[2575] Vita Innocentii III, num. 32 et seq.
[2576] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2577] Sicard., in Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Italic.
[2578] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[2579] Gualvan. Flam., in Manip. Flor.
[2580] Annal. Piacentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2581] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veter.
Mutin., tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2582] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2583] Godefridus Monachus, in Chron.
[2584] Raynaldus, in Annalib. Eccles. ad hunc ann.
[2585] Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCCII. Indizione V.
INNOCENZO III papa 5.
Vacante l'imperio.
Furono in quest'anno rivolti gli occhi di tutti gl'Italiani alla
ragguardevol crociata che s'incamminava verso Oriente per liberar la
Terra santa. Erano già tre anni che in Francia e in Fiandra e in altri
paesi oltramontani si predicava questo riguardevol impiego della pietà
cristiana per que' sacri luoghi, e non poco calore diede a tale impresa
lo zelo di _papa Innocenzo_. Capo dell'esercito dei crociati era stato
scelto il _conte di Sciampagna_; ma, venuto questi a morte, fu proposto
il bastone del comando ad _Eude duca_ di Borgogna, e a _Tebaldo conte_
di Bar, che se ne scusarono. Grande era anche di là da' monti il credito
di _Bonifazio marchese_ di Monferrato, fratello di quel valoroso
marchese Corrado, che vedemmo principe di Tiro, e proclamato in fine re
di Gerusalemme[2586]. Concorsero que' principi nel desiderio d'averlo
per generale, ed avendo spedito messi in Italia a questo fine, il
trovarono prontissimo ad assumere così nobil peso. Andò egli in Francia,
prese la croce, e concertò con que' principi la maniera dell'esecuzione.
Sei deputati vennero in Italia, e, trovato più comodo il dar principio
al viaggio per Venezia, colà s'inviarono alcuni deputati per trattarne
con _Arrigo Dandolo_, insigne doge di quella repubblica. Infine tu
risoluto che i Veneziani somministrerebbono una flotta di tanti legni
che fosse capace di condurre quattro mila e cinquecento uomini a
cavallo, nove mila scudieri e venti mila fanti con viveri per nove mesi:
il tutto col pagamento di ottantacinque mila marche d'argento. Par
credibile che in più volte, e non in una sola, si avesse a far lo
trasporto per mare di tanta gente e cavalli. Ne fu scritto al pontefice
Innocenzo[2587], che lodò bensì questo pio movimento dei cristiani, ma
rispose che l'approverebbe con un patto ed obbligazione, cioè che non
fosse loro permesso di nuocere ai cristiani, se non in caso che
volessero frastornare il loro passaggio. Non piacque ai Veneziani questa
condizione, perchè già andavano meditando di valersi in lor pro di
questa spedizione. Comparvero dunque nell'anno presente a Venezia in
folla principi, vescovi e nobili di Francia, di Fiandra, di Borgogna e
d'altre contrade, e a migliaia i crociati, tutti vogliosi di far
prodezze in Oriente per la fede. Molti Italiani vi concorsero, e fra gli
altri _Sicardo vescovo_ di Cremona, il quale per conseguente nella sua
Storia, da me data alla luce, può parlar di quegli avvenimenti con
fondamento. Ma con tutte le pratiche fatte dal pontefice Innocenzo per
pacificar insieme i Genovesi e Pisani, affinchè poi secondassero colle
lor forze l'impresa meditata di Terra santa, nulla si potè ottener da
loro, prevalendo più in lor cuore l'odio particolare, che il bene
universale della cristianità. Fra questi apparati della guerra sacra
venne a frammischiarsi un altro affare di tal rilievo, che in breve lo
vedremo d'accessorio divenir principale. Ad _Isacco Angelo_ imperador
dei Greci aveva _Alessio_ suo fratello levato nell'anno 1495 gli occhi e
il trono, e tenuto fin qui in istretta prigione _Alessio_ suo nipote,
figliuolo del suddetto[2588]. Ebbe questo giovane principe la fortuna di
salvarsi; e, venuto a Roma, si presentò ai piedi di papa Innocenzo III,
implorando giustizia contro il tiranno suo zio. Se ne andò poscia in
Germania a trovar la _regina Irene_ moglie del _re Filippo_, sorella
sua. Filippo, veggendo già disposto il passaggio de' crociati in
Levante, caldamente raccomandò a Bonifazio marchese di Monferrato la
persona e gl'interessi di questo suo cognato.
