NOTE:

[2841] Ricard. de S. German., in Chron. Raynald., Annal. Eccl.

[2842] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2843] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2844] Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato.

[2845] Antichità Estensi, P. I, cap. 41.

[2846] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCXLVI.

Anno di CRISTO MCCXXIV. Indizione XII.

ONORIO III papa 9.

FEDERIGO II imperadore 5.

Tanto da Gotifredo Monaco[2847], quanto dalle lettere dello stesso

imperador Federigo, rapportate dal Rinaldi[2848], abbiamo che esso

augusto per mostrare, oppure per far credere al pontefice l'animo suo

risoluto per la liberazion di Terra santa, ed animar con ciò i principi

di Germania a dar soccorsi per la sacra impresa, scrisse d'aver quasi in

pronto cento galee ne' suoi porti ben armate; e ch'egli inoltre facea

fabbricar cinquanta uscieri, ossia grosse navi da trasportar cavalleria:

di modo che, secondo i suoi conti, potea condurre in esse sole cinquanta

navi duemila cavalieri coi lor cavalli, e inoltre dieci mila fanti.

Aveano questi uscieri i lor ponti da gittare in terra, per li quali

avrebbono potuto gli uomini uscire a cavallo dalle navi stesse. Oltre a

ciò, aspettava assaissimi altri legni da varie parti dell'Italia, capaci

di una altra armata. Spedì ancora suoi uffiziali in Germania per far

gente, e muovere que' principi, ed anche il re d'Ungheria, alla

crociata, offerendo a tutti passaggio e danaro pel suo regno. Insomma

pare ch'egli operasse daddovero fin qui per l'esecuzion delle sue

promesse. Ma si doleva di saper di certo che niun soccorso si potea

sperare dalla Francia ed Inghilterra, ch'erano in guerra fra loro; e

fors'anche ricusavano di accudire alla sacra impresa, che finora era

costata la vita di tante centinaia di migliaia d'uomini, e tanti tesori

ai cristiani, con sì poco frutto in fine della cristianità. Intanto

_Giovanni re_ di Gerusalemme, ito in Ispagna, s'indusse a prendere in

moglie _Berengaria_ sorella del re di Castiglia. Non dovette già piacere

all'Augusto Federigo un tal matrimonio, dacchè per isperanza di

ereditare il di lui regno s'era indotto agli sponsali colla figlia del

medesimo re Giovanni. E fin qui era durata la guerra in Sicilia contra

de' Saraceni ribelli, che, afforzati nelle montagne, mostravano poca

paura dell'armi cristiane. Tuttavia nell'anno presente furono così

stretti, che finalmente la maggior parte d'essi implorò perdono, che ben

volentieri concedette loro l'Augusto Federigo. Ma affinchè non

inquietassero in avvenire la Sicilia, e cessasse ancora il pericolo che

costoro tirassero un dì dall'Africa dei rinforzi della loro setta, prese

Federigo lo spediente di trasportarli in Puglia, lungi dal mare, con dar

loro ad abitare nella provincia di Capitanata la città di Nocera

disabitata, che da lì innanzi fu appellata _Nocera de' Pagani_ a

distinzion d'altre Nocere. Scrive Giovanni Villani[2849] che furono _più

di venti mila Saraceni da arme_ condotti colà: il che mi sembra

esorbitante numero, considerando le lor famiglie che non sarebbono

capite in Nocera. Ebbe anche Federigo la mira, colla fondazion di questa

colonia maomettana, di tenere in briglia i Pugliesi. Col tempo ne fece

doglianza la corte di Roma. Non mancano scrittori che credono succeduto

molti anni dappoi un tal trasporto. Certo è che non finì qui la guerra

coi Saraceni, e ne restò almeno in Sicilia un'altra parte di tuttavia

contumaci[2850]. Federigo si servì di questo pretesto per chiamare in

Sicilia Ruggieri dall'Aquila, Jacopo da San Severino, e il figliuolo del

conte di Tricarico, fingendo di volersene valere contra d'essi Saraceni.

Andarono que' baroni; furono messi in prigione; e sulle lor terre i

regii uffiziali stesero le griffe. Il perchè non viene espresso. Tolse

ancora alla contessa di Molise le sue terre, ed impose delle nuove

gravezze ai popoli. S'egli fosse lodato per questo non occorre ch'io il

dica.

