NOTE:

[2443] Niceta Choniates. Godefridus Monachus. Chron. Reichersperg.

Sicardus, in Chron.

[2444] Abbas Urspergensis, in Chron.

[2445] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.

[2446] Richardus de S. Germano, in Chron. Anonymus Casinens.

[2447] Hovedenus, in Chron.

[2448] Idem, in Annalib.

[2449] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.

[2450] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXCI. Indizione IX.

CELESTINO III papa 1.

ARRIGO VI re 6, imperad. 1.

Diede fine al corso di sua vita il sommo pontefice _Clemente III_ verso

il fine di marzo nel corrente anno[2451], e gli fu data sepoltura nel dì

28 di marzo. Da lì a due giorni fu eletto papa _Giacinto cardinale_ di

santa Maria in Cosmedin, in età di circa ottantacinque anni, che prese

il nome di _Celestino III_. Doveva egli, secondo il rito, essere

consecrato nella seguente domenica; ma intendendo che venisse alla volta

di Roma _Arrigo VI_ re di Germania e d'Italia, con gran baldanza, per

ricevere la corona dell'imperio, volle differir la propria

consecrazione, per ritardar quella di Arrigo, e guadagnar tempo, tanto

che si concertassero gli affari con decoro della santa Chiesa romana. Si

dovettero concordar tutti i punti; e Arnoldo da Lubeca scrive[2452] che

i Romani segretamente s'accordarono con esso Arrigo, e poi pregarono il

papa di dargli la corona. Però il novello pontefice ricevette la propria

consecrazione nel dì 14 d'aprile, giorno solenne di Pasqua. Nel dì

seguente poi il re Arrigo, che scortato da un copioso esercito era

giunto nelle vicinanze della basilica vaticana colla moglie _Costanza_,

ma senza entrare in Roma, le cui porte, se crediamo a Ruggieri

Hovedeno[2453], furono ben chiuse e guardate dal popolo romano, senza

lasciarvi entrare i Tedeschi: venne incontro al papa, che dal Laterano

si trasferì al Vaticano. Sopra la scalinata di san Pietro prestò il

giuramento consueto, e poscia nella basilica introdotto, fu solennemente

coronato imperadore. Racconta il suddetto Hovedeno che Celestino

_sedebat in cathedra pontificali tenens coronam auream imperialem inter

pedes suos, et imperator inclinato capite recepit coronam, et imperatrix

similiter de pedibus domini papae. Dominus autem papa statim percussit

cum pede suo coronam imperatoris, el dejecit eam in terram, significans,

quod ipse potestatem ejiciendi cum ab imperio habet, si ille demeruerit.

Sed cardinales statim arripientes coronam, imposuerunt eam capiti

imperatoris._ Questo racconto vien preso dal cardinal Baronio come

moneta contante. Ma niuno de' lettori ha obbligo di creder vero un fatto

che più conviene alla scena che al sacro tempio, e troppo disdice ad un

vicario di Cristo, ed è contra il rituale di tutti i tempi, e si conosce

sommamente obbrobrioso a questo imperadore. Tale non era egli da

sofferire in faccia del suo esercito e di Roma un insulto e strapazzo sì

fatto. Però quanto più si esaminerà questo racconto, tanto più si

scorgerà inverisimile. Nella Cronica Reicherspergense è scritto che

Arrigo fu _ab ipso Caelestino papa consecratus honorabiliter Romae, et

coronatus_[2454]. Fra i patti accordati fra esso Augusto Arrigo e i

Romani prima della sua coronazione[2455], il primario fu ch'egli

cederebbe loro la città di Tuscolo, entro la quale era stato posto

presidio imperiale. Abbiamo veduto che anche papa _Clemente III_ aveva

abbandonata quella città al volere del popolo romano. E Ruggieri

Hovedeno scrive che anche _papa Celestino_ ne fece istanza ad Arrigo:

