NOTE:

[3028] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3029] Raynald., in Annal. Eccles.

[3030] Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.

[3031] Godefrid. Monachus, in Chronico.

[3032] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3033] Richardus de S. Germano, in Chron.

[3034] Monac. Patavinus, in Chron.

[3035] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veteres

Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3036] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[3037] Mattheus Paris, Histor. Angl.

[3038] Gerard. Maurisius, Histor. Rolandinus, lib. 3, cap. 9. Monachus

Patavinus, in Chron. Godius, in Chron.

[3039] Roland., lib. 3, cap. 9.

[3040] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3041] Antonius Godius, in Chron.

[3042] Roland., lib. 3, cap. 10.

[3043] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 269. Memor. Potest.

Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3044] Roland., lib. 3, cap. 11.

[3045] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[3046] Richardus de S. Germano, in Chron.

[3047] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3048] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXXXVII. Indizione X.

GREGORIO IX papa 11.

FEDERIGO II imperadore 18.

Gli affanni di papa _Gregorio_ lievi non erano in questi tempi, non

tanto per li danni già inferiti alla Lombardia dall'imperador Federigo,

quanto per li maggiori che si conoscevano imminenti se continuava la

guerra[3049]. Più che mai dunque seguitò a trattar di concordia,

facendone istanze a Federigo, e ordinando alle città collegate d'inviare

a Mantova i loro plenipotenziarii, con isperanza che l'imperadore

darebbe luogo a qualche convenevole aggiustamento[3050]. Spedì esso

Augusto nel gennaio del presente anno alla corte pontificia il gran

mastro dell'ordine teutonico, e Pietro delle Vigne, famoso suo

cancelliere, e, in vece di mostrarsi inclinato ad accordo alcuno,

raccomandava al papa di prestargli aiuto e favore per domare i Lombardi

ribelli e ricettatori degli eretici[3051]. Trovavasi allora Federigo in

gran fasto ed auge di fortuna, perchè avea quasi ridotto agli estremi

_Federigo duca_ d'Austria (principe per altro degno di perdere tutto),

con avergli portate le chiavi i cittadini della nobil città di Vienna.

Gloriavasi pertanto di aver guadagnato all'imperio uno Stato che

fruttava ogni anno sessanta mila marche d'argento, cioè l'Austria e la

Stiria: vanti nondimeno che durarono ben poco, perchè tornato che fu

l'imperadore in Italia, il duca rialzò il capo, e giunse nell'anno

seguente a ricuperar tutto il perduto[3052]. Nella suddetta città di

Vienna fece Federigo eleggere in quest'anno re de' Romani _Corrado_ suo

secondogenito. L'atto d'essa elezione ci è stato conservato da frate

Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[3053], da cui apparisce che

non per anche ai soli sette elettori era riserbato il diritto

dell'elezione. La città di Padova[3054] in questi tempi, priva di

consiglio e di coraggio, non sapeva a qual partito appigliarsi. I sedici

di Balìa, creati da quel consiglio, si scoprì che teneano segrete

corrispondenze con Eccelino da Romano. Accortosene il podestà, ordinò

bene che andassero a' confini a Venezia; ma eglino, senza passar colà,

si ribellarono al comune di Padova. Nel febbraio venne a quella città

per nuovo podestà Marino Badoero, che inviò tosto dugento cavalieri a

Carturio, perchè corse voce che Eccelino e il conte Gaboardo aveano mira

sopra Monselice[3055]. Non fu falsa la nuova. Arrivò l'armata imperiale

verso il fine di febbraio a Carturio, ed espugnato quel luogo, mise ne'

