[2523] Arnold. Lubec, Chron., lib. 5, cap. 2.
[2524] Rogerius Hovedenus, Annal.
[2525] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2526] Godefridus Monachus, in Chron.
[2527] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2528] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2529] Rogerius Hovedenus.
[2530] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4.
[2531] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2532] Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.
[2533] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2534] Sicard., in Chron.
[2535] Abbas Urspergens., in Chron.
[2536] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2537] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2538] Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2539] Mauris., Hist., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCVIII. Indizione I.
INNOCENZO III papa 1.
Vacante l'imperio.
Venne a morte papa _Celestino III_ nel dì 8 di gennaio, _VI idus
januarii_ dell'anno presente, e fu seppellito il corpo suo nella
basilica lateranense. A lui succedette nella cattedra di san Pietro
Lottario, figliuolo di Trasmondo conte di Segna, cardinale de' santi
Sergio e Bacco, che prese il nome d'_Innocenzo III_, e riuscì uno de'
più insigni e gloriosi pontefici che s'abbia mai avuto la Chiesa di Dio;
e al quale eterne obbligazioni professa specialmente la romana, al cui
ingrandimento non meno nel temporale che nello spirituale egli
assaissimo contribuì mercè delle prospere congiunture, e più ancora
dell'elevatezza dell'ingegno suo[2540]. Era egli allora in età di soli
trentasette anni, ma maturo di senno e ornato delle scienze, studiate in
Roma, in Parigi e in Bologna. Nella di lui vita è scritto che fu eletto
nel dì 8 di gennaio, _sexto idus januarii_. Ma, o papa Celestino dovette
morire un giorno prima, o egli esser eletto un giorno dopo; perciocchè
sappiamo che non si veniva all'elezione se non dappoichè era stata data
sepoltura all'antecessore; e questo pio cardinale _apud basilicam
constantinianam voluit decessoris exequiis interesse_. Fu poi consecrato
papa nella festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di
febbraio. Trovò egli smantellato il patrimonio della Chiesa romana,
perchè il poco fa defunto _imperadore Arrigo_ avea occupato tutto quasi
fino alle porte di Roma, a riserva della Campania, in cui nondimeno era
esso Augusto più temuto che il papa. Trovò ancora che niun ostacolo
restava alla sua autorità dalla parte degl'imperadori per le ragioni che
addurrò fra poco. Una delle sue prime imprese dopo la consecrazione fu
questa: _Petrum urbis praefectum ad ligiam fidelitatem recepit, et per
mantum, quod illi donavit, de praefectura eum publice investivit, qui
usque ad id tempus juramento fidelitatis imperatori fuerat obligatus, et
ab eo praefecturae tenebat honorem_. Leggesi il di lui giuramento fra le
lettere d'esso papa Innocenzo[2541]: notizia degna di osservazione per
la conoscenza de' tempi addietro e di quelli che succederono, perchè
spirò qui l'ultimo fiato l'autorità degli Augusti in Roma, e da lì
innanzi i prefetti di Roma, il senato e gli altri magistrati giurarono
fedeltà al solo romano pontefice.
Non tardò il generoso papa, giacchè più non v'era ostacolo, a ripigliare
il dominio della _Marca d'Ancona_, nulla badando alle offerte, preghiere
e larghe promesse che fece fargli _Marquardo_, già investito di quelle
contrade dal predefunto Arrigo. A riserva d'Ascoli, vennero alle di lui
mani Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Jesi, Sinigaglia e Pesaro: il
che ci fa intendere di quale estensione fosse allora la _marca
d'Ancona_, chiamata in altri tempi, ora di _Camerino_ ed ora di _Fermo_.
