NOTE:

[2847] Godefridus Monachus, in Chron.

[2848] Raynaldus, Annal. Eccl.

[2849] Giovanni Villani, Chron., lib. 6, cap. 14.

[2850] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2851] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.

[2852] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2853] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato.

[2854] Roland., Chron., lib. 2, cap. 4. Chronicon Estense, tom. 14 Rer.

Italic. Monachus Patavinus, in Chron.

[2855] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2856] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[2857] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXXV. Indizione XIII.

ONORIO III papa 10.

FEDERIGO II imperadore 6.

Tali vessazioni ebbe in quest'anno papa _Onorio III_ da Parenzio,

senatore di Roma, e dal senato romano, che fu necessitato a partirsi da

quella città con passare ad abitare in Tivoli[2858]. Era venuto in

questo mentre da oltramonti _Giovanni re_ di Gerusalemme colla moglie

_Berengaria_. Prese stanza in Capoa, ben accolto e trattato d'ordine

dell'imperadore. Quivi gli partorì la regina una figliuola. Andò poi a

Melfi ad aspettar l'imperadore, il quale in questi tempi chiamò tutti i

baroni e vassalli di Puglia, per continuar la guerra ai Saraceni. Ma

perciocchè cominciava ad avvicinarsi il tempo de' due anni pattuiti,

dopo i quali s'era obbligato a fare il passaggio di Terra santa, nè egli

avea gran voglia di passare quel sì gran fosso, inviò il re Giovanni a

papa Onorio per ottener nuove dilazioni. Era il pontefice in Rieti;

ascoltò benignamente le dimande e scuse di _Federigo_, e poscia spedì a

San Germano _Pelagio_ vescovo d'Albano, e Guala cardinale di San

Martino, acciocchè stabilissero con lui una nuova convenzione. Colà

comparve ancora Federigo, e fu risoluto che egli nell'agosto dell'anno

1227 irremissibilmente passerebbe in aiuto di Terra santa, e militerebbe

per due anni in quelle contrade con mille uomini d'armi da tre cavalli

l'uno, e cento legni da trasporto, e cinquanta galee ben armate. In

questo mezzo egli darebbe il passaggio a due mila uomini d'armi coi lor

famigli. Se non eseguiva, gli era intimata la scomunica papale; ed egli

fece giurare _Rinaldo_ duca di Spoleti nell'anima sua, che compierebbe

la promessa fatta. Dava non poco da pensare ad esso imperadore il

contegno de' Milanesi, che fin qui non lo aveano voluto riconoscere per

re, nè per imperadore. Perciò spedì lettere circolari ai principi di

Germania e di Lombardia, e ai podestà delle città libere d'Italia,

acciocchè comparissero per la Pasqua di Risurrezione dell'anno seguente

a Cremona, dove pensava di tenere un gran parlamento. Intanto insorsero

delle amarezze fra lui e papa Onorio. Ne fu la cagione l'avere il

pontefice provveduto di vescovi le chiese vacanti di Salerno, Capoa,

Consa ed Aversa, senza che ne sapesse parola Federigo. Stimò egli questo

di grave pregiudizio alla sua corona, e però vietò il possesso di quelle

chiese a quei prelati. Venuto poscia il mese di novembre, arrivò

felicemente a Brindisi _Jolanta_ figliuola di _Giovanni re_ di

Gerusalemme; e in quella città si celebrarono solennemente le di lei

nozze con Federigo. Scrisse il Sigonio[2859] con altri che queste nozze

furono fatte in Roma, ed aveva il pontefice coronata Jolanta nel

Vaticano. Riccardo da San Germano, autore contemporaneo, chiaramente

attesta che tal funzione seguì in Brindisi. Circa questi tempi i

Milanesi ed altre città di Lombardia cominciarono a rinnovar la lega

lombarda, già nata sotto Federigo I Augusto. Vedevano essi che Federigo

II era principe che in Sicilia e Puglia aggravati tenea, bassi e in

briglia i suoi popoli e baroni, voleva anche comandare a bacchetta per

mezzo de' suoi uffiziali in Lombardia; insomma facea paura a tutti,

siccome principe di gran potenza, di non minore attività, ambizione ed

accortezza, ma di poca fede. Se vogliam credere a Gotifredo

Monaco[2860], papa Onorio III, neppur egli fidandosi di Federigo, fu il

promotore della rinnovazion della lega di Lombardia. Abbiamo poi da

Rolandino[2861], che i rettori di Lombardia (il che vuol dire della

lega) tanto si adoperarono, che fecero mettere in libertà Riccardo conte

di San Bonifazio con tutti i suoi, fraudolentemente presi nell'anno

addietro in Ferrara da Salinguerra. Tornossene egli alla sua città di

Verona[2862]; ma pochi mesi passarono che molti nobili e potenti della

sua fazione in essa città, corrotti dal danaro di Salinguerra, si

unirono coi Montecchi ghibellini della fazione contraria, e il

cacciarono da Verona. Allora fu che Eccelino da Romano, il quale

unitissimo con Salinguerra tenne mano a questi trattati, corse a Verona

in rinforzo de' Montecchi, e incominciò a prendere un po' di dominio in

quella città. Si ricoverò il conte Riccardo in Mantova, città che

l'amava forte, e sua protettrice fu sempre. Ma dispiacendo queste civili

rotture ai rettori della lega lombarda, in tempo ch'era cotanto

necessaria l'unione per resistere ai disegni dell'imperador Federigo,

impiegarono sì vigorosamente i loro uffizii, che per ora pace seguì, e

il conte ritornò a Verona.

