[2595] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Villharduinus. Godefridus
Monach. Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2596] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2597] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2598] Godefridus Monachus, in Chron.
[2599] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2600] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2601] Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCCIV. Indizione VII.
INNOCENZO III papa 7.
Vacante l'imperio.
Gran mutazione di cose succedette in Costantinopoli nell'anno presente.
Non sapeano i Greci mirar di buon occhio il nuovo loro imperador
_Alessio_[2602], perchè s'era servito de' Latini a salire sul soglio con
tanto loro obbrobrio e danno. Insorse ancora lite fra esso Alessio e i
Latini a cagion delle paghe promesse ai medesimi, il compimento delle
quali si andava troppo differendo. Perciò la nobiltà greca elesse
imperadore un certo _Costantino_, e il popolo ne elesse un altro, cioè
_Alessio_ soprannominato Murzulfo; nè solamente l'elesse, ma il fece
anche coronare Augusto. Questo crudele mise tosto le mani addosso al
giovane Alessio Augusto; e cacciatolo in prigione, o col veleno, o in
altra guisa il levò dal mondo. Poco stette a tenergli dietro _Isacco
Angelo_ suo padre, vinto dal dolore, oppure aiutato da altri ad uscire
di questi guai. Questi avvenimenti funesti quei furono che fecero
prendere allora, se pur non vi pensavano prima, una risoluzione
all'armata latina d'impadronirsi di Costantinopoli, e di piantarvi il
loro dominio. Il Continuatore di Caffaro[2603] vorrebbe farci credere
che finto fu il disegno di que' principi cristiani di passare in Terra
santa; e il vero essere stato fin sul principio quello di sottomettere
al loro comando l'imperio de' Greci. Assalirono dunque con battaglia di
terra e di mare quella regal città. Murzulfo dopo qualche difesa,
considerando la bravura altrui e il pericolo proprio, si ritirò in salvo
fuori della città; laonde in fine i cittadini capitolarono la resa nel
mese di marzo, la quale non si sa intendere perchè fosse seguitata dal
sacco di quell'augusta città, per cui tutti i soldati arricchirono, e da
altri eccessi e disordini, di cui è capace in tali congiunture la
sfrenata licenza della gente di guerra. Quetati i rumori, fu proposto
nel consiglio di que' vittoriosi principi di eleggere un imperador
latino, e il più degno fu creduto Baldovino conte di Fiandra. Poscia,
secondo i patti, fu fatta la division dell'imperio. Ai _Veneziani_ toccò
la quarta parte, consistente in varie provincie, isole e città,
specificate tutte ne' documenti aggiunti alla Cronica di Andrea
Dandolo[2604], e inoltre la facoltà di eleggere il patriarca latino di
Costantinopoli. Questo onore toccò per quella volta a _Tommaso
Morosino_. A _Bonifazio marchese_ di Monferrato in sua parte fu
confermato il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, coll'isola di
Candia. Agli altri signori furono concedute in feudo altre provincie e
terre. Prima di questi sì strepitosi avvenimenti il pontefice _Innocenzo
III_, o prevedendo, o sapendo cosa andassero macchinando i principi
crociati, avea con varie lettere e minaccie cercato di rimuoverli dal
danneggiare l'imperio greco, perchè di cristiani. Mostrossi anche in
collera per tale conquista; ma da saggio se la lasciò passare ben tosto,
perchè sotto di lui era accaduto un sì gran cambiamento di cose,
vantaggioso non poco alla santa Sede e alla Chiesa latina, con cui,
volere o non volere, non tardarono ad accordarsi i Greci, da che Dio
avea cotanto umiliato la loro superbia.
In quest'anno _Gualtieri conte_ di Brenna, collegato con Jacopo conte di
Tricarico e con Ruggieri conte di Chieti, prese Terracina. Assediato poi
dal conte Diopoldo e dai Salernitani, e ferito da una saetta, restò
privo d'un occhio; ma al soccorso di lui si affrettarono i due conti
suddetti, e il liberarono. Tutto ciò abbiamo da Riccardo da San
Germano[2605], il quale aggiugne che il soprascritto Diopoldo fu
ignominiosamente coi suoi cacciato di Salerno. Profittando i Pisani
delle discordie che bollivano in Sicilia, trovarono maniera
d'impossessarsi della città di Siracusa, con obbligare a ritirarsi molti
di que' cittadini, e fin lo stesso vescovo e i di lui fratelli[2606].
