[3141] Raynald., Annal. Eccl.
[3142] Matth. Paris, Hist. Anglic.
[3143] Albert. Stadens., in Chron.
[3144] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3145] Roland., lib. 5, cap. 8.
[3146] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[3147] Antonius Godius, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[3148] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in
Manip. Flor., cap. 276.
[3149] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3150] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[3151] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[3152] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18
Rer. Ital.
[3153] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3154] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXLIII. Indizione I.
INNOCENZO IV papa 1.
FEDERIGO II imperadore 24.
Abbiamo da Matteo Paris, autore per altro parzialissimo di _Federigo_
imperadore[3155], che esso Augusto fece di gravi istanze, premure e
minaccie ai cardinali, perchè più non differissero l'elezione di un
nuovo pontefice, perchè la lor discordia tornava in infamia d'esso
Augusto, credendo i popoli che per suoi intrighi durasse cotanto la sede
vacante. Risposero i cardinali che, se gli premeva tanto la pace e il
bene della Chiesa, mettesse in libertà i cardinali e gli altri prelati
che teneva in prigione. Liberò Federigo almeno i cardinali e i ministri
pontificii, con riportarne promessa ch'essi efficacemente accudirebbono
alla creazione d'un novello pontefice, e alla pace fra la Chiesa e
l'imperio. Non veggendone egli poi alcun buon effetto, montato in
collera, con poderoso esercito si portò verso Roma, e cominciò a dare il
guasto ai beni dei cardinali e de' nobili romani. Nella qual congiuntura
i Saraceni infedeli presero Albano, e vi commisero le maggiori enormità
del mondo, spogliando le chiese, e riducendo tutti quegli abitanti
all'ultimo esterminio. Allora i cardinali mandarono a pregar Federigo di
desistere, promettendo di provvedere in breve la Chiesa di Dio d'un
sacro pastore. Anche i Franzesi mandarono ambasciatori apposta ai
cardinali con forti istanze per la creazion d'un sommo pontefice. Tutto
ciò da Matteo Paris, il cui racconto non oserei io sostenere per
veridico a puntino. Riccardo da San Germano[3156], savio scrittore, la
cui Cronica è da dolersi che finisca nel presente anno, altro non dice,
se non che nel mese di maggio Federigo cavalcò ai danni de' Romani; e
che poscia, alle preghiere de' cardinali, si ritirò dai contorni di
Roma; ed aver egli nello stesso mese rimesso in libertà il cardinale
vescovo di Palestrina, il quale andò ad unirsi cogli altri cardinali in
Anagni. È considerabile che essi cardinali non in Roma, ma in Anagni, si
raunarono per far l'elezione del papa: segno che in Roma non doveano
godere la libertà necessaria. E certo l'imperadore non disturbò punto la
lor unione in Anagni. Ora finalmente[3157] nel dì 24 di giugno, festa di
san Giovanni Batista, oppure nel dì 26, come ha il Continuatore di
Caffaro[3158] con altri, concorsero i loro voti nella persona di
_Sinibaldo cardinale_ di San Lorenzo in Lucina, di nazion Genovese,
della nobil famiglia de' conti di Lavagna, ossia de' Fieschi, il quale
assunse il nome d'_Innocenzo IV_. Scrivono[3159] che si fece dai baroni
della corte dell'imperadore gran festa per tal elezione, sapendo che fra
il loro signore e il nuovo eletto passava molta amicizia; ma che
Federigo se ne rattristò, con dire ch'egli avea perduto un amico
cardinale, ed acquistato un papa nemico. Narra Matteo Paris[3160] che
esso imperadore mise delle guardie per terra e per mare, acciocchè non
passassero nel regno le lettere colla nuova dell'esaltazione
d'Innocenzo. Più fede è dovuta a Riccardo da San Germano Italiano, da
cui sappiamo, che stando Federigo in Melfi, all'avviso del creato
pontefice[3161], _ubique per regnum laudes jussit Domino decantari_,
cioè dappertutto ne fece cantare il _Te Deum_. Inoltre non tardò molto a
spedire ad Anagni al papa l'arcivescovo di Palermo, Pietro dalle Vigne e
mastro Taddeo da Sessa a congratularsi, e a trattare _pro bono pacis. A
quo benigne satis recepti sunt, et benignum ad principem retulerunt
responsum_. La lettera da lui scritta si legge negli Annali
Ecclesiastici, e in essa nulla si parla dell'arcivescovo di Palermo. E
da un'altra del papa si scorge che questi ambasciatori non furono già
ammessi all'udienza del pontefice: del che fece dipoi querela esso
Federigo. Nel mese d'agosto segretamente spedito un buon corpo di Romani
a Viterbo, quella città ritornò all'ubbidienza del romano pontefice.