In breve ancora ricuperò dalle mani di _Corrado_ Suevo, dianzi duca di
Spoleti e conte d'Assisi, tutte quelle contrade; cioè il ducato di
Spoleti, che abbracciava le città di Rieti, Spoleti, Assisi, Foligno e
Nocera. E poscia tornarono in suo potere le città di Perugia, Gubbio,
Todi e Città di Castello. Tentò ancora di ridurre sotto il suo dominio
l'esarcato di Ravenna, Bertinoro e la terra del conte Cavalcaconte, con
ispedir colà lettere e legati; ma non gli venne fatto, perchè
l'arcivescovo di Ravenna tenne forte, allegando e mostrando le
investiture imperiali, da lungo tempo addietro date di quel paese a'
suoi antecessori e alla chiesa sua: il che fermò i passi alle
pretensioni del papa. Nè lasciò indietro papa Innocenzo la ricerca e la
ricuperazione dei beni della contessa Matilda; nel che provò non pochi
intoppi e contraddizioni. Erano da un gran tempo malcontente
degl'imperadori suevi le città della Toscana, cioè Firenze, Lucca,
Pistoia, Siena ed altre; perchè laddove tante altre città di Lombardia
godevano una piena libertà, nè sopra di loro aveano marchese o duca che
esercitasse giurisdizione, elleno sole si trovavano maltrattate, prima
da _Federigo_ Barbarossa, poi da _Arrigo_ suo figliuolo, ed ultimamente
da _Filippo_ già dichiarato duca di Toscana, figliuolo anche esso del
medesimo Federigo. Però, giacchè il vento era propizio coll'essere
mancato l'imperadore Arrigo, la cui crudeltà e potenza facea star tutti
col capo chino, si misero al forte, per non voler più sopra di loro
ministro alcuno imperiale, senza pregiudizio nondimeno della sovranità
cesarea. Strinsero dunque una lega collo stesso pontefice Innocenzo per
sostenersi colle forze unite contro chiunque in avvenire volesse
pregiudicare alla lor libertà. Simile era questa alla lega di Lombardia.
I Pisani, siccome quei soli che in Toscana godevano di tutte le regalie,
nè poteano guadagnar di più, essendo già attaccatissimi agl'imperadori,
non vollero entrare in essa lega, che noi riguarderemo da qui innanzi
per lega guelfa. Imperciocchè questo nome di _Guelfi_ e _Ghibellini_
originato, siccome accennai di sopra, dalle gare continue della casa de'
duchi ed imperadori di Suevia discendenti dalla casa ghibellina degli
Arrighi Augusti per via di donne, colla casa degli Estensi di Germania,
duchi di Sassonia e Baviera, discendenti per via di donne dagli antichi
Guelfi; questo nome, dissi, cominciò a prendere gran voga in Italia. Chi
era aderente de' papi, per custodire la sua libertà, nè essere più
conculcato dagli uffiziali cesarei, si dicea seguitar la parte o fazione
_guelfa_. E chi aderiva all'imperadore, si chiamava di parte o fazion
_ghibellina_. In quest'ultima si contavano per lo più que' marchesi,
conti, castellani, ed altri nobili, che godeano feudi dell'imperio, per
mantenersi liberi dal giogo delle città libere, le quali tuttodì
cercavano di sottomettersi alla lor giurisdizione. Vi entravano ancora
alcune città, che, oltre all'essere ben trattate dagli Augusti, aveano
bisogno della lor protezione, per non essere ingoiate dalle vicine più
potenti città. Tali furono Pavia, Cremona, Pisa ed altre. E massimamente
presero piede, siccome andremo vedendo, queste due fazioni negli anni
susseguenti, perchè risvegliossi più che mai la discordia fra le case
suddette de' Guelfi e Ghibellini in Germania, a cagione dei due re che
vedremo fra poco eletti, cioè di _Filippo duca_ di Suevia di sangue
ghibellino, e di _Ottone IV_ procedente dai Guelfi. Ai quali poi
succedette _Federigo II_ figliuolo di Arrigo VI, e perciò d'origine
ghibellina, fra i quali e i romani pontefici e varie città d'Italia
passarono sanguinose discordie; e chiunque a lui si oppose si gloriava
d'essere del partito de' Guelfi. Che sconcerti, che guerre civili, che
rovine producessero col tempo queste lagrimevoli e diaboliche fazioni,
l'andrò accennando nella continuazion della storia: giacchè penetrò a
poco a poco questo veleno nel cuore delle stesse città, rompendo la
concordia de' cittadini e delle famiglie; dal che derivarono infiniti
mali.
