NOTE:

[2871] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[2872] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2873] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.

[2874] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[2875] Godefridus Monachus, in Chron.

[2876] Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital.

[2877] Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 705, et XLVII, et XLIX.

[2878] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[2879] Richardus de S. Germano.

[2880] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2881] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[2882] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2883] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[2884] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[2885] Antiquit. Ital., Dissert. XVI.

[2886] Benvenut., tom. 1 Antiq. Ital.

Anno di CRISTO MCCXXVII. Indizione XV.

GREGORIO IX papa 1.

FEDERIGO II imperadore 8.

Leggesi da me prodotto un diploma[2887], con cui _Federigo II_ Augusto

nel dì primo di febbraio in quest'anno 1227 rimette in sua grazia ed

assolve da ogni offesa a lui fatta le città di Milano, Piacenza,

Bologna, Alessandria, Torino, Lodi, Faenza, Bergamo, Mantova, Verona,

Padova, Vicenza, Trivigi, Cremona, il marchese di Monferrato, il conte

di Biandrate, ed altri luoghi, affinchè la discordia non pregiudichi _al

negozio della Terra santa_, specialmente cassando la costituzione sua,

con cui aveva abolito lo Studio pubblico di Bologna. In Bologna appunto

s'era ritirato _Giovanni_ di Brenna re di Gerusalemme, dacchè esso

imperador Federigo, facendo valere i diritti di _Jolanta_ figliuola

d'esso Giovanni, e moglie sua, l'uvea spogliato di quella parte del

regno di Gerusalemme che restava libera dal giogo de' Saraceni. In

quella città, secondo le Croniche di Bologna[2888], si fermò per sei

mesi, nel qual tempo gli mori una figliuola partoritagli dalla regina

_Berengaria_ sua moglie. Parve a tutti, e massimamente al pontefice

_Onorio III_, un'insoffribil crudeltà quella di Federigo, di avere

ridotto, per così dire, in camicia un principe di tanto valore e

prudenza, di cui più che mai abbisognavano gl'interessi di Terra santa.

Ne scrisse con fervore esso papa all'imperador Federigo[2889],

esortandolo a qualche accordo, e a trattar meglio un sì degno suocero.

Ma l'ambizioso ed interessato Federigo fece le orecchie sorde, nè un

soldo, nè un ritaglio di Stati gli volle concedere. Il perchè, mosso a

pietà il suddetto pontefice, generosamente diede ad esso re il governo

di tutta la terra che è da Radicofani sino a Roma, con escluderne la

marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, Rieti e la Sabina. Questo tratto

di paese abbracciava Acquapendente, Montefiascone, Montalto,

Civitavecchia, Corneto, Perugia, Orvieto, Todi, Bagnarea, Viterbo,

Narni, Toscanella, Orta, Amelia, ed altre terre e città. Intanto non

cessava il buon papa di sollecitare in Lombardia e in Germania i

soccorsi di Terra santa, figurandosi pure che Federigo avesse da

compiere il voto con cui s'era tante volte obbligato alla spedizione

d'Oriente. Ma mentre il buon pontefice è tutto intento a rimettere la

pace fra i cristiani, e a promuovere l'impresa di Gerusalemme: eccoti la

morte che viene a rapirlo nel dì 18 di marzo dell'anno presente[2890].

In luogo suo succedette _Ugolino_ cardinale e vescovo d'Ostia dei conti

di Segna ed Anagni, parente del glorioso pontefice _Innocenzo III_.

Concorrevano in questo personaggio molte delle più eminenti virtù che si

possano desiderare nel visibil capo della Chiesa di Dio; e di gran

pruove ne aveva egli dato dianzi in varie sue legazioni. Prese egli il

nome di _Gregorio IX_, con giubilo universale del popolo romano, e nel

dì 21 del suddetto mese solennemente consecrato andò a prendere il

possesso della basilica lateranense. S'applicò egli ben tosto a dar

compimento alla pace intavolata dal suo predecessore fra l'imperador

Federigo II e le città collegate di Lombardia, e cominciò a sollecitar

lo stesso imperadore per l'impresa di Terra santa. Mostravasi disposto

Federigo al passaggio, giacchè si avvicinava il termine de' due anni,

dopo i quali avea da muoversi[2891]. E per farlo ben credere, gravò di

molte contribuzioni i suoi popoli, e non meno gli ecclesiastici. Nel

mese di luglio arrivò di Germania _Lodovico langravio_ di Turingia con

un esercito di crociati, e passò sino a Brindisi, dove era preparata la

flotta per l'imbarco. Venne Federigo ad Otranto, e, lasciata quivi

l'imperadrice, si portò a Brindisi, dove erano concorsi tutti i

crocesignati sì di Germania e d'Inghilterra, che d'Italia, e fece

allestire i vascelli da trasporto. Si trovò che di quell'esercito molti

erano periti, ed altri s'erano infermati per li caldi della stagione, a'

quali non erano usati i Tedeschi, ed anche per l'aria cattiva di

Brindisi. Della lor perdita fu incolpato Federigo. Moltissimi per questo

se ne tornarono indietro. Imbarcati i restanti, e mandatili innanzi, lo

stesso Federigo col langravio entrò in nave nel dì 8 di settembre, e con

esso lui arrivò ad Otranto. Quivi il langravio, caduto infermo, finì di

vivere, e l'imperadore, sorpreso anch'egli da malattia, non potè

proseguire il viaggio. In Roma fu presa questa per una finzione, e si

mormorò forte di Federigo; anzi, come in tali casi avviene, giunsero

fino a credere ch'egli col veleno si fosse sbrigato del langravio. Però

papa Gregorio pien di sdegno e d'affanno per questi successi, senza

commonitorio o citazione alcuna, dichiarò nel dì 29 del suddetto mese

Federigo incorso nella scomunica, decretata ne' precedenti trattati.

