[2799] Raynald., Annal. Eccl.
[2800] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 254.
[2801] Antichità Estensi, P. I, cap. 41.
[2802] Godefr. Monach. Richardus de S. Germano. Monach. Palavinus,
Chronicon. Austral et alii.
[2803] Albericus Monachus, in Chronic.
[2804] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 5.
[2805] Richardus de S. Germano.
[2806] Gattola, Access. ad Istor. Casinens., P. I.
[2807] Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Ital.
[2808] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2809] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2810] Raynald., in Annal. Eccles.
[2811] Roland., Chron., lib. 2, cap. 1.
[2812] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXI. Indizione IX.
ONORIO III papa 6.
FEDERIGO II imperadore 2.
Un gran passaggio di cristiani si fece nella primavera di quest'anno
alla volta della conquistata Damiata. Per attestato di Jacopo da
Vitry[2813], cardinale e vescovo di Accon, ossia di Acri, vi arrivarono
fra gli altri _Arrigo da Settala_ arcivescovo di Milano, e i vescovi di
Faenza (come ha Bernardo il Tesoriere[2814], e non già di Genova, come
il Vitry), di Reggio e di Brescia. Vi giunsero ancora i legati
dell'imperador Federigo, portando nuove ch'egli in persona verrebbe.
_Aderat et Italiae militia copiosa_. Noi sappiamo dall'annalista
Rinaldi[2815], che papa _Onorio III_ cominciò a far di gravi doglianze
contra dell'imperador Federigo, perchè non avesse adempiuta la promessa
di mandar un gagliardo soccorso ai cristiani guerreggianti in Egitto. Ma
certa cosa è ch'egli con buon animo fin qui soddisfece all'impegno preso
col papa; perciocchè spedì colà una flotta di quaranta galee ben
armate[2816], sotto il comando di _Arrigo conte_ di Malta, il più bravo
e sperimentato capitano di mare che allora ci fosse, accompagnato da
Gualtieri di Palear suo gran cancelliere. Non so io dire se in questo
stuolo sieno comprese otto galee condotte dal conte Matteo di Puglia,
che Jacopo da Vitry e Bernardo Tesoriere scrivono esser giunte di luglio
a Damiata, dopo aver preso in viaggio due navi corsare de' Saraceni.
Sembra ancora ch'egli somministrasse legni pel trasporto del duca di
Baviera, che, affrettato da esso Augusto, con gran copia di nobiltà e di
soldatesche della Germania approdò a Damiata. Era già insorta discordia,
specialmente per la signoria di Damiata, soffiando l'interesse e
l'ambizione nel cuor di molti, più che l'amor della religione, fra
_Giovanni re_ di Gerusalemme e _Pelagio_ Portoghese, cardinale, vescovo
d'Albano e legato pontificio, uomo testardo, a cui viene da alcuni
attribuita la rovina degli affari della cristianità in Oriente. Prese il
re alcuni pretesti, e si ritirò ad Accon; e intanto il legato scomunicò
i di lui aderenti. Trovandosi poi questo legato con una sì fiorita
armata, che Godifredo monaco[2817] fa ascendere a quasi dugento mila
persone, ma che di gran lunga minore vien asserita da altri, non volendo
stare in ozio, propose di far qualche grande impresa. Trovò che le
milizie non si volevano muovere senza avere alla testa un generale di
sperienza, cioè il suddetto re Giovanni, parendo loro che un cherico,
benchè d'altissima dignità, non fosse atto a maneggiar il baston del
comando. Perciò il legato fu costretto a pregare il re che tornasse,
promettendo di pagargli cento mila bisanti che gli dovea. Venuto il re,
e tenutosi consiglio di guerra, fu egli di parere che si avesse da
andare a dirittura a rifabbricar Gerusalemme, e a riacquistar quel
regno: cosa allora facile, e che avrebbe potuto agevolar dipoi altre
conquiste in Egitto[2818]. Il legato, che si credea miglior mastro di
guerra, volle nel mese di luglio che si marciasse alla volta del Cairo,
città capitale dell'Egitto. Il sultano non lasciò in questi tempi di far
nuove proposizioni di pace, se gli si restituiva Damiata, con offerire
la restituzion de' prigioni e del regno di Gerusalemme, a riserva della
fortezza del Krach, e di pagar le spese per la riparazion delle
smantellate città, e una tregua di trenta anni. Tutta l'armata cristiana
acconsentiva; il solo legato Pelagio ruppe il trattato, e volle guerra.
Gotifredo monaco e Bernardo Tesoriere ci assicurano di questo fatto.
