NOTE:

[2858] Richardus de S. Germano.

[2859] Sigon., de Regno Ital., lib. 17.

[2860] Godefridus Monachus, in Chron.

[2861] Rolandinus, Chron., lib. 2, cap. 4.

[2862] Monachus Patavinus, in Chron.

[2863] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2864] Gualv. Flamm., in Manipul. Flor., cap. 258.

[2865] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.

[2866] Richardus de S. German., in Chron.

[2867] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[2868] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[2869] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[2870] Corio, Istor. di Milano.

Anno di CRISTO MCCXXVI. Indiz. XIV.

ONORIO III papa 11.

FEDERIGO II imperadore 7.

Il minor pensiero, che si avesse in questi tempi l'imperador _Federigo_,

era quello della spedizione in Terra santa. Unicamente gli stava a cuore

la Lombardia, in cui collegatisi i Milanesi con altri popoli, davano

abbastanza a conoscere di non volere che egli mettesse loro il giogo.

Per altro erano in Italia de' cattivi umori in volta. Federigo

sospettava che il papa segretamente lavorasse delle mine contra di lui,

e tenesse buone corrispondenze coi Lombardi. All'incontro al papa non

mancavano dei gravi motivi d'essere disgustato di Federigo, che

dispoticamente taglieggiava non meno i laici che gli ecclesiastici del

suo regno, per adunar tesori, da impiegare non già in soccorso della

cristianità in Levante, ma per opprimere i Lombardi. Taccio altri

motivi, nell'esame de' quali io non oso entrare, perchè i gabinetti de'

principi son chiusi agli occhi miei. Ma non si può far di meno di non

riconoscere che in questi tempi era forte imbrogliata la politica colla

religione, e che Federigo II specialmente anteponeva la prima alla

seconda. Fuor di dubbio è, che[2871] esso Federigo scrisse con

dell'alterigia una mano di doglianze al sommo pontefice, il quale gli

rispose in buona forma, tacciandolo d'ingratitudine verso la santa Sede

e verso il re Giovanni, di maniera che esso imperadore tornò poi a

scrivere delle lettere meglio concertate ed umili, perchè conobbe di

quanto pregiudizio gli potesse essere il romperla colla corte di Roma.

