[3049] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[3050] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3051] Godefridus Monachus, in Chron.
[3052] Chron. Augustan. apud Freherum.
[3053] Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[3054] Roland., lib. 3, cap. 11.
[3055] Gerardus Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Italic.
[3056] Roland., lib. 4, cap. 3.
[3057] Annales Veronens., tom 8 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens.,
tom. eodem.
[3058] Roland, lib. 4, cap. 4.
[3059] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3060] Annal. Veronens., tono. 8 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. 9 Rer.
Ital.
[3061] Richardus de S. Germano, in Chron. Card. de Aragon., in Vita
Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[3062] Roland., lib. 4, cap. 4.
[3063] Malvec., Chron. Brixian., cap. 125, tom. 14 Rer. Ital.
[3064] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[3065] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[3066] Chron. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.
[3067] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamma, in
Manipul. Flor. Godefridus Monachus, in Chron.
[3068] Matth. Paris., Hist. Anglic.
[3069] Memor. Potest. Regiens.
[3070] Matth. Paris. Richardus de S. Germano, in Chron.
[3071] Annal. Veronenses, tom. 8 Rer. Italic.
[3072] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[3073] Antiq. Ital., Dissert. XXVI.
[3074] Godefridus Monachus, in Chron.
[3075] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3076] Raynald., in Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MCCXXXVIII. Indiz. XI.
GREGORIO IX papa 12.
FEDERIGO II imperadore 19.
O per la festa del Natale dell'anno precedente, o nel gennaio presente,
_Federigo_ imperadore fu in Pavia. Servì la vicinanza sua ad indurre il
popolo di Vercelli a sottomettersi al di lui dominio[3077]. Trovossi
egli in essa città di Vercelli nel dì 11 di febbraio. Venne anche alla
divozione di lui tutto il paese da Pavia sino a Susa, e cominciò a
pagargli tributo. Da tanta prosperità di Federigo mossi i Milanesi, che
oramai restavano coi soli Bresciani, Piacentini e Bolognesi esposti
all'ira di lui[3078], gli spedirono ambasciatori per essere rimessi in
sua grazia, offerendo fedeltà e denaro, e facendo altre esibizioni,
quali si giudicarono più grate a lui. Trovaronlo inesorabile; li voleva
a discrezione, nè volle intendere di condizione alcuna, pieno solo
d'astio e di vendetta, e dimentico affatto della clemenza, una delle
virtù più luminose de' principi saggi. Vedremo bene che Dio seppe
abbassare e confondere quest'orgoglioso principe, nè lasciò impunita
cotanta sua superbia. Il popolo di Milano, udite sì crude risposte, ben
conoscendo di che fosse capace l'animo barbarico di un tale Augusto,
allora determinò di morir piuttosto colla spada alla mano, che di
mettersi nelle forze, cioè nelle prigioni e sotto le mannaie di questo
da lor chiamato tiranno. Inoltre, per attestato di Matteo Paris, cagione
fu questo suo fiero contegno che molti popoli cominciarono a guardarlo
di mal occhio, e a sospirar la sua rovina. Fece dipoi Federigo[3079]
nella primavera una scappata in Germania, per trarre di là in Italia un
buon rinforzo di soldatesche, ed ordinò al _re Corrado_ suo figliuolo di
condurle in persona di qua da' monti. Tornossene di poi a Verona nel
mese d'aprile. Ebbe egli, siccome principe libidinoso e poco timoroso di
Dio, in uso di tener sempre alla maniera turchesca più concubine, senza
curar punto la fede maritale, e però non mancavano a lui bastardi e
bastarde. Una di queste appellata Selvaggia[3080] comparve nel presente
anno nel dì 22 di maggio a Verona con bella comitiva. Per maggiormente
assodare nel suo servigio Eccelino da Romano, sì zelante e profittevol
ministro suo, glie la diede in moglie nel dì della Pentecoste, ed egli
ne celebrò con gran pompa le nozze. Ebbe ancora Federigo fra gli altri
bastardi suoi figliuoli uno, a sè molto caro, che portava il nome
d'_Arrigo_, ma che è già conosciuto nella storia con quello d'_Enzio_.