Intanto è da dire che _Filippo_ duca di Suevia nell'anno precedente fu
chiamato in Italia dall'imperadore _Arrigo_ suo fratello, con disegno
ch'egli conducesse in Germania il picciolo _Federigo II_, eletto già dai
principi tedeschi re de' Romani, per farlo coronare[2542]. Arrivò
Filippo sino a Monte Fiascone, e non già a Falcone, vicino a Viterbo,
dove ricevette l'avviso dell'immatura morte del fratello Augusto.
Allora, senza più mettersi pensiero del nipote Federigo, ed unicamente
ruminando i proprii vantaggi, voltò strada per tornarsene in Germania.
Talmente erano esacerbati gli animi degl'Italiani contra de' Tedeschi
pel governo barbarico di Federigo I e di Arrigo VI suo figliuolo, che
dovunque passò Filippo, sia per la Toscana, sia per le altre città, fu
maltrattato e in pericolo della vita, e restarono uccisi anche alcuni
de' suoi cortigiani. Giunto in Germania, cominciò i suoi maneggi per
essere eletto re, e gli venne fatto. Il buon uso del danaro e delle
promesse, e la protezione di _Filippo re_ di Francia operarono che
moltissimi principi della Germania, niun caso facendo del giuramento
prestato nell'elezione del fanciullo Federigo, il proclamassero re. Dopo
di che fu egli coronato non già in Aquisgrana, ma in Magonza; nè
dall'arcivescovo di Colonia, ma da quello di Tarantasia; cose tutte
contro il rituale. All'incontro _Riccardo re_ d'Inghilterra, entrato
anch'egli in questa briga, si studiò di promuovere _Ottone_, figliuolo
del già duca di Sassonia e Baviera _Arrigo Leone_, estense-guelfo, e di
_Matilda_ sua sorella, che era allora duca di Aquitania e conte del
Poitù. Confessa Arnoldo da Lubeca che Riccardo impiegò, per vincere il
punto, settanta mila marche d'argento, troppo dispiacendogli
l'esaltazione di Filippo, fratello di chi con tanta indegnità avea fatto
mercato della di lui persona. In somma da _Adolfo arcivescovo_ di
Colonia e da' suoi suffraganei, da _Arrigo duca_ di Lorena, dal vescovo
d'Argentina, e da alcuni altri vescovi, abbati e conti, di numero
nondimeno inferiore agli elettori dell'altro, fu esso _Ottone IV_ eletto
re de' Romani, e coronato dipoi in Aquisgrana. Arnoldo da Lubeca e
Ottone da San Biagio scrivono che a questa elezione intervenne anche
_Arrigo conte_ palatino del Reno, fratello maggiore di esso Ottone,
tornato in fretta da Terra santa. Ma Ruggieri Hovedeno[2543] e Federigo
monaco[2544] raccontano ch'egli arrivò dipoi, e sostenne gl'interessi
del fratello, con essersi ad Ottone uniti i vescovi di Cambray,
Paderbona ed altri, e i duchi di Lovanio e Limburgo, e il landgravio di
Turingia ed altri. Ebbe anche mano nell'elezion di Ottone IV _Innocenzo
III_ papa, perchè egli era di una casa stata sempre divota della santa
Sede, e casa che, per la sua parzialità verso i papi, avea perduti i
ducati di Baviera e Sassonia. Il perchè egli favorì la di lui elezione,
e riprovò quella di Filippo Suevo, allegando che questi era stato
scomunicato da papa _Celestino III_ per varie usurpazioni fatte dianzi
degli Stati della Chiesa romana, e rammentando gli eccessi commessi dal
padre e dal fratello suo. Lo scisma di questi due re si tirò dietro in
Germania di molte guerre, turbolenze e danni infiniti, de' quali parlano
gli storici tedeschi.