Abbiamo da Riccardo da San Germano[2872] che sul principio di questo

anno Federigo, ben lontano dal voler passare in Levante, e

dall'adempiere le promesse e i giuramenti, intimò a tutti i baroni e

vassalli di tenersi pronti per la spedizione di Lombardia a Pescara nel

dì 6 di marzo. Lasciata poi l'imperadrice in Terracina di Salerno, al

divisato giorno fu in Pescara; e di là, mosso l'esercito, venne nel

ducato di Spoleti, dove comandò ai popoli di quella contrada di

accompagnarlo coll'armi in Lombardia. Ricusarono essi di ubbidirlo senza

espresso ordine del papa, di cui erano sudditi. Replicò lettere più

vigorose colla minaccia delle pene; e que' popoli le inviarono al papa,

il quale risentitamente ne scrisse a lui, lamentandosi di un tale

aggravio. Allora fu che corsero innanzi e indietro le querele di sopra

accennate. Questo ci fa ben intender quai giusti motivi si avessero

allora di sospettare che questo principe fosse dietro a calpestar

gl'Italiani, dacchè niun riguardo avea neppure pel sommo pontefice. Come

poterono, il meglio vi provvidero i Lombardi, col rinforzar maggiormente

la loro lega. Nel dì 2 di marzo nella chiesa di San Zenone nella terra

di Mosio, distretto di Mantova, fu stipulato lo strumento di essa lega

pubblicato dal Sigonio[2873], in cui i deputati di Milano, Bologna,

Piacenza, Verona, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo,

Torino, Alessandria, Vicenza, Padova e Trivigi, stabilirono fra loro una

stretta alleanza di difesa ed offesa per venticinque anni avvenire, in

vigore della concession loro fatta da Federigo I Augusto di poter fare e

rinnovar leghe per la propria difesa. Dalle lettere di papa Onorio III

apprendiamo[2874] che anche il marchese di Monferrato, Crema, Ferrara, i

conti di Biandrate, ed altri luoghi e signori furono di questa lega. Da

Spoleti si trasferì l'Augusto Federigo II a Ravenna, dove celebrò la

santa Pasqua nel dì 19 d'aprile; e perciocchè Bologna e Faenza gli erano

contrarie, passò lungi da esse città, e venne a postarsi coll'armata a

San Giovanni in Persiceto. Di là portossi ad Imola, e tanto vi si fermò,

che, come prima, fu cinta di bastioni e fosse quella città per dispetto

de' Bolognesi. Andava egli differendo la sua venuta a Cremona, per

tenervi la progettata dieta, sulla speranza che il _re Arrigo_ suo

figliuolo, chiamato dalla Germania, coll'esercito tedesco e molti

principi di quel regno calassero. Ma questi, secondo l'attestato di

Gotifredo Monaco[2875], venuti fino a Trento, per sei settimane furono

astretti a fermarsi colà, perchè i Veronesi aveano presa ed armata la

Chiusa nella valle dell'Adige, nè lasciavano passar persona che andasse

o venisse dalla Germania. Perciò il re Arrigo co' suoi, senza poter

vedere l'Augusto suo padre, se ne tornò indietro, con lasciar nondimeno

in Trento una trista memoria della sua venuta; perciocchè nella di lui

partenza accidentalmente attaccatosi il fuoco a quella città, la ridusse

quasi tutta in un mucchio di pietre. Venne poscia l'imperador Federigo

sino a Parma, e quivi s'accorse che poche città in Lombardia, oltre a

Modena, Reggio, Parma, Cremona, Asti e Pavia, erano per lui. E portatosi

di là a Cremona, vi tenne ben la dieta[2876], ma non già col concorso di

gente ch'egli sperava, e senza che alcuno v'intervenisse della lega

lombarda. Vi spedirono i Genovesi il loro podestà Pecoraio da Verona con

una nobil comitiva. I Lucchesi, i Pisani e i marchesi Malaspina si

fecero anch'essi conoscere fedeli ad esso Augusto. Amareggiato al sommo

Federigo dall'avere scoperto maggiore di quel che credeva il numero dei

collegati contra di lui, e tutti preparati a ripulsare coll'armi le

offese, sen venne a Borgo San Donnino, dove mise al bando dello imperio

e dichiarò ree di lesa maestà le città della lega, cassando i lor

privilegii. Fece anche fulminar dal vescovo d'Ildesein la scomunica

contra di que' popoli, che ne dovettero ben fare una risata.

Era egli nel mese di giugno in essa terra di Borgo San Donnino, siccome

costa da tre suoi diplomi[2877], spediti in favore della città di

Modena. Nel primo conferma i suoi privilegii e diritti ad essa città,

concedendole ancora la facoltà di batter moneta. Nel secondo annulla

l'ingiusto laudo già proferito da Ubertino podestà di Bologna intorno ai

confini tra il Modonese e Bolognese, con dichiarare minutamente essi

confini con dei nomi, oggidì difficili ad intendersi, ma con apparir

chiaramente che la potenza di Bologna col tempo usurpò non poco

territorio al popolo di Modena. Il terzo è una conferma della concordia

seguita fra i Modonesi e Ferraresi, Costituì l'imperadore suo legato in

Italia _Tommaso conte_ di Savoia[2878]; ed avvenne che i popoli di

Savona, di Albenga e di altri luoghi della riviera di Ponente,

sottrattisi dall'ubbidienza de' Genovesi, si diedero al medesimo conte

di Savoia, e gli giurarono fedeltà: il che sommamente turbò il popolo di

Genova. Trovato che ebbe l'imperador Federigo sì mal disposti contra di

lui gli animi di tante città di Lombardia, e di non aver seco forze da

potersi far rispettare e temere, se ne tornò malcontento in Puglia.

Quivi, scorgendo che era tempo di trattar soavemente col pontefice

Onorio, ammise alle lor chiese gli arcivescovi e vescovi di Salerno,

Brindisi, Consa, Aversa ed altri, già creati senza suo consentimento; ed

insinuò al medesimo papa di voler lui per arbitro delle differenze che

passavano fra la persona sua e le città lombarde. Niuna difficoltà

ebbero le stesse città di rimettersi anch'elleno nel sommo pontefice; e

però spedirono a Roma i lor deputati[2879]. Federigo del pari inviò colà

per suoi plenipotenziarii gli arcivescovi di Reggio, di Calabria e di

Tiro; e il gran mastro dell'ordine de' Teutonici. Sentenziò poscia il

papa che Federigo concedesse il perdono alle città e persone collegate,

e cassasse tutti i processi e le sentenze emanate contra di loro, e

nominatamente quella dello Studio e degli scolari di Bologna; e facesse

confermar tutto dal _re Arrigo_ suo figliuolo. Obbligò le città

collegate a somministrar quattrocento uomini d'armi all'imperadore in

sussidio di Terra santa; e che si restituissero tutti i prigioni, e che

esse facessero pace colle città aderenti all'imperadore, con altre

condizioni ch'io tralascio. Si accomodò a tutto Federigo per non potere

allora di meno; ma covando nel medesimo tempo un fiero rancore, da lì

innanzi andò ruminando le maniere di vendicarsi. E ben se l'immaginavano

i Lombardi: perlochè seguitarono a vegliare e a fortificarsi per tutto

quello che potesse occorrere. In questa occasione fu che i Bolognesi

fabbricarono ai confini del Modonese[2880] Castelfranco, e i Modonesi

all'incontro d'esso castello fabbricarono Castello Leone. Le Croniche di

Bologna[2881] mettono la fondazion di questi castelli all'anno seguente.

Passò a miglior vita in quest'anno nel dì 4 di ottobre il mirabil servo

di Dio _san Francesco_ d'Assisi nella patria sua, con aver veduto in sua

vita l'ordine suo già dilatato per tutta quasi la cristianità. Seguì

nell'anno presente pace fra i nobili e popolari di Piacenza[2882]. E i

Bolognesi mandarono a Mantova in servigio de' collegati lombardi[2883]

ducento cinquanta cavalieri e cinquanta balestrieri, forse per sospetti

che potesse calar gente di Germania, o per sopire qualche discordia in

quella città. Dagli Annali di Asti[2884] abbiamo che in questi tempi

cominciarono gli Astigiani a prestare ad usura in Francia e in altri

paesi d'oltramonti, e vi fecero dei gran guadagni; ma col tempo di molti

guai soffrirono nelle persone e nella roba. Questo iniquo e scandaloso

traffico (ed è ben da notare) era in questi tempi il più favorito

mestiere d'altri Lombardi; ma sopra gli altri vi si applicavano e in

esso s'ingrassavano i prestatori ed usurai fiorentini, ed altri Toscani

sparsi per Francia ed Inghilterra. Dal che, a mio credere, ebbe

principio la potenza del popolo fiorentino. Di così pestilente costume

ho io trattato altrove[2885]. Benvenuto da Imola ne' suoi Commenti sopra

Dante[2886] scriveva circa il 1390, che anche a' suoi tempi gli

Astigiani erano ricchissimi perchè tutti usurai.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 242 / 277 题