Finiamola con dire, che, inoltratasi l'armata de' crociati, il sultano
le tagliò la strada per cui da Damiata aveano da venir le vettovaglie,
ed aprì varie bocche del Nilo, che maggiormente ristrinsero i Cristiani,
di maniera che affamati, e senza modo di uscire di quel labirinto,
necessitati furono a chieder pace al Saraceno. Per ottenerla convenne
cedere Damiata colla vicendevol restituzion de' prigioni. Tale esito
ebbe l'ostinazion del legato: dopo di che di male in peggio andarono da
lì innanzi gli affari di Terra santa. A nulla servì in tal occasione la
flotta spedita a Damiata dall'imperador Federigo, ossia perchè, siccome
ha il Continuator di Caffaro, non sapendo l'esercito cristiano l'arrivo
di essa, non se ne prevalse; oppure perchè i Saraceni le impedirono il
poter continuare il viaggio pel Nilo. Quel che è certo (e l'abbiamo da
Riccardo da San Germano), il gran cancelliere _Gualtieri vescovo_ di
Catania, ed _Arrigo conte_ di Malta, condottieri della medesima, per
giusto timore d'essere gastigati dall'Augusto Federigo, l'uno, cioè
Gualtieri, se ne fuggì a Venezia, dove poi terminò i suoi giorni; e
l'altro, cioè Arrigo, tornato in Sicilia, e preso, restò spogliato della
sua contea di Malta. Ma il suddetto Continuatore degli Annali di Genova
scrive che egli perdè Malta solamente nell'anno 1223, per sospetti
d'intelligenza coi Saraceni di Sicilia ribelli. Oltre di che, il
troveremo all'anno 1227 di nuovo in grazia di Federigo.
Attese in quest'anno esso imperadore a vendicarsi di chi in Puglia avea
prese l'armi contra di lui, o veniva da lui creduto indebito possessor
de' suoi Stati. Levò Sora ed altri luoghi a _Riccardo_ fratello
d'_Innocenzo III_, con pretendere che esso Innocenzo nel tempo della di
lui fanciullezza avesse abusato della sua autorità in danno di lui. Non
meritava papa Innocenzo un trattamento sì fatto ne' suoi parenti, dopo
aver tanto operato per sostener Federigo fanciullo in Sicilia, e per
fargli ottenere il regno di Germania: il che fu un sicuro gradino alla
corona dell'imperio. Obbligò Federigo parimente _Stefano cardinale_ di
Santo Adriano a rilasciar la rocca d'Arce. Spogliò delle lor terre
_Tommaso conte_ di Celano e il conte di Molise. Ricuperò Boiano, e, ad
istanza de' Tedeschi, rimise in libertà il _conte Diopoldo_, ma con
torgli Alife, Caiazzo ed Acerra. Di quest'ultima città investì Tommaso
conte d'Aquino, con dichiararlo ancora gran giustiziere della Puglia.
Scrivono inoltre alcuni che fece morir qualche vescovo stato in addietro
ribello. Certamente con varie pene li maltrattò. Ora tanti baroni
abbassati tutti si riducevano a Roma, con far ivi di gravi doglianze al
papa contra di Federigo, il quale all'incontro si lamentava del
pontefice[2819], perchè faceva buon accoglimento a chiunque era in
disgrazia sua. Il papa infatti cominciò, o pur seguitò maggiormente ad
alterarsi contra di lui; ed imputando a lui tutte le disgrazie succedute
in Oriente, uscì in questo medesimo anno in minaccie di scomunica, se
egli non dava compimento al voto di Terra santa. Dopo aver disposte le
cose di Puglia, passò poi Federigo in Sicilia, e tenuto in Messina un
general parlamento del regno, pubblicò ivi alcuni regolamenti pel buon
governo d'esso. Per far pruova i Genovesi di che metallo fossero le
belle promesse lor fatte nell'anno precedente[2820], spedirongli nel
presente per loro ambasciatori Oberto da Volta, Sorlaone Pevere e Uberto
da Novara. La ricompensa de' tanti servigii a lui prestati, fu, ch'egli
tolse loro e al conte alemanno lor vassallo il possesso e il governo di
Siracusa; li spogliò del palazzo di Margaritone, già grande ammiraglio,
donato ai medesimi tanti anni prima; e gli obbligò a pagare, al par
degli altri, tutti i diritti delle dogane per l'introduzione ed
estrazione di merci; dimodochè se ne tornarono a Genova, non so se
bestemmiando, certo non benedicendo la generosità di questo imperadore.
E di questo passo camminava Federigo, chiudendo gli occhi e le orecchie
a tutto, purchè ben assodasse la sua potenza in Sicilia, ed impinguasse
l'erario suo. Ch'egli in quest'anno venisse a Genova, lo scrisse bensì
il Sigonio[2821], ma non colla sua solita accuratezza. Il Continuator di
Caffaro parla della di lui venuta a Genova nell'anno 1212, e non già
d'un'altra nell'anno presente, in cui egli non si mosse dal regno. Erasi
ribellata la città di Ventimiglia ai Genovesi negli anni addietro. Con
potente oste procederono essi in questo anno contra di quel popolo, il
quale venne bensì all'ubbidienza, ma nel dì seguente si rivoltò. Fecero
i Genovesi delle mirabili fortificazioni intorno a quella città; e,
lasciatala da ogni intorno bloccata, ridussero a casa l'esercito. L'anno
fu questo, in cui, secondo Galvano dalla Fiamma[2822], cominciò la
discordia a spargere il suo veleno fra i nobili e popolari della città
di Milano. Nascevano tutte queste civili divisioni nelle città libere
d'Italia dall'ambizione, ossia dal soverchio desiderio degli onori.