altrimenti non volea coronarlo. Perciò la guarnigion cesarea d'ordine

del novello imperadore, appresso ne diede la tenuta ai Romani, senza

avvertirne i cittadini. Pretende il cardinal Baronio che i Romani

infierissero solamente contro le mura e le case, nè maltrattassero gli

abitanti. L'Abbate Urspergense, che vivea in questi tempi, così parla

del presidio imperiale: _Hi accepta legatione imperatoris, incautam

civitatem Romanis tradiderunt, qui multos peremerunt de civibus, et fere

omnes sive pedibus sive manibus, seu aliis membris mutilaverunt. Pro qua

re imperatori improperatum est a multis._ Lo stesso vien confermato da

Gotifredo Monaco[2456]. E Sicardo vescovo allora di Cremona

scrive[2457]: _Imperator Apostolico dedit Tusculanum, et Apostolicus

Romanis. Romani vero civitatem destruxerunt et arcem, Tusculanos alios

excaecantes, et alios deformiter mutilantes._ Però neppur il papa

dovette andar esente da biasimo per tali crudeltà, degne de' barbari

tempi che allora correvano. Non restò pietra sopra pietra della misera

città, e questa mai più non risorse. Dicono che gli abitanti rimasti in

vita si fabbricarono in quei contorni capanne con frasche, dal che prese

poi il nome la città di Frascati d'oggidì.

Intanto _Tancredi re_ di Sicilia[2458] avea conchiuso un trattato di

matrimonio fra _Irene_ figliuola di _Isacco Angelo_ imperador de' Greci,

e _Ruggieri_ suo primogenito, già dichiarato duca di Puglia. E perchè

questa principessa era in viaggio alla volta d'Italia, egli passò di qua

dal Faro, per esser pronto a riceverla. Dopo aver dunque ridotti al loro

dovere alcuni popoli dell'Abruzzo, che teneano col _conte Rinaldo_ suo

ribello, si portò a Brindisi, dove accolse la regal sua nuora, le cui

nozze furono con singolar magnificenza celebrate. Quivi ancora diede il

titolo di re allo stesso figliuolo, e fece coronarlo: dopo di che con

gloria e trionfo se ne tornò in Sicilia. Strano è il vedere che

l'Anonimo Casinense[2459] metta la solennità di queste nozze nell'anno

1193. Si dee credere scorretto il suo testo. Pareva con ciò stabilita,

non men la fortuna di Tancredi, che la pace del suo regno; ma poco andò

che alzossi una terribil tempesta di guai, che recò a lui la rovina e la

desolazione a tutto quel fioritissimo regno. Sul fine d'aprile, o sul

principio di maggio, l'imperadore Arrigo ostilmente entrò nella

Puglia[2460], ancorchè il pontefice Celestino se l'avesse forte a male,

e facesse quanto potesse per ritenerlo. Mise l'assedio alla terra

d'Arce, difesa da Matteo Burello; nè giovò che il dì seguente que'

cittadini si rendessero amichevolmente. Egli, ciò non ostante, diede

quella terra alle fiamme: esecuzione, da cui restarono atterriti i

popoli vicini, che senza voler aspettare la chiamata, nonchè la forza,

si diedero a lui, cioè l'abbate di Monte Casino, i conti di Fondi e di

Molise, e le città di San Germano, Sora, Arpino, Capoa, Teano, Aversa,

ed altre terre. Di là passò coll'esercito a Napoli, e trovata quella

nobil città preparata alla difesa, ne imprese l'assedio. V'era dentro un

buon corpo di gente comandato da _Riccardo conte_ d'Acerra, cognato del

re Tancredi, e risoluto di far fronte a tutti i tentativi dei nemici.

Molti furono gli assalti, molte le prove per vincere la forte città:

