[2953] Godefridus Monachus, in Chron. Dandul., in Chron., tom. 12 Rer.
Ital.
[2954] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[2955] Monachus Patavinus, in Chron.
[2956] Annales Mediol. Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Richardus de S.
Germano, in Chron.
[2957] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.
[2958] Chronic. Senense. Ricordano Malaspina, cap. 114 Giovanni Villani.
[2959] Ptolom. Lucensis, in Annal. brev.
[2960] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6.
[2961] Chronic. Cremonense, tom. 9 Rer. Italic.
[2962] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.
[2963] Godefridus Monachus, in Chron.
Anno di CRISTO MCCXXXIII. Indizione VI.
GREGORIO IX papa 7.
FEDERIGO II imperadore 14.
Era sconvolta per interne sedizioni la città di Roma in questi tempi, e
molti occupavano le terre della Chiesa romana[2964]. Implorò papa
_Gregorio IX_ soccorso da _Federigo II_; ma egli, adducendo la non falsa
scusa di dover accorrere in Sicilia, dove gli si erano ribellate alcune
città, nulla accudì al bisogni del pontefice. Passò a questo fine in
Calabria[2965], dove ammassò un buon esercito, ed intanto ordinò che si
fortificassero il più possibile le fortezze di Trani, Bari, Napoli e
Brindisi. Volle Dio che nel mese di marzo i Romani, scorgendo essere
riposta la lor quiete e il maggiore lor bene nell'avere in Roma il sommo
pontefice, s'indussero a spedire il senatore con alcuni nobili ad
Anagni, dove facea allora la corte pontificia la sua residenza, per
pregare il santo padre di voler tornarsene a Roma. Non mancarono
cardinali che il dissuasero e contrariarono a sì fatta risoluzione; ma
egli intrepido volle venire, e fu accolto con dimostrazioni di molto
giubilo dal popolo romano. Allora fu ch'egli si accinse a calmar gli
odii dei Romani e Viterbesi: al qual fine spedì a Viterbo _Tommaso
cardinale_ per trattare di un'amichevol concordia. E questa infatti fu
da lì a qualche tempo stabilita. Intanto Federigo Augusto, passalo in
Sicilia con un vigoroso esercito, ridusse a' suoi voleri Messina, dove
alcuni degli autori della sollevazione pagarono il fio del loro misfatto
sulla forca, ed altri furono bruciati vivi. Catania, senza far
opposizione, tornò alla di lui ubbidienza. Fu assediato il castello di
Centoripi, e tuttochè, per la sua forte situazione in un dirupato monte
e per la bravura dei difensori, facesse lunga difesa, pure infine fu
obbligato alla resa. Da tal resistenza irritato Federigo, lo fece
atterrare da' fondamenti, e gli abitanti, passali in un altro sito,
fondarono a poco a poco una nuova città, a cui, per ordine
dell'imperadore, fu posto il nome d'Augusta. In Puglia finalmente il
castello di Introduco, dopo un penoso e lungo assedio, si arrese alle
sue armi. Bertoldo e Rinaldo appellato duca di Spoleti, che vi si erano
bravamente fin qui difesi, assicurali, uscirono fuori del regno. In
questo anno ancora tornò alle mani d'esso imperadore la città di Gaeta,
con restar privata delle vecchie sue esenzioni e del diritto di eleggere
i suoi consoli, avendovi Federigo messi i suoi uffiziali, e costituita
una dogana. Aveva egli promesso di ben trattare quel popolo, ma era
principe che mai non perdonava daddovero, e guai a chi avea fallato. Per
questo i Lombardi non s'indussero giammai a fidarsi di lui: gastigo ben
dovuto a quei principi che non san perdonare, nè mantener la parola.