Aveano i popolari la lor parte nel governo, nè sapeano sofferire che i
nobili ambissero i migliori uffizii, le ambascerie ed altri posti o più
onorevoli o più lucrosi. Quindi le doglianze, e infine si dava di piglio
all'armi. Non potendo resistere i nobili alla possanza degli avversarii,
convenne loro uscir della città colle lor famiglie. Ma non già ne usci
l'arcivescovo _Arrigo da Settala_, come scrive il suddetto Fiamma,
perchè noi l'abbiam veduto in questi tempi crocesignato in Damiata.
Per lo contrario il _cardinale Ugolino_ vescovo di Ostia, glorioso per
aver procurata pace dovunque arrivava, nel mese di settembre dell'anno
presente compose le differenze che passavano fra il popolo e la nobiltà
fuoruscita di Piacenza[2823], con fare rimettere in libertà i prigioni
popolari: con che i nobili se ne ritornarono in città. Belle erano sì
fatte concordie; ma che? se con gran difficoltà si stringevano, con
facilità mirabile si discioglievano. Aveva il cardinale posto in
Piacenza per podestà generale della città Ottone da Mandello Milanese.
Dovette parere al popolo ch'egli avesse della parzialità per li nobili;
e però nel mese d'ottobre elesse per suo podestà Guglielmo dell'Andito,
che è oggidì la famiglia dei marchesi Landi. Nel seguente novembre il
suddetto Ottone da Mandello in tempo di mezza notte coi nobili andò alla
casa di Guglielmo Landi per farlo prigione. Trasse a questo rumore il
popolo, ed, attaccata battaglia, fece prigione Ottone da Mandello con
tutta la sua famiglia. Furono presi anche cento nobili, ma poscia
rilasciati. Anche in Ferrara avvennero delle novità[2824]. _Azzo VII_
marchese d'Este e di Ancona, chiamato anche _Azzolino_ ed _Azzo
Novello_, giovinetto spiritoso e insieme prudente, dopo la morte del
marchese _Aldrovandino_ suo fratello, abitava spesse volte in Ferrara,
siccome capo della fazion guelfa, e possessor quivi di gran copia di
beni e di vassalli, uno de' quali era lo stesso _Salinguerra_, capo de'
Ghibellini. Duro pareva agli aderenti del marchese che Salinguerra co'
suoi godesse i migliori uffizii della repubblica. Però nel mese
d'agosto, prese l'armi, assalirono la parte di Salinguerra, e dopo aspro
combattimento la forzarono ad abbandonar la città; e in tal occasione fu
dato alle fiamme il palazzo del medesimo Salinguerra. Si dovettero
interporre saggi mediatori di pace, perchè da lì a pochi giorni i
fuorusciti ritornarono alle lor case. Secondo le Croniche di
Bologna[2825], nell'anno presente a dì 23 di luglio in luogo detto il
Corneglio seguì un fatto d'armi fra i Bolognesi ed Imolesi. Ai men
possenti, cioè agli ultimi, toccò la rotta, e circa mille e cinquecento
d'essi rimasero prigionieri. Ma nulla di questo ha il Sigonio, scrittore
informatissimo delle cose di Bologna. Scrive egli bensì[2826] che
gl'Imolesi irritati contra del castello d'Imola lo distrussero, e tutti
quegli abitatori accolsero nella città, come lor veri cittadini. Venne
in quest'anno a morte nella città di Bologna[2827] il glorioso servo di
Dio _san Domenico_, institutore dell'ordine dei predicatori, e al corpo
suo fu data sepoltura nella chiesa dei suoi religiosi già piantati in
quella città. Abbiamo da Girolamo Rossi[2828] che Ugolino di Giuliano
conte della Romagna, mentr'era podestà di Ravenna, tagliato fu a pezzi,
senza dire da chi. In suo luogo Federigo Augusto creò conte di quella
provincia Goffredo conte di Biandrate, con dargli il godimento di tutte
le gabelle e de' porti spettanti all'impero, mercè d'un diploma spedito
in Messina nel giugno di questo anno. Abbiamo di qui che Federigo, al
pari dei suoi predecessori, seguitava a signoreggiar nella Romagna; nè
apparisce che il papa ne facesse doglianza. Diede ancora esso imperadore
l'investitura degli Stati aviti ad _Azzo VII_ marchese d'Este[2829], con
diploma spedito in Brindisi nel marzo del corrente anno.