[3169] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3170] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 9.
[3171] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3172] Vita Innocentii IV, cap. 11 P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[3173] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[3174] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 15, P. I, tom. 3 Rerum
Ital.
[3175] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3176] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[3177] Gualvaneus Flamma, in Manipul. Flor., cap. 278.
[3178] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.
[3179] Roland., lib. 5, cap. 12. Paris de Cereta, Annal. Veron., tom. 8
Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXLV. Indizione III.
INNOCENZO IV papa 3.
FEDERIGO II imperadore 26.
Dimorando in Lione _Innocenzo_ sommo pontefice, avea nel Natale
dell'anno precedente intimato il concilio generale da tenersi in essa
città nella festa di san Giovanni Batista dell'anno presente[3180]: al
qual fine spedì le lettere d'invito per tutta la cristianità, con aver
citato l'imperador Federigo a comparirvi in persona o per mezzo de' suoi
procuratori. Arrivò poscia a Lione il patriarca d'Antiochia inviato da
esso Federigo con altri suoi uffiziali, mostrando premura di ripigliare
il trattato di pace. I documenti prodotti dal Rinaldo[3181] ci
assicurano che Innocenzo IV con animo paterno condiscese, purchè
Federigo prima del concilio restituisse la libertà ai prigionieri, e
rendesse le terre della Chiesa, e si facesse compromesso nel papa stesso
per le differenze dei Lombardi con esso imperadore. Tornossene il
patriarca a Federigo per informarlo del negoziato. Ma bisogna ben dire
che questo principe fosse invasato da una cieca alterigia; e con una
strana politica conducesse i proprii affari. Niuna risposta fu data al
papa, e si giunse finalmente senza conclusione alcuna al general
concilio di Lione; se non che egli prima spedì colà l'arcivescovo di
Palermo e Taddeo da Sessa suo avvocato, acciocchè sostenessero le
ragioni sue. Che v'inviasse anche Pietro dalle Vigne, lo scrive
Rolandino[3182], da cui parimente intendiamo che sul fine di maggio esso
imperadore venne a Verona, ed ivi tenne un gran parlamento, al quale
intervennero l'imperador di Costantinopoli, il duca d'Austria, e i duchi
di Carintia e Moravia. Dopo molti ragionamenti e consulti continuati per
più dì, niuna risoluzione fu presa; se non che Federigo, mostrando
intenzione di trovarsi personalmente al concilio di Lione, con questa
apparenza andò fino in Piemonte. Nelle prime sessioni del concilio,
composto di più di centoquaranta tra patriarchi, arcivescovi e vescovi,
furono proposti dal papa i reati di Federigo; nè mancò Taddeo da Sessa
di addurre, per quanto seppe, le giustificazioni del suo padrone,
rispondendo a capo per capo. Il vescovo di Carinola, oppure di Catania,
come ha la Cronica di Cesena[3183], e un arcivescovo spagnuolo fecero un
ampio racconto dei costumi e della vita di Federigo, conchiudendo
ch'egli era un eretico, un epicureo, un ateista: al che Taddeo rispose
con forza, pretendendole tutte calunnie[3184]; e in oltre chiese una
dilazione per l'avviso pervenutogli che l'imperadore intendeva di venire
in persona al concilio per giustificarsi; oppure perchè il medesimo
Taddeo si lusingava di farlo venire. Si stentò ad ottenere dal papa la
dilazion di due settimane; ma Federigo non comparve mai, forse credendo
l'andata sua o pericolosa alla sua dignità o superflua, ovvero perchè lo
spirito dell'umiliazione non era mai entrato nè sapeva entrare in quel
cuore. Non imitò già l'avolo suo Federigo, perchè non albergava in lui
quella religione nè quel senno che l'altro mostrò. Per ciò nel dì 17 di
luglio papa Innocenzo[3185] nel concilio, dopo aver premesso i delitti
principali di Federigo, proferì la sentenza di scomunica contra di lui,
e il dichiarò decaduto dallo imperio e da tutti i regni, con assolvere i
sudditi dal giuramento di fedeltà. Taddeo da Sessa cogli altri
procuratori suoi compagni, che già avea protestato contra di tal
sentenza, ed appellato al futuro concilio, se n'andò tosto a portar la
nuova a Federigo, il quale, secondo Matteo Paris, fremendo di sdegno e
di rabbia, scoppiò in alcune ridicolose sparate, e dopo non molto
scrisse dappertutto atroci e velenose lettere contra del papa, le quali
maggiormente servirono a fargli perdere il concetto di vero cristiano.
