NOTE:

[2910] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2911] Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 38 et seq.

Matthaeus Paris, Hist.

[2912] Abbas Urspergens., in Chron.

[2913] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2914] Annales Veter. Mutinens. tom. 11 Rer. Ital. Chronicon Parmense,

tom. 9 Rer. Italic. Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Italic. Chronic.

Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[2915] Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.

[2916] Alberic. Monachus, in Chron.

[2917] Chron. Placent. tom. 16 Rer. Italic.

[2918] Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[2919] Dandul., in Chronic. tom. 12 Rer. Italic.

[2920] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.

Anno di CRISTO MCCXXX. Indizione III.

GREGORIO IX papa 4.

FEDERIGO II imperadore 11.

Nel primo giorno di febbraio del presente anno un'orribile inondazione

del Tevere recò immensi danni alla città di Roma e ai contorni[2921];

affogò molte persone e bestie, menò via una prodigiosa quantità di

grani, botti di vino e mobili; ed avendo lasciato un lezzo fetente con

dei serpenti per le case, ne sorse poi una mortale epidemia nel popolo.

Servì questo flagello a far ravvedere il senato e popolo romano degli

aggravii ed ingiurie fatte al sommo pontefice _Gregorio IX_, che per

cagion d'esse fin qui s'era fermato in Perugia; e però, spediti a lui il

cancelliere e Pandolfo della Saburra con altri nobili, il pregarono di

voler tornarsene a Roma. Sul fine dunque di febbraio comparve colà papa

Gregorio, accolto con tutta riverenza ed onore da quel senato e popolo.

Nella Vita d'esso papa vien riferito questo suo ritorno all'anno

seguente. Riccardo lo mette nel novembre del presente. Intanto andava

innanzi il trattato già intavolato di pace fra esso pontefice e

_Federigo_, il quale ricuperò in questo mentre varie altre sue terre.

Mediatori principali erano _Leopoldo duca_ d'Austria[2922], principe che

in questo medesimo anno terminò la sua vita in San Germano nel dì 28 di

luglio; e _Bernardo duca_ di Moravia, gli arcivescovi di Salisburgo e

Reggio di Calabria, ed Ermanno gran mastro dell'ordine dei Teutonici. Fu

per questo tenuto un congresso in San Germano, dove intervennero

_Giovanni cardinale_ vescovo sabinense, e _Tommaso cardinale_ di Santa

Sabina, legati pontificii, dove si smaltirono molte difficoltà. La

principale era la restituzion delle città di Gaeta e Santa Agata,

pretese da Federigo, laddove il papa intendea di ritenerle in suo

dominio. Finalmente, dopo essere andati innanzi e indietro più volte i

pacieri, nel dì 9 di luglio in San Germano fu conchiuso l'accordo, con

obbligarsi Federigo di rimettere ogni offesa a chiunque avea prese

l'armi contra di lui tanto in Italia che fuori; e di restituire alla

Chiesa qualunque Stato che i suoi avessero occupato, ed a varii

particolari le lor terre, e da non mettere più taglie ed imposte all'uno

e all'altro clero. Doveansi eleggere arbitri per decidere entro d'un

anno il punto controverso di Gaeta e di Santa Agata. Fu poi dopo

l'esecuzion del trattato assoluto esso imperadore dalle censure nella

festa di santo Agostino di agosto, e si fecero dappertutto grandi

allegrezze per questa pace. Ed oh si fossero due anni prima avute queste

medesime disposizioni, e Federigo con più umiliazione, e il pontefice

con più indulgenza si fossero portati l'un verso l'altro: che gli affari

di Terra santa sarebbono camminati meglio, e si sarebbe risparmiata

un'iliade di molti guai, uno de' quali fra gli altri fu notabilissimo;

