NOTE:

[3000] Richardus de S. Germano, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.

[3001] Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3002] Trithemius, Chron. Hirsaug.

[3003] Godefridus Monachus, in Chron. Alberic. Monachus, in Chron

[3004] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3005] Godefridus Monachus, in Chron.

[3006] Antiquit. Ital., Dissert. XXIX.

[3007] Otto Frisingensis, Chron., lib. 6, cap. 32.

[3008] Roland., lib. 3, cap. 9.

[3009] Monachus Patavinus, in Chron.

[3010] Antichità Estensi, P. I, cap. 41.

[3011] Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.

[3012] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[3013] Annales Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[3014] Matth. de Griffonibus, Memor. Histor., tom. 18 Rer. Ital.

[3015] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[3016] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3017] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3018] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3019] Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor., cap. 268.

[3020] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[3021] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3022] Ricordan. Malaspina, cap. 122.

[3023] Annales Senenses, tom. 15 Rer. Ital.

[3024] Paris, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[3025] Gerard. Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3026] Rolandinus, lib. 3, cap. 9.

[3027] Monachus Patavinus, in Chron.

Anno di CRISTO MCCXXXVI. Indiz. IX.

GREGORIO IX papa 10.

FEDERIGO II imperadore 17.

Nulla potè conchiudere papa Gregorio del progettato accomodamento delle

controversie vertenti fra l'imperador _Federigo_ e le città di

Lombardia, a cagione della strettezza del tempo a lui prefisso da esso

Augusto. Però si diede principio in quest'anno alle tragiche guerre e

rivoluzioni che per tanto tempo dappoi afflissero questo sconvolto

regno. Qual fosse allora il sistema d'Italia, conviene ora avvertirlo.

Non negavano già le città confederate di riconoscere anche esse la

superiorità ed autorità dell'imperadore; ma paventavano di molto un

imperador tale, quale fu Federigo II. Gelosissime della lor libertà, e

ricordevoli di quanto avesse operato Federigo I per abbatterla e

sradicarla, non sapeano indursi a credere di poter conservarla sotto

Federigo II, principe, la cui mente era grande, ma maggiore l'ambizione,

e che avea ereditato i vizii dell'avolo, ma non già le virtù. Sapeano

come egli scorticava i suoi sudditi di Sicilia e di Puglia; che il

perdonar di cuore a chi l'avea offeso, era cosa straniera nell'animo

suo; che egli prendeva le leggi del mantener la fede e parola, non mai

dall'onesto, ma solamente dall'utile o dalla necessità. Però, se gli

concedevano poco, temevano ch'egli vorrebbe poi tutto. Erano anche assai

persuasi che sì interessato e pieno d'ambiziosi e smisurati pensieri,

come era, altra mira non avesse che di ridurre l'Italia tutta sotto un

obbrobrioso giogo, e di mutar la Lombardia in una nuova Puglia. Di qui

venne che le città più forti, come Milano, Brescia, Mantova, Piacenza,

Bologna, Padova ed altre minori determinarono piuttosto di avventurar

tutto, che di sottomettersi a chi dall'essere di principe troppo

facilmente passava a quel di tiranno. Non mancavano altre città che

teneano per l'imperadore, come Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena

ed altre. Il principal motivo di questo attaccamento era il bisogno e la

speranza dell'aiuto di lui per mantenersi in libertà, dacchè le più

forti città vicine tutto dì si studiavano di assorbire i lor territorii,

e di assoggettarle ancora, se veniva lor fatto, al loro dominio. Che non

faceano i Bolognesi contra di Modena, i Piacentini contra di Parma, i

Milanesi e Bresciani contra di Cremona? Pavia umiliata dal popolo di

Milano stava allora col capo chino, mostrandosi ubbidiente ed unita coi

Milanesi, che le aveano date tante percosse; ma non sì tosto cessò la

paura del flagello, che, cavatasi la maschera, tornò anch'essa ad

abbracciare il partito di Cesare. Erano in egual pericolo, e forse in

peggiore stato, gli affari del sommo pontefice. Se riusciva a Federigo

di mettere il piede sul collo de' Lombardi, e di soggiogar tutta

l'Italia, che scampo restava a quella sacra corte contra di un principe,

il quale già avea fomentato le usurpazioni del senato e popolo romano in

pregiudizio della legittima ed inveterata autorità e sovranità dei papi?

Potevasi fondatamente temere, ch'egli ridurrebbe il papa a portare il

piviale di bambagina, stante la disordinata sua voglia di signoreggiare;

e vieppiù perch'egli era in concetto di fina politica, simulatore e

dissimulator mirabile, e, quel che è peggio, di poca, se non anche di

niuna, religione: del che, se è vero, sarà Iddio giudice un giorno.

