[2586] Vita Innocent. III. P. I, tom. 3 Rer. Ital. Albericus Monachus.
Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Bernardus Thesaur., tom. 7 Rer.
Ital.
[2587] Vita Innocentii III, num. 83.
[2588] Villharduinus, Sicard., in Chron. Dandul., in Chron. Niceta, in
Chron. Abbas Urspergens., in Chron. Vita Innocentii III.
[2589] Innocentius III, lib, 5, Epist. 161.
[2590] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.
[2591] Annales Veteres Mutinens.
[2592] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2593] Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.
[2594] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCIII. Indizione VI.
INNOCENZO III papa 6.
Vacante l'imperio.
Strepitose furono le imprese fatte dai Latini in quest'anno, non già in
servigio di Terra santa, come richiedeva l'impegno da lor preso, ma in
favore del giovane _Alessio_, figliuolo del deposto imperadore _Isacco
Angelo_[2595]. Passò a Zara il predetto principe Alessio, dove fu con
onore accolto dal Dandolo doge di Venezia, e dal marchese di Monferrato;
e loro fatte varie promesse, qualora l'aiutassero a ricuperare il
perduto imperio, e con parte della flotta, essendo l'altra incamminata
innanzi, dirizzò le prore verso l'Epiro. La città di Durazzo il
ricevette come suo principe. Sbarcarono in Corfù, e quegl'isolani
promisero di suggettarsi a lui, dappoichè avesse conquistata la città di
Costantinopoli. Tale appunto in fine fu il disegno di que' principi per
favorire quel fuggiasco principe, mossi dalle raccomandazioni del re
Filippo di Germania, e dalla parentela del re di Francia, contratta coi
greci Augusti, mercè delle nozze di _Agnese_ figliuola di _Lodovico re_
con _Alessio Comneno_; ma più per isperanza di ricavar danari e viveri,
senza i quali non vedeano la maniera di arrivare in Soria o in Egitto,
secondo il primo loro concerto. Vero è che il papa Innocenzo, informato
delle mire d'essi, proibì loro per varie ragioni d'invadere gli Stati
del greco Augusto; ma essi, figurandosi forse ch'egli così scrivesse per
politica, e che internamente avrebbe caro il lor pensiero, seguitarono
il lor viaggio fino a Costantinopoli. Ciò che ivi operassero, s'io
volessi prendere a raccontarlo, mi dilungherei troppo dall'assunto mio.
In brevi parole dirò, che fatta la chiamata ad Alessio Angelo,
occupatore del trono imperiale, nè volendo egli cedere, ruppero i Latini
la catena del porto: con che liberamente in quel porto entrarono tutte
le lor navi. Per terra e per mare impiegarono sette giorni per espugnar
la città. Nell'ottavo uscì Alessio fuori con trenta mila cavalli e
infiniti pedoni, disposto a dar battaglia ai Latini; ma, veduta la lor
fermezza, fece vista di differire al dì seguente il fatto d'armi; ma,
venuta la notte, segretamente presa la fuga, si ritirò ad Andrinopoli.
Rinforzò allora l'esercito latino gli assalti, ed entrò per forza in
Costantinopoli, con molta strage de' Greci, e saccheggio dei loro averi.
Cavato dalle carceri il cieco Isacco Angelo, fu riposto sul trono; e
proclamato imperatore anche Alessio suo figliuolo, per cui la festa era
fatta, nel mese di luglio solennemente ricevette la corona nel gran
tempio di santa Sofia. Marciò poscia coll'esercito contra del fuggitivo
Alessio suo zio ad Andrinopoli; lo sconfisse, e l'obbligò a cercarsi un
più lontano ricovero. Non so io se prima o dopo quest'ultima azione
succedesse ciò che sono per dire. Ossia che i Greci per l'antico odio, o
per le fresche perdite, non sapendo soffrire i Latini, ne andassero di
quando in quando uccidendo, come scrive Sicardo, oppure, come altri ha
scritto, perchè una mano di Fiaminghi i Pisani volle dare il sacco alle
case e alle moschee de' Saraceni abitanti di Costantinopoli: diedesi
principio un dì ad una fiera mischia fra i Latini e Greci. Attaccato il
fuoco ad alcune case, perchè soffiava forte il vento, si dilatò
ampiamente per la città, e fece un orrido scempio d'innumerabili chiese,
palagi e case. Gran bottino riportarono ancora i Latini da questo fiero
accidente. Il resto lo accennerò all'anno seguente.
Sembra che nel presente anno per qualche disgusto ricevuto dai Romani,
non mai quieti, _papa Innocenzo_ uscisse di Roma, e si ritirasse a
Ferentino. _Nonis maji_, scrive Giovanni da Ceccano, _indignatione
Romanorum dominus papa venit Ferentinum_[2596]. Lettere sue quivi
scritte si leggono. Andò ad Anagni, dove, colto da una grave infermità,
diede motivo alla voce ch'egli fosse morto[2597]. Fu questo un colpo
mortale a _Gualtieri conte_ di Brenna, perchè su tali dicerie alcune
città se gli ribellarono, e fra le altre Matera, Brindisi ed Otranto.
Anche Baroli si sottrasse all'ubbidienza di Jacopo, cugino del papa, il
quale ricuperò poi le città di Andria e di Minerbio. Inviò papa
Innocenzo in Sicilia per suo legato _Gherardo cardinale_ di Santo
Adriano suo nipote, con isperanza di dar pace a quegli affari, dappoichè
Gualtieri gran cancelliere, e il Capperone, benchè nemici, si mostravano
dispostissimi a voler quel solo che piacesse ad esso papa. Non
corrisposero gli effetti alle parole. Il cardinale, dopo essere stato
alquanti giorni in Palermo, si ritirò a Messina, per quivi aspettar le
risoluzioni del pontefice zio. Prosperarono in quest'anno gli affari del
_re Ottone_ in Germania[2598] con singolar piacere del papa che il
proteggeva. Ma in Brescia si riaccese la pazza discordia[2599]. Dopo
avere per qualche tempo i nobili covato il lor odio contro la plebe, e
meditata vendetta per gli affronti e danni patiti in addietro, la
eseguirono nel gennaio dell'anno presente, dimenticando i giuramenti
della precedente pace. Tutti dunque in armi assalirono il basso popolo,
che fece quella resistenza che potè. Ne uccisero molti, e più ne
costrinsero a cercar colla fuga l'esilio. Racconta il Sigonio[2600]
sotto quest'anno un gran movimento de' Bolognesi, incitati dalla
ambizione, figliuola della potenza e grassezza, per islargare il lor
territorio, con danno dei Modenesi; ma senza poter trarre alla loro lega
i Cremonesi e Parmigiani collegati di Modena. Anzi, per evitare questa
guerra, spedirono i Parmigiani a Bologna Matteo da Correggio lor
podestà, e i Cremonesi i lor ambasciadori per pregare e consigliare il
popolo di Bologna che si degnasse di rimettere in loro la cognizion di
tali differenze. Rispose Guglielmo, podestà di Bologna, di non volere
compromettersi nè in loro, nè in persone religiose. Il male è vecchio.
Chi ha più forza, dee anche aver più ragione. Leggesi quest'atto nelle
mie Antichità Italiane[2601].