Perchè continuavano le discordie fra i cittadini di Modena[2863], il

marchese Cavalcabò, podestà d'essa città, fece atterrar tutte le torri

de' nobili, per levar loro il comodo di farsi guerra l'uno all'altro

dalle medesime torri. Altrettanto si praticò in altre città in varii

tempi pel medesimo fine. Per attestato di Galvano Fiamma[2864], cessò in

quest'anno la divisione fra i nobili e popolari di Milano. Il suono

della vicina venuta dell'imperador Federigo persuase loro la pace ed

unione per evitare i pericoli di perdere la lor libertà. Nè si dee

tacere, che in questo anno ebbe principio la nimistà fra esso imperadore

e il suocero suo Giovanni re di Gerusalemme. Avea Giovanni conseguito il

titolo di re per avere sposata la principessa _Maria_ erede del regno

gerosolimitano. Da questo matrimonio essendo nata un'unica figliuola,

cioè _Jolanta_, divenuta moglie di Federigo II Augusto, certo è che la

medesima portava seco in eredità lo stesso regno; nè Federigo tardò

molto ad aggiugnere nei suoi sigilli e diplomi il _Rex Hierusalem_, e

mandò anche uffiziali a prenderne il possesso; cosa che fu mal sentita

da tutti. Giovanni, principe per altro di gran valore e senno, che non

avea pensato a premunirsi contra di questo colpo, immaginandosi che la

figliuola e il genero gli lascerebbono godere, finchè egli vivesse, quel

per altro troppo lacerato regno, perchè della maggior parte erano

possessori i Saraceni, trovandosi ora deluso, la ruppe con Federigo

nell'anno vegnente, e mosse da lì innanzi cielo e terra contra di lui.

Le Croniche di Bologna[2865] riferiscono a quest'anno il divieto fatto

da Federigo Augusto dello studio generale di Bologna, acciocchè gli

scolari andassero a quel di Napoli, istituito veramente da lui nel

precedente anno, per testimonianza di Riccardo da San Germano[2866], con

invitar colà da tutte le parti insigni professori dell'arti e delle

scienze. Più probabile è, che questa percossa arrivasse a Bologna

solamente nell'anno seguente: percossa gravissima, se fosse durata a

quella città, perchè dall'università degli studii colavano in Bologna

immense ricchezze, che poi servivano a renderla sì orgogliosa e manesca

contra di tutti i vicini. Vi furono degli anni, nei quali si contarono

dieci mila scolari in Bologna. Tutti vi portavano buone somme di denaro.

E forse circa questi tempi ebbe principio l'università di Padova pel

divieto fatto nell'anno presente, o, per dir meglio, nel seguente, dal

suddetto imperador Federigo[2867]. Procurò parimente esso Augusto che il

sommo pontefice si interponesse per ridurre al loro dovere i Milanesi ed

altri popoli di Lombardia, i quali più che mai si faceano conoscere

alieni d'animo dall'imperadore, e gli negavano ubbidienza per antico

odio contro la casa di Suevia, e per nuovi sospetti, che Federigo

pensasse a mettergli in ischiavitù. Scrisse il papa delle forti lettere

ma i Lombardi, o perchè sapevano che non le avea scritte di buon cuore,

o perchè queste non furono bastanti ad affidarli, continuarono a far de'

preparativi per difendersi dai di lui attentati. Seguitò in quest'anno

ancora la guerra fra gli Alessandrini e Tortonesi dall'un canto, e i

Genovesi ed Astigiani comperati con danaro dall'altro[2868]. Fecero i

Genovesi lega ancora con _Tommaso conte_ di Savoia, che si obbligò di

mantenere in lor favore ducento uomini d'armi, cadauno con un donzello

armato e due scudieri. Si fece anch'egli ben pagare. I Milanesi,

all'incontro, e i Vercellini spedirono dei rinforzi agli Alessandrini.

Diedersi i loro eserciti varie spelazzate, ma si guardarono di decider

le liti con una giornata campale. Abbiamo nondimeno dalla Cronica

d'Asti[2869] che circa la metà di giugno gli Astigiani, ad istanza de'

Genovesi, uscirono in campagna, e presso a Quatorda venuti alle mani

cogli Alessandrini, voltarono infine le spalle, con lasciarvi circa

dugento prigioni. Tornarono poscia in campo, e vicino a Calamandrona,

attaccata di nuovo battaglia cogli Alessandrini, nel dì 7 di settembre

ne riportarono una rotta più sonora, per cui circa ottocento de' loro

soldati rimasti prigionieri stettero nelle carceri di Alessandria con

incredibili patimenti per quasi due anni e mezzo, e molti vi morirono.

Ebbero gli Astigiani per questa guerra danno per più di ducento mila

lire. Di tali svantaggi non si vede parola negli Annali di Genova,

secondo il costume degli storici che tacciono o infrascano i sinistri

loro avvenimenti, ed ingrandiscono ed esaltano i prosperosi. In Milano,

per saggio maneggio di Aveno da Mantova podestà, si formò nuova

concordia fra i nobili e popolari. Il Corio[2870] ne rapporta lo

strumento colle note cronologiche, poco esattamente, a mio credere,

copiate, dove si leggono tutte le condizioni dell'accordo.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 241 / 277 题