[2478] Richardus de S. German., in Chron. Anonymus Casinensis, in Chron.
[2479] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2480] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
[2481] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 225.
[2482] Malveccius, Chron. Brixian., c. 71, tom. 14 Rer. Ital.
[2483] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2484] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2485] Antiquit. Italic., Dissert. L.
[2486] Ibidem, Dissert. XLIX.
Anno di CRISTO MCXCIV. Indizione XII.
CELESTINO III papa 4.
ARRIGO VI re 9, imperad. 4.
Dopo sì lunga prigionia, finalmente sul principio di febbraio di
quest'anno fu rimesso in libertà _Riccardo re_ d'Inghilterra[2487]. Gli
convenne pagare cento mila marche ossia libbre d'argento, e promettere
altra somma all'_imperadore Arrigo_, che la terza parte ne diede a
_Leopoldo duca_ d'Austria. In Inghilterra, per mettere insieme questo
tesoro, che sembra quasi incredibile, furono venduti fino i calici
sacri: laonde per tale avania Arrigo si tirò addosso il biasimo e la
indignazione universale. Intanto giunse la nuova d'essere mancato di
vita il _re Tancredi_ col figliuolo maggiore, e rimasto il regno di
Sicilia in mano d'un re fanciullo, e sotto il governo di una donna, cioè
della regina _Sibilia_, o _Sibilla_, sua madre. Che tempo propizio fosse
questo per conquistare quegli Stati, più degli altri l'intese Arrigo
Augusto; e trovandosi egli anche ben provveduto d'oro, gran requisito
per chi vuol far guerra, s'affrettò a mettere insieme un possente
esercito per la spedizion di Sicilia. Nel mese di giugno calò in Italia,
e premendogli di aver sufficienti forze per mare alla meditata impresa,
personalmente si trasferì a Genova, dove con larga mano regalò quel
popolo di promesse in loro vantaggio. _Si per vos_, disse egli[2488],
_post Deum, regnum Siciliae acquisiero, meus erit honor, proficuum erit
vestrum. Ego enim in eo cum Teutonicis meis manere non debeo; sed vos et
posteri vestri in eo manebitis. Erit utique illud regnum non meum, sed
vestrum_. Con degli ampli privilegii ancora, ben sigillati, confermò
loro questi monti d'oro. Non è dunque da stupire se i Genovesi fecero un
grande sforzo di gente e di navi per secondare i disegni
dell'imperadore. Portossi Arrigo anche a Pisa verso la metà di luglio,
ed impetrò da quel popolo un altro stuolo di navi. Ho io dato alla luce
un suo diploma[2489], emanato nell'anno precedente, in cui, oltre al
confermare tutte le lor giurisdizioni e varii privilegii, concede anche
loro in feudo la metà di Palermo, di Messina, di Salerno e Napoli, e
tutta Gaeta, Mazara e Trapani: tutte belle promesse per deludere quei
popoli poco accorti, ed averne buon servigio. In Pisa si trovarono i
deputati di Napoli, che gli promisero di rendersi al primo arrivo
dell'imperiale armata. Con questa dunque s'inviò egli per la Toscana
alla volta della Puglia e di Terra di Lavoro[2490]. Piuttosto verso il
principio che sul fine d'agosto arrivato colà, le più delle città
corsero ad arrendersi. Atinio e Rocca di Guglielmo tennero forte. Capoa
ed Aversa nè si renderono, nè furono assediate. Se si vuol credere ad
Ottone da San Biagio[2491], che con errore ciò riferisce all'anno 1193,
Arrigo, fatto dare il sacco a tutte le città della Campania e della
Puglia, le distrusse, e massimamente Salerno, Barletta e Bari, con
asportarne un immenso bottino. Ma della sovversione di tante città non
parlando nè l'Anonimo Casinense, nè Riccardo da San Germano, benchè si
potesse sospettare che tacessero per paura di chi allora comandava in
Sicilia, pure non è credibile tutto quanto narra quello scrittore,
specialmente stendendo egli queste crudeltà a tutte le città di quelle
contrade. Fuor di dubbio è che Arrigo fece assediar Gaeta, e che colà
nello stesso tempo arrivò la flotta de' Genovesi. Non volle quella città
far lunga resistenza all'armi cesaree, e si rendè a Marquardo siniscalco
dell'imperadore, a _Guglielmo marchese_ di Monferrato, e ad Oberto da
Olevano podestà e generale de' Genovesi. Passò dipoi l'esercito e la
flotta nella vigilia di san Bartolommeo a Napoli, città che si rendè
tosto all'imperadore, e gli giurò fedeltà, siccome ancora Ischia, ed
altre isole e terre. La rabbia maggiore dell'Augusto Arrigo intanto era
contra de' Salernitani, per aver essi tradita l'imperadrice Costanza sua
moglie. E però inviò il suddetto Guglielmo marchese ad assediar quella
ricca e nobil città[2492]. Tuttochè quei cittadini facessero una
valorosa difesa, pure non poterono lungamente resistere agli assalti del
marchese, il quale poscia, per ordine di Arrigo, infierì contra d'essi,
con levar la vita a moltissimi, permettere il disonor delle donne,
imprigionare e tormentar altri, e bandire i restanti. Tutto fu messo a
sacco, e poscia senza perdonare alle chiese, restò interamente
smantellata la città che da lì innanzi non potè più risorgere all'antico
splendore. Per la Calabria s'inoltrò l'esercito cesareo, e, passato il
Faro, giunse a Messina, che tosto se gli diede. Che ciò accadesse sul
fine di agosto si può argomentar dagli Annali di Genova, che dicono
arrivata a Messina la lor flotta nel dì primo di settembre; tempo in cui
quella città era già pervenuta alle mani dell'imperadore.