Per la presa e distruzione di Montepulciano, fatta nell'anno addietro
dai Sanesi[2966], il comune di Firenze adirato forte fece in quest'anno
un grande sforzo affine di vendicarsene. Ricordano[2967] e Giovanni
Villani[2968] ciò riferiscono all'anno seguente; ma Riccardo da San
Germano[2969], la Cronica sanese e il Rinaldi[2970] ne parlano all'anno
presente. Ora i Fiorentini misero l'assedio a Siena, e in vergogna de'
Sanesi con un mangano gittarono entro la città un asino con altra
carogna. Tornali poscia a Firenze, nel dì 4 del mese di luglio rifecero
oste contra de' medesimi Sanesi; presero e disfecero Asciano, e
quarantatrè altre castella e ville di quel territorio, con gravissimo
danno d'essi Sanesi. Cagione fu ciò che, compassionando con paterno
affetto papa Gregorio lo stato infelice di Siena, s'interpose per la
pace, e a questo fine spedì a Firenze fra Giovanni da Vicenza
dell'ordine de' Predicatori, uomo eloquentissimo, ed insigne missionario
di questi tempi. Dimorava egli allora in Bologna, dove seguitato da
innumerabil copia di contadini e cittadini, colle fervorose sue prediche
fece infinite paci fra loro, moderò il lusso delle donne, con altri
mirabili effetti della parola di Dio. Andò questo buon servo di Dio a
Firenze; ma, per quanto facesse e dicesse, non potè smuovere quel comune
dall'ostinato suo proposito contra de' Sanesi. Per questo il papa
sottopose Firenze all'interdetto, e fece scomunicar i rettori di quella
città. Bolliva intanto, anzi ogni dì più andava crescendo la discordia
fra le città della marca di Verona. Se non v'ha difetto nella Cronica
veronese di Parisio da Cereta[2971], ancora in quest'anno i Mantovani
col loro carroccio, e coll'aiuto dei Milanesi, Bolognesi, Faentini e
Bresciani, cavalcarono contra de' Veronesi, e bruciarono e guastarono
molte lor ville, fra le altre Villafranca, Cona, Gussolengo,
Seccacampagna, Piovezano, Palazzuolo ed Isolalta; il che fatto, si
ridussero a casa. Ora colà ancora per ordine del sommo pontefice, e per
motivo eziandio di spontanea carità, si portò il suddetto buon servo di
Dio fra Giovanni da Vicenza. Tale era il concetto della sua virtù e
mirabil facondia, che il popolo di Padova[2972] gli andò incontro, nel
venire che egli faceva da Monselice, e, messolo sul carroccio, con gran
divozione e giubilo l'introdusse in città. Predicò egli quivi e per le
ville con indicibil concorso di gente; poscia se ne andò a Trivigi,
Feltre e Belluno, e quindi a Vicenza e Verona, dove Eccelino da Romano
coi Montecchi giurò di stare a quello che avesse ordinato il papa.
Trasferissi inoltre a Mantova, e Brescia, predicando da per tutto la
pace, facendo rimettere in libertà i prigioni, e correggendo a modo suo
gli statuti delle città. Il che fatto, intimò un giorno, in cui si
dovessero adunar tutte quelle città in un luogo determinato per far la
pace generale. Scelse egli una campagna presso all'Adige, quattro miglia
di sotto da Verona, e il giorno della festa di santo Agostino, cioè il
dì 28 di agosto. Fu uno spettacolo mirabile il vedere in quella giornata
comparire al sito prefisso i popoli di Verona, Mantova, Brescia,
Vicenza, Padova e Trivigi coi lor carrocci. Vi comparvero ancora il
patriarca di Aquileia, il marchese di Este, Eccelino e Alberico da
Romano, i signori da Camino, e una gran moltitudine d'altre città, cioè
di Feltre, Belluno, Bologna, Ferrara, Modena, Reggio e Parma, coi loro
vescovi, tutti senz'armi, e la maggior parte a piedi nudi in segno di
penitenza. Da tanti secoli non s'era veduta in un sol luogo d'Italia
unione di tanta gente. Secondo lo scandaglio di Parisio, vi furono più
di quattro cento mila persone. Frate Giovanni da un palco alto quasi
sessanta braccia predicò a questa smisurata udienza, udito da tutti, e
con esortar tutti a darsi il bacio di pace, e comandandolo anche a nome
di Dio e del romano pontefice. Il che fu prontamente eseguito; ed egli
appresso pubblicò la scomunica contra chiunque guastasse sì bell'opra;
anzi, per maggiormente assodarla, propose il matrimonio del principe
Rinaldo, figliuolo di _Azzo VII_ marchese d'Este, capo de' Guelfi, e
Adelaide figliuola di Alberico fratello di Eccelino da Romano, capo de'
Ghibellini: il che fu approvato e lodato da tutti. Lo strumento di
questa pace l'ho io pubblicato nelle mie Antichità Italiane.
