[3155] Mattheus Paris, Hist. Angl.
[3156] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3157] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[3158] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[3159] Ricordano Malaspina, cap. 132. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.
[3160] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3161] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3162] Petrus de Curbio, in Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer.
Italic.
[3163] Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[3164] Roland., lib. 5, cap. 11.
[3165] Monach. Patavinus, in Chron.
[3166] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3167] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Annales Mediol., tom. 16
Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.
[3168] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXLIV. Indizione II.
INNOCENZO IV papa 2.
FEDERIGO II imperadore 25.
Ah maladetta discordia! Che fiere calamità soffrisse in questi tempi la
cristianità per quella che bolliva tra l'imperadore e la Chiesa, non si
può abbastanza dire. Orrendi e indicibili furono i danni recati dai
Tartari Comani alla Polonia, Stiria, Ungheria, ed altre provincie
cristiane, senza che niun potesse mettere freno all'empito e alla
barbarie di quegl'infedeli. Gravissimi altri malanni patì la cristianità
d'Oriente, perchè le fu di nuovo tolta la santa città di Gerusalemme con
istrage d'infiniti cristiani. La città d'Accon, ossa d'Acri, che dianzi
s'era ribellata all'imperador _Federigo_, cominciò a provar le scorrerie
de' Maomettani fino alle sue porte. L'imperio de' Latini in
Costantinopoli era già ridotto al verde; e in Lombardia s'andava
dilatando l'eresia de' Paterini, e crescevano le guerre con tutti i lor
funesti effetti. Per sostenere intanto i suoi impegni, il papa, con
ispedir collettori, voleva danari, e non pochi, da tutte le chiese della
cristianità, e bisognava darne. Più spietatamente _Federigo_ anch'egli
scannava i suoi popoli, e massimamente gli ecclesiastici, con imposte e
gravezze continue. Perciò una gran mormorazione dappertutto fra i
cristiani s'udiva, specialmente contra d'esso _Federigo_, il quale,
invece d'impiegar le sue forze (al che era tenuto) contra de' nemici del
nome cristiano, le rivolgeva contro la Chiesa sua madre. E qui la gente
s'empieva la bocca de' suoi perversi costumi[3169]: che egli non
ascoltava mai messa (eppure uno de' suoi delitti fu l'aver forzato dopo
la scomunica i preti a dirla in sua presenza); che non avea venerazione
alcuna per le persone ecclesiastiche; parlava poco sanamente della
religion cristiana; teneva per sue concubine donne saracene, con altri
reati, i quali, se non tutti, per la maggior parte almeno erano fondati
sul vero. All'incontro Federigo rigettava la colpa del non potere
accudire ai bisogni della cristianità sulla corte di Roma, che gli facea
quanta guerra potea, e tuttodì andava sottraendo all'ubbidienza di lui
le città d'Italia, ansiosa solamente della di lei rovina; nè poter egli
accorrere altrove colle armi, da che per la sua andata in Oriente poco
era mancato che il papa non gli avesse occupati i suoi Stati d'Italia.
Pare nulladimeno che in quest'anno venisse un buon raggio di
saviezza a calmare il di lui turbolento animo. Mentr'egli era ad
Acquapendente[3170], gli spedì papa _Innocenzo IV Ottone cardinale_
vescovo di Porto, suo amico, per indurlo alla pace. Gliel aveva anche
inviato l'anno innanzi, allorchè egli facea l'assedio di Viterbo.
