NOTE:

[2813] Jacobus de Vitriaco, Hist. Orient.

[2814] Bernardus Thesaurar., cap. 204, tom. 7 Rer. Italic.

[2815] Raynald., in Annal. Eccl.

[2816] Richard. de S. Germ. Bernard. Thesaurar., cap. 204. Caffari,

Annal. Genuens., lib. 5, tom. 7 Rer. Ital.

[2817] Godefridus Monachus, Annal.

[2818] Alberic. Monachus, in Chron.

[2819] Abbas Urspergens., in Chron.

[2820] Caffari, Annal. Genuens., lib. 5.

[2821] Sigon., de Regno Ital., lib. 17.

[2822] Gualvan. Flam., Manipul. Flor., cap. 254.

[2823] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2824] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[2825] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[2826] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.

[2827] Bolland., Act. Sanct. ad diem 4 augusti.

[2828] Rubeus, Histor. Ravenn., ad hunc ann.

[2829] Antichità Estensi, P. I, cap. 42.

Anno di CRISTO MCCXXII. Indizione X.

ONORIO III papa 7.

FEDERIGO II imperadore 3.

Le disavventure occorse ai cristiani in Egitto, per le quali il buon

pontefice _Onorio III_ preso fu da somma afflizione, il tenevano in

continui pensieri e cure per riparare il danno sofferto, e mettere in

migliore stato il cadente regno dei cristiani in quelle parti[2830].

Pertanto concertò coll'imperador _Federigo_ di fare un solenne congresso

in Verona per la festa di san Martino, dove desiderava di trovarsi egli

con esso imperadore, col re di Gerusalemme _Giovanni_ e col legato

pontificio _Pelagio_ vescovo d'Albano, a' quali scrisse per questo. Il

concerto di questo general parlamento fu fatto primieramente in Veroli;

perciocchè, per attestato di Riccardo da San Germano[2831], nel mese di

febbraio uscito di Roma il pontefice, andò ad Anagni, ed invitò

l'Augusto Federigo a venire a trovarlo. Trovaronsi dunque insieme in

Veroli, e per quindici dì dimorati in quella terra, ebbero agio di

trattar di varii affari. Fu ivi risoluta la suddetta gran corte in

Verona, e Federigo s'obbligò in certo termine di tempo di passar come

imperadore in sussidio di Terra santa. Ma nulla seguì poi del progettato

parlamento, forse per la infermità del papa, il quale, secondo il

suddetto Riccardo, patì in quest'anno un grave male in una gamba. I

Romani, che per lo più aveano nemicizia coi Viterbesi, fecero esercito

nell'anno presente contro la loro città. Neppur mancavano dei fastidii

all'imperador Federigo. La rocca di Magenul in Puglia si manteneva

ribellata: fece assediarla da Tommaso conte d'Acerra. In Sicilia, i

Saraceni quivi abitanti, perchè aggravati di grosse taglie, e

maltrattati dai cristiani, s'erano sollevati, con recare immensi danni

alla valle di Mazzara, avendo per loro capo un certo Mirabetto. Fu

obbligato per questo Federigo a tornarsene in Sicilia, dove, ammassato

un buon esercito, marciò contra di coloro. Terminò i suoi giorni nel dì

23 di giugno dell'anno presente in Catania l'imperadrice _Costanza_ di

lui moglie, la qual perdita dicono che gli fu molto sensibile. Uscito

segretamente dalla rocca di Magenul Tommaso conte di Celano, ebbe

maniera di ricuperar la sua terra di Celano, e per ben vittovagliarla

scorse tutta la Marsia. Allora il conte d'Acerra, lasciata quanta gente

occorreva per tener bloccata la rocca suddetta di Magenul, venne ad

assediar Celano. Si rendè poi la rocca predetta, e Federigo diede in

Sicilia delle buone percosse ai ribellati Saraceni. In un conflitto vi

restò ucciso il loro condottiere Mirabetto.