cioè l'avere in tal congiuntura non già avuta la nascita, ma bensì

ricevuto un considerabile accrescimento e un'aperta professione le

maledette fazioni de' Guelfi aderenti al papa, e de' Ghibellini parziali

dell'imperadore. Abbiamo dalla Vita di papa Gregorio[2923], ch'egli

spese in questa guerra cento venti mila scudi, e Federigo si obbligò di

rimborsarlo. Altri hanno scritto che assunse di pagargli cento venti

mila once d'oro. Più, o meno che fosse, Federigo se ne dimenticò dipoi,

nè gli pagò un soldo. Passò il pontefice alla villeggiatura d'Anagni, e

colà invitò l'imperadore[2924]. Comparve egli con magnifico

accompagnamento, e si attendò fuori della città nel dì primo di

settembre. Nel dì seguente incontrato dai cardinali e dalla nobiltà, si

portò alla visita del papa; e, deposto il manto, prostrato a' suoi

piedi, riverentemente glieli baciò, e, dopo breve colloquio, andò a

posare nel palazzo episcopale. Nel giorno appresso il papa, che abitava

nel palazzo paterno, l'invitò seco a pranzo, ed amendue con tutta

magnificenza assisi alla stessa tavola, deposto ogni rancore, almeno in

apparenza, svegliarono nuova allegrezza negli assistenti. Dopo di che

tennero fra lor due, colla presenza del solo gran mastro dell'ordine

teutonico, un lungo ragionamento intorno a' proprii affari. Nel seguente

lunedì, congedatosi Federigo dal pontefice, se ne tornò nel regno, dove

non seppe contenersi dal trattar male i popoli di Foggia, Castelnuovo,

San Severino, ed altri di Capitanata, che ne' passati torbidi si erano

ribellati[2925]. Ma Riccardo da San Germano pare che metta questo fatto

prima della pace. All'incontro il papa sbrigato da questa guerra, e

tornatosene a Roma, attese a fabbricar palagi e spedali. Era venuto in

Italia _Milone vescovo_ di Beauvais Franzese con quello di Chiaramonte,

conducendo seco un buon corpo di truppe franzesi in aiuto del papa, le

quali, o non giunsero a tempo alla danza o furono rimandate[2926].

Trovavasi per questo sforzo Milone aggravato da grossi debiti. Il sommo

pontefice per sollevarlo gli diede il governo del ducato di Spoleti e

della marea di Guarnieri, ossia d'Ancona: con che egli in tre anni

inpinguò la sua borsa. Ma ritornandosene egli dopo quel tempo in

Francia, i vicini Lombardi, informati del ben di Dio ch'egli portava

seco, gli tesero delle imboscate, nelle quali perdè più di quel che avea

guadagnato. Alberico Monaco è quegli che racconta il fatto.

Cominciò a sconcertarsi in questo anno la marca di Verona[2927]. Essendo

stato chiamato per podestà di essa città Matteo de' Giustiniani nobile

veneto, richiamò egli tutti i nobili che il suo antecessore avea mandato

a' confini. Capo della fazion guelfa era _Ricciardo conte_ di San

Bonifazio, che, tornato a Verona, fu ben accolto dal podestà. Ingelosita

di ciò la parte ghibellina, appellata de' Montecchi, con intelligenza di

Eccelino da Romano e di Salinguerra dominante in Ferrara, un dì fatta

sollevazione, mise le mani addosso al conte Ricciardo, e cacciollo in

prigione con alquanti de' suoi. Il resto de' suoi amici usci di città;

lo stesso Giustiniani podestà ne fu cacciato; e la podesteria fu

appoggiata a _Salinguerra_, che corse colà da Ferrara. Anche Eccelino,

udita questa nuova, precipitosamente volò a Verona per accrescer legna

al fuoco[2928]. Ridottasi la parte del conte al castello di San

Bonifazio, elesse per suo podestà Gherardo Rangone da Modena,

personaggio di gran senno e valore. Questi col deposto Giustiniani

ricorse a Stefano Badoero podestà di Padova, il quale, raunato il

consiglio, ascoltò le loro querele: querele tali, che mossero a

compassione tutto il popolo di Padova; di maniera che si prese tosto la

risoluzione di aiutar con braccio forte la parte del conte. Inviarono

ambasciatori a Verona, che parte con amichevoli, e parte con minacciose

parole fecero istanza per la liberazione del conte. Nulla poterono

conseguire[2929]. Però usci in campagna nel mese di settembre l'armata

padovana col carroccio, con _Azzo VII_ marchese d'Este e coi Vicentini;