Intanto, dacchè si videro i Siciliani liberi dall'odiato imperadore
Arrigo VI per l'inaspettata sua morte, si diedero a sfogar la rabbia
loro contra de' Tedeschi che erano in quell'isola. Il che vedendo
l'imperadrice _Costanza_, che aveva assunto il governo di quel regno e
la tutela del figliuolo _Federigo Ruggieri_, con farlo venire da Jesi
(dove era stato lasciato sotto la cura de' conti di Celano e di
Copersano[2545], ovvero, come altri scrive, della duchessa di Spoleti),
e con farlo coronare dipoi, ordinò che uscissero di Sicilia le truppe
straniere: risoluzione che per allora mise in calma gli animi alterati
di quei popoli. E tanto più perchè ella, scoperte le trame e le mire di
_Marquardo_, già duca di Ravenna e marchese d'Ancona, il dichiarò nemico
del re e del regno, e volle che tutti il trattassero come tale. Inviò
poscia ambasciatori a papa Innocenzo[2546], per ottenere l'investitura
pontificia degli Stati al fanciullo Federigo. Tentò allora la corte di
Roma di profittar di questa occasione per abbattere quella che oggidì si
chiama la monarchia di Sicilia, benchè si creda che Adriano e Clemente
papi avessero conceduti que' privilegii. Su questo si disputò
lungamente. Mossesi l'imperadrice a spedire anche _Anselmo arcivescovo_
di Napoli a Roma, sperando miglior mercato dalla di lui eloquenza. Ma
più di lui sapeano parlare i ministri pontificii; e però convenne
accettar l'investitura (cosa di troppa premura in quelle circostanze)
con quelle leggi che piacquero al papa, cioè _capitulis illis omnino
remotis_, e con obbligazione di ricevere nella corte di Sicilia
_Ottaviano vescovo_ e cardinale ostiense, come legato della santa Sede.
Ma questa investitura arrivò in Sicilia in tempo che l'imperadrice era
passata all'altra vita. Certo è che la medesima finì di vivere nel dì 27
di novembre, dopo aver dichiarato balio ossia tutore del re suo
figliuolo papa Innocenzo III, ed ordinato che durante la di lui minorità
si pagassero ogni anno trenta mila tarì per tal cura ad esso pontefice,
oltre a quelli ch'egli spendesse per difesa del regno. L'educazione del
re fanciullo fu lasciata agli arcivescovi di Palermo, Monreale e Capoa.
Non mancò in questi tempi papa Innocenzo di procurare con vigorosi e
caritativi uffizii la liberazione di _Sibilia_, già moglie di Tancredi
re di Sicilia, detenuta prigione in Germania colle figliuole. Posta in
libertà, oppure aiutata a fuggire, si rifuggì essa in Francia, dove
maritò la sua primogenita con _Gualtieri conte_ di Brenna, di cui avremo
a parlare andando innanzi. V'ha chi crede che _Guglielmo_ suo figliuolo,
già dichiarato re dal padre, fosse morto. Nè si può negare che l'autor
della vita di Innocenzo III e Giovanni da Ceccano lo scrivono. Se con
certezza, nol so. Imperocchè Ottone da San Biagio racconta che Arrigo,
dopo averlo fatto accecare (altri hanno scritto che solamente il fece
eunucare), il condannò ad una perpetua prigionia in una fortezza de'
Grigioni. _Qui ubi ad virilem aetatem pervenit, de transitoriis
desperans, bonis operibus, ut fertur, aeterna quaesivit. Nam de activa
translatus coacte, contemplativae studuit, utinam meritorie_. In questo
anno i Milanesi stabilirono pace col popolo di Lodi. Lo strumento
d'essa, da me dato alla luce, fu[2547] scritto _in civitate Laude, anno
dominicae Incarnationis millesimo centesimo nonagesimo nono, die lunae V
calendas januarii, Indictione secunda_. Il dì 28 di dicembre dell'anno
presente cadde in lunedì; e però scorgiamo che in Lodi si cominciava
l'anno nuovo nel Natale, oppure nel dì 25 del precedente marzo alla
maniera pisana; e che l'indizione si mutava nel settembre. Abbiamo da
Rolandino[2548] che in quest'anno i Padovani coll'aiuto di _Azzo VI
marchese_ d'Este loro collegato andarono all'assedio della terra di
Carmignano, una delle migliori del Vicentino, e a forza d'armi se ne
fecero padroni. Antonio Godio[2549] mette questo fatto sotto l'anno
seguente. Altri testi lo riferiscono al precedente. Dopo di che i
Veronesi venuti in soccorso de' Vicentini, fecero gran danno e paura ai
Padovani, siccome ho detto nell'anno antecedente.