Federigo, mostrando pur voglia d'accordo, inviò anche egli a Roma il
conte di Tolosa, Pietro dalle Vigne e Taddeo da Sessa con plenipotenza
per lo sospirato da tutti aggiustamento colla Chiesa. Matteo Paris[3171]
rapporta l'intero atto di tutto quello ch'egli accordava sì per la
soddisfazion della Chiesa, come pel perdono e per le sicurezze da darsi
a tutte le città aderenti al papa, e per la restituzion degli Stati
della Chiesa. Si metteva già per fatta la pace; perchè nel giovedì santo
nella piazza del Laterano i suoi ambasciatori giurarono alla presenza
del papa, de' cardinali, di _Baldovino imperador_ di Costantinopoli
venuto a Roma, e di tutto il senato e popolo romano, i capitoli del
suddetto accordo. Ma che? Partiti gli ambasciatori, insorse subito un
puntiglio. Voleva il papa ch'egli restituisse tosto le città della
Chiesa, e desse la libertà ai prigioni: il che fatto, riceverebbe
l'assoluzion dalla scomunica. Pretendeva all'incontro Federigo II che
dovesse precedere l'assoluzione; nè volendo Roma accordar questo punto,
ecco lo spirito della superbia invadere di nuovo il cuor di Federigo, e
farlo receder dal già conchiuso accordo. Studiossi egli di guadagnar
sotto mano il pontefice con ricercare una di lui nipote per moglie del
_re Corrado_ suo figlio[3172]; ma Innocenzo, che preferiva al suo
proprio onore e vantaggio quel della Chiesa, mostrò di non disprezzare
l'offerta, ma si tenne forte in sostenere gli interessi del pontificato,
e in guardarsi dagl'impegni e dalle insidie di un imperadore, di cui la
sperienza troppo avea mostrato quanto poco si dovea fidare.
Essendo ridotto a sì scarso numero il collegio de' cardinali, papa
Innocenzo ne creò dodici nel sabbato fra l'ottava della Pentecoste.
Poscia nel dì 7 di giugno, uscito di Roma, andò a Cività Castellana, e
di là a Sutri. Non si vedeva egli sicuro nè in Roma nè fuor di Roma,
perchè la maggior parte delle città della Chiesa erano occupate da
Federigo, ed avea che fare con un nemico, le cui arti e il cui cattivo
umore davano da sospettare o temere a tutti. Conosceva inoltre che senza
essere in paese di libertà, non si potrebbe mai domare l'alterigia di
Federigo. Per questo spedì segretamente a Genova[3173] un frate minore
ad Obizzo del Fiesco suo fratello, e a Filippo Visdomino da Piacenza
podestà di quella città, rappresentando loro i pericoli ne' quali si
trovava, e pregandoli di venire a prenderlo con una squadra di galee. Ne
armarono tosto i Genovesi ventidue, oltre ad altri legni, e sopra d'esse
imbarcatosi lo stesso podestà Alberto, Jacopo ed Ugo nipoti del medesimo
papa, nel dì 27 di giugno arrivò a Cività Vecchia. Fattolo tosto sapere
al pontefice, egli nella notte seguente con pochi familiari, consapevoli
della sua intenzione, salito a cavallo, per disastrose strade e per
boschi si condusse sano e salvo a Cività Vecchia nel dì seguente; e
poscia nella festa de' santi Pietro e Paolo entrato in nave col solo
_cardinal Guglielmo_ suo nipote, ed altri pochi di sua famiglia, fece
sciogliere le vele al vento, e nel dì 7 di luglio felicemente pervenne a
Genova, dove con incredibil festa e magnificenza d'apparato fu accolto
da' suoi nazionali. Gli altri cardinali, a riserva di quattro, il
seguitarono per terra, e andarono ad aspettarlo a Susa. Udita questa
inaspettata partenza del papa, Federigo, che soggiornava allora in Pisa,
rimase estatico; e scorgendo bene dove andava a parare la determinazion
del pontefice, allora fu che spedì di nuovo il conte di Tolosa con
lettere, nelle quali si maravigliava forte della risoluzione da lui
presa, con esibirsi nondimeno prontissimo a far quanto egli voleva. Il
conte, andato a Savona, di là significò il tutto a papa Innocenzo; ma