Questi vittoriosi progressi furono allora turbati da un accidente
occorso fra i Genovesi e i Pisani. L'odio fra queste due emule nazioni,
originato dalla gara dell'ambizione, e più da quella dell'interesse, era
passato in eredità; e si potea ben con tregue e paci frenare, ma per
poco tornava a divampare in maggiori incendii. Appena si trovarono le
lor flotte a Messina, che vennero alle mani, e nel lungo conflitto molti
dei Pisani vi restarono o morti o feriti. Per questo gli altri Pisani,
che erano nella città, corsero al fondaco de' Genovesi, e gli diedero il
sacco, con asportarne molto danaro. Altrettanto fecero alle case dove si
trovarono de' Genovesi, molti ancora de' quali furono fatti prigioni.
Ciò inteso dai Genovesi, che stavano nelle navi, infuriati corsero a
farne vendetta sopra le galee pisane, e tredici ne presero, con tagliare
a pezzi molti de' Pisani. S'interpose Marquardo imperial siniscalco, e
riportò dalle parti giuramento di restituire il maltolto, e di non più
offendersi. Eseguirono la promessa i Genovesi. Poco o nulla ne fecero i
Pisani, che godeano miglior aura alla corte; anzi fecero nuovi insulti
per le strade ai Genovesi, e presero una lor ricca nave che veniva di
Ceuta. Per tali affronti e danni morì di passione il podestà e generale
de' Genovesi Oberto da Olevano. Allorchè si seppe in Palermo la resa di
Messina, la regina _Sibilla_ si fortificò nel palazzo reale, e il
fanciullo _re Guglielmo_ si ritirò nel forte castello di Calatabillotta.
Allora i Palermitani spedirono all'imperadore Arrigo, invitandolo alla
lor città. Così l'Anonimo Casinense. Ma, secondo gli Annali Genovesi,
pare che i Palermitani resistessero un tempo, e si facessero pregare per
ammetterlo. Intanto i Genovesi accorsero in aiuto di Catania, che s'era
data all'imperadore, e trovavasi allora assediata dai Saraceni abitanti
in Sicilia, siccome fautori della fazion di Tancredi, e la liberarono.
Presero poi per forza la città di Siracusa. Tengo io per fermo che
l'Anonimo Casinense e Riccardo da San Germano per politica parlarono
pochissimo di questi affari, che pur furono sì strepitosi, mettendo un
velo sopra molte iniquità e crudeltà di Arrigo. Non mancò egli di
addormentare con graziosissime promesse i Palermitani[2493]. Il
magnifico di lui ingresso in quella città ci vien descritto da Ottone da
San Biagio[2494]. Ma perchè conobbe dura impresa l'impadronirsi del
regal palazzo, e del castello di Calatabillotta, mandò alcuni suoi
ministri a trattare colla regina Sibilla, con cui, secondo il suo
costume, fu liberalissimo di promesse: cioè impegnò la sua parola di
concedere a Guglielmo di lei figliuolo la contea di Lecce, e di
aggiugnervi il principato di Taranto; condizioni che furono da lei
abbracciate, perchè già vedea disperato il caso di potersi sostenere.
Diede dunque sè stessa e il figliuolo in mano di Arrigo, il quale non sì
tosto fu padrone del palazzo regale, che lo spogliò di tutte le cose
preziose, e lasciò il sacco del resto ai soldati. Secondo gli scrittori
moderni siciliani, Arrigo si fece coronare re di Sicilia nella cattedral
di Palermo. Non truovo io di ciò vestigio alcuno presso l'Anonimo
Casinense, nè presso Riccardo da San Germano. Ne parla bensì Radolfo da
Diceto, che il dice coronato nel dì 23 di ottobre. Rocco Pirro rapporta
un suo diploma, dato _Panormi III idus januarii, Indictione XIII, anno
MCXCV_[2495], dove, parlando della chiesa di Palermo, dice: _In qua
ipsius regni coronam primo portavimus_. Ma falla esso Pirro in iscrivere
che tal coronazione seguì nel dì 30 di novembre dell'anno 1195. Se il
diploma da lui poco fa accennato, e dato nel dì 11 di gennaio dell'anno
1195, la suppone già fatta, come differirla al novembre dell'anno
medesimo? Oltre di che, nel novembre del 1195 Arrigo non era più in
Sicilia. Sicchè egli dovette esser coronato in Palermo o nell'ottobre o
nel novembre del presente anno 1194. Neppure sussiste il dirsi da Rocco
Pirro che l'imperadrice Costanza ricevette anche essa la corona in tale
occasione. Abbiamo da Riccardo da San Germano che in quest'anno
_imperatrix Exii civitate Marchie filium peperit nomine Fredericum mense
decembri in festo sancti Stephani_. Non era ella dunque giunta per anche
in Sicilia, e da Jesi non si potè partir così presto, come ognun
comprende.