Ma quanto durò questa concordia? Non più che cinque o sei giorni. Quel
che è più, andò anche per terra il concetto della di lui santità, ch'era
ben grande. Gherardo Maurisio scrive di aver co' suoi proprii orecchi
inteso predicare i frati minori nella cattedral di Vicenza, che fra
Giovanni avea risuscitato dieci morti. Non mancava gente che portava
odio a questo sacro banditor della parola di Dio e della pace, perchè
era inesorabile contro gli eretici. Nel mese di luglio n'avea fatto
bruciar vivi in tre giorni settanta nella piazza di Verona tra maschi e
femmine de' migliori cittadini di quella città. Altri poi cominciavano a
malignare sopra le di lui intenzioni, pretendendo che tutte le sue mire
fossero per abbassar la parte ghibellina, e che questo fosse un segreto
concerto della corte di Roma contra di Federigo II imperadore. Ma quello
che diede il crollo all'autorità e stima di fra Giovanni, fu ch'egli,
ito a Vicenza sua patria, si fece dare dal popolo un'assoluta padronanza
della città, tutta ad arbitrio suo: con che vi mise quegli uffiziali che
a lui piacquero, e corresse o mutò gli statuti della città, e ne formò
de' nuovi. Ito a Verona, anche ivi si fece eleggere signore della città;
volle ostaggi per sicurezza di sua persona; volle in sua mano il
castello di San Bonifazio, Ilasio, Ostiglia e le fortezze della città. I
Padovani, che facevano prima da padroni in Vicenza, corsero colà, e vi
accrebbero la lor guarnigione. Tornato frate Giovanni colà, e trovata
questa novità, volle far valere la sua autorità contra chi se gli
opponeva; ma in furia ritornarono a Vicenza i Padovani, e, dato di
piglio all'armi contra di lui e della sua fazione, infine presero lui
con tutta la sua famiglia, e il cacciarono in prigione nel dì 3 di
settembre. Rilasciato da lì a pochi giorni, se ne tornò a Verona, nè
trovò più ubbidienza, di modo che mise in libertà fra poco tempo gli
ostaggi, restituì al conte Ricciardo il castello di San Bonifazio, e
infine se ne tornò a Bologna, convinto dell'instabilità delle cose
umane, e pentito di avere oltrepassato i termini del sacro suo
ministero. Così ripullulò la discordia come prima fra quei popoli; anzi
parve che si scatenassero le furie per lacerar da lì innanzi tutta la
Lombardia. Il credito de' frati predicatori e minori era incredibile in
questi tempi per tutte le città. In alcune aveano anche parte ne'
governi. Però nell'anno presente desiderando i frati minori di metter
fine alle dissensioni vertenti fra i nobili e popolari di
Piacenza[2973], così efficacemente si maneggiarono, che le parti fecero
compromesso di tutte le lor differenze in fra Leone dell'ordine loro.
Questi diede da lì a poco il laudo, assegnando la metà degli onori della
repubblica agli uni, e l'altra metà agli altri, e col bacio della pace
ordinò che si confermasse la sentenza sua. Anche in Modena[2974], per le
prediche del buon servo di Dio fra Gherardo dell'ordine de' Minori, si
fecero moltissime paci fra il popolo della città. Ma febbri sì maligne
non si sradicavano punto con questi innocenti rimedii. Pochissimo durò
la calma in Piacenza, ed alteratisi di nuovo gli animi, la nobiltà si
ritirò alle sue castella; con che si riaccese la guerra. Predicando
nell'ottobre di quest'anno frate Orlando da Cremona dell'ordine de'
Predicatori nella piazza d'essa città di Piacenza, ecco una truppa di
eretici dar di piglio a sassi e spade, con ferire mortalmente esso
predicatore e un monaco di San Savino. Furono presi costoro ed inviati a
Roma. Anche in Milano[2975] quel podestà Oldrado da Lodi cominciò a far
bruciare gli eretici. Ne resta tuttavia la memoria in marmo nella piazza
del Broletto, ossia de' Mercatanti, leggendosi sotto l'effigie sua fra
l'altre parole ancor queste:
_CATHAROS, VT DEBVIT, VXIT._
Andò anche a Parma[2976] il suddetto fra Gherardo da Modena, uomo di
santa vita, ed assaissima gente indusse alla pace, con emendare eziandio
gli statuti della città, e far assolvere tutti gli sbanditi. Colà
inoltre comparve fra Corneto dell'ordine de' Predicatori, che colla sua
pia eloquenza si tirava dietro tutto il popolo; e tanto i nobili che i
plebei, uomini e donne per divozione portavano terra affin di empiere
una borra, ossia luogo basso, dove si fermavano l'acque, presso alla
chiesa de' Predicatori. Tutto ciò serva a far conoscere i costumi di
questi tempi. Il Guichenon[2977] mette la morte di _Tommaso conte_ di
Savoia, principe di gran senno e valore, nel dì 20 di gennaio di
quest'anno. Io truovo nella Cronica di Alberico Monaco[2978] ch'egli
mancò di vita nell'anno precedente, benchè egli ne torni a parlare
all'anno 1234. Succedette a lui _Amedeo IV_ suo primogenito. Ho io
inoltre creduto che esso Guichenon prendesse abbaglio nel favellare
della prima moglie di _Azzo VII_ marchese di Este, la quale senza dubbio
figliuola fu di esso conte Tommaso, e madre della beata _Beatrice I_
d'Este[2979]. Ebbe questo principe quindici figliuoli, nove maschi e sei
femmine. L'una d'esse fu contessa di Provenza, e madre di Leonora regina
d'Inghilterra. Tra i figliuoli Amedeo fu vescovo di Morienna; Guglielmo
eletto vescovo di Valenza; Bonifazio eletto vescovo di Bellai, e poscia
arcivescovo di Cantorberì; e Filippo eletto arcivescovo di Lione.
Tommaso colle nozze di Giovanna contessa di Fiandra acquistò quel
principato, ma ne restò dipoi spogliato. I principi carichi di molti
figliuoli aveano allora gran cura d'incamminarli per la via
ecclesiastica, acciocchè venissero provveduti di nobili e lucrose
dignità in questa milizia.