[2790] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Bernardus Thesaurar.,
tom. 7 Rer. Ital. Monachus Patavinus, et alii.
[2791] Godefridus Monachus, in Chron.
[2792] Abbas Urspergens., in Chron.
[2793] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2794] Jacobus de Vitriaco, Hist. Orient.
[2795] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2796] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2797] Sigonius, de Regno Ital., lib. 16.
[2798] Benvenut. de S. Giorgio, Stor. del Monferr., tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXX. Indizione VIII.
ONORIO III papa 5.
FEDERIGO II imperadore 1.
Con lettere efficacissime andava più che mai _papa Onorio_ spronando il
_re Federigo_ alla spedizione di Terra santa, e al compimento del voto
suo[2799]; e Federigo, che sapeva, quantunque giovane, tutta la
quintessenza dell'astuzia, ne scriveva delle altre al papa le più
rispettose, le più affettuose che mai si potessero immaginare, adducendo
scuse e promettendo gran cose. Scrisse ancora lettere adulatorie al
senato e popolo romano, coll'avvertenza di esortarli alla ubbidienza
dovuta al sommo pontefice, al quale già notammo che avevano recato dei
disgusti, e data occasione di ritirarsi fuor di Roma. Il ritardo di
Federigo in Germania, a cui per altro un'ora parea mille anni di venire
in Italia a ricevere la sospirata corona imperiale, proveniva dai
maneggi ch'egli andava facendo per l'elezione del _re Arrigo_ suo
figliuolo in re de' Romani e di Germania. E li faceva senza farne
consapevole il papa, e senza ricercarne il di lui consenso, con aver poi
con varie mendicate ragioni scusato il suo procedere. Seguì in fatti
l'elezione suddetta, e Federigo fece credere al pontefice d'averne
sospesa l'esecuzione, finchè questa venisse approvata dalla santa Sede.
Sbrigato da così importante affare mosse Federigo di Germania, e con un
fiorito esercito giunse a Verona, da dove nel dì 15 settembre spedì
nuove lettere al papa. Se vogliam prestar fede a Galvano Fiamma[2800],
fece istanza ai Milanesi per la corona di ferro. Essi gliela negarono.
Più probabile è che, conoscendo il lor animo, risparmiasse a sè stesso
un tale affronto. Essendo egli in San Leone vicino a Mantova
_quintodecimo kalendas octobris_, diede un diploma in favore di _Azzo
VII marchese d'Este_, comandando al popolo di Padova di non inquietare
il marchese nel pacifico possesso e dominio d'Este, Calaone, Montagnana,
e degli altri antichi Stati della casa d'Este[2801]. Passato dipoi per
Modena e Bologna, di là nel dì 3 d'ottobre scrisse altre lettere al
medesimo papa, tutte infiorate delle solite proteste dell'ingrandimento
temporale della Chiesa romana, della filiale ubbidienza, e di altre
tenerezze, che poco costano alla penna. Il pontefice, a cui forte
premeva oltre all'altre cose solite promettersi dai novelli Augusti, che
il regno di Sicilia e di Puglia, se si conferiva la corona dell'impero a
chi ne era padrone, non venisse ad incorporarsi nello stesso imperio con
danno esorbitante della Chiesa romana; ed inoltre sommamente desiderava
che il nuovo imperadore impiegasse le forze sue in soccorso della
cristianità in Egitto, o in Soria, volle prima assicurarsi di questi due
punti. Federigo non vi fece difficoltà veruna. Però, continuato il
viaggo, felicemente giunse a Roma, dove nel dì 22 di novembre fu
solennemente coronato imperadore insieme con _Costanza_ sua moglie nella
basilica di san Pietro per mano di papa Onorio, con gran concorso e pace
del popolo romano. Nello stesso giorno il nuovo imperador Federigo[2802]
pubblicò nel Vaticano un famoso editto contro gli eretici manichei ossia
patarini, che allora quasi per tutte le città di Italia, o pubblicamente
o segretamente viveano, e similmente in favore della libertà degli
ecclesiastici. Fece dono di qualche Stato alla Chiesa romana, e le
restituì i beni della contessa Matilda. Alberico monaco[2803] vi
aggiugne una particolarità: cioè ch'egli _papam per manum validam Romani
introduxit, jam ab ea per septem menses exclusum, et Romanos eidem
reconciliavit_. Per conto dell'impresa di Terra santa, di nuovo prese la
croce dalle mani di _Ugolino cardinale_ vescovo d'Ostia, con obbligarsi
di spedire nel prossimo venturo marzo un gagliardo soccorso ai
crocesignati, e di passar fra pochi mesi anche egli in Palestina,
allegando di non poter farlo allora, perchè avea dei ribelli in Puglia,
e i Saraceni in Sicilia da domar prima. Nel dì 26 di novembre si trovava
Federigo tuttavia presso Roma, dove confermò i privilegii ad _Arrigo
vescovo_ di Bologna, ciò apparendo dal diploma rapportato dal
Ghirardacci[2804]. Passò dipoi a San Germano, magnificamente accolto ivi
da Pietro abbate di Monte Casino[2805]. _Mensam Campsorum, et jus
sanguinis, quod usque tunc habuerat concessione imperatoris Henrici
ecclesia casinensis, recipit ab eodem_. Crede il padre abbate
Gattola[2806] che Federigo confermasse questi due diritti all'insigne
monistero casinense. Voglia Dio che Riccardo non dica il contrario: cioè
che il primo regalo fatto da Federigo II ai Casinensi non fosse quello
di levar loro quel gius. Così seguita a scrivere Riccardo, che esso
Augusto tolse ed uni al dominio regale Suessa, Teano e la Rocca di
Dragone, che godeva il conte Ruggieri dall'Aquila. Poscia s'incamminò a
Capoa, dove in un gran parlamento pubblicò le assise, cioè venti
costituzioni pel buono stato e governo del regno, e formò la _corte
capuana_.
