[2563] Vita Innocentii III, num. 17, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2564] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2565] Vita Innocentii III, num. 33.
[2566] Vita Innocentii III, num. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2567] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2568] Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2569] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2570] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2571] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 233.
[2572] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2573] Sigon., de Regno Ital., lib. 15.
[2574] Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCCI. Indizione IV.
INNOCENZO III papa 4.
Vacante l'imperio.
Arrivò in questi tempi al sommo l'ambizione e prepotenza di _Gualtieri
vescovo _ di Troia, eletto arcivescovo di Palermo, e gran cancelliere
del regno di Sicilia[2575]. Oltre all'aver tirato in corte il perfido
Marquardo, cominciò a farla da re, dando e levando le contee a sua
voglia, creando nuovi uffiziali, vendendo o impegnando le dogane e
l'altre rendite regali, e soprattutto sparlando di papa _Innocenzo III_,
a cagione del conte di Brenna, da lui oltremodo odiato. Tanto ancora
operò, che il legato apostolico si levò di Sicilia. Non potè più
lungamente il pontefice sofferir questi eccessi, ridondanti in dispregio
della sacra sua persona, e del baliato a lui commesso nel regno di
Sicilia. Adunque lo scomunicò e privò d'amendue le chiese, e fece
ordinar altri vescovi in suo luogo. Di più non occorse perchè,
scoppiando l'odio d'ognuno contra di costui, egli restasse abbandonato
da tutti; laonde si vide in necessità di fuggirsene dalla corte. Venuto
poi in Puglia, ed unitosi col conte Diopoldo, attese da lì innanzi a far
quanto di male poteva al sommo pontefice. E, quantunque trattasse dipoi
di riconciliarsi con _Pietro vescovo_ di Porto, legato del papa in
Puglia, pure, ostinato in non voler promettere di non opporsi al conte
di Brenna, meglio amò di persistere nella sua contumacia, che di
ottenere il perdono offertogli. Intanto Marquardo divenne onnipotente in
Sicilia. Aveva in suo potere il _re Federigo_ col palazzo, e già pendeva
da' suoi voleri tutta la Sicilia, a riserva di Messina e di qualche
altro luogo. Opinione corse che costui avrebbe usurpata la corona, se
non l'avesse ritenuto il timore del conte di Brenna, a cui, dopo la
morte di Federigo, perveniva quel regno. Ma non andò molto che colei, la
quale scompiglia tanti disegni de' mortali, pose fine anche ai suoi. Era
egli tormentato da asprissimi dolori di pietra, ed avendo voluto farsi
tagliare (giacchè ancora in que' tempi erano in uso i tagliatori di
pietra), così sinistramente andò l'operazione, che nell'atto stesso egli
spirò l'anima. Fecesi allora avanti Guglielmo Capperone, di nascita
anch'egli Tedesco, ed, occupato il palazzo reale colla persona del re
Federigo, sotto il titolo di capitan generale del regno si arrogò tale
autorità, che superò quella dello stesso Marquardo. Riccardo da San
Germano[2576] rapporta all'anno seguente la morte d'esso Marquardo, e
forse convien differirla sino a quel tempo. Vivente ancora costui, il
conte di Brenna riportò un'altra vittoria in Puglia. Quivi egli
trovavasi presso al famoso luogo di Canne, e con poche squadre di
combattenti, quando comparve a fronte di lui il conte Diopoldo con un
esercito superiore di lunga mano al suo. Al vedersi così alle strette, e
tanto più perchè il legato apostolico provvide alla sua sicurezza con
una pronta ritirata, restò pieno d'affanno. Tuttavia, rivolgendo le sue
speranze a Dio, invocato ad alta voce il nome di san Pietro, procedette
alla battaglia, che fu ben dura. Ma infine i pochi rimasero superiori ai
molti. Fece il conte alcuni riguardevoli prigioni; e dopo questi felici
avvenimenti papa Innocenzo III pensava a spedirlo in Sicilia, colla
speranza ch'egli avesse da liberare quel regno, e la corte da chi
l'opprimeva. In quest'anno ancora i Cremonesi[2577] riportarono
un'insigne vittoria. Per sostenere il partito de' nobili cacciati da
Brescia, uscirono armati in campo contro la plebe bresciana; e seguì un
fiero conflitto fra loro nelle vicinanze di Calcinato, in cui restò
sconfitto l'esercito dei Bresciani. Il loro carroccio preso
trionfalmente fu condotto a Cremona. Jacopo Malvezzi racconta[2578] che
intervennero a questo fatto d'armi i Bergamaschi e Mantovani in favor di
Cremona; che i Veronesi, chiamati in aiuto del popolo di Brescia,
erano in viaggio colle lor forze, ma non giunsero a tempo. Aggiugne che
la battaglia si diede nel dì 9 d'agosto, e vi fu grande strage dall'una
e dall'altra parte; ma tace la perdita del campo e del carroccio,
asserita dal vescovo Sicardo allora vivente. Servirono poi questi
malanni a produrre un bene; perciocchè, interpostisi gli ambasciatori
spediti da Bologna, nel mese di novembre fu ristabilita la pace fra i
Cremonesi, Bergamaschi, Comaschi e Bresciani, per cui tornò in Brescia
la nobiltà dianzi bandita, ma con serbare in suo cuore un odio
implacabile verso la plebe.