Gli cercò egli in questo anno buona fortuna, con procurargli in moglie
_Adelasia_, ossia _Adelaide_, erede in Sardegna dei due giudicati, o
vogliam dire principati di Turri e Gallura[3081]. Forse la Sardegna
venne per tali nozze a poco a poco tutta in potere di lui. Fuor di
dubbio è ch'egli ne fu creato re dal padre, il quale unì quel regno
all'imperio, con gravissimi richiami nondimeno della corte romana, che
lo pretendeva suo, sostenendo Federigo in contrario, ch'era di antico
diritto del romano imperio, ed allegando l'obbligo suo di ricuperare il
perduto. Non cessava egli intanto di ammassar gente per l'accesa voglia
di soggiogar Milano e Brescia. Molti ne fece venir di Puglia. Il re
Corrado suo figliuolo nel mese di luglio[3082] arrivò a Verona con molti
principi e un fiorito esercito di Tedeschi. Fino il re d'Inghilterra suo
cognato gl'inviò[3083] cento uomini a cavallo, tutti ben montati e
guerniti, e, quel ch'è più, colla giunta di una gran somma di danaro in
dono. I Reggiani[3084] vi spedirono ducento cavalieri e mille fanti. I
Cremonesi con tutte le lor forze, i Bergamaschi, i Pavesi ed altri
popoli concorsero ad ingrossar la cesarea armata. Era già egli passato a
Goito nel dì 28 di giugno, per quivi far la massa di tutta la
gente[3085]. Determinò poscia col consiglio d'Eccelino, giacchè gli
restavano due ossi duri, cioè Milano e Brescia, di sbrigarsi da quello
che era creduto più facile, cioè da Brescia, per la cui caduta veniva
poi Milano a restar bloccato da tutte le parti. E perciò mosse
l'esercito alla volta di Brescia, saccheggiando e ardendo dovunque
arrivava, e nel dì 3 d'agosto strinse d'assedio quella città.
Fra i popoli d'Italia portarono sempre mai i Bresciani il vanto d'essere
uomini di gran valore e costanza, e questa volta ancora ne diedero un
illustre saggio. Trattavasi dell'ultimo eccidio della lor patria e di sè
stessi; però, dopo aver dianzi ben provveduta la città del bisognevole,
senza far caso d'oste sì sterminata, si accinsero animosamente alla
difesa, risoluti, se così avesse portato il caso, di vendere almeno caro
le loro vite. Fece Federigo mettere in esercizio contra della città
tutte le macchine allora usate per espugnar fortezze, cioè torri di
legno, mangani, manganelle, trabucchi ed altre specie di petriere. Ma di
queste ancora non penuriavano i Bresciani. Per buona ventura aveano essi
colto un ingegnere spagnuolo, uomo di gran perizia in fabbricar macchine
da guerra, che veniva di Alemagna al servigio dell'imperadore. Scoperto
il suo mestiere, ed intimatagli la morte, se non soccorreva esattamente
ai bisogni della città, servì loro di tutto punto. Non ignorando
Federigo l'esecrabil trovato dell'avolo suo Federigo I all'assedio di
Crema, anche egli, fatti venir da Cremona i prigioni bresciani, di mano
in mano lifacea legare davanti alle sue macchine, affinchè gli
assediati, per pietà de' lor cittadini e parenti, non osassero di tirar
contra di quelle per romperle. Non restarono per questo i Bresciani di
far giocare le lor macchine, nulla badando se uccidevano i propri
attinenti, purchè spezzassero le macchine nemiche, od ammazzassero chi
le maneggiava. Nondimeno la Cronica di Reggio[3086], cioè più antica
della Bresciana del Malvezzi, ci assicura che niun male fecero a quei
miseri lor concittadini; anzi, per rendere la pariglia all'imperadore,
anch'essi attaccavano pe' piedi i prigioni cesarei fuori del palancato,
esponendogli ai colpi delle macchine tedesche. Nè lasciavano i
coraggiosi Bresciani di dare di quando in quando delle sortite con grave
danno del campo imperiale. Massimamente nella notte del dì 9 d'ottobre,
allorchè men se l'aspettavano i Tedeschi, s'inoltrarono tanto ferendo ed
uccidendo, che lo stesso imperadore corse pericolo di restar preso. Durò
questo assedio due mesi e sei giorni. Scorgendo finalmente Federigo
ch'egli gittava il tempo e le fatiche, dopo aver dato il fuoco a tutte
le sue macchine, si ritirò coll'armata a Cremona: avvenimento, che,
quanto fu di gloria al popolo bresciano, altrettanto riuscì di vergogna
all'imperadore, il cui credito cominciò a calare per questo. Secondo le
Croniche di Milano[3087], si fecero nel presente anno i Milanesi rendere
