[2487] Roger. Hovedenus, Guillelm. Neubrig., Abbas Urspergens. et alii.
[2488] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2489] Antiquit. Ital., Dissert. L.
[2490] Richardus de S. Germano. Anonymus Casinens. Johann. de Ceccano,
Chron.
[2491] Otto de S. Blasio.
[2492] Radulph. de Diceto, Imag. Histor.
[2493] Johann. de Ceccano, Richardus de S. Germano.
[2494] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2495] Pyrrhus, Chronolog. Reg. Sicil. et in Notit. Ecclesiast. Panor.
[2496] Anonymus Casinens., in Chron.
[2497] Albert. Stadens., in Chron.
[2498] Vita Innocentii III, num. 19.
[2499] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
Anno di CRISTO MCXCV. Indizione XIII.
CELESTINO III papa 5.
ARRIGO VI re 10, imperad. 5.
Dopo avere _Arrigo Augusto_ sfogato in parte il suo crudel talento
contra gli aderenti del fu re Tancredi, venne in Puglia, dove tenne un
gran parlamento di baroni. Trovavasi nella corte di Sicilia _Irene_
vedova del giovane _re Ruggieri_ figliuolo di _Tancredi_. La trovò assai
avvenente _Filippo_ fratello dell'imperadore; e forse pensando egli che
questa principessa potesse anche portar seco dei diritti d'importanza,
per essere figliuola d'un greco imperadore, la prese per moglie[2500] di
consentimento di Arrigo, che allora gli diede a godere il ducato della
Toscana, e i beni della fu contessa Matilda. Vedesi presso il
Margarino[2501] un diploma d'esso Filippo coi titoli suddetti, spedito
in san Benedetto di Polirone nel dì 31 di luglio, trovandosi egli in
quel monistero. Dopo aver tenuto in Puglia il parlamento suddetto, ed
inviata l'imperadrice in Sicilia, prese Arrigo la strada di terra, per
tornarsene in Germania. Convengono tutti gli scrittori in dire ch'egli
per mare e per terra mandò in Germania innumerabili ricchezze; tutte
spoglie de' miseri Siciliani e del regale palazzo di Palermo. Arnoldo da
Lubeca scrive[2502] ch'egli _reperit thesauros absconditos, et omnem
lapidum pretiosorum et gemmarum gloriam, ita ut oneratis centum
sexaginta somariis_ (cavalli o muli da soma) _auro et argento, lapidibus
pretiosis, et vestibus sericis, gloriose ad terram suam redierit_. Bella
gloria al certo guadagnata con tanti spergiuri, coll'ingratitudine,
colla barbarie, e con lasciare in Sicilia un incredibil odio e
mormorazione contra della sua persona. Oltre ad assaissimi baroni
prigionieri, ed oltre agli ostaggi di varie città, fra' quali fu
l'arcivescovo di Salerno, seco egli menò la sfortunata regina Sibilla
con tre figliuole e col figliuolo Guglielmo, e li tenne poi sotto buona
guardia chiusi in una fortezza. Crede il padre Pagi[2503] che Arrigo
solamente nel Natale dell'anno presente imperversasse contra de'
Siciliani, e poscia se ne tornasse in Germania. Ma Giovanni da
Ceccano[2504] parla del Natale dell'anno precedente. Ed Arrigo in
quest'anno venne a Pavia, e di là passò in Germania, come si ha dagli
Annali genovesi[2505] e da altri autori. Girolamo Rossi[2506] cita un
suo diploma dato in Vormazia _IV kalendas decembris, Indictione XIIII,
anno Domini MCXCV_. L'indizione è quivi mutata nel settembre. Anche il
Sigonio accenna un suo diploma, _dato VII kalendas junias apud burgum
sancti Donnini, anno MCXCV, regni Siciliae primo_[2507]. Lasciò esso
Arrigo per suo vicario, ossia per vicerè nel regno di Sicilia il vescovo
d'Ildeseim già suo maestro, che fra tanti suoi studii non dimenticò
quello di far danaro per quanto potè. In quest'anno il celebre _Arrigo
Leone_, già duca di Sassonia e Baviera, della linea estense di Germania,