Allorchè papa _Alessandro III_ tanta costanza mostrò contra di _Federigo

I_, a lui non mancava un forte appoggio alle spalle, cioè il re di

Sicilia e Puglia, della schiatta de' Normanni. Ora che Federigo II

possedeva ancora quegli Stati, se cadeva a terra l'opposizion de'

Lombardi, restava il romano pontefice Gregorio IX tra le forbici, ed

esposto alla discrezione ossia indiscrezione d'un imperadore che avrebbe

potuto tutto ciò che avesse voluto. Il perchè papa Gregorio riguardava

come suo grande interesse la lega di Lombardia, ben conoscendo che essa

sola potea tenere in briglia un Augusto, di cui non permettea la

prudenza che alcun si fidasse. All'incontro Federigo II odiava a morte

questa lega, benchè solennemente permessa ed approvata dall'avolo suo

Federigo I, considerandola come ingiuriosa a' suoi sovrani diritti, e

trattava da ribelli i Lombardi, declamando dappertutto, esigere il suo

decoro ch'egli passasse a domarli. E perciocchè il papa, spinto dal suo

zelo paterno, spediva in tutte le città, siccome abbiam veduto, i frati

predicatori e minori a predicar la pace e la concordia, tutto

interpretava fatto in danno suo, stante il praticarsi di far giurare i

popoli di ubbidire a quanto avesse loro comandato il papa. E

maggiormente si risentì egli per quello che avvenne in Piacenza

nell'anno presente[3028]. Non mancava in quella città il suo partito a

Federigo, sostenuto specialmente dalla nobiltà, di cui capo era

Guglielmo de Andito (oggidì quella nobil famiglia è chiamata de' Landi)

con Oberto Pelavicino (oggidì Pallavicino) marchese. Ma era tutta

sfasciata quella città per l'antica discordia di que' popolari con essi

nobili, la maggior parte de' quali fuoruscita facea guerra dalle sue

castella alla città. Trattossi in quest'anno di accordar queste fazioni,

e da amendue fu fatto compromesso in _Jacopo da Pecorara_ cardinale

della Chiesa romana, con esserne dipoi seguita un'amichevol unione, ed

aver egli dato per podestà a tutti Rinieri Zeno nobile veneziano.

_Exinde Placentini_, dice la Cronica, _imperatori fuerunt rebelles. Et

ipse potestas fecit destrui domos dicti domini Guilielmi de Andito, el

bannivit eum, et dominum Obertum Pelavicinum, et certos de populo, quia

tenebant cum imperatore contra Ecclesiam._ Lagnossi forte di

quest'operato dal legato pontificio l'imperador Federigo con papa

Gregorio, quasichè anch'egli si desse è divedere congiurato coi Lombardi

contra di lui. Ciò che gli rispondesse in tal proposito il papa, si può

leggere negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[3029]. La conchiusione si

è, che ogni di più andavano crescendo le differenze del papa e di

Federigo, ed ognun lavorava di politica. Arrivò il pontefice a

comandargli[3030] che non movesse l'armi contra de' Lombardi, perchè non

era per anche spirata la tregua accordata per la spedizione di Terra

santa: il che fece maggiormente credere a Federigo che fra il pontefice

e i Lombardi vi fossero de' forti legami contra di lui; e perciò, senza

badare ad altro, determinò la sua venuta in Italia con una competente

armata di Tedeschi. Lasciò ordine[3031] al re di Boemia e al duca di

Baviera di far guerra a _Federigo duca_ d'Austria, incolpato di varii

delitti; ed essi il servirono bene. Aveva egli già spedito innanzi

cinquecento cavalli e cento balestrieri, con ordine di aspettarlo a

Verona, città che l'accorto Eccelino da Romano avea già ridotta

all'ubbidienza sua con iscacciarne il conte Ricciardo da San Bonifazio e

i suoi aderenti[3032]. Giunsero costoro nel dì 16 di maggio, e presero

la guardia di Verona a nome dell'imperadore, il quale nel precedente

gennaio aveva anche mandato in Italia il figliuolo _Arrigo_ ne'

ceppi[3033], con una buona scorta sotto il comando del marchese Lancia.

