[2964] Raynald., in Annal. Eccles.
[2965] Richardus de S. German., in Chron.
[2966] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.
[2967] Ricordanus Malaspina, in Chron.
[2968] Giovanni Villani.
[2969] Richardus de S. Germano.
[2970] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2971] Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2972] Roland., lib. 3, cap. 7. Gherardus Maurisius, Hist. Anton.,
Chron. Veronense.
[2973] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2974] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2975] Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Corio, Istoria di Milano.
[2976] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2977] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2978] Albericus Monachus Trium Fontium, in Chron.
[2979] Antichità Estensi, P. I, cap. 40.
Anno di CRISTO MCCXXXIV. Indizione VII.
GREGORIO IX papa 8.
FEDERIGO II imperadore 15.
Non poche vessazioni ebbe in questo anno papa _Gregorio_ dal senato e
popolo romano[2980]. Tutto dì andavano questi cercando d'ampliare la
loro autorità in pregiudizio di quella del sommo pontefice, con occupare
i di lui diritti temporali, e stendere la mano anche agli spirituali,
imponendo aggravii agli ecclesiastici, e traendoli al loro foro. Fu
astretto di nuovo il pontefice a ritirarsi da Roma a Rieti[2981];
perlocchè, maggiormente saliti in orgoglio i Romani, spedirono nella
parte della Toscana suddita del papa e nella Sabina alcuni nobili per
farsi giurare fedeltà da que' popoli, ed esigerne i tributi. Tutti
questi sconcerti ebbero verisimilmente origine dall'implacabil loro odio
contra di Viterbo, che passò contra dello stesso papa, perchè il
vedevano contrario ai lor disegni di soggiogare quella città. Diedesi
pertanto il pontefice a procacciar que' mezzi che convenivano per
reprimere gl'irriverenti e ribelli Romani. Scrisse lettere per tutta la
cristianità a principi e vescovi per ottener soccorso di gente e di
danaro, e cominciò a raunar quante milizie egli poteva. Informato di
questi movimenti _Federigo_ imperadore[2982], venne in Puglia, e
all'improvviso nel mese di maggio comparve a Rieti a visitar papa
Gregorio, e ad offerirsi pronto al servigio e alla difesa sua; e gli
presentò anche il suo secondogenito _Corrado_, che seco avea condotto.
Gradì il pontefice l'esibizione, e concertò con lui le operazioni da
farsi. L'autore della Vita d'esso papa tratta da finzioni tutti questi
passi di Federigo. Io non entro a giudicar del cuore dei principi,
tuttochè assai persuaso che doppio fosse quel di Federigo. Solamente so
ch'egli col cardinal _Rinieri_ passò a Viterbo per animar quel popolo; e
che poscia, per consiglio del medesimo cardinale, intraprese l'assedio
di Respampano, castello ben guernito di gente e di viveri dai Romani,
che fece una gagliarda difesa. Vi stette sotto per lo spazio di due
mesi; e, veggendo che non v'era apparenza di poterlo nè espugnare nè
condur colle buone alla resa, nel settembre se ne tornò in Puglia. Tutto
ciò fu attribuito a tradimento e ad intelligenza coi Romani, i quali,
udita ch'ebbero la ritirata di Federigo, andarono a rinforzar di viveri
quella terra. Intanto papa Gregorio, che era passato a Perugia, avea
scritte lettere alle città della lega di Lombardia, affinchè non si
formalizzassero, nè s'ingelosissero della sua amicizia con Federigo,
perchè così portava il bisogno de' proprii affari senza pregiudizio dei
loro. Anzi le esortò a non impedir la calata di truppe tedesche, le
quali doveano venire in aiuto suo, consigliando ancora d'inviar deputati
per trattar di concordia coll'imperadore. Avvenne dipoi che i Romani,
portati dal loro mal talento, uscirono per andare, secondo il lor
costume, a dare il guasto al territorio di Viterbo. Erano restati al
servigio del papa molti Tedeschi dati dall'imperadore, amatori
dell'ecclesiastica libertà, e ben disposti alla difesa di quella città.
Godifredo Monaco[2983] scrive che l'imperadore _milites in civitate
Viterbio collocavit_; cosa che non fu osservata dal Rinaldi. Lo stesso
vien confermato da Matteo Paris[2984], il qual poi magnifica di troppo
la seguente battaglia e vittoria. Costoro, gente brava, avendo
incoraggito il popolo di Viterbo, arditamente uscirono contra de'
baldanzosi Romani, e diedero loro una buona lezione con isconfiggerli,
ucciderne e farne molti prigioni. Nè qui si fermò il corso della
vittoria. Passarono anche nella Sabina, e ridussero di nuovo quelle
terre all'ubbidienza del sommo pontefice. E pure niun merito di ciò ebbe
Federigo, e si continuò a gridare contra di lui. Mentre dimorava in
Rieti esso papa Gregorio[2985], canonizzò _san Domenico_, istitutore
dell'ordine de' Predicatori, nel dì 3 di luglio del presente anno.
