[2898] Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Richardus de S.
Germano, in Chron.
[2899] Raynald., Annal. Eccl.
[2900] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2901] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2902] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 261.
[2903] Roland., Chron., lib. 2, cap. 9.
[2904] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2905] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2906] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2907] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2908] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[2909] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCXXIX. Indizione II.
GREGORIO IX papa 3.
FEDERIGO II imperadore 10.
Fece in quest'anno gran guerra _Giovanni re_ di Gerusalemme alla Puglia
colle forze che gli avea dato papa _Gregorio IX_. Ne descrive tutte le
particolarità Riccardo da San Germano[2910]. A me basterà di darne un
breve trasunto. L'esercito pontificio, che si chiamava chiavisegnato,
poichè portava per divisa le chiavi della Chiesa, sotto il comando di un
sì prode generale, entrato nel mese di marzo in Puglia, dopo la presa di
varie terre e castella, arrivò a Gaeta, e, costretta quella città alla
resa, vi spianò il castello che l'imperadore con grande spesa vi avea
poc'anzi fabbricato. Prese le terre di Monte Casino, il monistero, San
Germano ed altri luoghi in que' contorni. Fondi, Arce e Capoa tennero
saldo, e i conti d'Aquino, ben provvedute le lor terre, stettero forti
nella fedeltà verso di Federigo. Pure Aquino, Sora, a riserva del
castello, e le città d'Alife e di Telesa ed Arpino si renderono all'armi
pontificie, che passarono ad assediar Caiazzo e Sulmona. Furono in
questi tempi, per ordine di Rinaldo duca di Spoleti, cacciati fuor del
regno tutti i frati minori, perchè si dicea che portavano lettere papali
ai vescovi delle città, esortatorie, acciocchè inducessero gli uomini a
rendersi alla Chiesa romana. Sparsero ancora voce che _Federigo II_ era
morto. Furono esiliati per questo anche i monaci casinensi. E tale era
la guerra che faceva papa Gregorio in Puglia all'imperador _Federigo_,
per la quale implorò soccorsi da tutte le città della lega di
Lombardia[2911], mosse la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, la Svezia
ed altri paesi a mandar danari e gente per questa guerra, ed eccitò
anche delle ribellioni in Germania contra d'esso Federigo. Tuttavia
minore non fu quell'altra guerra che nello stesso tempo egli fece a
Federigo in Levante. Giunto ad Accon, ossia ad Acri, nel settembre
dell'anno precedente, esso Augusto fu bensì ricevuto con tutto onore dal
patriarca, clero e popolo, ma insieme con protesta di non poter
comunicare con lui, se prima non otteneva l'assoluzion della scomunica
dal papa. Andò poscia in Cipri, e spedì i suoi ambasciatori al sultano
di Egitto, per richiedere amichevolmente il regno di Gerusalemme, come
Stato appartenente a suo figliuolo _Corrado_, perchè nato da _Jolanta_
legittima erede d'esso regno. Prese tempo il sultano a rispondere per
mezzo de' suoi ambasciatori. Intanto arrivarono due frati minori con
lettere del papa, nelle quali proibiva al patriarca e ai tre gran mastri
degli ordini militari, l'ubbidire a Federigo, e comandava di trattarlo
da scomunicato. Però, allorchè volle muovere l'esercito per marciare
contra de' Saraceni, trovò i cavalieri templarii ed ospitalieri che non
voleano militar sotto di lui. Bisognò che Federigo inghiottisse molti
strapazzi, e che si accomodasse in fine ai lor voleri, contentandosi che
l'impresa si facesse non in nome suo, ma in quello di Dio e della
repubblica cristiana. Andò a Joppe, e quivi attese a fortificar quel
castello disfatto, rendendolo piazza di gran polso, e lo stesso fece con
altre castella sulla via di Gerusalemme. Ma eccoti sul più bello
arrivare un sottil naviglio che gli porta l'avviso d'essere tutto in
confusione il regno di Puglia per l'invasione dell'armi pontificie.