Fu posto fine in quest'anno alla guerra de' Bolognesi e Faentini contro

Imola con ridurre quella città ad accettar la legge che le vollero

imporre i due più potenti avversarii. Ne parla a lungo il Sigonio[2832],

che su questo diligentemente consultò gli atti pubblici e le storie di

Bologna. Solamente accennerò io che con tutte le lor forze il popolo di

Bologna e quel di Faenza nell'agosto dell'anno presente ostilmente si

portarono sotto essa città d'Imola, e ne impresero l'assedio. Ma eccoti

giugnere al campo loro Diotisalvi da Pavia, spedito dall'arcivescovo di

Maddeburgo, legato in Lombardia dell'imperador Federigo, coi podestà di

Parma e Cremona, e cogli altri ambasciatori di Brescia, Verona, Mantova,

Reggio e Modena, per trattar pace e impedir quell'assedio. Contuttochè

Diotisalvi a nome dell'arcivescovo, sotto pena di mille marche d'oro,

intimasse loro il non molestar quella città, e a questo comandamento

aggiugnessero gli altri le più efficaci preghiere; pure gli assedianti,

sentendo di avere il vento in poppa, stettero saldi nel loro proposito.

Partiti che furono quegli ambasciatori, il popolo d'Imola, per non

ridursi agli estremi, inviò i suoi deputati al campo per rendersi. Dure

furono le condizioni dell'accordo, Imola restò sotto la guardia ed

autorità de' Bolognesi e Faentini; convenne spianar le fosse; e le porte

della città furono trionfalmente portate a Bologna, e non già in altro

anno, come alcuno ha creduto. Portata questa nuova all'imperador

Federigo, ne andò forte in collera; fece anche citare al suo tribunale

Giuffredo da Pirovano podestà di Bologna; e da lì innanzi covò sempre un

mal animo contra de' Bolognesi. Di cattiva ricordanza fu l'anno presente

pel terribil tremuoto che nello stesso dì del santo Natale del Signore

si fece sentire in Lombardia, e per due settimane replicò due volte il

giorno le scosse. Secondochè scrive Goffredo Monaco[2833], in più luoghi

abbattè le case e le chiese, con opprimere gli uomini e i sacerdoti.

Fece anche gran male in Genova[2834]. Ma principalmente si scaricò

questo flagello sopra la città di Brescia, avendone atterrata la maggior

parte colla morte di molto popolo. Tutto ciò vien confermato dallo

storico bresciano Jacopo Malvezzi[2835], confessando egli che non

solamente innumerabili fabbriche nella città, nelle castella e ville

furono rovesciate a terra, ma che vi perì anche una gran quantità di

persone, massimamente di pargoletti e di bestiame. E perciocchè seguitò

questa calamità lungo tempo dipoi, quasi tutti, abbandonate le loro

abitazioni, si ridussero a vivere in mezzo alle campagne.