Stando poscia in Perugia, con lettere circolari infiammò i principi e le
città della cristianità al soccorso di Terra santa, dove andava sempre
più peggiorando lo stato dei cristiani per le discordie di loro stessi.
Ne aveva dianzi trattato ancora coll'imperador Federigo, il quale mostrò
prontezza a quell'impresa.
Ma insorsero poi nuovi nuvoli che annientarono tutte le buone
disposizioni[2986]; imperocchè incominciò ad aversi in Italia sentore
che il _re Arrigo_, figliuolo dell'Augusto Federigo II, dimorante in
Germania, macchinava ribellione contra del padre. Godifredo Monaco
chiaramente lasciò scritto sotto quest'anno che[2987] _rex Heinricus
Lombardiae conventum quorumdam principium habuit, ubi a quibusdam
nefariis consilium accepit, ut se opponeret imperatori patri suo: quod
et fecit: Nam ex tunc coepit solicitare quoscumque potuit minis, prece,
et pretio, ut sibi assisterent contra patrem, et multos invenit_. Fra
quelli che entrarono in questa congiura, non si può mettere in dubbio
che non vi fossero i Milanesi colle città confederate contra di esso
Federigo, siccome tentati da esso re Arrigo; se pure da essi Milanesi
non venne la prima scintilla di questo fuoco. Certo dovettero
contribuire ad avviluppare l'incauto giovane colle lor promesse di farlo
re d'Italia; laonde egli tirò innanzi la tela, che andò poi a
strascinarlo nell'ultimo precipizio. Dagli Annali di Milano[2988], il
cui autore mostrò di averne veduto il documento, abbiamo che in
quest'anno Manfredi conte di Corte Nuova, podestà di Milano, con due
giudici, a nome del comune, _juraverunt fidelitatem Henrico regi
Romanorum filio Friderici Roglerii imperatoris. Et tunc facta est liga
fortis inter ipsum Henricum et Mediolanenses, ad petitionem papae contra
imperatorem patrem suum. Et promiserunt ei dare Mediolanenses coronam
ferream in Mediolano, quam patri suo dare numquam voluerunt_. Anche
Galvano Fiamma[2989], facendo menzione di questo fatto all'anno 1231,
cioè fuor di sito, scrive che _Henricus rex Alamanniae cum
Mediolanensibus composuit ad petitionem domini papae_. L'autore anonimo
della Vita di papa Gregorio IX con tante esagerazioni della perfidia di
Federigo contra del pontefice porgerebbe anch'egli motivo di sospettare
che esso Gregorio avesse tenuta mano a questo trattato. Ma l'indegnità
del fatto e la saviezza dello stesso pontefice abbastanza ci possono
persuadere la falsità di tal diceria. Oltre di che, se menomo indizio di
ciò avesse trovato l'imperadore, che doglianze, che schiamazzi non
avrebbe fatto? egli che sì spesso prorompeva in querele contra dei papi.
In fine, siccome diremo, il medesimo papa aiutò Federigo a smorzar
questo incendio. Il Monaco Padovano[2990] anche egli, con errore di
cronologia, raccontando all'anno 1231 che i Milanesi fecero lega col
suddetto re Arrigo contra di suo padre, soggiugne (e questo è più da
credere) che lo sconsigliato giovane tramò contra del padre, _ideo quia
videbatur, quod imperator plus eo puerum Conradum diligeret et foveret_.
Abbiamo dai suddetti storici milanesi[2991], che avendo l'imperadore
inviati in quest'anno a Cremona un lionfante, ed alcuni cammelli e
dromedarii in segno del suo amore, saputosi ciò dai Milanesi, Piacentini
e Bresciani, uscirono coll'esercito e coi lor carrocci in campagna fino
a Zenevolta. Ivi attaccata battaglia coi Cremonesi, li fecero dare alle
gambe. Secondo gli Annali di Modena[2992], questo fatto d'armi fu
grande, perchè in aiuto de' Cremonesi si trovarono i Parmigiani,
Reggiani, Pavesi e Modenesi. La Cronica di Parma[2993] ci assicura che
si combattè con gran vigore, ma senza vittoria d'alcuna delle parti; e
che nello stesso dì dopo il vespro si fece una tregua fra loro. Presero
anche i Milanesi nel mese di luglio i condottieri mandati
dall'imperadore con quelle bestie; ma le bestie scamparono, e
felicemente giunsero a Cremona. Fecesi anche in Milano una scelta de'
più bravi giovani, con appellar quella la Compagnia de' forti, ossia de'
gaiardi, che s'impegnò alla difesa del carroccio. Capo ne fu Arrigo da
Monza, soprannominato Mettefuogo, uomo di forza smisurata ed eccellente
in armi, il quale dicono che fu podestà in varie città, e senatore di
Roma.