Questo infelice principe condotto in Puglia, e confinato nella rocca di

San Felice, e trasportato poscia a quella di Martorano, quivi nell'anno

1242, come s'ha da Riccardo da San Germano, e non già nel presente, come

scrisse il Monaco Padovano[3034], terminò fra gli affanni della carcere

i suoi giorni: del che mostrò Federigo pubblicamente un sommo dolore,

non so se vero o finto. Intanto il conte Ricciardo suddetto, scacciato

da Verona, si impossessò della forte rocca di Garda, colla morte del

presidio ivi posto da Eccelino. Per lo contrario, venne alle mani d'esso

Eccelino l'importante castello di Peschiera, e inoltre gli venne fatto

di espugnar quello di Bagolio. Finalmente nel dì 16 d'agosto arrivò

l'imperador Federigo a Verona con tre mila cavalli, accolto a braccia

aperte e con tutta riverenza dal suo fedel partigiano Eccelino e dai

Ghibellini Montecchi rettori della città. Andò poscia coll'esercito a

Vacaldo, e vi si fermò ben quindici giorni, concertando intanto le

imprese che doveano farsi[3035]. Passato poscia il Mincio, trovò i

Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi che colle lor milizie vennero

ad incontrarlo. Rinforzata che ebbe con tali aiuti la sua armata,

cominciò a scaricare i primi colpi del suo furore contra il distretto di

Mantova, mettendolo a ferro e a fuoco. Prese Marcheria, e dopo il sacco

la distrusse; ma poi, conoscendola sito importante pel passaggio del

fiume Oglio, ordinò che tosto si rifabbricasse, e la diede in guardia ai

Cremonesi. S'impadronì di Ponte Vico e d'altri luoghi, siccome ancora di

Mosio sul Bresciano, al qual territorio fece similmente quanto danno

potè. Anche il popolo di Gonzaga di qua dal Po si diede ai ministri

d'esso imperadore. Passò egli dipoi a Cremona per consolar quella città

tanto a sè fedele, e vi si fermò per alquanti giorni.

Secondo gli Annali di Milano[3036], ebbe disegno di passare anche a

Pavia, città che segretamente teneva per lui; ma usciti in campagna i

Milanesi gl'impedirono l'inoltrarsi. Certo è che vennero sino a

Montechiaro con tutte le lor forze, e furono quasi sull'orlo di

affrontarsi coll'esercito nemico di Federigo, ma infine giudicarono

meglio di star sulla difesa, che di azzardarsi alle offese[3037]. Che

Federigo venisse anche a Parma, s'ha dagli Annali vecchi di Modena. Era

per questo anno stato eletto podestà e rettore di Vicenza _Azzo VII_

marchese d'Este, il più appassionato di tutti per la parte guelfa e per

la lega di Lombardia[3038]. Mandò egli un bando che niuno osasse di

nominar l'imperadore, ed avendo esso Augusto inviati a Vicenza i suoi

messi con lettere, nè quelli nè queste volle ricevere. Avea il marchese,

prima che calasse Federigo in Italia, tentato col conte di San Bonifazio

di scacciar da Verona la parte di Eccelino; ma costui più accorto di

lui, siccome già accennai, prevenne il colpo, e spinse fuori di Verona

il conte coi suoi parziali. Ciò saputosi in Padova, Vicenza e Trivigi,

que' popoli in armi diedero un terribil guasto alle terre e ville di

Eccelino. Ora mentre l'imperadore dimorava in Cremona, minacciando i

Milanesi e Piacentini, non vollero star colle mani alla cintola il

marchese d'Este, i Padovani, Trivisani e Vicentini. Col maggior loro

sforzo, nel dì 3 di ottobre, che Rolandino[3039] osservò essere stato

giorno egiziaco, cioè di mal augurio, si portarono all'assedio di

Rivalta, castello dei Veronesi, con fare nello stesso tempo delle

scorrerie nel distretto di Verona, e guastare il paese[3040]. Eccelino

uscì in campagna con quella gente che potè raunare, e per quindici dì si

fermò nella villa della Tomba dall'altra parte dell'Adige, osservando i

nemici che poco profitto faceano sotto Rivalta, valorosamente difesa da

quel presidio. Tuttavia, veggendo il pericolo del castello, e crescer il

guasto del Veronese, scrisse all'imperador caldamente dimandando

soccorso. Allora Federigo, montato a cavallo, mosse la sua cavalleria

con una marcia sì sforzata, che in un dì e in una notte arrivò da

Cremona sin vicino al castello di San Bonifazio. Dato ivi un poco di

rinfresco alla gente e ai cavalli, sollecitamente continuò il suo

viaggio. L'avviso dell'improvvisa ed inaspettata venuta dell'imperadore

mise tale spavento negli assediatori di Rivalta, che se ne ritirarono in

fretta, con lasciar ivi parte delle tende e dell'equipaggio, e le

macchine da guerra. Lo esercito imperiale venendo per la più corta,

prima che arrivasse quel di Padova, giunse alle porte di Vicenza. Non

avendo voluto rendersi i Vicentini alla chiamata dell'imperadore, con

tal furore, e verisimilmente coll'aiuto di qualche traditore, la sua

gente co' Veronesi venne all'assalto: entrati per le mura, ed aperta una

porta, diedero immantinente un orrido sacco alla misera città,

commettendo, senza perdonare a sesso o grado, tutte quelle crudeltà ed

iniquità che in tali occasioni si possono facilmente immaginare.