ferri tutta quella guarnigione (e v'erano ben cento nobili padovani), e

poscia, passata a Monselice, ebbe a man salva quella nobil terra. Allora

fu che Eccelino e il conte Gaboardo fecero venire a Monselice _Azzo VII_

marchese d'Este, per sapere s'egli voleva essere amico o nemico

dell'imperadore. Veggendo il marchese che niun capitale potea più farsi

di Padova, dove ogni di più s'aumentava il disordine, rispose che

sarebbe ai servigi dell'imperadore, purchè niuna angaria s'imponesse

alla sua gente nè a' suoi Stati. Ciò fatto, gl'imperiali conobbero

d'avere oramai in pugno la città di Padova. Nè andò fallita la loro

speranza. Trattarono coi loro corrispondenti padovani, e in fine tra per

la paura dell'armi cesaree, e pel desiderio di riavere i loro prigioni,

fu conchiuso in Padova di pacificamente ammettere gli uffiziali

dell'imperadore. Infatti nel dì 25 di febbraio Eccelino col conte

Gaboardo e con un corpo di truppe imperiali fece l'entrata in Padova, e

fu osservato che quando egli arrivò alla porta, diede un bacio ad essa:

il che dalla gente stolta fu interpretato in bene della città. Ne fu

preso il possesso a nome dell'imperadore: il che inteso dal comune di

Trivigi, si suggettò anche esso alle di lui arme vittoriose. Eccelino

intanto facea lo schivo in Padova, ma niuna determinazione del consiglio

valeva, se non veniva da lui approvata. Ricusò ancora l'uffizio di

podestà, contentandosi di quel che più importava, cioè d'aver ottenuto

da Federigo il vicariato della marca di Trivigi, ossia di Verona. E per

isbrigarsi anche del conte Gaboardo, il consigliò di passare in Germania

a ragguagliar l'imperadore di questi felici avvenimenti, fra' quali non

è da tacere che anche _Salinguerra_ sottomise in questo oppure nel

precedente anno a' voleri dell'imperadore la città di Ferrara[3056]. Nè

stette molto Eccelino a dar principio alla sua memorabil tirannia in

Padova, con richiedere ostaggi e mandar prigioni in Puglia ed altrove

coloro che gli erano sospetti, e ch'egli credeva amici del marchese

d'Este, trovando continuamente pretesti per accusar esso marchese, come

sprezzatore degli ordini dell'imperadore. Poi circa il principio di

luglio coll'esercito de' Padovanie Veronesi andò a mettere l'assedio al

castello di San Bonifazio, dove fece un gran guasto di case coi mangani

e coi trabucchi; ma senza poter far di più, perchè dentro v'era Leonisio

figliuolo del conte Ricciardo, a cui, benchè di tenera età, non mancò il

coraggio per una gagliarda difesa. Intanto i Lombardi s'erano

impadroniti del castello di Peschiera.

Passata la metà d'agosto, arrivò di nuovo in Italia l'imperador

Federigo, e fece incontanente dismettere l'assedio di San

Bonifazio[3057], por attendere a maggiori imprese, e specialmente perchè

cominciò ad intavolarsi un trattato del suddetto conte Ricciardo e de'

Mantovani con esso Augusto. Verso il fine d'agosto egli passò il fiume

Mincio[3058], e si accampò coll'esercito a Goito, avendo seco i

Padovani, Veronesi e Vicentini, due mila cavalli tedeschi e molti

Trentini. Quivi si fermò alquanti giorni per unire gli altri soccorsi

ch'egli aspettava. Fece venir di Puglia sette mila Saraceni arcieri.