tutto nondimeno senza frutto, perchè i difensori, che aveano aperto il

mare, e nulla loro mancava di gente e di viveri, di tutti gli sforzi

ostili si rideano. Intanto l'importante città di Salerno si rendè

all'imperadore. Erano venuti i Pisani con istuolo di navi, per secondar

l'impresa d'Arrigo sotto Napoli, quando eccoti giugnere la flotta del re

di Sicilia, composta di settantadue galee, condotta dall'ammiraglio

Margaritone, uomo famoso, che assediò i Pisani in Castellamare. Si

studiò ancora l'Augusto Arrigo di aver dalla sua i Genovesi in questo

bisogno: al qual fine spedì a Genova l'arcivescovo di Ravenna, chiamato

_Ottone_ dal continuatore di Caffaro[2461]. Per testimonianza del

Rossi[2462], tenea quella chiesa allora _Guglielmo_ arcivescovo. S'egli

non avea due nomi, l'uno di questi autori ha sbagliato. Quel che è più,

l'arcivescovo di Ravenna era passato in Oriente, e quivi ancora sotto

Accon lasciò la vita. Il Rossi di ciò non parla. Ora per guadagnare il

popolo di Genova, Arrigo gli confermò tutti i privilegii, assegnogli

Monaco e Gavi, e si obbligò di concedergli la città di Siracusa, con

altri vantaggi, se alle sue mani veniva la Sicilia: promesse ch'egli non

voleva poi mantenere. Misero dunque alla vela con trentatrè galee ben

armate i Genovesi sotto il comando di due de' loro consoli, e tirarono

verso Napoli; ma vi trovarono mutato l'aspetto delle cose. La stagione

bollente e l'aria poco salubre di quei tempi cominciò a far guerra

all'armata tedesca, di maniera che una fiera epidemia ne cacciò sotterra

alquante migliaia, senza perdonare agli stessi principi[2463], fra'

quali mancò di vita _Filippo arcivescovo_ di Colonia, e _Ottone duca_ di

Boemia. Cadde gravemente infermo lo stesso Arrigo imperadore, fino ad

essere corsa voce che avea cessato di vivere. Fecero queste disavventure

risolvere Arrigo tuttavia malato di ritirarsi dall'assedio di Napoli nel

mese di settembre. Lasciato pertanto alla guardia di Capoa Corrado per

soprannome chiamato Moscaincervello, e l'imperadrice Costanza a Salerno,

conducendo seco _Roffredo abbate_ di Monte Casino, sen venne a Genova,

dove con ricche promosse di parole impegnò quel popolo a sostenere i

suoi disegni sopra la Sicilia, e di là poscia passò in Germania. Ebbero

i Pisani la fortuna di sottrarsi colla fuga all'ammiraglio di Sicilia,

il quale, data anche la caccia ai Genovesi, gli obbligò a tornarsene al

loro paese. Appena fu slontanato dalla Campania l'Augusto Arrigo, che

uscito di Napoli il conte di Acerra con quante soldatesche potè unire,

venne a dirittura a Capoa, che se gli diede[2464]. Ritiratosi nel

castello il Moscaincervello, per mancanza di viveri capitolò in breve, e

se n'andò con Dio. Tornarono all'ubbidienza del re Tancredi Aversa,

Teano, San Germano, ed altre terre.

Allora i Salernitani, che erano stati de' più spasimati a darsi

all'imperadore, e presso i quali si credea sicurissima l'imperadrice

Costanza, veggendo la mutazion degli affari, per riacquistare la grazia

del re Tancredi, condussero a Palermo e gli diedero nelle mani

l'imperadrice stessa. L'Anonimo Casinense scrive che Arrigo, prima

d'uscire di Terra di Lavoro, mandò a prendere Costanza; ma restò questa

tradita dai Salernitani. Con gran piacere accolse Tancredi una sì

rilevante preda, e non lasciò di trattarla con tutta onorevolezza.

L'Augusto Arrigo all'incontro, risaputa la disgrazia della moglie, con

lettere calde tempestò _papa Celestino_ per riaverla col mezzo suo.

Infatti indusse questo pontefice il re Tancredi a rimetterla in libertà,

e a rimandarla in Germania nell'anno seguente. Non si sa ch'egli la

cedesse con patto alcuno di suo vantaggio. Solamente sappiamo che, dopo

averla generosamente regalata, la rimandò. Vero è che il concerto era

ch'essa Augusta passasse per Roma, dove il pontefice pensava di trattar

di concordia; ma essa gli scappò dalle mani, e in vece d'arrivare a

Roma, voltò strada, e se ne andò a Spoleti. Se i principi d'oggidì,

trovandosi in una situazione tale, fossero per privarsi con tanta

facilità, e senza alcuna propria utilità, di una principessa che seco

portava il diritto sopra la Sicilia, lascerò io che i saggi lettori lo

decidano. Ben fu ingrato dipoi Arrigo, che niuna riconoscenza ebbe di sì

gran dono. Per conto di Terra santa[2465], giunto sotto Accon, ossia

Acri, _Filippo re_ di Francia, trovò che la fame e la peste aveano fatto

gran macello della gente cristiana che assediava quella città, con

essere anch'essa ristretta dal campo di Saladino. L'arrivo suo rimise in

buono stato quegli affari, di maniera che da lì cominciò daddovero a

tormentar colle macchine l'assediata città. Intanto _Riccardo re_

d'Inghilterra, giunto in Cipri, ebbe o cercò delle ragioni per muover

guerra ad Isacco, ossia _Chirsacco_, signore o tiranno greco di

quell'amenissima isola, il quale si facea chiamare imperador de' Greci.