E qui si noti la nascita di questo principe, che fu poi _Federigo II
imperadore,_ della cui nascita, e del luogo dove Costanza Augusta il
partorì molte favole si leggono presso gli storici lontani da questi
tempi. V'ha anche disputa intorno all'anno della sua nascita. Ma, oltre
al suddetto Riccardo, l'Anonimo Casinense[2496] e Alberto
Stadense[2497], il fanno nato nel fine dell'anno presente, perchè il
loro anno 1195, cominciato nel dì della Natività del Signore, abbraccia
la festa di santo Stefano di quest'anno 1194. Finalmente nella vita
d'Innocenzo III papa[2498] troviamo che i principi in Germania nell'anno
1196 elessero re Federigo II _puerum vix duorum annorum, et nondum sacri
baptismatis unda renatum_: il che ci assicura doversi riferire all'anno
presente la nascita d'esso Federigo. Qual fosse la coscienza ed
onoratezza dell'imperadore Arrigo VI lo scorgeremo ora. Dopo aver tanto
speso e faticato per lui i Genovesi, richiesero il guiderdone loro
promesso, cioè il possesso di Siracusa e della valle di Noto[2499]. Andò
Arrigo per qualche tempo allegando varie scuse, e pascendo quel popolo
di varie speranze. La conclusione finalmente fu, che non solamente nulla
diede loro del pattuito, ma levò ad essi ancora tutti i diritti e
privilegii goduti da loro sotto i re precedenti in Sicilia, Calabria,
Puglia, e in altri luoghi. Proibì sotto pena della vita ai Genovesi il
dar nome di console ad alcuno in quelle parti. Anzi minacciò d'impedir
loro l'andar per mare, e giunse fino a dire che distruggerebbe Genova.
Il continuatore di Caffaro non potè contenersi dal chiamarlo un nuovo
Nerone, per così orrida mancanza di fede. Certo è che neppure i Pisani
riportarono un palmo di terra in Sicilia, e sparvero agli occhi ancora
di questi gli ampli Stati che si leggono promessi loro nel diploma di
sopra accennato. E pur poco fu questo. Nel giorno santo di Natale tenne
un solenne parlamento di tutto il regno in Palermo, e quivi cacciò fuori
delle lettere, credute dai più di sua invenzione, dalle quali appariva
una cospirazione formata contra di lui da alcuni baroni del regno. Dopo
di che fece mettere le mani addosso a moltissimi vescovi, conti e
nobili, e cacciar in prigione anche la stessa vedova regina Sibilla,
ossia Sibilia, e il figliuolo Guglielmo, fintamente da lui proclamato
conte di Lecce e principe di Taranto, dimenticando il bell'atto del re
Tancredi, che gli avea restituita la moglie Costanza, e mettendosi sotto
i piedi la fede e le promesse date alla regina e al figliuolo. Alcuni
d'essi baroni furono accecati, altri impiccati, altri fatti morir nelle
fiamme, e il resto mandato e condotto in Germania in esilio. Anche
Ottone da San Biagio fa menzione di queste crudeltà, accennate parimente
da Giovanni da Ceccano e da Innocenzo III papa in una sua lettera,
prevedute ancora da Ugo Falcando sul principio della sua Storia, che
dovettero fare un grande strepito per tutta l'Europa. Fece fino aprire
il sepolcro di Tancredi e del figliuolo Ruggieri, e strappar loro di
capo la corona regale. Sicardo, vescovo allora di Cremona, e parziale
d'Arrigo, scrive che i Siciliani se la meritarono, per aver tese insidie
allo imperadore. Ma sarebbe convenuto accertarsi prima se sussisteva la
congiura; poichè per conto dell'aver eglino preferito Tancredi a
Costanza contra del loro giuramento, non aveano essi operato ciò senza
l'approvazione del romano pontefice, al quale apparteneva il disporre di
quel regno, come di feudo della santa Sede. Vuole il padre di Pagi che
non sussista tanta barbarie dell'Augusto Arrigo in Sicilia, citando in
pruova di ciò Giovanni da Ceccano. Ma questo medesimo autore è buon
testimonio dell'inumanità d'Arrigo VI.