Riccardo da San Germano[3059] ne conta dieci mila. I Reggiani e Modenesi

colle lor forze accorsero colà. Lo stesso fecero i Cremonesi

e i Parmigiani coi lor carrocci[3060]. Stando Federigo in

quell'accampamento, a' suoi piedi si presentarono gli ambasciatori di

Mantova, che si offerirono ai di lui servigi col conte Ricciardo da San

Bonifazio. Gli accolse egli con volto allegro, perdonò loro le passate

ingiurie ed offese, e confermò con suo diploma i privilegii e le

consuetudini della loro città. Anche il marchese Azzo Estense comparve

colà, e fu ben ricevuto da Federigo. Vi si portarono i cardinali legati

del papa per avere udienza da lui[3061]. Insuperbito Federigo per

l'acquisto di Mantova, neppur volle ascoltarli, di modo che se ne

tornarono assai scontenti di lui a Roma. Mossa dipoi la poderosa armata,

entrò nel territorio di Brescia, con dare il sacco e il guasto

dappertutto, e nel dì 7 di ottobre intraprese l'assedio della forte e

ricca terra di Montechiaro. L'aveano i Bresciani eletta per lor

antemurale; e però posto ivi un grosso e valoroso presidio, che si

difese finchè potè, ma finalmente nel dì 22 del suddetto mese fece

istanza di capitolare. Restò prigioniera tutta la guarnigione, e fu

inviata a Cremona; ma con grave biasimo di Federigo, perciocchè, per

attestato di Rolandino[3062] e di Jacopo Malvezzi[3063], avea loro

promessa la libertà, se rendevano la terra, e non osservò loro la fede.

Andò tutto l'infelice luogo a ruba, ed appresso fu consegnato alle

fiamme. Nel dì 2 di novembre vennero in potere di Federigo[3064] le

castella di Gambara, Gotolengo, Prà Alboino e Pavone; di queste ancora

fu fatto un falò. Passò dipoi Federigo coll'imperiale armata al castello

di Pontevico con disegno di portarsi di là dal fiume Oglio, ma ritrovò

l'esercito milanese[3065], rinforzato dagli Alessandrini, Vercellini e

Novaresi, accampato nell'opposta riva, e risoluto di contrastargli il

passaggio. In questo mentre i Bolognesi[3066], prevalendosi della

lontananza de' Modenesi che erano iti all'oste dell'imperadore,

occuparono Castel Leone, ossia Castiglione, fabbricato da essi Modenesi

in faccia a Castelfranco, e talmente lo distrussero, che appena oggidì

ne rimane vestigio. Nelle prigioni di Bologna furono condotti tutti i

soldati che quivi si trovarono. Presero anche il ponte di Navicello, e

fecero scorrerie per varie ville del Modenese. Per molti giorni stettero

le due armate dell'imperadore e de' Milanesi separate dal fiume Oglio,

l'una l'altra guardandosi[3067]. Ma o sia che per le pioggie e per gli

disagi della stagione i Milanesi fossero forzati a decampare; oppure che

prestassero fede ad una voce fatta spargere da Federigo, cioè che

tornasse indietro l'esercito cesareo, e veramente alcuni degli

ausiliarii erano stati licenziati dal campo; certo è ch'essi Milanesi si

misero in viaggio per tornarsene a casa. A questo avviso Federigo ebbe

maniera di passare il fiume colle sue milizie, e raggiunse nel dì 27 di

novembre a Corte Nuova l'esercito nemico, che con poca disciplina facea

viaggio, nè si aspettava d'avere da combattere[3068]. I primi ad

assalire l'oste milanese furono i Saraceni, ma ne restarono assaissimi

di essi estinti sul campo. Entrato in battaglia il nerbo dell'esercito

cesareo, ne seguì un asprissimo combattimento con grande strage dell'una

e dell'altra parte. Finalmente piegò e prese la fuga il popolo di

Milano; e allora fu che molte migliaia di essi rimasero prigioni.

