo_ con quindici

mila combattenti si mise in agguato, e, venuto a battaglia con lui,

sbaragliò la di lui gente con istrage di moltissimi, e prigionia di

molti più, e colla presa di tutto il tesoro inviatogli dal papa. Per

questo colpo caduto Arrigo in una grave malinconia, s'infermò e diede

fine a' suoi giorni. Scrive il Sigonio[3213] ch'egli _ictu sagittae

saucius fugam arripere coactus, haud ita multo post dolore confectus

interiit_. Avrà egli presa tale notizia da Tritemio[3214], o dal

Nauclero, che scrivono ciò succeduto nell'assedio d'Ulma. Gli altri

storici dicono che esso re Arrigo morì nel suo letto cristianamente per

disenteria. Quante ciarle mai si saranno fatte per tal morte in tempi sì

sconvolti, tempi sì pieni di bugie, di falsi giudizii e di

strabocchevoli passioni, interpretando ognuno a suo talento i naturali

avvenimenti delle cose, come ancora si dovette fare a' tempi di papa

Gregorio VII per simili avvenimenti. Non si perdè d'animo per questo il

pontefice Innocenzo, ma, spedito in Germania il _cardinal Pietro_

Capoccio nel dì 4 d'ottobre dell'anno presente[3215], fece eleggere re

di Germania _Guglielmo conte_ d'Olanda, giovane prode e generoso in età

di circa venti anni, il qual poi essendosi colla forza impadronito di

Aquisgrana nell'anno seguente, quivi nella festa d'Ognisanti fu

solennemente coronato da _Guglielmo cardinale_ vescovo sabinense. Gli

mandò tosto il papa un rinforzo di trenta mila marche d'argento, che

felicemente arrivò alle di lui mani. Ma non ebbe già questa felicità la

spedizione di quattordici altre mila marche d'argento, che il papa,

stando tuttavia in Lione avea consegnato ad _Ottaviano cardinale_ di

Santa Maria in Via lata, insieme con un corpo di soldatesche per

soccorso dei Milanesi e degli altri collegati di Lombardia. Il

Continuatore di Caffaro scrive[3216] che erano mille e cinquecento

cavalli che il papa avea fatto assoldare in Lione. _Amedeo conte di

Savoia_[3217], perchè amico di Federigo, benchè si mostrasse parziale

del papa, trovò tante scuse, che il cardinale per quasi tre mesi fu

costretto a fermarsi e a consumare il danaro nel soldo di quegli armati,

i quali in fine licenziati se ne tornarono alle lor case; ed egli, se

volle passar in Italia, dovette colla sola sua famiglia guadagnarsi il

transito per vie inospite e dirupate. Quetati i rumori della Puglia,

venne in quest'anno Federigo a Pisa, e di là in Lombardia, senza

commettere ostilità veruna. Portossi dipoi a Torino, se crediamo a

Matteo Paris, per andare alla volta di Lione _cum innumerabili

exercitu_, con timore de' buoni ch'egli pensasse a far qualche brutto

scherzo al papa e ai cardinali soggiornanti in quella città. Ma questo

esercito, ed esercito innumerabile, è una frottola spacciata dal buon

Paris. Particolarità di tanto rilievo non l'avrebbe omessa nella vita di

papa Innocenzo IV Pietro da Curbio, che si trovava allora in Lione.

Altro non dice questo autore, se non che Federigo venne a Torino,_ ubi

cum comite Sabaudiae, et aliis quibusdam baronibus sibi adhaerentibus

nequiter machinans contra summum pontificem, ipsum Lugduni circumvenire

fraudulentissime procurabat_. Profittò di questa congiuntura il conte di

Savoia per farsi consegnare da Federigo il castello di Rivoli. Secondo

il suddetto autore, si teneva in Lione che Federigo fosse venuto per

ingannar con qualche frode, e non già per opprimere colla forza

dell'armi il pontefice. Per lo contrario, Federigo in una lettera,

rapportata dallo annalista Rinaldi scrisse che la risoluzione da lui

presa di portarsi a Lione gli era venuta da Dio, affine di terminar le

discordie, e giustificarsi appresso il papa e i Franzesi, per quanto io

vo credendo, dell'imputazione datagli d'essere un eretico e miscredente.

Se fosse vera o finta questa sua intenzione, non saprei dirlo io: ben so

che non sarebbe mai convenuta a lui una protesta sì fatta, quando egli

avesse condotto seco un esercito smisurato, capace di accusarlo presso

d'ognuno, non già di pacifici, ma bensì di perniciosi disegni. Così

dall'Annalista di Genova impariamo ch'egli venne in Lombardia mansueto

come un agnello, e diceva di voler ubbidire agli ordini del papa, e dar

pace al mondo; e ciò ad istanza del re di Francia. Comunque sia, eccoti

disturbati i di lui o buoni o perversi disegni dall'avviso d'una novità,

che il fece smaniar per la collera, e tornare ben tosto indietro.