Entro vi era la guarnigione imperiale sotto il comando del conte Simone
di Chieti, il quale con tutti i suoi fu assediato nella fortezza. Benchè
il papa avesse ricuperata una città che era sua, pure se l'ebbe a male
Federigo, stante l'essere stata fatta cotal novità mentre durava la
tregua e si trattava di pace. Il perchè, raunato un copioso esercito,
nel mese di settembre personalmente si portò sotto Viterbo, e vi mise
l'assedio, sforzandosi colle minaccie e colle macchine militari di
vincere la costanza dei difensori. Chiaritosi che nulla v'era da
sperare, e tanto più perchè gli furono bruciate le macchine, si contentò
di riaver libero il conte Simone co' suoi, e ritirossi in Toscana a
Grosseto. Matteo Paris scrive che il conte Simone colla sua brigata fu
condotto prigione a Roma. Più è da credere in ciò a Riccardo da San
Germano, che a lui. Sul fine d'ottobre papa Innocenzo da Anagni si
trasferì a Roma, ricevuto con distinti onori dal senato e popolo romano.
Era capitato alla corte dell'imperadore _Raimondo conte_ di Tolosa.
S'interpose anche egli per rimettere la buona armonia; e a questo fine
andò a Roma nel mese di ottobre a trovare il papa, _tractans inter ipsum
et imperatorem bonum pacis_: colle quali parole Riccardo da San Germano
termina la Cronica sua.
Che il novello pontefice onoratamente desiderasse la concordia e la
pace, si raccoglie dalla spedizione da lui fatta a Federigo (anche prima
ch'egli inviasse a Roma i suoi ambasciatori, se è vero ciò che narra
Pietro da Curbio[3162]) di tre nunzii apostolici, cioè di _Pietro_ da
_Collemezzo_ arcivescovo di Roano, di _Guglielmo_ già vescovo di Modena,
celebre per le sue missioni in Livonia e in altri settentrionali paesi,
e dell'abbate di San Facondo, spedito in Italia da _Ferdinando re_ di
Castiglia per lavorare all'unione della Chiesa e dell'imperio: i quai
tre suggetti furono nell'anno appresso promossi al cardinalato da papa
Innocenzo. Pietro da Curbio stranamente cambia i nomi di questi nunzii.
Conteneva l'istruzione loro data, che il pontefice sospirava la pace;
che Federigo rimettesse in libertà il restante de' prelati e laici fatti
prigioni nelle galee; che pensasse alla maniera di soddisfare intorno ai
punti per li quali era stato scomunicato; che anche la Chiesa, se mai
qualche ingiuria avesse a lui fatta, era pronta a ripararla, esibendosi
di rimettere l'esame di tutto in principi secolari ed ecclesiastici; e
finalmente che voleva inclusi nella pace tutti gli aderenti alla Chiesa
romana. Ciò che precisamente rispondesse Federigo, non è ben chiaro; se
non che da una lettera del papa apparisce ch'egli mise in campo varie
querele e doglianze contra del papa, le quali si leggono negli Annali
Ecclesiastici, e a tutte saviamente rispose papa Innocenzo. In somma
andarono in fascio tutte le speranze della pace, e si tornò a fare
preparamenti di guerra. Di grandi vessazioni ebbe in Roma il pontefice
Innocenzo dai mercatanti romani, che aveano prestate al defunto papa
Gregorio IX sessanta mila marche d'argento, e voleano essere
soddisfatti. Continuava intanto la guerra nella marca di Trivigi, ossia
di Verona[3163]. Ricciardo conte di San Bonifazio coi Mantovani
conquistò Gazo, Villapitta e San Michele, castella de' Veronesi. Ma
_Eccelino_ co' Padovani, Vicentini e Veronesi venne all'assedio del
castello di San Bonifazio, spettante ad esso conte[3164]. Vi era dentro
il di lui figliuolo Leonisio fanciullo, nipote dello stesso Eccelino.