conto dai Pavesi della fede rotta con darsi all'imperadore. Uscirono con
grandi forze addosso al territorio, guastando e bruciando; di maniera
che il comune di Pavia implorò misericordia, e tornò a giurar fedeltà a
quel di Milano. Non ci resta alcuna storia antica di Pavia che possa
assicurarci di questo fatto. Nè ciò s'accorda con quello che fra poco
dirò. Rivolsero poscia i Milanesi i loro sdegni e l'armi contra al
distretto di Bergamo, dove diedero un terribil guasto. Non lasciarono di
recar quel soccorso che poterono a Brescia. Anche i Piacentini[3088]
inviarono mille de' lor cavalieri in aiuto de' Milanesi, e nel distretto
di Lodi presero il castello d'Orio, che appresso fu distrutto. Quivi
succedette una battaglia svantaggiosa ad esso popolo di Piacenza. Forse
è quella che viene accennata da Alberico Monaco[3089], con dire che
Guglielmo eletto vescovo di Valenza, e poi di Liegi, trovandosi di
presidio in Cremona per parte dell'imperadore, co' suoi Borgognoni diede
una sconfitta ai Piacentini, con ucciderne molti, e farne prigioni più
di mille. In questo medesimo anno, se pure non fu nel seguente, i Pavesi
colle lor milizie, e con quelle di Vercelli, Novara, Tortona ed Asti, e
col marchese Lancia, vennero per terra ed acqua al Ponte Nuovo,
fabbricato da' Piacentini, per distruggerlo; nel qual tempo anche i
Cremonesi co' Bergamaschi si portarono a Lodi, affine, credo io,
d'impedire il passo ai Milanesi. Per quanto sforzo facessero que'
collegati contra d'esso ponte, avendo anche spinto barche incendiarie
alla volta d'esso, a nulla servì, perciocchè i Piacentini con altre
barche presero que' brulotti, e ne schivarono il danno: sicchè colle
mani vote se ne tornarono i lor nemici a casa. Eransi già accorti i
Padovani[3090] che il lupo era venuto alla guardia delle pecore.
Eccelino ogni dì facea delle novità, imprigionando or questo or quello,
e principalmente gli amici di _Azzo VII_, marchese d'Este. Perciò tutti
i buoni cominciarono a spronar lo stesso marchese che volesse torre di
mano ad Eccelino quella città, promettendo di dargli l'entrata per la
porta delle Torreselle. Al marchese non fu discaro l'avviso, trovandosi
anch'egli maltrattato nei suoi Stati da Eccelino.
Fatto dunque segretamente il preparamento convenevole di gente tanto dei
suoi sudditi, quanto dei fuorusciti Padovani, e degli altri suoi amici,
nel dì 13 di luglio (Rolandino, forse persuaso di queste inezie, avverte
che era giorno egiziaco) all'improvviso arrivò al Prato della valle ne'
borghi di Padova, credendo che gli sarebbe, secondo il concerto, aperta
la porta. Gran rumore tosto si alzò nella città alla di lui comparsa;
tutte le porte furono chiuse, ed Eccelino comandò che tutto il popolo
fosse in armi. Intanto le milizie estensi faceano ogni sforzo per
atterrar la porta delle Torreselle; ma più possa mostravano que' di
dentro a difenderla. Avvisato il marchese da alcuni, che occultamente
uscirono di città, qualmente fallita la speranza di corrispondenti nella
città, meglio era il retrocedere, e che in essa si dava campana a
martello contra di lui, non volle muoversi, e seguitò ad animare la
gente all'assalto. Intanto Eccelino co' suoi Tedeschi e col popolo
armato venne fuori della città ad assalire i nemici. Non vi fu bisogno
di menar le mani. La gente del marchese, senza poterla ritenere, diede
tosto alle gambe. Beato chi le avea migliori. Altro partito allora non
seppe prendere il marchese, che di raccomandarsi al suo cavallo, il
quale bravamente il cavò fuori di pericolo. Molti vi restarono presi, e
fra gli altri Jacopo da Carrara, uno de' principali fuorusciti di
Padova. Se volle liberarsi, gli convenne cedere il suo castello di
Carrara al comune di Padova, ossia ad Eccelino, e riacquistò la sua
grazia. Imparò da questa mala condotta, oppure disgrazia, il marchese di
Este ad andare più cauto in avvenire. Ma Eccelino, tornato trionfalmente
in Padova, ebbe il contento di udire da lì innanzi la gente, chi per
timore, chi per adulazione, trattar lui col nome di signore. Per
vendicarsi poi del marchese, raunò l'esercito, volendo procedere contra
la nobil terra d'Este. Avvertitone dagli amici, esso marchese si ritirò
alla sua terra di Rovigo, lasciando tutto in pianti il popolo d'Este.