I parenti di papa Innocenzo scacciati da Parma[3218], cioè i Rossi, i

Correggeschi, i Lupi ed altri, tenendo buona intelligenza in quella

città, nel dì 16 di giugno, giorno di domenica, con grosso corpo

d'armati vennero alla volta di Parma. Arrigo Testa da Arezzo, che quivi

era podestà per l'imperadore, ciò presentito, andò loro incontro fino al

fiume Taro colla milizia di Parma, e venne con loro a battaglia. O così

portasse la fortuna dell'armi, oppure perchè il popolo di Parma facesse

due diverse figure, restò egli morto in quell'azione, i suoi sbandati se

ne tornarono alla città, dove entrarono anche i nobili fuorusciti col

seguito loro. Gherardo da Correggio a voce di popolo fu immantinente

proclamato podestà, furono prese le torri e il palazzo del comune, con

iscacciarne gli uffiziali e soldati dell'imperadore. Trovavasi allora il

re Enzo all'assedio di Quinzano, castello de' Bresciani[3219]. Appena

ebbe intesa questa nuova, che, senza perdere un momento di tempo, venne

coll'armata sua a portarsi alle rive del Taro, per impedire i soccorsi a

Parma. Non per questo rimasero i Milanesi di spedirvi mille uomini

d'armi, ciascuno de' quali, secondo gli Annali di Milano[3220], avea

quattro cavalli. Secento ancora (forse _ducento_, secondo la Cronica di

Piacenza) ne mandarono i Piacentini[3221]. Fu condotta questa brigata

per la montagna da Gregorio di Montelungo legato apostolico, e da

Bernardo figliuolo d'Orlando Rosso, e felicemente arrivò in Parma con

somma consolazione di quel popolo. Essendo volata anche a Torino questa

novità, Federigo, ben conoscente delle conseguenze che seco portava,

perchè a lui tagliava la comunicazione con Reggio e Modena, città a lui

fedeli, e colla Toscana, precipitosamente venne alla volta di Parma, e

in vicinanza d'essa cominciò a trincierarsi. Attesero anche i Parmigiani

a far fossi, e a fabbricar palancati e bitifredi per lor difesa. Ordinò

Federigo al comune di Reggio di far prigioni quanti Parmigiani si

trovavano in quella città; e fu ubbidito. Un pari comandamento andò a

Modena, e quivi fu presa la cinquantina de' cavalieri di Parma, già

venuta in soccorso di Modena, acciocchè i Bolognesi non impedissero il

raccolto de' grani; e tutti inoltre gli scolari di Parma, che erano allo

studio delle leggi in Modena, città anche allora provveduta di buoni

lettori per la lor gara col popolo di Bologna. Furono tutti condotti a

Federigo, ed incarcerati. Fu anche sconfitta dal re Enzo la cavalleria

di Parma verso Montecchio, con restarvi molti di essi prigioni. Tra

questi ed altri presi in diversi luoghi, ebbe Federigo da mille prigioni

parmigiani, de' quali barbaramente cominciò a farne morir quattro in un

giorno in faccia alla città, e due nel dì seguente; ed era per seguitar

questa barbarie, se il popolo di Pavia mosso a compassione non avesse

chiesta in dono la loro vita, facendogli conoscere che la loro morte

nulla serviva a prendere la città, e solamente potea rendere lui odioso

a tutto il mondo. Il solo Colorno si tenne saldo in quelle congiunture;

tutto il resto del distretto ebbe il guasto, e venne in potere di

Federigo, il quale a quell'assedio avea ben dieci mila cavalli, e una

quantità innumerabile di fanteria di varie città, con alcune migliaia di

Saraceni balestrieri. Distruggevano costoro tutte le case, e ne

asportavano al campo imperiale tutti i mattoni e i coppi, co' quali,

d'ordine di Federigo, si andò fabbricando una città verso l'occidente in

faccia a Parma, con fosse, steccati, bitifredi, baltresche, ponti

levatori e mulini. Le fu posto il nome di Vittoria, per far buon augurio

all'imperadore, risoluto di non muoversi di là senza aver presa la

nemica città. Della nuova sua fece egli il disegno[3222], dopo aver

fatto prendere da' suoi strologhi l'ascendente più favorevole; e fu da

essi ben servito, siccome vedremo.