Entrarono in Vicenza gli imperiali nella notte avanti la festa

dell'Ognisanti, e tutto il dì seguente si sfogò la lor rabbia, avarizia

e libidine nell'infelice città, a cui in fine diedero fuoco.

Considerando poi Federigo che male era anche per li suoi interessi il

perdere la popolazione di così nobil città, da lì a pochi giorni perdonò

a tutti, rilasciò ad ognuno il possesso de' loro stabili, con ordinare

ad Eccelino e al conte Gaboardo di Suevia, suo capitan generale, di

trattar bene il popolo di Vicenza. Risoluta la sua partenza, racconta

Antonio Godio[3041] che Federigo, il qual sempre seco menava una mano di

strologhi, e nulla facea senza il loro consiglio, diede ad indovinare ad

uno d'essi, per qual porta egli uscirebbe la seguente mane. Il furbo

strologo scrisse un biglietto, e sigillatolo pregò l'imperadore di non

aprirlo, se non dappoichè fosse uscito di città. La notte Federigo fece

rompere un pezzo del muro della città, e per quella breccia uscì dipoi.

Aperto il biglietto, vi trovò queste parole: _Il re uscirà per porta

nuova_. Non ci volle di più, perchè Federigo da lì innanzi si tenesse

ben caro questo grande indovino. Passò poi coi suoi armati esso

Augusto[3042] sul Padovano, facendo grave danno dovunque passava;

distrusse la terra di Carturio; ed arrivato sul Trevisano, si fermò

alquanti dì al luogo di Fontanella, sperando che Trivigi se gli

rendesse. Ma dentro v'era per podestà Pietro Tiepolo, nobile veneziano,

personaggio molto savio, che tenne in concordia il popolo, e

massimamente perchè i Padovani aveano inviati dugento cavalieri in aiuto

di quella città. Perciò defraudato delle sue speranze Federigo, dopo

aver licenziato Eccelino, e lasciata a lui e al conte Gaboardo la

maggior parte delle sue truppe, e la custodia di Verona e Vicenza,

seguitò frettolosamente il suo viaggio alla volta della Germania, o

perchè dubitava che vi si tramasse qualche congiura, di cui sempre

incolpava il papa, oppure unicamente per atterrare il duca d'Austria,

contra di cui fumava di sdegno. Nella vigilia del santo Natale di

quest'anno[3043] Ricciardo conte di San Bonifazio, che s'era ritirato a

Mantova, con quel popolo segretamente ito a Marcheria, ricuperò quella

terra, con uccidervi molti Cremonesi che vi erano di guarnigione, e

condurre il resto prigione a Mantova. I Padovani intanto, riflettendo

all'incendio che s'andava appressando alla loro città, tuttodì erano in

consiglio per cercarvi riparo, ma senza nulla conchiudere[3044].

Finalmente elessero sedici dei maggiori della città, con dar loro balìa

per prendere quegli spedienti che si credessero più proprii. Fecero

anche venire il marchese d'Este, al quale, perchè veniva considerato per

la maggiore e più nobile persona della marca trivisana, nel pieno

parlamento della città diedero il gonfalone, pregandolo di voler essere

lo scudo della marca in quelle pericolose contingenze. Secondo gli

Annali di Milano[3045], in quest'anno i Pavesi, animati dalla venuta e

dalle forze di Federigo Augusto, mettendosi sotto i piedi il giuramento

di fedeltà prestato ai Milanesi, si dichiararono aderenti

all'imperadore, nè solamente ricusarono di distruggere il ponte di

Ticino, ma uscirono ancora in armi contra dei Milanesi, i quali ben

presto li misero in fuga. Galvano Fiamma e il Corio nulla dicono di

questo. Abbiamo anche da Riccardo da San Germano[3046] che nell'anno

presente Pietro Frangipane in Roma, sostenendo il partito

dell'imperadore contra del papa e contra del senatore, commosse ad una

gran sedizione il popolo di quella città. E intanto moltiplicavano le

querele del pontefice e dell'imperadore, lamentandosi l'uno dell'altro,

come s'ha dagli Annali Ecclesiastici[3047]. Andarono ostilmente in

quest'anno i Faentini ad infestare il territorio di Ravenna fin cinque

miglia presso a quella città[3048]. Contra d'essi uscirono i Ravennati

con rinforzo di gente ricevuto da Rimini, Forlì, e Bertinoro, credendosi

d'ingoiare i nemici; ma ne riportarono una buona rotta, per cui restò

prigioniera la maggior parte de' Forlivesi.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 252 / 277 题