Anche nell'anno presente con gagliardo esercito entrarono i Milanesi in
Lomellina de' Pavesi, e vi diedero il guasto. Assediarono poscia
l'importante castello di Vigevano, tentato già due altre volte indarno,
e nel dì 4 di giugno se ne impadronirono, con farvi prigioni mille e
dugento Pavesi. Il nome di Vigevano è scorretto nel testo di Sicardo e
d'altri autori. Se crediamo a Galvano Fiamma[2579], _ipso armo de mense
angusti Papienses in manibus Philippi archiepiscopi juraverunt perpetuo
obedire mandatis civitatis Mediolani_. S'egli vuol dire che seguì pace
fra loro, si può credere; ma non già che i Pavesi per allora si
riducessero a giurare ubbidienza e suggezione alla città di Milano.
Prima nondimeno della perdita di Vigevano ebbero un'altra scossa i
Pavesi, raccontata nella Cronica Piacentina[2580]: cioè presso al
castello di Nigrino si azzuffò l'esercito loro con quello dei Piacentini
e Milanesi, e restò rotto, con lasciar prigionieri de' vincitori quattro
cavalieri e trecento trentadue fanti. Disfecero poscia i Piacentini la
torre di Santo Andrea, e ridussero in ottimo stato le fosse della loro
città. A cagion dell'acque del fiume Secchia, che corre fra i Modenesi e
i Reggiani, a parte delle quali volevano essere i Reggiani, quando i
Modenesi pretendeano d'averne una piena padronanza, erano state negli
anni addietro varie liti e rumori fra questi due popoli. Nell'anno
presente si diede mano all'armi daddovero. Venuti i Reggiani
coll'esercito loro fin verso Formigine di qua da Secchia, attaccarono
battaglia co' Modenesi, e li misero in rotta[2581], inseguendo i
fuggitivi sino al Prato della Tenzone, creduto da me quello in cui,
secondo i costumi delle città d'Italia d'allora, s'esercitavano
nell'armi specialmente i giovani ne' giorni di festa. Vi restarono
prigionieri più di cento cavalieri col podestà di Modena, che era allora
Alberto da Lendenara, nobile veronese. In queste guerre de' Lombardi è
da notare che d'ordinario non si perdeva la memoria dell'umanità. Si
dava quartiere a tutti, mettendo i popoli la loro gloria non già
nell'uccidere, ma nel prendere il più che poteano de' loro nemici.
Nell'anno presente conculcati i Faentini dal popolo di Forlì,
implorarono l'aiuto de' Bolognesi, i quali con possente esercito e col
carroccio andarono a campo a Forlì. Scrive il Sigonio[2582] che diedero
una rotta ai Forlivesi. Di ciò non parlano le storie bolognesi da me
date alla luce. Nè si dee tacere che, quantunque gli affari del re
_Ottone IV_ fossero in poco buona positura in Germania, e superiori
senza paragone fossero le forze del re _Filippo_, pure papa Innocenzo
nell'anno presente[2583], con ispedire a Colonia _Guido cardinale_
vescovo di Palestrina, solennemente confermò l'elezione di esso re
Ottone, e fulminò le scomuniche contra del re Filippo: il che fu
occasione a molti di sparlare d'esso pontefice. Le di lui ragioni e
giustificazioni si leggono negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[2584].
Fece sul fine di quest'anno lega il comune di Modena con quello di
Mantova, siccome costa dallo strumento da me dato alla luce[2585].