Il mise in fuga, e assediatolo poscia in un castello, l'ebbe in sua mano

con un immenso tesoro. Venne in potere di lui ogni città e terra di

quell'isola, ch'egli spogliò di tutte le sue ricchezze, e poscia per

venticinque mila marche d'argento la vendè ai cavalieri templari, e

toltala in fine ai medesimi, la rivendè per ventisei mila bisanti a

_Guido Lusignano_, già re di Gerusalemme, i cui discendenti gran tempo

dipoi ne furono possessori. Arrivò sotto Accon questo feroce re, ma

entrò ben tosto anche l'invidia e la discordia fra lui e il re di

Francia. Bastava che l'uno volesse una cosa, perchè l'altro la

disapprovasse. Contuttociò le larghe breccie fatte nelle mura di quella

città, che fin qui era costata la vita d'innumerabili cristiani, e di

moltissimi principi, obbligarono i Saraceni a renderla con sommo giubilo

della cristianità nel dì 12, oppure nel 13 di luglio dell'anno presente.

L'immensa preda fu divisa fra gl'Inglesi e Francesi, con grave doglianza

delle altre nazioni, che più d'essi aveano faticato e patito in

quell'assedio, e nulla guadagnarono.

Allora Saladino si ritirò in fretta; e perchè non volle approvar le

proposizioni di render Gerusalemme, il re Riccardo con inudita barbarie

fece levar di vita cinque mila prigioni saraceni. Le torbide passioni

che mantenevano la discordia fra i due re crebbero maggiormente da lì

innanzi, e furono cagione che non si prendesse la santa città: il che

era facile allora. Il re Filippo, principe saggio, tra perchè non gli

piacea di star più lungamente in quella dimestica guerra, e perchè si

trovava oppresso da una grave malattia, se ne tornò in Italia, e dopo

aver presa in Roma la benedizione da papa Celestino, ripatriò. Il re

Riccardo restò in Sicilia. Nè si dee tacere, che essendo morta

nell'assedio di Accon _Sibilia_ regina di Gerusalemme, moglie di _Guido_

Lusignano, succedendo in quel diritto _Isabella_ sua sorella, figliuola

del già re _Aimerico_, fu dichiarato nullo il matrimonio d'essa con

_Unfredo_ signore di Monreale, e questa data a _Corrado marchese_ di

Monferrato, il più prode ed accreditato fra que' principi cristiani, il

quale perciò potè aspirare al titolo di re. Erasi accesa o riaccesa

guerra in quest'anno tra i Bresciani e Bergamaschi. In aiuto degli

ultimi accorsero i Cremonesi[2466]; ma sopraffatti dai Bresciani, o,

come altri scrivono, atterriti dalla voce sparsa che venivano anche i

Milanesi[2467], ne riportarono una fiera sconfitta, di cui durò un pezzo

la memoria col nome di _mala morte_; perciocchè incalzati, moltissimi di

loro s'annegarono nel fiume Oglio, altri furono presi, ed altri tagliati

a pezzi, colla perdita del loro carroccio, che trionfalmente fu condotto

a Brescia. Jacopo Malvezzi[2468] scrive a lungo questa vittoria.

Ritornando poi l'_imperadore Arrigo_ di Puglia, fece rilasciar loro i

prigioni, e con suo privilegio concedè la terra di Crema al popolo di

Cremona: il che essendo contrario a quanto avea stabilito l'imperador

Federigo suo padre in favore dei Milanesi, alienò forte l'animo di

questi dall'amore d'esso Augusto, e fu seme di nuove guerre fra le emule

città suddette. Secondo le Croniche d'Asti[2469], in questo anno nel dì

19 di giugno gli Astigiani vicino a Montiglio ebbero battaglia con

_Bonifazio marchese_ di Monferrato, e ne riportarono una rotta sì fiera,

che circa due mila d'essi furono condotti prigionieri nelle carceri dei

Monferrato, dove penarono per più di tre anni, finchè si riscattarono.

Durò questa guerra dipoi per quindici anni, con farsi ora pace ed ora

tregua, male osservate sempre da esso marchese, e dal _marchese

Guglielmo_ suo figliuolo. Finalmente nell'anno 1206 seguì fra esso

Guglielmo e gli Astigiani una vera pace, in cui gli ultimi guadagnarono

Loreto e la contea delle Castagnole.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 207 / 277 题