[2550] Innocentius III, lib. I, Epist. 557 et seq.
[2551] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Richardus de S. Germano.
[2552] Innocentius III, lib. 2, Epist. 221.
[2553] Raynaldus, in Annal. Eccl. ad hunc annum.
[2554] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2555] Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2556] Chron. Brixianum, tom. 14 Rer. Ital.
[2557] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2558] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2559] Gualvan. Flamm., in Manip. Flor., cap. 235.
[2560] Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2561] Innocent. III, lib. 2, Epist. 39.
[2562] Otto de S. Blasio, in Chron.
Anno di CRISTO MCC. Indizione III.
INNOCENZO III papa 3.
Vacante l'imperio.
Dopo aver prese varie terre e città in Sicilia, Marquardo coll'esercito
suo si portò all'assedio di Palermo, dove trovò difensori ben animati
alla difesa. Intanto papa _Innocenzo III_ avea spedito Jacopo suo cugino
per maresciallo, e il cardinale di San Lorenzo in Lucina con dugento
cavalli verso la Sicilia. Di un sì smilzo aiuto parla il testo della
Vita di papa Innocenzo[2563], qui forse difettoso. Che altre forze
inviasse colà il papa, si può argomentare da quanto avvenne dipoi. Lo
stesso Innocenzo, scrivendo al re Federigo, in una lettera rapportata in
essa Vita, dice di aver inviato Jacopo suo cugino _cum exercitu nostro_
in favore di lui. Riccardo da San Germano anch'egli narra che il papa
spedì in aiuto del pupillo Federigo re di Sicilia il suddetto Jacopo
_cum militari exercitu_[2564]. Dugento cavalli non formano un esercito.
Arrivò felicemente quest'armata a Messina, e quivi, inteso il tentativo
di Marquardo sopra Palermo, dopo aver fatta massa di quanti soldati
erano in favore di Federigo, si mise in marcia alla volta dell'assediata
città. Giunta che fu colà, non si dimenticò l'astuto Marquardo di far
pruova se potea addormentarli con far proposizioni di pace; e si fu
sull'orlo di conchiuderla. Ma, osservato che il papa onninamente vietava
il venire ad accordo alcuno con chi s'era già fatto sì palesemente
conoscere mancator di parola, fu presa la risoluzion di deciderla colle
spade. Nella pianura adunque posta fra Palermo e Monreale si venne nel
mese di luglio ad una sanguinosa battaglia, in cui interamente restò
disfatto l'esercito di Marquardo, colla strage di moltissimi dei suoi, e
colla perdita dell'equipaggio, in cui fu ritrovato il testamento
dell'imperadore _Arrigo VI_. Uscito ancora di città il conte Gentile
colla guarnigione, diede addosso a cinquecento Pisani, che con una gran
moltitudine di Saraceni custodivano varii siti in quelle montagne, e ne
fece un fiero macello. Per questa vittoria poi papa Innocenzo,
riconoscendola spezialmente da Jacopo suo cugino e maresciallo, che
mercè della sua buona condotta e valore corrispose in quel dì
all'espettazion d'esso papa, procurò che in ricompensa gli fosse
conceduta dal re Federigo e dal suo consiglio la contea d'Andria. Questa
vittoria avrebbe dovuto tirarsi dietro dei considerabili vantaggi per la
quiete della Sicilia: pure ad altro non servì che a liberar per allora
Palermo dagli artigli di Marquardo. Mancando i danari per pagare
l'esercito, fu questi obbligato a ripassare il mare: il che servì a far
tornare in auge l'abbattuto Marquardo, che si rinvigorì di forze, e
colle minacce e coi maneggi tornò a cercare di mettere il piede nella
corte di Palermo[2565]. E gli venne fatto. _Gualtieri vescovo_ di Troia,
allora gran cancelliere del regno, uomo di sfrenata ambizione, essendo
morto l'arcivescovo di Palermo, ebbe maniera di farsi eleggere suo
successore, ma senza poter ottenerne l'approvazione del papa, il quale
ben conosceva di che tempra fosse questo arnese. Costui non solamente
alzò sopra gli affari _Gentile conte_ di Monopello suo fratello, ma si
diede anche a trattar di concordia con Marquardo, tanto che l'introdusse
in corte, con dividersi poi amendue fra loro il governo del regno.
Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa cabala, siccome
quella che escludeva lui dal baliato del regno e dalla tutela di
Federigo; e allora fu che si sparsero delle gravi diffidenze e ciarle.
Mostrava Roma di credere più che mai che Marquardo aspirasse al regno
colla depressione del picciolo Federigo. E all'incontro il gran
cancelliere andava spacciando che papa Innocenzo macchinava delle novità
pregiudiziali al regno, coll'aver fatto venire _Gualtieri conte_ di
Brenna, di cui favelleremo fra poco, per farne un re nuovo, ad
esclusione di Federigo. Così con tutto il padrocinio di papa Innocenzo,
il quale sopra ciò scrisse lettere risentite, dettate nulladimeno da
gran prudenza, peggioravano gli affari della Sicilia.