Allora Federigo a nulla più pensò che a sbrigarsi dalla Palestina per
accorrere ai bisogni e pericoli del suo regno; e, stringendo, come potè,
il trattato di concordia col sultano, accettò quella capitolazione che
piacque al Saraceno di dargli. Consistè questa in pochi articoli. Gli
cedeva il sultano le città di Gerusalemme, Betlemme, Nazarette, Sidone,
con altre castella e casali, e con facoltà di poterle fortificare, e
riserbandosi solamente la custodia del tempio di Gerusalemme, ossia il
santo Sepolcro, con restar nondimeno libero tanto ai Saraceni che ai
Cristiani il farvi le lor divozioni. Stabilissi anche una tregua di
dieci anni, e la liberazion di tutti i prigioni. Andò poscia Federigo a
prendere il possesso di Gerusalemme: e strana cosa dovette pur parere il
ritrovarsi ivi già intimato dal patriarca l'interdetto, se Federigo
capitava colà. Contuttociò l'imperador si portò alla visita del santo
Sepolcro; e giacchè niuno si attentò a coronarlo, posò egli la corona
sul sacro altare, e poi, presala colle sue mani, se la mise in capo. Non
potrà di meno di non istringersi nelle spalle chi legge sì fatte
vicende. Dopo di che, tornato Federigo al mare con due ben armate galee,
frettolosamente e con felicità di viaggio arrivò a Brindisi in Puglia
nel maggio dell'anno presente. Divolgatasi la capitolazione da lui fatta
col sultano, fu strepitosamente riprovata in corte di Roma, chiamato
egli un vile e traditore, perchè avesse lasciato in man dei cani il
venerato Sepolcro di Cristo, senza voler far caso che Federigo per
necessità avea ricevuta la legge da chi, se avesse voluto, potea
negargli tutto; e massimamente perchè il sultano era ben informato di
quanto operava il pontefice sì in Puglia che in Palestina contra di
Federigo, e sapea la discordia che passava fra esso imperadore e il
patriarca e l'esercito cristiano. Ed è per altro certissimo che
Gerusalemme restò in mano de' cristiani, e che assaissime migliaia
d'essi andarono a piantarvi casa, e pacificamente vi abitarono da lì
innanzi sotto il comando degli uffiziali dell'imperadore. Io per me
chino qui il capo, nè oso chiamar ad esame la condotta della corte di
Roma in tal congiuntura, siccome superiore ai miei riflessi, bastandomi
di dire che, secondo l'Abbate Urspergense[2912], fece gran rumore per la
cristianità la contradizione praticata dal pontefice all'impresa di
Federigo in Levante. Anche Riccardo da San Germano[2913] lasciò scritto:
_Verisimile videtur, quod si tunc imperator cum gratia ac pace romanae
Ecclesiae transisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset
negotium Terrae sanctae_. Per la partenza poi di Federigo andò anche in
malora quel poco ch'egli avea guadagnato in Palestina, e specialmente
perchè il patriarca, e gli ospitalieri e templarii, dacchè egli si fu
partito, apertamente si rivoltarono contra di lui. Non si può leggere
senza patimento la storia di questa maledetta discordia, piena
d'invettive e calunnie dall'una parte e dall'altra, e, quel che è
peggio, di tanti guai de' popoli e danno della cristianità. Io senza
fermarmi passo innanzi.
Giunto che fu in Puglia Federigo, non lasciò di spedire ambasciatori al
papa, chiedendo pace, ed esibendosi pronto a far quello ch'egli
ordinasse. Nulla poterono essi ottenere. Raunò allora Federigo le sue
forze, con valersi ancora dei Tedeschi crociati ritornati di Levante, e
di un gran corpo di Saraceni cavati da Nocera. Nel settembre venne a
Capoa, e portossi a Napoli per aver soccorso di gente e di danaro.