Eransi collegati i popolari di Piacenza[2994] coi popolari cremonesi
contra de' loro nobili fuorusciti. Nel dì dell'Epifania il marchese
Pelavicino con cento cavalieri di Cremona e molti balestrieri, unito col
popolo piacentino, sconfisse i nobili suddetti, che, congiunti con quei
di borgo di Val di Taro, di Castello Arquato e di Fiorenzuola, vennero a
battaglia nel luogo di Gravago. Restarono prigionieri quarantacinque
uomini d'armi e circa ottanta fanti. Poscia nel mese di giugno il popolo
piacentino, assistito dal cremonese, si portò all'assedio del castello
di Rivalgario, ma senza potervi mettere il piede. Nell'ottobre seguente
si amicarono di nuovo i nobili piacentini coi popolari, e ritornarono in
città a goder la metà degli onori del pubblico. La Cronica Veronese di
Parisio[2995] nota che nel dì 24 di maggio i Bresciani e Mantovani coi
lor carrocci vennero contra de' Veronesi, e diedero alle fiamme Lebeto,
Ronco, Opeano, Bovo, la villa della Palude, l'isola Porcaria, Bodolono e
la maggior parte di Cereta. Nel dì primo di giugno se ne tornarono
trionfalmente per sì belle imprese a casa. Eccelino in quel mese, uscito
coll'esercito di Verona, s'impadronì del castello d'Albaredo, e volendo
andare a Cologna, trovato per istrada _Azzo VII_ marchese d'Este, che
gli veniva incontro coi suoi bene in armi, giudicò meglio di tornarsene
a Verona. Tornato poscia in campagna, riprese alcune castella; ma altre
ne tolse ai Veronesi Ricciardo conte di San Bonifacio unito co'
Mantovani. Secondo gli Annali di Modena[2996], in quest'anno i capitani,
ossia Cattanei del Frignano, lasciatisi guadagnare dal danaro, e
ribellatisi al comune di Modena, si diedero a quel di Bologna[2997]. Ed
ancorchè tregua ci fosse fra queste due città, stabilita per ordine del
papa, che dovea durare qualche anno ancora, i Bolognesi iniquamente la
ruppero, e venuti coll'esercito e col carroccio a San Cesario del
Modenese, diedero quella terra alle fiamme. Ceuta, posseduta da' Mori,
fu nell'anno presente assediata dai crocesignati spagnuoli; e perciocchè
i genovesi mercatanti[2998] tenevano in quella città molto avere, si
vide questa deformità, che, armate dieci delle maggiori e migliori lor
navi, furono in soccorso degl'infedeli. Il verno di questo anno fu de'
più orridi e rigidi che mai si provassero. Alcune croniche ne parlano
all'anno precedente; l'altre, alle quali io m'attengo col Sigonio, al
presente. Da Cremona sino a Venezia gelò sì forte il Po, che vi
camminavano sopra con sicurezza gli uomini e le carra. Pel freddo
morirono varie persone; si seccarono le viti, gli ulivi e le noci; venne
appresso la mortalità de' buoi e d'altri utili animali, con varii altri
malanni. In vece d'imparare da tanti flagelli, divennero più fieri nelle
lor discordie i popoli, e più ostinati nelle loro iniquità. Ottone da
Mandello Milanese, persona di gran credito in tutta Lombardia per la sua
prudenza e sperienza nell'armi, fu podestà di Padova[2999]. E perciocchè
i Trivisani con Alberico da Romano infestavano forte i signori di
Camino, cittadini e collegati di Padova, dopo avere il suddetto podestà
adoperate in vano preghiere e minaccie colla spedizione d'ambasciatori,
uscì con tutte le forze dei Padovani contra d'essi. Diede il guasto alle
campagne di Trivigi e delle terre dei fratelli da Romano, con arrivar
sino a Bassano, a Mussolneto, a San Zenone, a Romano, e con impadronirsi
della terra di Mestre, ma non già del castello. Si quietò così fiero
temporale per l'interposizione degli ambasciatori di Venezia e di varie
persone religiose, di maniera che tutti se ne tornarono alle lor case,
lasciando piagnere chi avea patito danno.