terminò i suoi giorni in Brunsvic, città restata a lui con altre
adiacenti dopo il terribil naufragio di sua grandezza. Ma in questo
medesimo anno essendo morto _Corrado conte_ palatino del Reno, zio
paterno dell'Augusto _Arrigo_, succedette ne' di lui Stati Arrigo, uno
de' figliuoli di esso Arrigo Leone, perchè marito dell'unica figliuola
del medesimo Corrado: sicchè in qualche maniera tornò a rifiorire in
Germania la potenza de' principi estensi-guelfi. Nè si dee tacere che
l'imperadore Arrigo suddetto in quest'anno creò e confermò duca di
Spoleti _Corrado_ Moscaincervello, e dichiarò duca di Ravenna e marchese
d'Ancona _Marquardo_. È considerabile lo strumento di concordia seguita
fra lui e il popolo di Ravenna, di cui Girolamo Rossi ci ha conservato
la memoria. Da esso apparisce che anche Ravenna si governava in
repubblica, ed avea il suo podestà, e giurisdizione, e rendite; ma
doveano al duca restar salve le regalie, _quas imperator, et ipse
Marchoaldus in civitate Ravennae et ejus districtu habere consuevit_. La
terza parte di Cervia apparteneva ad esso Marquardo o Marcoaldo,
un'altra all'arcivescovo, e un'altra al comune di Ravenna, che partivano
insieme le intrate massimamente del sale.
Racconta il continuatore di Caffaro che i Pisani, trovandosi in
favorevole stato alla corte imperiale, seguitarono in questi tempi a
recar insulti, danni e ingiurie ai Genovesi, e rifabbricarono anche, ad
onta di essi, il castello di Bonifazio in Corsica, che divenne un nido
di corsari, fingendo di non esserne eglino padroni. Non potendo più
reggere a tali strapazzi il popolo genovese, spedì in Corsica con varii
legni un corpo di combattenti, che a forza d'armi entrarono in
Bonifazio, e vi si fortificarono. Presero dipoi varie navi pisane, ed
altri danni inferirono a quella nemica nazione, della quale in questi
tempi ci manca l'antica istoria. Spedirono anche i Genovesi _Bonifazio_
loro arcivescovo, e Jacopo Manieri lor podestà a Pavia all'imperadore,
che prima di passare in Germania soggiornava nel monistero di San
Salvatore fuori della città, per ricordargli le promesse lor fatte e
confermate con un solenne diploma. Si accorsero in fine, nulla essere da
sperare da un principe che niun conto faceva della sua fede. Dissi già
che esso Augusto avea conceduto Crema al popolo cremonese. Anche
nell'anno presente a dì 6 di giugno[2508] lo stesso imperadore Arrigo
confermò ai medesimi Cremonesi col gonfalone l'investitura di tutti i
loro Stati, fra' quali anche la terra di Crema era compresa. Ma perchè
di questa erano in possesso i Milanesi per concessione e diploma di
Federigo I Augusto padre del regnante, nè si sentivano essi voglia di
cedere una sì riguardevol terra, restò fin qui ineffettuata la
concessione d'Arrigo. Probabilmente cadde ancora in quest'anno un altro
documento, da me dato alla luce[2509] colle note guaste, da cui
apparisce che avendo Giovanni Lilò d'Hassia, messo e camerlengo dello
imperadore Arrigo, mandato a prendere la tenuta d'essa Crema, non era
stato ammesso il suo deputato, e però egli mette al bando dell'imperio i
Cremaschi, Milanesi e Bresciani per tal disubbidienza. Quell'atto fu
fatto in Cremona _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCXC,
Indictione XIII, die Mercurii tertiodecimo intrante junio_. Ma conviene
all'anno presente, in cui correa la INDIZIONE XIII; se non che il dì 13
di giugno non era in mercordi. Dalla Cronichetta Cremonese[2510] abbiamo
che in quest'anno fu qualche guerra fra essi Milanesi e Cremonesi, e che
restarono prigioni alquanti degli ultimi.