[3115] Vita Greg. IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucensis, Annal.
brev.
[3116] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3117] Roland., lib. 5. cap. 1. Monachus Palavinus, in Chron., tom. 8
Rer. Ital. Annal. Veronens. et alii.
[3118] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[3119] Richardus de S. German., in Chron.
[3120] Rubeus, Hist. Raven., lib. 6. Paris de Cereta, Annal. Veron.
Richardus de S. Germano.
[3121] Annales Veronens., tom. 8 Rerum. Ital. Roland., lib. 5, cap. 3.
[3122] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXLI. Indizione XIV.
GREGORIO IX papa 15.
CELESTINO IV papa 1.
FEDERIGO II imperadore 22.
Ostinatamente continuò l'imperador _Federigo_ per tutto il verno
l'assedio di Faenza[3123]; e perciocchè gli era mancato il danaro da
pagar le truppe, impegnò le sue gioie e vasellamenti d'oro e d'argento.
Nè ciò bastando, ricorse al ripiego di far battere moneta di cuoio,
facendola prendere come moneta buona, con promessa di pagarne il valore
a chi la riportasse al suo tesoriere: siccome poi fece, con cambiarla in
agostari d'oro, moneta da lui battuta, cadaun de' quali valeva un
fiorino d'oro e un quarto. Finalmente nel dì 14, oppure nel dì 15
d'aprile dell'anno presente, per maneggio di Rinieri conte di Cunio,
quella città capitolò la resa, salve le persone e robe. Tenuto fu gran
cosa che questo inesorabile imperadore dopo tanta resistenza perdonasse
a que' cittadini. Anche Cesena piegò il capo ai voleri d'esso
Augusto[3124]; e quel popolo gli consegnò il castello nuovo della città,
ch'egli fece diroccar tutto, per farvi una fortezza di pianta secondo il
gusto suo. Nello stesso mese d'aprile[3125] dopo avere la città di
Benevento, città pontificia, anch'essa sofferto un lungo assedio, fu
infine forzata a rendersi all'armi d'esso imperadore. Ne fece egli
spianare da' fondamenti le mura, abbassar le torri, e spogliò di tutte
le lor armi que' cittadini: colpo che sommamente afflisse la corte
romana. Nè di minor molestia fu l'essersi nel gennaio di quest'anno il
cardinal _Giovanni dalla Colonna_, per differenze insorte fra il papa e
lui, gittato nel partito dell'imperadore, con aver poscia afforzata in
Roma una sua fortezza appellata l'Agosta ossia Lagosta, e fuori di Roma
alquante sue castella contra del pontefice. Ma soprattutto trafisse
l'animo dello stesso papa e della corte sua, un'altra disavventura che
fece grande strepito per la cristianità. Avea papa Gregorio mandate nel
precedente anno le lettere circolari coll'intimazione di un concilio
generale, da farsi nel presente anno in Roma[3126]. Di questo concilio
era in gran pena Federigo II, ben prevedendo che in esso verrebbe
confermate contra di lui la sentenza della scomunica, ed anche della
deposizione. Però entrato in pensiero di impedirlo, quanti prelati di
Italia incamminati a Roma capitarono nelle sue mani, tutti li fece
fermare, e colla prigionia e in altre maniere li maltrattò. Una gran
frotta di vescovi ed abbati franzesi s'era già messa in viaggio per
passare in Italia insieme con _Jacopo cardinale_ vescovo di Palestrina,
e _Ottone cardinale_ di San Niccolò in Carcere. Pel trasporto loro con
grosso nolo fu preparata in Genova una bella flotta di galee e d'altri
legni sottili. Molti de' prelati franzesi venuti fino a Nizza, colla
scusa che non bastasse al bisogno e alla sicurezza loro l'armamento di
Genova, se ne tornarono indietro. Gli altri più animosi arrivarono nel
mese d'aprile a Genova e, colà ancora ne giunsero molti altri d'Italia
cogli ambasciatori di Milano, Piacenza e Brescia, tutti per imbarcarsi.
Intanto Federigo avea fatto allestire in Sicilia e Puglia quante galee
potè, e le inviò col re Enzo suo figliuolo verso Pisa, per opporsi alla
venuta di questi prelati. Ordinò parimente ai Pisani suoi aderenti di
fare ogni possibile sforzo per mare, ad oggetto di unitamente procedere
contro la armata navale de' Genovesi. Non lasciarono i Pisani nel mese
di marzo di spedire a Genova i loro ambasciatori, con pregar quel comune
di desistere da quella impresa, perchè aveano comandamento da Federigo
di far loro opposizione. Stettero saldi nel proposito loro i Genovesi,
animati dalle premurose lettere del pontefice, che scrivea non doversi
aver paura di chi era in disgrazia di Dio. Furono nello stesso tempo
intercette lettere di Federigo, per le quali si scoprì che egli avea
guadagnati al suo partito varii nobili di Genova, e nominatamente alcuni
della casa Spinola e Doria, la fazion de' quali fu chiamata da lì
innanzi de' Mascherati: perlochè il podestà fece prendere l'armi al
popolo, e procedette contro i ribelli. Quetato il tumulto, si mosse la
flotta genovese coi cardinali e prelati per passare alla volta di Roma;
e il temerario capitano, tuttochè consigliato di aspettare il rinforzo
d'altre dieci galee, e di tirar verso Corsica, per non incontrarsi co'
nemici, volle andar diritto; e infatti gl'incontrò in vicinanza
dell'isoletta della Melora. Si venne ad un aspro combattimento; ma
siccome d'ordinario i più vincono i meno, così restò sconfitta l'armata
genovese, e di ventisette galee sole cinque si salvarono colla fuga.