Intanto Giovanni re di Gerusalemme, vedendo venire il mal tempo,
lasciato andare l'assedio di Caiazzo, si ritirò a Teano. Federigo
ricuperò Alife, Venafro ed altre terre; poscia San Germano, e le terre
della giurisdizione di Monte Casino, Presenzano, Teamo, la rocca di
Bantra, Arpino ed altri luoghi. Sora, avendo voluto aspettar la forza,
fu presa e data alle fiamme nella festa dei santi Simone e Giuda di
ottobre. Intanto fra il senato e popolo romano e l'imperadore passavano
lettere e messaggeri di buona armonia. Questi prosperosi successi
dell'armi di Federigo fecero in fine che il pontefice cominciò a prestar
orecchio ad un trattato di concordia, per cui specialmente si adoperava
il gran mastro dell'ordine teutonico. Pensarono i Bolognesi in
quest'anno di rifarsi delle perdite fatte nell'anno precedente nella
guerra coi Modenesi[2914], e, con gli aiuti di varie città loro
collegate composto un potente esercito, col carroccio si portarono
all'assedio di San Cesario, castello de' Modenesi. Secondo il
Sigonio[2915], nol presero; ma le vecchie Croniche dicono di sì, e che
lo distrussero. Non erano per anche mossi di là, che si videro a fronte
l'esercito de' Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, risoluto di menar le
mani. Si azzuffarono in fatti le due armate, e durò il combattimento
d'avanti il vespro fin quasi a mezza notte a lume di luna. Fecero ogni
sforzo i Bolognesi contra il carroccio de' Parmigiani, e poco vi mancò
che nol prendessero: il che veniva allora riputato per la più gloriosa
di tutte le imprese. Ma i Cremonesi dall'un canto, e dall'altro i
Modenesi così vigorosamente gl'incalzarono, che finalmente li misero in
rotta, e diedero lor la caccia fin quasi alle porte di Bologna. Restò in
potere de' vincitori tutto il loro campo colle tende, carra, buoi e
bagaglio. Fu rotto e cacciato in un fosso il loro carroccio, perchè
nacque contesa fra i Parmigiani e Modenesi, pretendendolo cadauna delle
parti. Una gran copia di prigioni fu condotta a Modena e Parma, e i
Parmigiani trassero alla lor città molte manganelle, ossia petriere,
prese in tal occasione, e per gloria le posero nella lor cattedrale. Le
Croniche di Bologna han creduto bene di accennar la battaglia, ma con
tacerne l'esito sinistro per loro. Alberico monaco de' Tre Fonti[2916],
storico di questi tempi, ampiamente anch'egli descrive questa battaglia
e vittoria. Non contenti di ciò i Modenesi, voltarono con un nuovo alveo
il fiume Scultenna, ossia Panaro, addosso alle campagne de' Bolognesi,
con lor gravissimo danno. Pertanto dispiacendo al pontefice Gregorio IX
gli odii e le gare di queste città, spedì ordine a _Niccolò vescovo_ di
Reggio di Lombardia, che in suo nome s'interponesse per la concordia.
Non fu egli pigro ad eseguir la commessione, e gli riuscì di stabilire
fra i Modenesi e Bolognesi una tregua d'otto anni colla restituzion de'
prigioni, ed altre condizioni, che si leggono presso il Sigonio, il
quale dagli atti pubblici le estrasse. Godè in quest'anno la marca di
Verona un'invidiabil pace. I Piacentini[2917] fecero oste contro la
città di Bobbio, venticinque miglia lungi dalla loro città, e fu
costretto quel popolo a prestar giuramento di fedeltà a Piacenza Il
conte di Provenza nell'anno presente[2918] col braccio d'alcuni
traditori s'impadronì della città di Nizza e delle sue fortezze. Resistè
un pezzo parte de' cittadini, ed ebbe anche qualche soccorso da'
Genovesi; ma in fine dovette soccombere; e il conte restò in pieno
potere di quella città. Venne in quest'anno a morte _Pietro Ziani_ doge
di Venezia, dopo ventiquattr'anni di governo[2919], Prima che egli
morisse, fu eletto doge _Jacopo Tiepolo,_ ed avendo fatta una visita
all'infermo predecessore, fu ricevuto con disprezzo, ma colla virtù
dissimulò tutto. Abbiamo dal Sigonio[2920] che nel dì 2 di dicembre in
Milano fu riconfermata la lega delle città di Lombardia. V'erano
presenti i deputati de' Padovani e Veronesi; ma non apparisce che
giurassero come gli altri.