L'assedio di Parma commosse ben tosto al soccorso i circonvicini

collegati della Chiesa. _Ricciardo conte_ di San Bonifazio v'entrò con

una squadra d'armati. I Mantovani si scagliarono addosso ai Cremonesi,

saccheggiando e bruciando tutto sino a Casalmaggiore. _Azzo VII_

marchese d'Este coi Ferraresi, i fuorusciti di Reggio, Bianchino da

Camino, e infin Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con una mano

di Trivisani, accorsero all'aiuto dell'assediata città. Anche i Genovesi

v'inviarono quattrocento cinquanta balestrieri, e trecento i conti di

Lavagna nipoti del papa. Fece all'incontro Federigo venire alla sua

armata _Eccelino_ da Romano co' Padovani, Vicentini e Veronesi. Allorchè

egli giunse alla villa di Gazoldo, passando pel Mantovano, il marchese

d'Este coi Mantovani nel mese di giugno assalitolo, diedero una

spelazzata alla sua gente, e massimamente ai Veronesi, che aveano la

retroguardia. Fu anche spedito dal papa il _cardinale Ottaviano_ degli

Ubaldini, il quale coi Milanesi, Bresciani, Mantovani, Veneziani e

Ferraresi si accampò nella Tagliata di Parma. Cresceva intanto ogni dì

più la fame in Parma per la mancanza de' viveri. Fecero i Mantovani e

Ferraresi venire una gran copia di barche per Po; e perciocchè al loro

passaggio si opponeva un ponte fabbricato dal re Enzo su quel fiume, i

collegati della Chiesa lo sforzarono e vinsero[3223]: dopo di che

introdussero animosamente in Parma una gran quantità di frumento,

melica, spelta, orzo, sale ed altre vettovaglie, delle quali abbisognava

l'afflitta città. Non istettero oziosi in questo tempo i Bolognesi,

profittando della lontananza de' Modenesi, iti al campo imperiale[3224].

Oltre all'aver anch'essi inviato all'armata della Chiesa in difesa di

Parma mille e quattrocento soldati, a tradimento, cioè per via di

danari, tolsero nel mese di luglio ai Modenesi[3225] il castello di

Bazzano. Diversamente scrive il Sigonio[3226], che quel popolo si

arrendè a patti di buona guerra. In aiuto de' Modenesi accorse allora

Eccelino da Romano; e però andarono ad accamparsi vicino a Bazzano a

fronte del campo bolognese, con aspettar anche un rinforzo d'uomini

d'armi dal re Enzo. Vennero poscia alle mani coi Bolognesi nel dì 23 di

luglio, e vi fu molta perdita di gente dall'una parte e dall'altra,

colla peggio nondimeno del campo bolognese. Ancor qui il Sigonio

discorda dai nostri Annali. Contuttociò essi Bolognesi s'impadronirono

dipoi anche di Montalto, di Savignano, e d'altri luoghi del Modenese.

Jacopino, e Guglielmo suo nipote, de' Rangoni da Modena, erano dianzi

passati al servigio del re Enzo con venticinque uomini d'armi. Senza

licenza dell'imperadore si partirono dall'assedio di Parma, e però

furono banditi da Modena con tutta la fazione guelfa, appellata degli

Aigoni. Loro diedero i Bolognesi il castello di Savignano da abitare. In

quest'anno i popoli della Lunigiana e Garfagnana si ribellarono

all'imperadore[3227], ed imprigionarono il di lui vicario nel castello

di Groppo San Pietro. Allora Obizzo marchese Malaspina ricuperò le sue

terre di Lunigiana. Vennero anche alla divozion de' Genovesi molte

terre, che dianzi si erano rivoltate, ma non già Savona, città ostinata

nella sua ribellione. Presero essi Genovesi una galea di Federigo

vegnente in Puglia, che conduceva tre nobili milanesi della casa

Pietrasanta, destinati da esso imperadore a far cambio con dei prigioni

bergamaschi detenuti in Milano. Fecero in essa galea prigioni ducento

uomini con Rubaconte, uno de' principali bergamaschi. Per attestato di

Matteo Paris[3228], in quest'anno l'imperador Federigo diede una sua

figlia per moglie a _Tommaso_ della casa di Savoia, già conte di

Fiandra, fratello di Amedeo IV, conte di Savoia, di Guglielmo

arcivescovo di Cantorberì, e d'altri degni personaggi di quella

nobilissima casa. Gli assegnò in dote Torino e Vercelli colle adiacenze,

affinchè impedisse il passo al papa e agli aderenti di lui per quelle.

Questo matrimonio è negato dal Guichenon[3229], e non senza ragione,

perchè lo stesso Paris afferma che il papa nel 1251 maritò con lui una

sua nipote. Chi sa che non si trovasse qualche fondamento allora per

disciogliere il matrimonio contratto con una figliuola d'un imperadore

scomunicato e morto? Intanto questo patto di Matteo Paris viene a

mettere in dubbio il dirsi dal suddetto Guichenone, che la città di

Torino nel 1245 riconobbe per suo signore Amedeo conte di Savoia.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 263 / 277 题