Rivolse poscia il suo sdegno contra de' Milanesi, perchè informato
qualmente il pontefice movea tutte le suste in Germania per far eleggere
un nuovo re, e già convenivano i voti di molti di que' principi,
disgustati di Federigo, nella persona di _Arrigo_ langravio di Turingia;
seppe ancora che essi Milanesi con gli altri della lega di Lombardia
aveano spedito i lor deputati ad animare quel principe a prendere la
corona colla promessa di assisterlo con tutte le loro forze.
Venuto dunque da Torino l'imperadore a Pavia, uscì in campagna contra
d'essi Milanesi, e da un'altra parte li fece assalire anche dal _re
Enzo_ suo figliuolo. Se vogliam prestar fede a Matteo Paris, succedette
una fiera e sanguinosa battaglia fra l'armata d'Enzo e quella de'
Milanesi, e dall'una e dall'altra parte perì innumerabil gente, colla
peggio nondimeno de' secondi. Non la raccontano così gli storici di
Milano[3186], e si può credere che favoloso sia in parte ciò che narra
il suddetto storico inglese. Secondo i Milanesi, mosse Federigo
l'esercito da Pavia, ed entrato nel territorio di Milano, distrusse il
monistero di Morimondo. Nel dì 21 d'ottobre si accampò ad Abbiate sulla
riva del Ticino, volendo pur passare quel fiume; ma venutagli incontro
sull'opposta riva l'armata de' Milanesi, quivi stettero per ventun
giorno i campi nemici senza alcuna azione. Tentò eziandio Federigo di
passare il Ticinello a Buffalora; ma gliel impedirono i Milanesi, co'
quali era Gregorio da Montelungo legato pontificio. Lo stesso gli
avvenne a Casteno. In questo mentre con altro esercito, cioè coi
Bergamaschi e Cremonesi, il re Enzo passò all'improvviso il fiume Adda
vicino a Cassano, ed arrivò a Gorgonzuola. Accorsero a quella parte due
delle porte di Milano sotto il comando di Simone da Locarno, e vennero
alle mani col re Enzo, nè solamente sbaragliarono il di lui esercito, ma
fecero anche lui prigione, benchè il suddetto Simone, dopo averne
ricavato il giuramento di non mai più entrare nel distretto milanese, il
rimettesse in libertà. Perciò Federigo si ritirò a Pavia, e andossene
poi a passare il verno in Toscana a Grosseto. Avrei creduta mischiata
qualche favola in questo ultimo racconto, se l'antica Cronica di Reggio
non me ne avesse accertato colle seguenti parole: _Enzus imperatoris
filius supra Taleatam Addae cum Reginis, Cremonensibus, et Parmensibus
ivit. Et ceperunt Gorgunzolam, ad cujus assedium captus fuit rex, et
recuperatus per populum reginum et parmensem_[3187]. Ascoltiamo ora il
Continuatore di Caffaro, autore allora vivente[3188]. Narra egli che
Federigo nella primavera venuto da Pisa a Parma, andò poscia a Verona, e
spedì un gagliardo esercito contra de' Piacentini, nel territorio de'
quali si fermò più d'un mese, dando il guasto dappertutto, senza che
quel popolo si movesse punto dalla fedeltà verso la Chiesa. Fingendo
poscia di voler passare al concilio di Lione, venne a Cremona e a Pavia,
e di là ad Alessandria. Gli portarono gli Alessandrini le chiavi della
città, e gli sottoposero tutte le loro castella. Di là passò a Tortona:
del che ingelositi i Genovesi, inviarono tosto delle buone guarnigioni
alle loro castella di Gavi, Palodi e Ottaggio di qua dall'Apennino.