Di ciò informato Federigo, inviò a Roma gli arcivescovi di Reggio, di

Calabria e di Bari, e Rinaldo chiamato duca di Spoleti, e il conte

Arrigo di Malta a portar le sue scuse e ragioni, con sostener vera la

malattia sopraggiuntagli, con chiamar Dio in testimonio di questo. Dio

appunto, scrutatore de' cuori, sa quello che veramente fu. A buon conto,

il pontefice, valutate per nulla quelle giustificazioni, rinnovò nel dì

di san Martino la pubblicazione della scomunica contra di lui, e ne

diede avviso con sue lettere a tutta la cristianità. Federigo anch'egli

venuto a Capoa, di là spedi a tutti i principi cristiani un manifesto

pungente, in cui si studiava di giustificar la sua condotta[2892], e con

varie invettive di far conoscere indebite quelle censure. Nè contento di

ciò, mandollo anche a Roma, e lo fece pubblicamente leggere nel

Campidoglio, con licenza del senato e popolo romano, a cui cominciò a

far di molte carezze. Inviò eziandio delle circolari, con intimare un

gran dieta in Ravenna nel marzo dell'anno seguente. Ed affinchè il mondo

non credesse che per paura e con inganno egli si fosse ritirato dal

passaggio in Levante, pubblicò dappertutto che l'intraprenderebbe nel

prossimo venturo maggio. Ma siccome s'era egli di già guadagnato il

concetto di principe doppio, non avea corso questa sua moneta se non

presso la gente troppo buona. Intanto la scomunica e discordia suddetta

apri la porta ad innumerabili disordini e scandali, che per lungo tempo

sconvolsero tutta l'Italia. Succedette in quest'anno gran mutazione in

Verona. Siccome di sopra accennammo, era diviso quel popolo in due

fazioni, l'una aderente a _Riccardo conte_ di San Bonifazio, e

chiamavasi la parte del marchese, cioè del marchese di Este, ossia

guelfa; e l'altra era la ghibellina de' Montecchi, aderente a

_Salinguerra_ di Ferrara e ad Eccelino da Romano[2893]. Se l'intesero i

Montecchi con Eccelino, allora abitante in Bassano. Costui, mossa

insieme quanta gente potè, con essa marciò per istrade disastrose e non

praticate di Valcamonica, per ghiacci e nevi, coll'arrivare

all'improvviso a Verona[2894]. Ivi, dato all'armi, fecero prigione il

podestà, cioè Guiffredo da Pirovano milanese; restò anche cacciato dalla

città il conte Riccardo coi nobili del suo partito i quali si

rifugiarono chi a Mantova, chi a Padova e chi a Venezia. Fu creato

podestà di Verona il suddetto Eccelino, che non istette molto ad

atterrar tutti i palagi e case del conte Riccardo e de' suoi partigiani;

ed è quello stesso che poscia per le sue crudeltà divenne sì rinomato in

tutta l'Italia. Questo fu il vero principio di quella grandezza, a cui a

poco a poco andò egli salendo. Non so io dire se in quest'anno medesimo

oppure nel seguente succedesse anche una rivoluzion di governo nella

città di Vicenza[2895]. Alberico fratello di Eccelino aveva in quella

città la sua fazione, e veggendola maltrattata dal podestà, che era

Albrighetto da Faenza, nemico de' fratelli da Romano, ne meditò la

vendetta. Comunicato il suo disegno ad Eccelino, questi colle forze dei

Veronesi andò diritto a Vicenza, dove, levato rumore, ognun trasse

all'armi, e si fece più d'un combattimento nella città. Ancorchè i

Padovani venissero in soccorso della parte guelfa, pure, arrivato che fu

Eccelino, con grande strage mise in rotta i Padovani, e convenne ch'essi

co' Guelfi uscissero di Vicenza. Alberico vi fu fatto podestà; e in

questa maniera tanto Verona che Vicenza presero il partito de'

Ghibellini, con grave abbassamento della parte del marchese, ossia della

guelfa. In quest'anno i Bolognesi, che pur voleano attaccar guerra coi

Modenesi[2896], fabbricarono le castella di Crevalcore, di Budrio, di

Serravalle, ed altre ai confini del Modenese. Cominciarono anche ad

assalir le terre modenesi del Frignano, e vi fu qualche zuffa.

Condussero poscia l'esercito sotto il castello di Bazzano spettante a

Modena; ma poco vi profittarono. Fecero in quest'anno i Genovesi tutto

il loro sforzo d'armi per terra e per mare[2897], affine di ricuperare

le ribellate città di Albenga e Savona, animati all'impresa dal saggio

lor podestà Lazzaro di Gherardino Giandone da Lucca. Arrivato il loro

esercito sotto Savona, con tal empito e bravura superò le fortificazioni

esteriori fatte da quel popolo, che fu astretto ad implorar

misericordia. Di là fuggi co' suoi Savoiardi _Amedeo conte_ di Savoia,

figliuolo del conte Tommaso. Anche Albenga mandò a capitolare.

Frappostisi poi gli ambasciatori di Milano per terminar la discordia che

restava fra essi Genovesi e gli Astigiani dall'una parte, e gli

Alessandrini e i Tortonesi dall'altra, fatto fu compromesso di quelle

differenze nel comune di Milano, il qual poi diede il suo laudo, con

poco piacere nondimeno de' Genovesi.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 243 / 277 题