senza frutto, perchè il pontefice, tante volte deluso dalle promesse e
parole di Federigo, volle continuar il suo viaggio alla volta di Lione,
dove avea già determinato di fermarsi. Infermatosi il pontefice in
Genova, appena alquanto si riebbe, che neppure giudicandosi sicuro nella
patria, dove stavano i Mascherati fazionari dell'imperadore, fattosi
portare in letto, passò a Varragine[3174], ed indi a Stella, dove
_Manfredi marchese_ del Carretto l'accolse con una copiosa mano d'armati
per maggior sua sicurezza, perchè non mancavano insidie e nemici in
quelle parti. Cadde quivi di nuovo malato, e si dubitò di sua vita;
migliorato e scortato dal marchese di Monferrato, arrivò ad Asti nel dì
6 di novembre, e vi trovò le porte chiuse, perchè quel popolo teneva per
l'imperadore; ma non passò molto che vennero a dimandargli perdono di
quest'ingiuria. Giunto nel dì 12 del suddetto mese a Susa, ebbe la
consolazione di trovar otto cardinali, che quivi l'aspettavano; e con
essi non senza gravi incomodi valicate l'Alpi, felicemente nel dì 2 di
dicembre giunse a Lione, ricevuto onorevolmente da quel popolo. In essa
città piantò la sua corte, alla quale cominciò a concorrere una infinità
di gente da tutte le parti. Pieno intanto di rabbia Federigo fece
chiudere i passi, affinchè non passassero uomini e danari dall'Italia in
Francia: il che servì a maggiormente screditarlo, qual manifesto
persecutor della Chiesa. Scrive Matteo Paris[3175] una particolarità,
della cui verità si può forte dubitare. Cioè che per li maneggi del
papa, de' Milanesi, e d'altri Italiani e Tedeschi, fu proposto in
Germania d'eleggere in re il langravio di Turingia. Penetratasi questa
mena da Federigo, occultamente si trasferì egli in Germania, ed
abboccatosi con esso langravio, e regalatolo ben bene, il fece tutto
suo, e poi segretamente se ne ritornò in Italia. Lo creda chi vuole. Di
ciò riparleremo anche nell'anno seguente. Certo bensì è che si
staccarono in questo anno da esso Federigo le città d'Asti e di
Alessandria, ed altri luoghi, con aderire alla lega di Lombardia, tutta
impegnata a favorire il papa. Nel passaggio ancora che fece papa
Innocenzo per gli Stati di _Amedeo conte_ di Savoia, tirò nel suo
partito quel principe, con dargli in moglie una sua nipote, e
concedergli in dote le castella di Rivoli e di Vigliana colla valle di
Susa, che erano del vescovato di Torino, e dichiararlo suo vicario sopra
tutta la Lombardia. Così scrive l'autore anonimo degli Annali
Milanesi[3176], con cui va concorde Galvano Fiamma[3177]. Tutto ciò
nondimeno merita esame, dacchè il Guichenon[3178] non riconosce che
questo principe prendesse in moglie alcuna nipote del papa. Forse gli fu
solamente promessa, ed altro non ne seguì dipoi: oppure si parla di
Tommaso conte di Savoia, che poi nel 1251 sposò veramente una nipote
d'esso papa. Intanto noi sappiamo di certo che papa Innocenzo passò
molto tranquillamente nell'anno presente per la Moriena, e per altri
paesi del conte di Savoia: il che ci porge sufficiente indizio
dell'esser egli entrato nel partito del papa. Ciò non conobbe il
Guichenon, il quale, appoggiandosi in gran copia di racconti a degli
storici moderni, non può sovente appagar in tutto l'animo dei lettori
desiderosi di più sodi fondamenti. Riuscì in questo anno a Riccardo
conte di San Bonifazio, ad _Azzo VII_ marchese d'Este, ed al popolo di
Mantova[3179], dopo lungo assedio, di prendere e dirupare il castello
d'Ostiglia, che era de' Veronesi, castello riguardevole, perchè munito
di belle e forti mura, di alte torri e grandi fosse, e difeso da un lato
dal Po. Fece varii tentativi Eccelino da Romano per disturbar
quell'assedio, o per soccorrere quella terra; ma non potè impedirne la
perdita e rovina.