Abbiamo dai Continuatori di Caffaro[2807] che, saputasi dai Genovesi
l'arrivo in Italia di Federigo, gli spedirono Rambertino dei Bonarelli
da Bologna lor podestà, con molti nobili, sperando di riportarne molti
vantaggi, per le larghe promesse lor fatte con varie lettere da esso
principe. Il trovarono fuor di Modena, il seguitarono fino a Castel San
Pietro, dove, sfoderati i lor privilegii, il supplicarono per la
conferma d'essi. Appena volle egli confermar una parte di quello che
apparteneva all'imperio, scusandosi di nulla poter concedere intorno al
regno di Sicilia, se non dappoichè fosse giunto colà, e promettendo,
secondo il suo solito, di voler far molto: il che come fosse ben
eseguito lo vedremo in breve. Voleva che i Genovesi l'accompagnassero
alla coronazion romana; ma se ne sottrassero questi con allegare di non
poter farlo senza licenza del consiglio di Genova, e di non aver mai
usato il loro popolo d'inviare a quella funzione. Così, ottenuto il
congedo, malcontenti se ne tornarono a casa. Per la guerra che durava
fra i Reggiani e Mantovani, in quest'anno[2808] i primi, avendo in aiuto
i Parmigiani e Cremonesi, andarono all'assedio del castello di Gonzaga,
tenuto dai Mantovani. In vigor della lega contratta coi Mantovani, in
soccorso d'essi volarono i Modenesi. Portò la buona sorte che
l'arcivescovo di Maddeburgo, legato dell'Augusto Federigo, arrivò a
Modena, dove, chiamati con plenipotenza i deputati di amendue le città,
facendo valere la sua autorità, stabilì pace fra loro. Abbiamo parimente
dall'antica Cronica di Reggio[2809] che in quest'anno nel dì 16 di
giugno uniti insieme i Mantovani, Veronesi, Ferraresi e Modenesi,
presero il castello del Bondeno, probabilmente ai Reggiani, il distretto
de' quali una volta si stendeva fino colà. Circa questi tempi[2810] il
popolo di Trivigi diede il guasto alle diocesi di Ceneda, Feltre e
Belluno, ed uccise i vescovi delle due ultime città. Per l'atrocità di
questi fatti il pontefice Onorio fulminò le censure contra di loro, e li
minacciò di peggio, se nel termine di un mese non riparavano i danni e
restituivano l'ingiustamente occupato. Erano que' vescovi padroni delle
loro città. A tali notizie una altra ne aggiugne Rolandino[2811] storico
padovano: cioè che i Veneziani per timore che i Trivisani si unissero
co' Padovani, co' quali seguitava tuttavia la nimicizia, nata nella
congiuntura del giuoco di Triviso, fecero lega con essi Trivisani. Ciò
saputosi da _Bertoldo patriarca_ d'Aquileia (giacchè anch'egli si
sentiva maltrattato da essi Trivisani), per avere un buon appoggio, in
quest'anno elesse di farsi cittadino di Padova, e di giurare di far
quello che facessero i Padovani: al qual fine mandò a fabbricare a sue
spese alcuni bei palagi in Padova. Servì l'esempio suo, perchè i vescovi
di Feltre e di Belluno prendessero anch'essi la cittadinanza di Padova.
Infatti, avendo il popolo di Trivigi in quest'anno portata la guerra ad
alcune terre del patriarca, i Padovani, usciti in campagna coll'esercito
loro, si portarono sotto Castelfranco terra di Trivigi: e questo sol
movimento bastò a far tornare i Trivisani di galoppo a casa. Andò in
quest'anno il popolo di Piacenza[2812] oltre al fiume Trebbia, e bruciò
Campo Maldo di sotto, che era de' nobili fuorusciti. S'attrupparono, a
tal avviso, i nobili, e raggiunti i popolari vicino alla Trebbia, li
misero in isconfitta. Molti se ne affogarono nel fiume; circa seicento
fanti rimasti prigioni, furono condotti, parte nelle carceri di
Fiorenzuola, parte in quelle di Castello Arquato.