ed ostilmente entrata nel Veronese, s'impadronì di Porto, di Legnago e

del ponte dell'Adige, dai quali luoghi scapparono in fretta Eccelino,

Salinguerra e i Veronesi che erano accorsi alla difesa. Diedero poscia i

Padovani il guasto al circonvicino paese; distrussero la villa della

Tomba, presero Bonadigo, e colla forza costrinsero il castello di

Rivalta alla resa. Ciò fatto se ne tornarono a Padova. Neppure per

questi danni s'indussero i Veronesi a mettere in libertà il conte

Ricciardo. Era circa questi tempi capitato a Padova frate Antonio da

Lisbona dell'ordine dei minori, religioso di santa vita, di molta

letteratura, mirabil missionario e predicatore della parola di Dio. Gli

amici del conte e del marchese d'Este, a' quali più che agli altri stava

a cuore la prigionia d'esso conte, si avvisarono d'inviar a Verona

questo insigne religioso, sperando che la di lui eloquenza potrebbe

ottenere ciò che non era riuscito coll'armi. Andò il santo uomo, impiegò

quante ragioni e preghiere potè coi rettori della lega lombarda, con

Eccelino, con Salinguerra e coi lor consiglieri; ma sparse le parole al

vento, e ritornossene a Padova coll'avviso solo della pertinacia de'

Veronesi. La cronica Veronese aggiugne che anche i Mantovani col loro

carroccio fecero un'irruzione sul Veronese, presero e distrussero il

castello di Cola, diedero il sacco e il fuoco a Travenzolo, alla Motta

dell'Abbate, all'isola de' Conti, che or si chiama la isola della Scala,

e a molte altre ville del Veronese: il tutto per favorire il conte

Ricciardo. Notano gli Annali antichi di Modena[2930] che anche la

milizia dei Modenesi andò in soccorso de' Mantovani contra de' Veronesi.

Ebbero i Milanesi[2931] guerra in quest'anno col marchese di Monferrato

in favore degli Alessandrini, e, se si ha da prestar fede ai loro

storici[2932], coll'avere assediato ed anche preso il castello di

Bombaruccio nel Monferrato (Mongravio è detto negli Annali di Genova),

misero tal paura in cuore a quel marchese, che giurò di star da lì

innanzi ai voleri del comune di Milano[2933]. Il che fatto, passarono

sul territorio d'Asti, e vi diedero il guasto fino a due miglia lungi da

quella città. Anche la Cronica d'Asti[2934] confessa questo gran danno

inferito da' Milanesi al territorio astigiano, con aggiugnere che ciò

seguì fra la festa di san Giovanni Batista e di san Pietro, e che i

Milanesi v'andarono assistiti di gente da ventitrè amiche città. I

Genovesi spedirono un buon soccorso ad Asti. Poscia fece il popolo di

Milano guerra in Piemonte contra del conte di Savoia e di que' marchesi,

e, in onta d'essi, fabbricò il Pizzo di Cunio, dove si ritirarono quei

di Saviliano e di San Dalmazio, troppo aggravati dal conte di Savoia. In

una scaramuccia restò preso da esso conte, o dai marchesi, Uberto da

Ozimo, generale de' Milanesi, che fu poi crudelmente levato di vita.

Diede fine ai suoi giorni nel dì 16 di settembre _Arrigo da Settala_

arcivescovo di Milano, in cui luogo fu concordemente eletto _Guglielmo

da Rozolo_ nel dì 14 d'ottobre, che fu uomo di gran vaglia.