L'altre coi cardinali, portanti dei gran tesori, e col resto de' prelati
vennero in potere della flotta cesarea e pisana. In una sua lettera al
re d'Inghilterra[3127] Federigo scrive, che oltre alle ventidue galee
prese, se ne affondarono tre con circa due mila uomini, e che circa
quattro mila Genovesi restarono prigioni coi suddetti cardinali, prelati
ed ambasciatori. Succedette questa infelice battaglia[3128] nel dì 3 di
maggio, festa della; Croce. Per ordine di Federigo furono poi condotti i
cardinali e gli altri prigionieri a Napoli, distribuiti per varie
castella di quelle contrade, e inumanamente trattati da lui. Gran doglia
che per questo colpo ebbe la corte di Roma! Spedì poi esso Augusto a'
danni de' Genovesi una flotta di quaranta galee. Inoltre per terra fece
assalirli dal marchese Oberto Pelavicino, e dai Pavesi, Alessandrini,
Tortonesi, Vercellini, e da altri popoli della Lombardia, e da' marchesi
di Monferrato e del Bosco. Ma il bellicoso popolo di Genova mise tosto
in mare una flotta di cinquantadue tra galee e tartane, ossieno altri
legni; e per terra fece due altri eserciti, e gloriosamente si difese da
tanti nemici.
Nel mese di giugno ito l'imperadore a Fano, imprese l'assedio di quella
città. Trovandovi una gagliarda resistenza, dopo aver dato il guasto al
distretto passò, a Spoleti, e se ne impadronì con facilità. E perchè un
abisso si tira dietro l'altro, fece intanto richiedere in prestito tutti
tesori delle chiese di Puglia sì d'oro e d'argento, come di gemme e di
sacri preziosi arredi; e convenne darglieli. Bisogna pure ridirlo: ecco
dove andavano infine a terminare in que' miseri tempi doni fatti dalla
pietà cristiana ai sacri templi. Gran rumore faceva intanto
l'avvicinamento all'Ungheria di un formidabile, perchè innumerabile,
esercito di Tartari Comani, gente inumana e bestiale; e temevasi che,
ingoiato il regno ungarico, passerebbe la tempesta nella Germania.
Aveano già devastata la Russia, la Polonia, la Boemia. Entrarono dipoi
nell'Ungheria: vi fecero un mondo di mali. Federigo, giacchè capitò alla
sua corte, di ritorno dalla Terra santa, _Riccardo_ fratello del re
d'Inghilterra e dell'imperadrice sua moglie, lo spedì a Roma con
plenipotenza per trattar di pace in quel grave bisogno della
cristianità. Secondochè abbiamo da Matteo Paris[3129], scrittore che per
lo più sparla di papa Gregorio, e della venalità e rapacità de' ministri
pontificii, Riccardo trovò il papa inesorabile. Niuna proposizion
d'accordo a lui piacque. Sempre insiste in esigere che Federigo
assolutamente si sottomettesse all'arbitrio e volontà di lui: al che non
avendo voluto acconsentire Riccardo, tornò al cognato Augusto senza aver
fatto nulla. Continuò dunque Federigo la guerra[3130], e nel giugno
s'impossessò di Terni, ma non già di Narni, nè di Rieti, che
resisterono, e costò loro un grave guasto. Chiamato poi verso Roma dal
cardinal Colonna ribello del papa, prese Tivoli, Monte Albano, e varie
castella del monistero di Farfa, e si accampò a Grottaferrata. Matteo
Paris aggiugne che egli per forza prese e smantellò un castello che il
papa avea fatto fabbricare appresso Monforte per li suoi nipoti: il che
talmente afflisse il santo vecchio, che se ne morì. Ma non conviene
cercar altronde le cagioni della morte di questo pontefice, perchè, se è
vero ciò che scrive lo stesso Paris, egli era giunto coll'età fin quasi
a cento anni, e pativa di calcoli. Diede dunque fine a' suoi giorni papa
_Gregorio IX_ nel dì 21 d'agosto. Più di dieci cardinali non si
trovarono allora in Roma, a' quali apparteneva l'elezion del successore.