Venne poi Eccelino nel dì 22 di luglio. Se gli arrendè pacificamente la
terra senza che ne patissero gli abitanti. Da lì ad alquanti giorni
anche la rocca ossia il castello capitolò, e quivi pose in guarnigione
un corpo di Saraceni e di Padovani. Colla speranza d'avere a sì buon
mercato anche Montagnana, terra del marchese, di non minor popolazione
che quella di alcune città, passò colà coll'armata, e vi chiamò anche la
milizia di Verona, in cui più confidava che in altri. Virilmente si
difesero quegli abitanti, e gli bruciarono anche di bel mezzo giorno il
Bilfredo, cioè una torre di legno fatta fabbricare da lui. Sotto v'era
egli stesso in quel punto; ma, avvertito, scampò. Gli convenne dunque
levar l'assedio; e natogli sospetto che Jacopo da Carrara e l'avvocato
di Padova avessero tenuta intelligenza co' nemici, ordinò loro di
presentarsi al podestà di Padova: il che allegramente risposero amendue
di fare. Ma dacchè si videro in libertà, fuggirono ad Anguillara, che
tuttavia teneva la parte del marchese, ed era di Jacopino Pappa-fava,
figliuolo di Albertino da Carrara, cioè d'un fratello d'esso Jacopo. Nel
mese poi d'agosto il marchese Azzo, tornato ad Este, ricuperò quella
terra, ma non già il castello. Ed Eccelino scrisse contra di lui
all'imperadore, esortandolo a menar le sue forze addosso a questo
principe suo gran nemico, con aggiugnere[3091]: _Feriendus est serpens
in capite, ut corpus facilius devincatur_. La risposta di Federigo, data
nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, vien riferita da Rolandino. In
essa egli si maraviglia, come avendo il _marchese Azzo_ (da noi chiamato
il Sesto) a' suoi tempi tanto operato in aiuto suo, di maniera che si
potè nominar suo balio ed aio, ora il di lui figliuolo _Azzo_ degeneri
sì sconciamente dalle azioni del padre, con promettere poi ad Eccelino
la sua venula in quelle parti verso il fine del gennaio seguente.
Ribellaronsi in questo anno ai Genovesi[3092] i popoli di Savona,
Albenga, Porto Maurizio e Ventimiglia; e però convenne far guerra contra
di loro. Comparvero a Genova due ambasciatori dell'imperador Federigo,
che fecero istanza del giuramento di fedeltà. La risposta de' Genovesi
fu che invierebbono alla corte d'esso Augusto i loro ambasciatori,
siccome fecero in effetto, dappoichè videro ritornata Ventimiglia in
loro potere. Prestato che questi ebbero il giuramento di fedeltà a
Federigo, se ne tornarono a casa. Quando ecco sopraggiunsero a Genova
due altri ambasciatori del medesimo Augusto, che presentarono lettere
contenenti, come l'imperadore chiedeva giuramento di _fedeltà_ e di
_dominio_. Furono esse lette in un pieno parlamento del popolo, in cui
gran rumore fu fatto all'udir quella parola _dominio_. Il podestà che
era Paolo da Soresina, nobile milanese, prese il tempo, e spiegò con
bolla descrizione gli aspri trattamenti (e diceva ben la verità) che
faceva Federigo dei suoi sudditi in Sicilia e Puglia, e degli altri
luoghi dov'egli comandava. Di più non occorse. Gli ambasciatori furono
mandati in pace, e i Genovesi intavolarono tosto un trattato con papa
_Gregorio IX_ e coi Veneziani contra dell'imperadore, che fu senza gran
fatica conchiuso nella corte pontificia. Allora il pontefice prese sotto
la sua protezione Venezia e Genova. Faenza fu occupata nel dì 5 di
luglio in quest'anno da Acarisio[3093]. A lui dopo un mese fu ritolta da
Paolo Traversara potente Ravennate. Ma venula l'armata de' Bolognesi
cacciò lui fuori con istrage non lieve de' suoi, e difese anche la
medesima città contro gli sforzi del conte Aghinolfo di Modigliana, con
farlo prigione, e mettere in fuga quei del suo partito. Ciò accadde
nell'anno seguente, secondo altre Croniche. Scrive il Sigonio[3094],
avere Federigo imperadore, nello stesso tempo che assediò Brescia, con
un'altra parte della sua grande armata fatto l'assedio d'Alessandria, e
che questa venne in suo potere. Non ne truovo io parola ne' vecchi
storici, anzi veggo in contrario una lettera di papa Gregorio[3095]
scritta nel 1240, nel dì 10 di maggio, agli Alessandrini, coi quali si
rallegra della lor costanza nella divozion verso la Chiesa contro gli
attentati di Federigo. Ma nello stesso 1240, siccome vedremo, si
suggellarono poi ad esso imperadore.