Insorsero in quest'anno ancora delle brighe fra i nobili e popolari di

Piacenza a cagion d'un omicidio[2851]; e di nuovo la nobiltà prese la

risoluzione di ritirarsi fuori di città. Anche in Modena[2852] cominciò

a metter piede la discordia in quest'anno fra i cittadini, e le fazion

furono in armi. L'una d'esse prese la torre maggiore di San Geminiano, e

vi si afforzò: laonde il podestà fece di molte condanne. Scritto è negli

stessi Annali di Modena che _Guglielmo marchese_ di Monferrato con

grande accompagnamento di nobili lombardi andò in _Alemagna_, dove da lì

a due anni mori. In vece di _Alemanniam_, s'ha quivi da scrivere

_Romaniam_. Abbiamo da Benvenuto da San Giorgio[2853] che questo

principe, lasciandosi trasportar dalla voglia di ricuperare il regno di

Tessalia, che era stato da _Teodoro Lascari_ tolto a _Demetrio_ suo

fratello, fece grande ammasso di gente, e specialmente di nobili suoi

amici per quella impresa, ch'egli concepiva molto facile. Ma,

mancandogli il danaro occorrente per tante spese, passò nell'anno

presente in Sicilia affine d'impetrarne dall'imperador Federigo. Ottenne

infatti da lui sette mila marche di argento al peso di Colonia, ciascuna

delle quali pesava mezz'oncia, ma con dargli in pegno la maggior parte

delle sue terre e dei suoi vassalli di Monferrato, tutte e tutti ad un

per uno annoverati nello strumento riferito da esso Benvenuto; il che è

una prodigiosa quantità. Potrebbe sospettarsi errore in quel _sette

mila_, parendo troppo poco rispetto al pegno. Nè solamente impegnò a

Federigo quegli Stati, ma gliene diede il possesso e le rendite da

godersi finchè fosse restituita tutta la somma di esso danaro. Lo

strumento di tale sborso e pegno fu fatto in Catania nel dì 24 di marzo

dell'anno presente. Andò il marchese col fratello Demetrio e con

_Bonifazio_ suo figliuolo a Salonichi, e pare che riavesse quella ricca

città; ma nel seguente anno vi lasciò la vita attossicato, per quanto fu

creduto, dai Greci. Dopo aver perduta quasi tutta la sua armata, suo

figliuolo Bonifazio se ne tornò in Italia, e Demetrio suo zio poco

stette a venirsene anch'egli, cacciato di nuovo dai Greci. Questo

infelice fine ebbe la spedizion del marchese Guglielmo. Come poi

Bonifazio suo figliuolo disimpegnasse le terre suddette non l'ho ben

saputo discernere.

La frode fatta in Ferrara l'anno 1222 da _Salinguerra_ ad _Azzo VII_

marchese d'Este, e la morte di Tisolino da Campo San Piero, che era de'

più cari amici di esso marchese, stavano fitte nel cuore di questo

principe[2854]. Egli perciò nell'anno presente, raunato un buon esercito

dei suoi Stati, e degli amici di Mantova, Padova e Verona, volendone far

vendetta, ritornò all'assedio di Ferrara. Tanto seppe fare e dire con

lettere ed ambasciate affettuose l'astuto Salinguerra, che indusse il

conte Riccardo da San Bonifazio con una certa quantità d'uomini a

cavallo ad entrare in Ferrara, sotto specie di conchiudere un amichevole

accordo. Ma, entrato, fu ben tosto fatto prigione con tutti i suoi, e

però il marchese d'Este deluso si ritirò da quell'assedio. È da stupire

come signori savii, i quali doveano essere abbastanza addottrinati dal

precedente inganno, si lasciassero di bel nuovo attrappolare da quel

solenne mancator di parola. Adirato per questo successo il marchese

Azzo, si portò all'assedio del castello della Fratta, de' più cari che

si avesse Salinguerra; e tanto vi stette sotto, che a forza di fame se

ne impadronì, con infierir poi barbaramente contra que' difensori ed

abitanti. Di ciò scrisse Salinguerra ad Eccelino da Romano suo cognato

con amarezza; ed amendue cominciarono più che mai da lì innanzi a

studiar le maniere di abbattere la fazion guelfa, di cui capo era il

marchese d'Este. Negli Annali vecchi di Modena[2855] si legge che i

Veronesi, Mantovani e Ferraresi furono all'assedio del Bondeno, e se ne

partirono con poco gusto ed onore. I Ferraresi uniti co' Veronesi

dovettero essere i fuorusciti, aderenti al marchese d'Este. Mossero in

quest'anno guerra gli Alessandrini ai Genovesi[2856] per cagion della

terra di Capriata, pretesa da essi di loro ragione. Ricavati molti aiuti

dai Tortonesi, Vercellini e Milanesi, uscirono in campagna contra di

quella terra. Non furono lenti ad accorrere alla difesa i Genovesi, alla

vista de' quali batterono gli Alessandrini la ritirata. Restò preso ed

incendiato Montaldello, castello degli Alessandrini, e Tessaruolo,

castello de' Genovesi. Tornaronsi dopo queste baruffe le armate ai lor

quartieri. Secondo gli Annali di Bologna[2857], passò in quest'anno per

quella città Giovanni di Brenna re di Gerusalemme colla moglie, di

ritorno dalla Germania.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 240 / 277 题