S'è nominato poco fa Gualtieri conte di Brenna: quello stesso egli è che
avea sposata la primogenita del re Tancredi, fuggita dalle carceri di
Germania in Francia colla regina Sibilia sua madre. Povero cavaliere
egli era, ma valoroso e di rara nobiltà, parente ancora dei re di
Francia e d'Inghilterra. Volle egli far valere le pretensioni della
moglie, e venuto a Roma colla suocera e colla moglie, trovò buon accesso
presso di papa Innocenzo, a cui non dispiacque di avere un personaggio
tale dipendente da sè, non solamente per opporlo allora agli uffiziali
tedeschi, che malmettevano il regno di Sicilia e di Puglia, ma forse
anche per farlo salire più alto, caso che fosse accaduta la morte del
fanciullo Federigo. Si adoperò dunque egli con vigore, acciocchè ad esso
conte di Brenna e a sua moglie fosse conceduta la contea di Lecce col
principato di Taranto: al che s'era obbligato _Arrigo VI_ imperadore,
allorchè la regina _Sibilia_ a lui si arrendè sotto questa condizione,
con aver nondimeno ricavata promessa dallo stesso conte di non
pretendere di più, e di far guerra ai nemici del picciolo re
Federigo[2566]. Tornò il conte in Francia per condurre in suo aiuto
qualche squadra di combattenti in Italia. Ed eccolo comparir di nuovo a
Roma con pochi sì, ma scelti uomini d'armi. Con questi intrepidamente
entrò in Puglia, e tuttochè tanti fossero gli avversarii che si credeva
doverne restare ingoiato, pure, venuto a battaglia col conte Diopoldo
presso a Capoa, gli diede una rotta con istupore de' Capoani, che
saltarono fuori a spogliare il campo. Aiutò poscia il conte di Celano ad
acquistar la contea di Molise; e quindi, passato in Puglia, s'impadronì
del castello di Lecce, e poscia d'alcune città del principato di
Taranto, cioè di Matera, Otranto, Brindisi, Melfi, Barolo, Montepiloso e
d'altri luoghi; e si mise a far guerra a quei di Monopoli e di Taranto,
che non si volevano sottomettere al di lui dominio. Non furono minori in
questi tempi gli sconcerti in Lombardia, divorandosi l'una coll'altra
quelle sfrenate città. Narra Sicardo[2567] che i Milanesi e Bresciani
impresero l'assedio di Soncino, appartenente ai Cremonesi, e con poco
onore se ne partirono. Essendosi poi affrontati essi Milanesi coi Pavesi
a Rosate, rimasero sconfitti. Vennero anche alle mani i Cremonesi coi
Piacentini a Sant'Andrea vicino a Busseto, e li sbaragliarono. Secondo
gli Annali di Piacenza[2568], restarono prigionieri più di secento
sessanta Piacentini col loro podestà Guido da Mandello Milanese. Seguì
ancora un'altra battaglia al castello di san Lorenzo fra i Piacentini
dall'una parte, e i Cremonesi e Parmigiani dall'altra, colla peggio de'
primi. Per lo contrario fu conchiusa pace in quest'anno fra i Cremonesi
e Mantovani, dopo essere per alcuni anni durata la discordia e guerra
fra loro. Trovavansi assaissimi Mantovani prigioni in Cremona: per
questo motivo giovò il venire ad un accordo. Fin qui s'era mantenuta la
buona armonia del popolo di Brescia, ma si sconcertò nell'anno presente,
perchè la plebe si sollevò contro la nobiltà: disgrazia che verso questi
tempi cominciò a propagarsi per altre città. Jacopo Malvezzi[2569]
attribuisce la cagione della domestica rottura dei Bresciani all'aver
alcuni voluto unirsi coi Milanesi ai danni de' Bergamaschi: al che altri
s'opposero. Il fine della dissensione fu, che toccò ai nobili l'uscir di
città, e questi, ricorsi ai Cremonesi, coll'aiuto loro si diedero a far
guerra alla fazion popolare dominante, alla quale fu posto il nome di
Bruzella. D'altri vantaggi riportati dai Cremonesi sopra i Bresciani
parla la Cronichetta Cremonese[2570]. Cercavano anche i Romani di
dilatare il loro distretto; e però con tutte le loro forze e bandiere
spiegate andarono in quest'anno addosso a Viterbo, e talmente strinsero
e combatterono quella città, che fu astretta a sottomettersi alla lor
signoria, ossia a quella del papa. All'anno presente scrive Galvano
dalla Fiamma[2571] che nel dì 4 di settembre i Milanesi col carroccio
entrarono nella Lomellina dei Pavesi, e vi presero Mortara con
venticinque altre castella. Girolamo Rossi[2572] e il Sigonio[2573]
riferiscono che Salinguerra figliuolo di Torello, capo della fazion
ghibellina in Ferrara, all'improvviso ostilmente assalì coll'esercito
ferrarese la terra d'Argenta, e, dopo averla presa, la mise a sacco.
Accorsa una mano di Ravegnani per dar soccorso a quella guarnigione,
restarono prigioni, e, condotti nelle carceri di Ferrara, quivi
miseramente finirono i lor giorni. Per questa disgrazia, e per timore di
peggio, furono obbligati i Ravegnani a fare una pace svantaggiosa coi
Ferraresi, i capitoli della quale si leggono da me dati alla luce[2574].
Tolta parimente fu ad esso popolo di Ravenna la città di Cervia da quei
di Forlì.