Tommaso arcidiacono di Spalatro, la cui Storia salonitana fu data alla

luce da Giovanni Lucio[2836], scrivendo le cose de' suoi dì, fa menzione

di quest'orribil disastro, con aggiugnere che ne ebbe gran danno la

Liguria, l'Emilia e la Marca Venetica, cioè di Verona; e che Brescia in

gran parte cadde, con rimaner seppellita nelle rovine una moltitudine di

uomini, e specialmente di eretici. Nè voglio tacere una bella

particolarità, che egli di veduta soggiugne intorno a san Francesco

d'assisi: _Eodem anno_, dice egli, _in die Assuntionis Dei Genitricis

quum essem Bononiae in studio, vidi sanctum Franciscum praedicantem in

platea ante palatium publicum, ubi tota paene civitas convenerat. Fuit

autem exordium sermonis ejus angeli, homines, daemones; de his enim

tribus spiritibus rationalibus ita bene et discrete proposuit, ut multis

literatis, qui aderant, fieret admirationi non modicae sermo hominis

idiotae; nec tamen ipse modum praedicantis tenuit; sed quasi

concionantis. Tota vero verborum ejus discurrebat materies ad

extinguendas inimicitias, et ad pacis foedera reformanda. Sordidus erat

habitus, persona contemtibilis, et facies indecora. Sed tantam Deus

verbis illius contulit efficaciam, ut multae tribus nobilium, inter quos

antiquarum inimicitiarum furor immanis multa sanguinis effusione fuerat

debacchatus, ad pacis consilium reduceretur. Erga ipsum vero tam magna

erat reverentia hominum et devotio, ut viri et mulieres in eum

catervatim ruerent, satagentes vel fimbriam ejus tangere, aut aliquid de

pannulis ejus auferre_. Prevalse in questo anno nella città di Ferrara

la fazione di Salinguerra, capo de' Ghibellini, in guisa che _Azzo VII_

marchese d'Este e d'Ancona con quei del suo partito guelfo fu obbligato

ad uscir della città. Per rifarsi di questo affronto[2837] il marchese

mise insieme un esercito raccolto da Rovigo, e dagli altri suoi Stati, e

dalla Lombardia e marca di Verona, e andò a mettere il campo sotto

Ferrara vicino al Po. Salinguerra, volpe vecchia, temendo che si

sollevasse il popolo contra di lui, mandò al marchese, con accordargli

che entrasse in Ferrara, dove si tratterebbe amichevolmente di concordia

fra le parti. Cadde buonamente nella rete il marchese, ed entrò con

cento nobili del suo partito nella città. Allora Salinguerra, fatta

correr voce che gli entrati con mala maniera prendevano il vivere per sè

e per li loro cavalli, e faceano altre insolenze, gridò all'armi,

all'armi. Parte degli entrati ebbe la fortuna di salvarsi col marchese,

gli altri restarono uccisi, e fra questi Tisolino da Campo San Pietro,

nobilissimo cavalier padovano, nel ritirarsi fu fermato dai contadini

d'una villa chiamata Girzola, o Guzola. Dopo averne ammazzati alcuni,

senza mai volersi rendere, per mano di quella canaglia perdè miseramente

la vita, del che fu non lieve dolore e compassione per tutta la marca

veronese. Contuttociò neppure per questo imparò il marchese d'Este a

conoscere se Salinguerra fosse personaggio da fidarsi di lui. I nobili

milanesi fuorusciti[2838] ed _Arrigo da Settala_ arcivescovo, che aveano

per loro capo Ottone da Mandello, erano tuttavia in rotta coi popolari

padroni della città, governati da Ardigetto Marcellino. Seguirono guasti

ed incendii non pochi nel distretto. Finalmente i due nemici eserciti

vennero a fronte in campagna, ed ognun si aspettava che si venisse alle

mani; quando, essendosi interposte persone savie e zelanti del pubblico

bene, segui pace fra loro. Nel mese di marzo del presente anno Sozzo, o

Gozzo de' Coleoni da Bergamo, podestà di Cremona, ebbe la gloria di far

pace fra i nobili e i popolari di Piacenza[2839], e di pubblicarla nella

piazza maggiore di quella città, con determinare che i nobili avessero

la metà degli onori e due parti delle ambascerie, e il popolo la metà

degli onori e la terza parte delle ambascerie. Ecco i motivi ordinarii

delle guerre civili in questi tempi fra la nobiltà e il popolo delle

città libere. Ma non passarono molti mesi che i nobili, costretti ad

abbandonar la città colle lor famiglie, tornarono alle lor castella, e

ricominciarono la guerra contro la città. Riuscì in quest'anno ai

Genovesi[2840] dopo un lungo e forte blocco di ridurre all'antica lor

suggezione ed ubbidienza la città di Ventimiglia. Ereditario era l'odio

e l'emulazione fra essi Genovesi e i Pisani; e, dovunque si trovavano,

poco ci voleva ad accendersi lite fra loro, e la lite per lo più si

decideva coll'armi. In quest'anno appunto nella città d'Accon, ossia

d'Acri, segui una fiera baruffa fra queste due nazioni. Ebbero la peggio

i Pisani. La vendetta che ne fecero fu di appiccar fuoco alle case de'

Genovesi, per cui non solamente rovinò la lor torre, che era di mirabil

bellezza e di grande altezza, ma ne rimase anche la maggior parte di

quella città distrutta. Il _re Giovanni_ favoriva i Pisani, e però gran

danno n'ebbero i Genovesi.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 238 / 277 题