Negli Annali di Genova è scritto[2935] che in quest'anno gli

Alessandrini, stanchi della guerra co' Genovesi, fecero un compromesso,

e fu sentenziato che Capriata restasse al comune di Genova. Anche i

popoli d'Asti e d'Alba, Arrigo marchese del Carretto, ed altri

compromisero le lor differenze nel comune di Genova: il che diede fine

alle lor guerre. Si andavano intanto dilatando per le città d'Italia gli

eretici paterini, catari, poveri di Lione, passaggini, giuseppini ed

altri, che in fine tutti erano schiatte di manichei. Non v'era quasi

città dove di costoro non si trovasse qualche brigata. Specialmente in

Brescia le storie dicono che la lor setta avea preso gran piede. Roma

stessa non ne era esente, nè Napoli. Ora in quest'anno Raimondo Zoccola

Bolognese podestà di Piacenza[2936] fece bruciar molti di costoro.

Altrettanto si andava facendo in altre città. E nel mese di febbraio in

essa città di Piacenza _fuit ludus imperatoris, et Papiensium, et

Regiensium, et patriarchae in burgo et in platea sancti Antonini_. Do ad

indovinare ai lettori ciò che significhino queste parole. Quanto a me,

vo sospettando che fosse uno spettacolo pubblico, in cui si

rappresentava Federigo imperadore coi Pavesi e Reggiani, e col

patriarca, suoi aderenti, forse non con molto onore. I Parmigiani in

quest'anno[2937] andarono in servigio de' Piacentini a dare il guasto al

territorio di San Lorenzo e di Castello Arquato, luoghi detenuti dai

nobili fuorusciti di Piacenza. Fecero parimente oste essi Parmigiani a

Pontremoli contra dei marchesi Malaspina. Il Guichenon[2938] racconta a

quest'anno che il popolo di Torino si sottrasse all'ubbidienza di

_Tommaso conte_ di Savoia, e si diede a _Bonifazio marchese_ di

Monferrato. Il conte, messa insieme un'armata, si avvicinò a Torino,

disfece il soccorso che gli Astigiani conducevano agli assediati; nè

parendogli propria la stagione per continuar l'assedio, lasciò bloccata

quella città, e se n'andò in Savoia. Questo scrittore, giacchè gli

mancavano gli antichi storici, si suol servire di moderni, l'autorità

dei quali non di rado è poco sicura. Noi già vedemmo all'anno 1226 che

Torino, siccome città libera, entrò nella lega di Lombardia, e fu anche

posta coll'altre al bando dell'imperio da Federigo II imperadore, in

tempo che Tommaso conte di Savoia era uno de' suoi più favoriti. Nè può

stare che gli Astigiani, per quanto s'è veduto di sopra, menassero

soccorsi a quella città, quando penavano a difendere sè stessi da'

Milanesi. Nè so io credere che Torino venisse in potere del marchese di

Monferrato. Nulla ne seppe Benvenuto da San Giorgio. E se fosse caduta

nelle mani del marchese, principe sì potente, quella bella preda,

avrebbe saputo ben custodirla. Fu anche guerra nell'anno presente in

Toscana[2939]. I Fiorentini uniti cogli Aretini, Pistoiesi, Lucchesi,

Pratesi ed Urbinati, oppure Orvietani, andarono con possente esercito e

col carroccio contro ai Sanesi. Disfecero da venti loro castella, ed

arrivarono fino alle porte di Siena, guastando tutto il paese. Nel dì 9

di luglio i Sanesi animosamente uscirono armati alla porta di Camollia,

ed attaccarono la zuffa; ma soperchiati dalle troppo superiori forze de'

nemici, rimasero sconfitti; e i Fiorentini menarono prigioni circa mille

ducento e settanta d'essi. Ricordano Malaspina e Giovanni Villani suo

copiatore mettono questo fatto sotto l'anno 1229. Gli altri autori

concordemente ne parlano sotto il presente[2940].

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 246 / 277 题