Ciò udito da' Genovesi, tra per l'odio antico contra de' Pisani, e
perchè da _Arrigo VI_ Augusto era stata loro assegnata in dominio quella
città, vennero in parere di levarla ai Pisani. Unitesi dunque varie loro
navi ed armatori nell'isola di Candia, si portarono a Malta, e tirarono
con esso loro in lega _Arrigo conte_ di quell'isola, valoroso signore,
che in persona con varie galee e colla sua gente accorse alla meditata
impresa. Nel dì 6 d'agosto arrivarono sotto Siracusa, e cominciarono le
offese contra dei difensori, e dopo sette giorni a forza d'armi
v'entrarono, con tagliare a pezzi assaissimi Pisani, e rimettere in casa
il vescovo co' suoi fratelli. Ritennero per sè quella città, e il
lasciarono un governatore che la reggesse a nome della repubblica di
Genova, se pur non gliela diedero in feudo. Ma in Genova una fiera
tempesta di mare affondò varie loro navi mercantili, con gravissimo
danno di merci e danari. Vi fu anche una sedizione d'alcuni cittadini
contro del podestà, che, colla mediazione di persone religiose e d'altri
savii, si sopì ben presto. Anche in Piacenza la divisione entrò fra gli
ecclesiastici e laici di quella città[2607], e toccò ai primi, siccome
inferiori di forze, col loro vescovo _Grimerio_ di abbandonare la città;
e tuttochè papa Innocenzo fulminasse le censure contro gli autori di
tali eccessi, per tre anni e mezzo stettero quegli ecclesiastici esclusi
dalla città. Era stato in addietro lo studio delle città libere quello
di sottomettere al loro imperio i castellani e nobili che godeano feudi
indipendenti dalle città, con ampliare il loro distretto per quanto
poterono. Si rivolsero poi contra de' vescovi, abbati ed altri
ecclesiastici, parendo loro che possedessero troppe giurisdizioni e beni
in pregiudizio del comune: e, senza rispettare i sacri canoni, gli
andarono spogliando di molte terre e di varii diritti, e mettendo
talvolta anche delle taglie sopra i loro stabili. Ciò che fece Piacenza,
si truova in altri anni praticato da altre città; perciocchè l'esempio è
un efficace maestro del mal fare. La nuova della presa di Costantinopoli
sparsa per Italia cagione fu che circa mille Cremonesi[2608] presero il
viaggio verso colà, sulla speranza d'arricchire anch'essi alle spese de'
Greci. Erano già vicini i Bolognesi e i Modenesi a romperla[2609]; e
bisogna ben credere che il popolo di Modena si sentisse debole di polso;
imperocchè sul principio di gennaio giunse a compromettere le differenze
che vertivano cogli avversarli, nello stesso podestà di Bologna, ch'era
Uberto Visconte. Ciò che doveva aspettarsene, avvenne. Nel dì 9 di
maggio proferì egli il laudo, che stendea i confini del Bolognese sino
alla Muzza, con patente ingiustizia. Se ne lagnarono forte i Modenesi;
ma, per non potere di più, chinarono la testa, e sofferirono i colpi
della contraria fortuna. Noi vedremo ritrattato lo stesso laudo da
_Federigo II_ Augusto all'anno 1226. Cercarono poi essi di rifarsi
contra de' capitani e castellani del Frignano, viventi in libertà in
quelle montagne che dai Liguri Friniati presero il nome: il che diede
motivo ai Parmigiani di accorrere col loro carroccio alla difesa di que'
popoli. Crema in quest'anno[2610] restò tutta consumata dal fuoco. Non
si era per anche ammogliato _Azzo VI_ marchese d'Este. L'anno fu questo,
in cui egli solennizzò le sue nozze con _Alisia_, figliuola di Rinaldo
principe d'Antiochia, che portò nella famiglia estense il nome di
Rinaldo, una ricca dote e un nobilissimo parentado. Imperciocchè una
sorella fu maritata[2611] in _Manuello Comneno_ imperador de' Greci, e
un'altra, per nome _Agnese_, divenne moglie di _Bela re_ d'Ungheria. Di
questo matrimonio, siccome ancora d'altri atti spettanti ad esso
marchese, ho io parlato nelle Antichità Estensi[2612].