S'interposero persone religiose ed amici comuni per l'accordo, e fu
conchiuso di rilasciar quel castello ad Eccelino, e che Leonisio con
tutti i suoi se ne uscisse libero: il che fu eseguito. Fece Eccelino di
molte carezze e regali al giovinetto, che era suo nipote, e lasciollo
ire con sicurezza dove gli piacque. Sotto mendicati pretesti in
quest'anno esso Eccelino nel dì 4 di giugno nella pubblica piazza di
Padova fece decapitare Bonifazio conte di Panego, nobile veronese di
gran riguardo: il che fu di gran dolore e terrore al popolo padovano,
persuaso che il tiranno avesse levato di vita un innocente. Parimente in
Verona per ordine suo[3165] furono atterrate le case e torri di varii
nobili, che egli chiamava traditori; ed alcuni ne fece anche morir ne'
tormenti, prendendo con ciò maggior baldanza contra de' nobili e plebei.
Perchè i Bolognesi non osservarono i patti giurati nel precedente anno
col non rilasciare i prigioni di Parma[3166], anche i Parmigiani
ritennero i prigioni bolognesi, e li serrarono in uno steccato di legno
fatto presso le mura della città, con farli stare a cielo sereno. Entrò
in quest'anno ostilmente nel territorio di Milano[3167] _Arrigo_, ossia
_Enzo re_ di Sardegna, figliuolo naturale di Federigo imperadore, per
impedire che il comune di Milano non fabbricasse la Motta di Marignano,
che era un'alzata di terra fatta a mano per fabbricarvi sopra un
castello. Accampossi in Sairano. Allora con tutte le forze loro vennero
i Milanesi, e il costrinsero a ritirarsi con poco gusto e molta
vergogna. In lor soccorso avea spedito il popolo di Piacenza secento
cavalieri, che stettero a Lodi vecchio. Per questa ragione Enzo coi
Pavesi, passato il Po sopra un ponte fabbricato ad Arena, calò addosso
al Piacentino, e vi bruciò molti luoghi. Fiera carestia afflisse in
quest'anno la Lombardia, di modo che i poveri si ridussero a mangiar
erbe. Innocenzo IV circa questi tempi concedette a Piacenza il
privilegio dello Studio generale. Crebbe ancora in questo anno il
partito della Chiesa, perchè la città di Vercelli[3168] per maneggio di
_Bonifazio marchese_ di Monferrato, staccatasi da Federigo, entrò nella
lega di Lombardia. L'esempio suo servì ad indurre il comune di Novara a
fare altrettanto. Con grosso esercito andarono intanto i Genovesi a
mettere l'assedio alla tuttavia ribelle città di Savona, e cominciarono
a tormentarla coi mangani e trabucchi. Si raccomandarono con calde
lettere i Savonesi al re Enzo, e spedirono anche all'imperador Federigo,
che si trovava allora nelle parti di Pisa, implorando soccorso. Mise
Enzo insieme un'armata di Pavesi, Alessandrini, Tortonesi ed altri
popoli, e marciò fino alla città di Acqui; ma inteso che i Genovesi non
solamente non moveano piede, ma ogni dì più rinforzavano il loro
esercito, non passò oltre, e licenziò l'armamento, contuttochè avesse
ordine da Federigo di fare ogni sforzo per soccorrere Savona. Anche i
Pisani, ad istanza d'esso imperadore, uscirono in mare con ottanta
galee, vantandosi voler fare di molte prodezze. A questo avviso i
Genovesi, lasciato l'assedio di Savona, se ne tornarono alla lor città,
per quivi preparare un potente stuolo di galee da opporre agli sforzi
nemici. Fecero i Pisani bella mostra da lungi delle lor forze; ma, al
primo comparir della flotta genovese, voltarono le prore, contenti
d'aver salvata Savona.