Anderarono ad incontrar Federigo i marchesi di Monferrato, di Ceva e del
Caretto, con ritirarsi dalla lega di Lombardia e far lega con lui.
Galvano Fiamma aggiugne[3189], avere altrettanto fatto il conte di
Savoia. Nel mese poscia di ottobre con potente esercito uscì ai danni
de' Milanesi, i quali con grandi forze il fermarono virilmente al
Ticinello, nè il lasciarono mai passare. In aiuto d'essi Milanesi il
comune di Genova inviò cinquecento balestrieri. Perciò, veggendo
Federigo inutili i suoi sforzi, nel dì 12 di novembre congedò l'armata,
e se n'andò a Grosseto. Di niuna considerabile e sanguinosa battaglia in
essi Annali Genovesi e in altri si truova menzione; e però dovette la
sopraddetta essere cosa di poco momento. Abbiamo dalla Cronica
Piacentina[3190] che il comune di Piacenza spedì ducento cavalieri in
soccorso dei Milanesi al Ticinello; e che, entrato il re Enzo coi
Cremonesi ed altri popoli sul Piacentino, arrivò fin presso alla città,
e bruciò lo spedale di Santo Spirito, e portò via la campana di San
Lazzaro. In questo anno ancora dalla città di Parma Federigo fece
scacciare Bernardo della nobile casa de' Rossi, perchè parente del papa,
con distrugger anche le di lui case. In tal congiuntura[3191] uscirono
parimente di Parma le nobili famiglie de Lupi e dei Correggieschi,
perchè erano di fazione guelfa, ed imparentati anch'essi colla casa de'
conti Fieschi. Impadronissi in quest'anno[3192] _Eccelino_ da Romano
delle castella di Anoale e di Mestre, e vi fece fabbricar dei gironi,
specie di fortezze usate in que' tempi. Le tolse ai Trivisani, a' quali
ancora sul finire dell'anno fu occupato Castelfranco da Guglielmo da
Compo San Piero. Anche dalla città di Reggio[3193], per ordine del re
Enzo, furono cacciati e banditi i Roberti, quei da Fogliano, i Lupisini,
i Bonifazii, quei da Palude, ed altri di fazione guelfa, insieme coi
Parmigiani, che s'erano ritirati in quella città. Vedremo che anche
Tommaso da Fogliano Reggiano era nipote di papa Innocenzo IV. Aggiungono
gli Annali vecchi di Modena[3194] che in Reggio ne' primi giorni
dell'anno vennero all'armi i Guelfi e i Ghibellini, e che nel dì 3 dì
luglio si tornò a combattere; ma entrato Simone de' Manfredi e Marione
de' Bonici con gran gente, ed uniti col popolo, cacciarono fuori i
Roberti e gli altri Guelfi. Parimente da Verona furono forzati ad uscire
quei che vi restavano di fazione guelfa, e questi si ricoverarono a
Bologna. In essi Annali finalmente si legge che anche la città di
Firenze si mosse a rumore, e toccò ai Guelfi di abbandonar la patria:
tutto per opera e maneggio di Federigo. Secondo Ricordano
Malaspina[3195], questa novità di Firenze pare succeduta solamente
nell'anno 1248. Tolomeo da Lucca[3196] di ciò parla all'anno 1247, e va
con lui d'accordo la Cronica di Siena[3197]. Ma è da preferire
Ricordano, del cui parere sono ancora altre storie. L'Ammirato
differisce fino ai 1249 l'uscita de' Guelfi da quella città.