[2777] Albert. Stadens., in Chron.
[2778] Godefridus Monachus, in Chron.
[2779] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.
[2780] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2781] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2782] Chronic. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2783] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2784] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2785] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2786] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 252.
[2787] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2788] Annales Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[2789] Sigon., de Regno Ital., lib. 16.
Anno di CRISTO MCCXIX. Indizione VII.
ONORIO III papa 4.
Vacante l'imperio.
L'assedio di Damiata, fortissima ed importante città nell'Egitto,
terminato fu in quest'anno dopo immense fatiche col costo d'infinito
sangue di popolo battezzato, dall'esercito de' crociati, colla presa di
quella città in faccia all'innumerabil esercito di Corradino sultano de'
Saraceni nel dì cinque di novembre[2790]. Riempiè questa nuova d'immenso
gaudio tutta la cristianità, e un tal acquisto produsse un incredibil
tesoro e bottino a tutta quell'armata di cristiani. Racconta Godifredo
monaco[2791] una particolarità confermata dall'Urspergense[2792], cioè
che il sultano, per non perdere così cara città, aveva esibito ai
cristiani di restituir loro il legno della vera croce, tutti i
prigionieri, e di somministrar le spese per rimettere in piedi le mura
da lui smantellate di Gerusalemme. _Insuper regnum hierosolymitanum
totaliter restitueret, praeter Craccum, et Montem regalem, pro quibus
retinendis tributum obtulit, quamdiu tregua duraret_. Ma il legato
pontificio, i templari, ed altri rigettarono sì bella esibizione,
spacciandola per una illusione e furberia del sultano; e sostenendo che
quelle due sole fortezze erano bastanti ad inquietare continuamente
Gerusalemme. Insomma stabilirono di voler prima conquistar Damiata, e
poscia far trattato col sultano. Damiata fu presa, e niun trattato si
fece dipoi. Non lasciava intanto papa _Onorio_[2793] di sollecitare il
_re Federigo II_ ad eseguire il voto della croce da lui presa, per
portare soccorso ai cristiani militanti in Egitto. Ed egli colle più
belle lettere del mondo rispondeva di essere tutto acceso di voglia
d'impiegar colà le sue forze in pro della cristianità, e il buon papa se
lo credeva. La vera intenzione di Federigo, siccome col tempo si venne a
conoscere era di cavar dalle mani del romano pontefice la corona
dell'imperio: al che appunto egli arrivò nell'anno seguente, per quanto
si vedrà. Nè voglio tacere che, per testimonianza di Jacopo da
Vitry[2794], cardinale e scrittore contemporaneo, il mirabil servo di
Dio san Francesco d'Assisi fu all'assedio di Damiata, ed ebbe coraggio
di passare all'udienza del sultano, che, deposta la sua fierezza,
l'ascoltò predicare della fede di Cristo. Ma veggendo il santo che niun
frutto faceano le prediche sue con quegl'indurati Maomettani, se ne
tornò in Italia. Crebbe in quest'anno la rottura fra i nobili e il
popolo di Piacenza[2795], di maniera che toccò ai primi di uscire dalla
città con tutte le loro famiglie. Ritiraronsi essi a Podenzano, dove,
creato il loro podestà, cominciarono ad impedire che i contadini del
distretto non andassero al mercato di Piacenza.
Fecero pace in quest'anno i Bolognesi[2796] col popolo di Pistoia. È da
vedere il Sigonio[2797] che minutamente descrive gli atti di queste due
città in occasione di questa pace. Durando ancora le nemicizie de'
Faentini contra degl'Imolesi, i primi, assistiti dal popolo di Bologna,
ostilmente procederono contro Imola. Mentre davano il guasto al paese,
sopravvennero _Jacopo vescovo_ di Torino e _Guglielmo marchese_ di
Monferrato, che andavano ambasciatori del re Federigo a Roma. Questi
intimarono al podestà di Bologna di non molestar il popolo d'Imola, e di
restituire il maltolto. Mostrò il podestà di non credere ch'essi fossero
ministri di Federigo, al quale per altro tutto il popolo bolognese
professava riverenza. Andò nelle smanie il vescovo, e, dopo aver messa
Bologna al bando dell'imperio, in fretta se ne andò con Dio. Furono poi
rimesse quelle differenze degl'Imolesi e Faentini nel medesimo podestà
di Bologna. Nell'anno seguente capitato ad essa città di Bologna Anselmo
da Spira legato di Federigo, avendolo i Bolognesi unto con unguento di
mirabil efficacia, furono da lui assoluti. Era il marchese di Monferrato
non solamente per vincolo di parentela, ma per affetto e per comunione
d'interessi, attaccatissimo al re Federigo. Ed appunto racconta
Benvenuto da San Giorgio[2798] che in quest'anno egli ottenne da esso re
quattro castella situate sulle rive del Po, con diploma, che vien
rapportato dal medesimo storico, dato _apud Spiram anno MCCXIX, nono
kalendas martii, Indictione VII_. Ma forse circa questi tempi una fiera
scossa patì l'insigne casa dei marchesi di Monferrato, perchè _Demetrio_
fratello del suddetto Guglielmo marchese, re di Tessalonica, ossia di
Salonichi, e della Tessalia, fu dal greco _Teodoro Lascari_ spogliato di
quel regno, e gli convenne tornare in Italia, e ricoverarsi nell'avito
suo paese. Fra esso marchese Guglielmo e Andrea Delfino conte di Vienna
e di Grenoble passarono delle controversie a cagione del castello e
borgo di Brianzone. Furono queste nell'anno presente composte con aver
data il marchese _Beatrice_ sua figliuola in moglie al Delfino, ed
assegnatagli in dote quella terra. Da ciò si può arguire quanto
ampiamente si stendesse allora il dominio de' marchesi di Monferrato,
da' quali si diramarono senza fallo i marchesi di Saluzzo.