Riccardo scrive che _de imperatoris licentia cardinales omnes, qui extra
urbem fuerant, pro electione papae facienda ad urbem redeunt_. E ch'egli
vi lasciasse ancora intervenire i due cardinali da lui detenuti in
prigione, con patto poscia di ritornarvi (al qual fine diedero ostaggi),
non credo che s'abbia a mettere in dubbio, dacchè lo dice espressamente
Matteo Paris, scrittore di questi tempi; e Riccardo attesta che furono
condotti a Tivoli, non per altro, come si può giudicare, che per quivi
dar loro il giuramento del ritorno dopo l'elezione. Entrò poi la
discordia fra que' pochi cardinali, e durò circa quaranta giorni[3131]:
ma infine nell'ottobre essendo i voti dei più concorsi nel cardinal
_Giuffredo_, o _Goffredo_, di patria Milanese, vescovo sabinense, egli
veramente fu papa, e prese il nome di _Celestino IV_. Anche Federigo
n'ebbe piacere. Ma essendo egli assai vecchio ed infermiccio, benchè
nell'Ognisanti celebrasse solenne messa nella basilica lateranense, ed
ordinasse alcuni cardinali e vescovi, non passarono diciassette, oppur
dieciotto dì che fu chiamato da Dio a miglior vita, lasciando più che
mai desolata la Chiesa e sconvolta l'Italia. Ch'egli non ricevesse il
pallio, nè fosse consecrato, lo scrive Pietro da Curbio nella vita di
Innocenzo IV[3132]. Secondo Matteo Paris[3133], corse voce di veleno,
voce che facilmente in tempi tali era in voga, ma che presso di noi non
dee sì di leggieri meritar credenza.
In questo mentre Matteo Ruffo ossia Rosso, già creato senator di Roma da
papa Gregorio IX, avendo assediata Lagosta ossia l'Augusta, fortezza del
cardinal Colonna, la costrinse alla resa. Pare eziandio che Federigo,
dacchè seppe la morte del suddetto pontefice Gregorio, sospendesse le
offese contro gli Stati della Chiesa romana; e si sa ch'egli se ne tornò
in Puglia, dove ai confini del regno in faccia a Ceperano ordinò che si
fabbricasse una città nuova. Quel ch'è strano, racconta Riccardo[3134]
che dopo la morte di Celestino IV, prima ancora che gli fosse data
sepoltura, _de cardinalibus quidam de urbe fugerunt, et contulerunt se
Anagniam_. C'è luogo di sospettare che in Roma vi fossero non pochi
torbidi, nè si trovasse la libertà convenevole per l'elezione del nuovo
papa. Forse anche temevano essi della pelle. Infatti vacò poi per gran
tempo la santa Sede. Nel dicembre di quest'anno l'imperadrice
_Isabella_, sorella del re d'Inghilterra, dimorando in Foggia, morì di
parto, e fu seppellita in Andria. Federigo intanto continuava ad
aggravar di nuove imposte e taglie i sudditi suoi. Tentò in questo anno
_Eccelino_ da Romano di torre la bella terra d'Este al _marchese Azzo_
per tradimento[3135]. Per buona ventura s'ebbe sentore del suo trattato,
e, presi i traditori, che dianzi pareano de' più fedeli della casa
d'Este, cessò il pericolo di quella terra. Abbiamo dagli Annali vecchi
di Modena[3136] che anche i Bolognesi tramarono con alcuni prigioni
modenesi di levar proditoriamente al comune di Modena il castello di
Bazzano; e già vi erano entrati alcuni d'essi con armi e vettovaglia. Si
scoprì la mena; presi furono que' Bolognesi, e da' Modenesi venne ben
rinforzato quel castello. La Cronica di Parma[3137] aggiugne che poscia
in questo medesimo anno seguì pace fra essi Bolognesi, Modenesi e
Parmigiani: nella qual congiuntura furono rilasciati tutti i prigioni
d'amendue le parti. Il marchese _Oberto Pelavicino_[3138], vicario
dell'imperadore in Lunigiana, distrusse la nobil terra di Pontremoli. Si
riaccese in quest'anno la lagrimevol discordia civile tra i nobili e
popolari della città di Milano[3139]. Capo de' primi era fra _Leone da
Perego_ dell'ordine dei Minori, arcivescovo allora di Milano; capo del
popolo era Pagano dalla Torre, la cui famiglia, che dicono fosse padrona
di Valsasina, cominciò in tali congiunture ad acquistar gran credito in
Milano. Infestavano intanto i Pavesi il distretto milanese. Fu proposto
nel consiglio di far oste contra di loro; ma, essendo così mal d'accordo
fra loro, non si volle muovere il popolo. Uscirono bensì i nobili, e nel
dì 11 di maggio ad un luogo appellato Ginestre vennero alle mani coi
Pavesi; ma furono sconfitti colla morte e prigionia di molti. A questa
funesta nuova Pagano dalla Torre col popolo in armi andò ad assalire i
vittoriosi Pavesi, li respinse fino alle porte di Pavia, e tal terrore
mise in quella città, che tosto si trattò di pace fra i due popoli
rivali. Fu questa conchiusa colla liberazion de' prigionieri. Circa
questi tempi i Bresciani[3140] presero le castella di Gavardo, d'Iseo e
di Vanzago, togliendole ai Veronesi loro nemici. Pare che Riccardo da
San Germano parli di questo all'anno seguente.