Vi restò nondimeno da superare il corpo di battaglia che era alla

guardia del carroccio milanese, tutta gioventù forte ed animosa, che,

per quanto sforzo facessero gl'imperiali, tenne saldo il suo posto, e

rispinse sempre i nemici, finchè arrivò la notte che fece fine alla

battaglia. Gran gloria era, come ho già detto di sopra, il prendere il

carroccio ai nemici[3069]. Lo stesso Federigo conduceva anch'egli il

suo, ma sul dorso d'un elefante col gonfalone in mezzo, con quattro

bandiere negli angoli, ed alcuni Saraceni e cristiani ben armati in

esso. Dacchè non era riuscito a Federigo di conquistar quel carro

trionfale de' Milanesi, ansioso pur di questa gran lode, lasciò bensì

riposar nel tempo della notte la gente sua, ma senza che si spogliassero

dell'armatura, per essere pronti la seguente mane ad assalir di nuovo

gli ostinati difensori del carroccio. Trovò poi, fatto giorno, che i

Milanesi s'erano ritirati, lasciando il carroccio spogliato e sfasciato

fra la massa dell'altre carrette, giacchè le strade fangose non aveano

permesso loro di condurlo in salvo. Federigo, principe sommamente

vanaglorioso sparse per tutta Italia ed Oltramonti questa sua insigne

vittoria[3070], in cui, secondo i suoi conti, facili in tali casi ad

essere alterati, e certamente diversi da quei degli storici di Milano e

di Cesena, rimasero circa dieci mila Milanesi tra morti e prigioni. Fra

questi ultimi si contarono moltissimi nobili di Milano, Alessandria,

Novara e Vercelli; e specialmente Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di

Venezia, che era allora podestà di Milano. Questi poi con altri nobili

condotto in Puglia, fu, per ordine di Federigo, fatto barbaramente e

pubblicamente impiccare sulla riva del mare[3071]: la quale onta ed

iniquità irritò sì fattamente il popolo di Venezia, che infine si

dichiarò apertamente contra di lui. Inoltre perchè passava ottima

intelligenza tra Federigo e il popolo romano, il quale anche nel

suddetto mese di novembre gli avea spedito degli ambasciatori, mandò

esso imperadore fino a Roma lo sguarnito carroccio preso ai Milanesi

coll'iscrizione in versi riportata da Ricobaldo[3072] e da altri,

acciocchè questo gran trofeo fosse collocato nel più augusto luogo

dell'Italia, cioè nel Campidoglio. E a' dì nostri s'è trovata anche

memoria di questo in Roma, siccome ho io dimostrato altrove[3073]. Passò

dipoi il vittorioso Federigo a Cremona, e di là a Lodi, città che venne

alla sua divozione, ed ivi celebrò il santo Natale. Godifredo

Monaco[3074] scrive che lo solennizzò in Pavia. Varie furono in

quest'anno le vicende di papa Gregorio IX[3075]. Duravano le differenze

d'esso pontefice col senato romano. Creato senatore Giovanni da Poli nel

mese di maggio, insorse una sedizione contro di lui, che maggiormente si

riaccese nel seguente luglio, talmente che fu deposto esso Giovanni, e

sostituito in suo luogo Giovanni di Cencio: per la qual cagione si venne

alle armi, e ne seguì molto sangue. Poscia nell'ottobre, essendo

prevaluta la fazione pontificia contro l'imperiale in Roma, papa

Gregorio fu, dopo lungo tempo di lontananza, richiamato. Con grande

onore si trovò accolto dai Romani; ma siccome nulla v'era di stabile in

tempi sì sconcertati, quando egli si credette in porto, si trovò,

siccome prima, in tempesta, perchè non tardò quel senato a fargli

provare di nuovi disgusti, massimamente col tenere aperta corrispondenza

coll'imperadore[3076]. Si aggiunse che il popolo di Viterbo, dianzi

sostenuto e colmato di favori dal papa, dacchè il vide amicato co'

Romani, cominciò a voltargli le spalle e ad occupare i diritti della

Chiesa. Nè volendo cedere alle ammonizioni, in fine obbligò il pontefice

a fulminar contro di loro le sacre censure. Erano antiche le ragioni

della Chiesa romana sopra la Sardegna. In quest'anno ancora i giudici, o

vogliam dire i regoli di Gallura, di Turri e d'Arborea, cioè di tre

parti di quell'isola, prestarono il giuramento di fedeltà al legato di

papa Gregorio IX: il che è da avvertire per quello che poscia

succedette. Gli atti di questo affare si leggono nelle mie Antichità

Italiane.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 253 / 277 题