Avevano intanto i Veneziani allestita la gran flotta promessa pel
trasporto del preparato esercito; ma a muoverla s'incontrarono varie
difficoltà, la maggior delle quali era, che mancava molto a compiere il
pagamento accordato dai principi crociati. Il ripiego che si trovò, fu
di obbligarsi i Franzesi e i Fiamminghi di dar mano ai Veneziani per
ricuperare la città di Zara, loro occupata negli anni addietro dal re
d'Ungheria. Fece dunque vela nel dì 8 di ottobre da Venezia l'armata
navale, in cui s'imbarcò lo stesso doge Dandolo, benchè vecchio, e
benchè quasi cieco; ed arrivò nel dì 10 di novembre a Zara. Cercarono
quegli abitanti di rendersi, ma per mala intelligenza fu presa quella
città e messa a sacco, con dividersi le ricche spoglie d'essa fra i
conquistatori. Ne furono poi atterrate tutte le mura e fortificazioni,
per levare ai cittadini la comodità di ribellarsi in avvenire. La troppo
avanzata stagione consigliò l'armata a passare il verno in quelle parti.
Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa prima impresa de'
crociati, perchè fatta contra di _Arrigo re_ d'Ungheria, il quale aveva
anche esso con Andrea suo fratello presa la croce, e perchè eseguita
contro la precedente proibizione del medesimo papa, al cui giudizio
s'erano rimessi gli Zaratini. Ne scrisse perciò delle gravi doglianze
all'esercito de' crocesignati[2589], trattandoli come scomunicati, e
loro comandando la restituzione di quella città. Ma Bonifazio marchese
di Monferrato giudicò meglio di non lasciar correre la lettera
pontificia, per timore che si sciogliesse in fumo tutta la spedizione.
Essendo morto in quest'anno, oppure nel precedente, Marquardo arbitro
della Sicilia, ed avendo prese le redini del governo Guglielmo
Capperone, siccome dicemmo, ad onta dal papa, si formò contra di lui una
fazione degli aderenti dello stesso Marquardo. Non lasciò Gualtieri gran
cancelliere, già vescovo di Troia, di pescare in questo torbido.
Maneggiossi egli colla corte di Roma, e, prestato giuramento di ubbidire
ai comandamenti del pontefice, impetrò l'assoluzione della scomunica.
Dopo di che passò in Sicilia, ed unissi cogli avversarii del Capperone,
mostrandosi tutto attaccato alla santa Sede, quantunque non potesse più
riavere le mitre perdute. Lo strepito della crociata fu cagione che in
quest'anno si osservasse tregua dal più delle città. Contuttociò i
Modenesi, non potendo digerire la vergogna della battaglia perduta nel
precedente anno coi Reggiani, nel presente, chiamati in aiuto i
Ferraresi e Veronesi coi lor carrocci (il che portava seco il maggior
nerbo della gente di quelle città), passarono ostilmente all'assedio di
Rubiera di là dal fiume Secchia; e coi mangani cominciarono a tormentar
quella terra, e dare il guasto al paese, senza che potessero i Reggiani
col soccorso dei Bolognesi impedir questi danni. Secondo le Croniche di
Bologna[2590], Rubiera fu presa. Dell'assedio bensì, ma non
dell'acquisto parlano gli Annali di Modena[2591]. E quei di Reggio[2592]
scrivono che non fecero danno alcuno a quel castello. Cerio è che
s'interposero Lupo marchese, podestà allora di Parma, e Guarizone ed
Aimerico, amendue podestà di Cremona, per condurre a pace questi popoli
sì animati l'un contra dell'altro. La pace fu conchiusa nella ghiara di
Secchia nel dì 6 d'agosto, e giurata da Manfredi Pico podestà di Modena,
e da Gherardo figliuolo di Rolandino bolognese, podestà di Reggio. Fu
divisa l'acqua di Secchia, e rilasciati i prigioni. Lo strumento si vede
da me dato alla luce[2593]. Abbiamo anche dalla Cronica Piacentina[2594]
che in questo anno i Cremonesi e Parmigiani andarono all'assedio di
Fiorenzuola, nobil terra de' Piacentini, senza sapersene l'esito.